giovedì 29 novembre 2012

Post-it #24


Ecco...così Natale sembra più vicino. Mia madre è all'opera, io sono stanca morta come al solito e affamata (anche qui come al solito). Vorrei scrivere uno di quei post lunghi, che le cose che mi porto dentro sono tante. Svuotare il sacco e sentirmi per una volta più leggera. Ma non si può, le parole non renderebbero giustizia. Tanto quello che succede lo sappiamo io e il mio cuore e credo continuerà ad essere così. Però sto più o meno bene, ogni giorno faccio qualche esercizio per allenare la mia felicità, qualcuno mi riesce, qualcun altro sbaglio il risultato. Ma mi impegno.
Dormo sempre di meno, le mie amiche mi chiedono come io faccia.
Non lo so neanche io, so solo che la sera crollo non appena poggio la testa sul cuscino per poi svegliarmi poco ore dopo. Ho dei cicli sonno-veglia assurdi.
Nel frattempo incastro tutto quello che posso: lo studio, l'università, la biblioteca, le confessioni all'una di notte delle amiche (aaaah ve possino!), la dieta (con tutte le ricette che sto sperimentando posso andare a Cuochi e Fiamme), i preparativi per il matrimonio dell'anno ( venerdì 7 il grande evento)...
Sopravviverò.




[L'audio non  è perfetto, ma fa niente]

martedì 27 novembre 2012

Color cervone

Bari. Mattina, quasi ore 8.
Mi catapulto dal binario 1 al chiosco dove vendono i biglietti dell'autobus.
Occhiali scuri, sudo manco fossimo in estate.
Rovisto nella borsa alla ricerca disperata dell'euro con cui pagare il biglietto, ché il paradosso delle borse grandi è proprio quello: metterci il mondo ma non trovarlo al momento giusto.
Alzo per un attimo lo sguardo, quando vengo fermata da due tipi dell'AMTAB.

- Signorina.

Mi guardo dietro convinta di aver perso qualcosa.

- Non si preoccupi, non ha perso niente.

- Ah, allora mi dica. [E qua comincio a chiedermi cosa vogliano questi due, per un attimo penso che siano due addetti a quelle interviste rognose sulle abitudini, usi e costumi degli utenti].

- Secondo lei, lui ha gli occhi color cervone?

Eh? Lo guardo in faccia perplessa chiedendo ai miei neuroni che cazzo di colore è cervone. 

- Sì, bravissimo è proprio color cervone, il colore dei suoi occhi.

- Hai visto? Pure la signorina dice che hai gli occhi color cervone.

Inutile dirvi che mi pendeva una gocciolona a lato della fronte destra stile manga giapponese.

- E io ho gli occhi color verde mare?

A questa domanda, le mie deboli sinapsi non possono far altro che avere un movimento involontario che mi spinge a guardarlo negli occhi. Beh effettivamente ha degli occhi color mare. O forse cielo.

- Certo, aveva dei dubbi? Beh ora la saluto, arrivederci.

- Signorina, un attimo, deve farci vedere i suoi occhi.

- Magari una prossima volta. Gli dico andando via.

Ecco, ora avete presente che tipo di gente incontro io la mattina alla fermata dell'autobus?
Per favore non ditemi che succede solo a me, altrimenti comincio a pensare di essere un caso umano pure io.

lunedì 26 novembre 2012

Della mia avversione e non per il Natale.

Ci siamo. 
Casa Volo è stata invasa dall'aria natalizia. Sono tutti ancora lì, negli scatoloni (ben 7!), le decorazioni per l'albero, il presepe, e tutti i vari addobbi che, eccetto il bagno (sono sicura che se mia madre trovasse il copri water con la faccia di Babbo Natale lo comprerebbe), saranno sparpagliati per la casa.
E anche se non sono ancora usciti allo scoperto, il solo fatto di esser passati dal garage al piano di sopra prepara la casa ad un disordine che durerà per almeno una settimana. 
Eh già, mica qui si monta l'albero in un giorno! 
Mia madre ha una particolare predisposizione (io le dico che ha sbagliato mestiere) per addobbatrice (non so manco se esiste come parola, ma il Sig. Treccani mi dice di sì) di alberi natalizi. 
Vi dico solo che passa almeno due sere solo per sistemare le luci sull'albero (perché mica le mette intorno all'albero....no, lei attorciglia il filo ramo per ramo, uno sclero insomma!).
I risultati sono particolarmente belli (vedere per credere), ma tutta questa sua passione non cambia la mia opinione.
Io ho una certa avversione per il Natale.
Le feste amplificano il senso di solitudine, come le domeniche. E se una ha gli ormoni che le tirano spesso colpi bassi, il Natale è la mazzata finale.
L'atmosfera. Quella è la prima che mi frega. Perché cominci a vedere le vetrine a tema, le luci qua e là, le strade con le canzoni di Mariah Carey e Michael Bublè a rotazione, la gente che va alla disperata ricerca di regali originali per poi comprare i soliti profumo, crema corpo e porta chiavi, giusto per citarne qualcuno.
Non sia mai vi venisse un'idea originale qualche volta eh.
Che poi io mi faccio trasportare dall'atmosfera, dalle vetrine, dalle lucine e così via. E divento nostalgica e romantica. Una cosa inguardabile insomma. 
Poi i pranzi. Non solo mangi tutto quello che in un anno non sei riuscita a mangiare, ma lo fai rigorosamente in famiglia. Che poi la mia famiglia è mezza sfasciata e quest'atmosfera non aiuta molto, anzi. Mia nonna si rattrista e io con lei. 
Unica cosa positiva sono le frittelle (panzerotti fritti con mozzarella, pomodoro e cotto, giusto per citare alcuni ingredienti, ma ci sono diverse varianti) dell'8, del 24 e del 31. Che Dio le benedica! Dovrebbero diventare patrimonio dell' Unesco. 
E poi c'è tutto il perbenismo di fondo che proprio non sopporto. Sono tutti lì pronti a scambiarsi gli auguri e magari neanche si sopportano, ad andare a messa con il cappotto nuovo, a riunirsi davanti a tavole imbandite, dimenticandosi il motivo per il  quale stanno festeggiando. Come se quel 25 segnato in rosso sia il naturale lasciapassare per sprechi e festeggiamenti vari.

Va beh polemiche a parte il Natale ha anche qualcosa di bello.
Perché è fatto di storie, non solo di lucciole, alberi e presepi. Le storie di coloro in cui il Natale ha un nome e un cognome, e non una griffe o un talloncino marcato in euro. Si chiama Gesù Cristo per chi ci crede. Dignità, rispetto, pazienza, amore, serenità, gioia, sacrificio, per chi, invece, di crederci ha smesso da tempo, o semplicemente è ancora alla ricerca.
Mi piace pensare che il Natale porti il nome della gente che incontro: di Stefania, alla sua quarta gravidanza, che nonostante il mutuo da pagare, ha ancora amore da dare; di Nabilah, la prostituta nigeriana costretta a stare in strada, quello di Lucia, la ragazza laureata che lavora in un call center.
E poi ancora il nome di Andrea, il papà che, nonostante il lavoro precario, sa regalare bei sorrisi alle sue figlie al posto delle Barbie, quello di Elèna, la badante rumena così gentile che accudisce la nonnina del piano di sotto, o ancora, quello di Joseph, il ragazzo siriano conosciuto l'anno scorso.
Per me il Natale è questo, la semplicità, la bellezza, la fragilità di tutte quelle storie che passano inosservate,  scartate dalla nostra frenesia, dal nostro consumismo, dalla nostra superficialità, eppure così quotidiane, così attuali, così importanti. 
Nessun moralismo, non sono mica santa Maria Goretti! Però io a volte mi sento schiacciata da questa società  che non se ne frega niente di quello che succede intorno, che a volte è così banale e superficiale.
Ché le mangiatoie esistono ancora oggi, e pochi se ne accorgono.


[Ho scritto quello che penso, sento, provo. Non ditemi che sono patetica, o magari ditelo, così ne parliamo insieme ;-) ]




domenica 25 novembre 2012

Nick Drake [19 giugno 1948 - 25 novembre 1974]

Se non l'avete sentito...è come se lui avesse condensato tutta la malinconia del mondo, tutte le batoste e i sogni inculati che hai lasciato svanire, come se avesse versato l'essenza in un bottiglino e l'avesse tappato. 
E quando lui attacca a suonare e a cantare toglie il tappo, e sentite l'odore. 
Rimanete inchiodati lì, alla sedia, come se fosse un muro di rumore e invece no- è fermo e silenzioso e non volete più respirare per paura di spaventarlo e farlo scappar via.

[Non Buttiamoci giù - Nick Hornby]

Penso che questa sia una delle descrizioni migliori per un artista come lui.
Oggi è l'anniversario della sua morte e io vi posto una delle canzoni che ha in un certo senso a che fare con Michi Volo...


Ti accorgi che...

...è una domenica diversa dalle altre perché sono passate le 2 e
non mi sono ancora lamentata dicendo che domenica di merda!
io e mia sorella andiamo quasi d'accordo
non ho ancora mal di testa
c'è un sole che sembra quasi ritornata l'estate
ho voglia di fare tante cose anche se so che non farò nulla
e sono stranamente di buon umore!



venerdì 23 novembre 2012

On air #58

Sometimes it seems that the going is just too rough
And things go wrong no matter what I do
Now and then it seems that life is just too much


Pillole di saggezza #14

Siamo tutti vulnerabili 
per il timore, 
l'ansia di non sapere ciò che accadrà. 
E alla fine è inutile, 
perché tutte le preoccupazioni 
e tutto il pianificare cose che potrebbero 
o non potrebbero accadere peggiorano solo la situazione. 
E allora porta a spasso il cane, 
o fa un riposino, 
insomma fa qualunque cosa 
ma smettila di preoccuparti. 
Perché l'unica cura contro la paranoia è essere, qui, così come sei.

[Grey's Anatomy S6E3]

mercoledì 21 novembre 2012

Foglie sulla neve #12

Oggi mi sono cimentata in cucina.
Essere a dieta ha i suoi vantaggi: dimagrire (mi sembra più che ovvio!), gustare il vero sapore dei cibi (visto che i condimenti sono davvero limitati), fare tanta pipì, mangiare tanta frutta, trovare alternative piacevoli a cose che non puoi mangiare (per bloccare la voglia dei dolci per esempio mangio uno yogurt o un frutto, sì non è la stessa cosa ma mi illudo che lo sia!), e soprattutto imparare a cucinare!
Per me che sono una schiappa in cucina, mettersi ai fornelli è sempre stata un' impresa titanica. E avere un'alimentazione diversa dagli altri componenti della famiglia, e una madre che lavora, comporta proprio questo: mettersi un grembiule e pensare a come associare i vari cibi per non far sì che mangiando sempre le stesse cose la dieta risulti monotona, e quindi più facile da abbandonare.
Oggi il menu prevedeva risotto con verdure. Ho scelto la zucchina perché, oltre ad essere quella più congeniale per i miei gusti, era l'unica cosa che avevo in casa.
Ho dato un'occhiata in internet alle varie ricette, ma mi sembrava di leggere trattati in arabo.
Io termini come rosolare, imbiondire (ho trovato anche questo giuro!), mantecare, non so come interpretarli. Sono davvero ignorante in materia. Per non dire proprio impedita nella gestualità.
E allora ho deciso di fare di testa mia. Ho chiamato mia madre per farmi dare qualche dritta, interpellato qualcuno su Twitter e poi manco fossi un piccolo chimico mi sono messa alla prova.
L'esperimento culinario si è concluso bene: ho preparato un risotto con zucchine, curry e philadelphia che era la fine del mondo. E non perché ero stata io a prepararlo (tra l'altro io non vado matta per il riso, quindi fidatevi del mio giudizio), ma perché sul serio come prima prova è venuto davvero bene!
La prossima volta vi invito tutti a casa mia! :-)



martedì 20 novembre 2012

Con un disco dei Sigur Ròs.

Ci sono giorni in cui sono particolarmente nervosa, forse questo è uno di quelli.
La pioggia non aiuta: i miei capelli in costante disordine e le mie scarpe piene di passi, ma anche di acqua, ne sono la prova.
Novembre è un mese molesto: regala piogge ininterrotte e bestemmie da trattenere sulle labbra.
Trattengo anche le lacrime mentre piano piano vedo le mie scarpe rosse inzupparsi d'acqua e perdere il loro colore. 
Saranno da buttare, penso.
Guardo la pioggia scendere, nonostante ci sia il mio ombrello rosa a proteggermi. E' proprio un paese di merda questo: le strade si allagano, la gente passa in macchina e ti bagna, e tu giochi a fare Hoppipolla per attraversare da un marciapiede all'altro.
Mi chiudo nel cappotto, serro le labbra e le nascondo tra le pieghe della sciarpa per evitare che le parole imperversino tra le gocce che scendono dal cielo.
E nel frattempo la pioggia lava, non solo le strade, ma anche i pensieri. Scivolano via, leggeri, si perdono tra le molecole di acqua, così tante, così fastidiose, così onnipresenti.
Sorrido, cerco di calmarmi, infondo potrei anche scorgere il bello perdendomi tra queste gocce. Senza stivali sento l'acqua bagnare i piedi, e le ossa avvertono i primi brividi di freddo.
All'angolo sotto casa intravedo mio padre, con le fatiche del lavoro stampate sul viso, mi aspetta e corro per mettermi sotto il suo ombrello.
Siamo bagnati fradici tutti e due, abbiamo piedi umidi e pelle profumata di pioggia.
Non so se questo tempo mi piace. 
Forse è più bello guardarlo dai finestrini, solo così la città, sotto la pioggia, potrebbe sembrare affascinante. 
Cerco di non lamentarmi, raccolgo i capelli, distendo i nervi e mi rilasso preparando la cena.
Racconto la giornata a mia madre mentre le preparo un the, e taglio le zucchine, ché questa dieta sta diventando seria, più di quanto pensassi.
Vorrei ci fossi tu ad attendermi, a percepire gli odori di questa casa, a suggerirmi il film da guardare stasera.
E invece mi ritrovo la pioggia, un caldo maglione e un disco dei Sigur Ros.


domenica 18 novembre 2012

10 anni.

Io dico grazie al quel 18 novembre di 10 anni fa, 
e allo stesso tempo lo maledico perché forse sarebbe stato meglio se
fossi rimasta mano nella mano con me stessa.


sabato 17 novembre 2012

Bacio le ferite

Bacio le mie ferite, sporche, profonde, infette. Le ferite che nessuno vede, e che, distratta, copro ogni volta che mi guardo dentro. Ferite che cancello con i miei pensieri sempre rivolti ad altro. Quei pensieri che mi fanno sentire diversa, strana, a volte inadeguata.

Bacio queste ferite in un periodo che non mi appartiene, che mi fa sentire pellegrina, straniera, senza alcun cordone legato alla mia terra, al mio modo di fare, strafare, sognare. Ferite sporche di irragionevoli discorsi, buttati lì, come se fossero pagine accartocciate e lasciate ingiallire al sole.

Le mie ferite, che poi tanto mie non sono. Quelle profonde, che nessuno ha mai sfiorato e toccato. 
Ferite che gettano lacrime su sentieri troppo asciutti, su pensieri scritti male, su frasi dimenticate, come i bigliettini lasciati al vento. Infette di principi persi tra le parole, di gocce nostalgiche che ogni attimo si susseguono disturbando la mia quiete, di macchie stese sul passato che difficilmente vanno via.

Bacio le ferite di un tempo stanco e incerto, che non vuole andare via, di un presente nostalgico e flemmatico. E mentre le bacio, ne assaggio il sapore metallico che mi lascia la bocca amara e gli occhi umidi.

Bacio le ferite di tutto quello che non vuole andare via, di tutto quello che è nascosto, che a volte non mi appartiene, di quello che mi fa sentire sempre uguale dentro quando invece fuori cambia tutto, che mi infastidisce fino a darmi noia, fino a farmi sentire apatica, inerme, senza voglie e senza sogni.

Bacio le ferite che scavano, erodono, consumano fino a bruciare. 
Le ferite che annullano fino a non farmi pensare, fino a farmi sentire un automa, senza parole, senza gesti che possano consolarmi.

Bacio le ferite che rendono insipida la vita, distruggono il coraggio della ricerca, la volontà di farsi strada. Quelle che sono tatuate dentro me, quelle che lavo ogni giorno con la speranza di vederle brillare in una luce diversa.

Bacio le ferite e tutto questo mi sembra una follia, perché mi riscopro una mendicante che elemosina con ritegno il suo passato, che rovista nei suoi dolori, che indora le pillole dell’infelicità.

Ma io bacio ancora le ferite per far andare via il dolore, anche se ormai non credo più che faccia effetto.

 

E se ti fermi ad asciugare con lo straccio i miei pensieri
strizzalo poi bene in un secchiello
e pescaci poesie d'amore e recitamele,
mi lego i capelli e ascolto.


venerdì 16 novembre 2012

Sfila il preservativo.

Il titolo sembrerebbe equivoco e invece....calma! Non è l'invito a nessun uomo che per sbaglio si trovasse a passare di qua.
Tra i tanti utilizzi che si possono fare del preservativo (eh già! sembrerebbe unico #einvece), c'è chi ha pensato di utilizzarlo per farci vestiti.
Non è la prima volta che i preservativi vanno in passerella, ma la sottoscritta di queste amenità non ne era al corrente [forse perché ancora legata ad un uso tradizionale del condom :D].

L'organizzazione no-profit Planned Parenthood, che si occupa di salute riproduttiva, ha organizzato una sfilata di abiti interamente fatti con preservativi (gli stilisti avevano a disposizione circa 700-800 condoms) allo scopo di raccogliere fondi per l'organizzazione stessa e promuovere il sesso sicuro.

Qua potete vedere le foto dell'evento di quest'anno, mentre questo è un video della sfilata dello scorso anno:





L'idea è geniale, gli abiti pure ma...ora pensare di andare in giro con frammenti di lattice svolazzanti per promuovere il sesso sicuro, non è che sia un'idea che mi allieta.
Anche perchè diciamocelo...il lattice non è ha tutta questa fragranza odorosa.
Forse sarebbe meglio qualche goccia di Chanel N5, una scollatura profonda e ciao.
Ché il sesso sicuro, se uno è intelligente, sa come si fa.

Quindi sì all'arte e alla creatività di tutto questo mondo, ma gli abiti in lattice lasciamoli in passerella!


[Film] Memorie di una geisha


Sinossi: venduta dai genitori a soli 9 anni, Chiyo finisce in una casa di geishe, dove è costretta a subire le vessazioni della bella e crudele Hatsumomo. Dopo un tentativo di fuga, Chiyo viene punita e ridotta alla condizione di serva. 
Un incontro casuale con il Direttore Generale le cambia la vita per sempre. Chiyo capisce di voler diventare una geisha per servire quest'uomo.
Sotto il nome di Sayuri, diventerà una delle geishe più raffinate e ricercate, ma il suo cuore continuerà a battere per quest'uomo, anche se, sa benissimo che amare è un lusso che una geisha non può permettersi. 

Pellicola del 2005 diretta da Rob Marshall e prodotto da Steven Spielberg, drammatica ma romantica allo stesso tempo. Sì, mi è piaciuto anche se all'inizio ho fatto un po' fatica a riconoscere i personaggi...mi sembravano tutti uguali con le stesse facce e gli occhi a mandorla! :-)
[Spero non mi legga mai Rob Marshall :D]

PS. il film potete trovarlo anche su Youtube






giovedì 15 novembre 2012

On air #57



La differenza tra me e te 
Non l’ho capita fino in fondo veramente bene 
Me e te 
Uno dei due sa farsi male, l’altro meno 
Però me e te 
E’ quasi una negazione. 

Io mi perdo nei dettagli e nei disordini, tu no 
E temo il tuo passato e il mio passato 
Ma tu no. 
Me e te, è così chiaro 
Sembra difficile. 

La mia vita 
Mi fa perdere il sonno, sempre 
Mi fa capire che è evidente 

La differenza tra me e te 
Poi mi chiedi come sto 
E il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande 
A stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perchè. 

La differenza tra me e te 
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh! 
Me e te 
Uno sorride di com’è, l’atro piange cosa non è 
E penso sia un errore. 

Io ho due tre certezze, una pinta e qualche amico 
Tu hai molte domande, alcune pessime, lo dico 
Me e te, elementare 
Da volere andare via. 

La mia vita 
Mi fa perdere il sonno, sempre 
Mi fa capire che è evidente 
La differenza tra me e te. 
Poi mi chiedi come sto 
E il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande 
A stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perchè. 

E se la mia vita ogni tanto azzerasse 
L’inutilità di queste insicurezze 
Non te lo direi. 
Ma se un bel giorno affacciandomi alla vita 
Tutta la tristezza fosse già finita 
Io verrei da te. 

Poi mi chiedi come sto 
E il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande 
A stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perchè. 

La differenza tra me e te 
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh! 
Me e te 
Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è 
E penso sia bellissimo 
E penso sia bellissimo.



[Ci sono canzoni che parlano di noi. E questa, sembra strano, ma è una di quelle]

mercoledì 14 novembre 2012

Giorno 1

Da oggi sono sotto regime alimentare serio.
Ho una nutrizionista che mi segue, tante cose sane da mangiare e una forza di volontà che non deve vacillare. 
L'obiettivo è correggere lo stile alimentare e ovviamente perdere qualche chilo.
Oggi in laboratorio è partito un coro dalla mia nuova fidanzata * Michi mangia la mela, mangia la mela, Michi mangia la mela sulle note di Guantanamera.
Peccato però che non ho avuto tempo per fare merenda e la mela me la sono mangiata alle 8 di sera su una panchina della stazione, con lo sguardo minaccioso di due in divisa che mi guardavano male solo perché pulivo la mia mela con un coltello. Per fortuna non hanno fatto storie, anche perché con un coltello a punta tonda chi avrei potuto uccidere? 
E niente. Il primo giorno è andato. Anche se adesso metterei volentieri la testa nella dispensa e comincerei a mangiare cioccolato come se non ci fosse un domani.
Credo che sarà il sacrificio più duro.
Anche perché il cioccolato mi garantiva quella minima dose di affetto giornaliera. Per fortuna che oggi mi sono fidanzata. 

*Io e Georgie siamo le uniche ragazze non fidanzate del gruppo (le uniche che hanno dichiarato il loro status) e oggi parlando di regali di Natale e tutte le manfrine varie che ci sono tra i fidanzati, abbiamo deciso di metterci insieme. Così lei mi regala un weekend nella sua villa al mare a Vieste e io...e io devo ancora decidere cosa regalarle.

martedì 13 novembre 2012

Foglie sulla neve #11

C'è che ogni tanto arriva qualche lezione interessante che ti fa capire

che i tuoi studi non sono del tutto inutili.

Che tutta quella roba astratta che studi qualcosa di funzionale ce l'ha.

Che biotecnologie non sono solo geni, proteine, tecniche varie, pipette e puntali.

Che la ricerca è ancora più affascinante se ha a che fare con i gesti del quotidiano vivere.

Che non c'è cosa più bella che interpretare a livello biologico comportamenti abitudinali dei quali mai avresti pensato ci fosse stata una spiegazione scientifica così dettagliata.

E niente, oggi sono rimasta affascinata da una lezione di neuroscienze su sesso, sessualità e cervello.

Non ci sono parole, solo un sorriso e la mia mente che continua a ripetere bello! bello! bello!

domenica 11 novembre 2012

[Film] Venuto al mondo.

Quando vai a cinema a vedere la trasposizione di un libro che hai amato molto, c'è sempre un po' di paura, un po' di incertezza, perché vorresti che le immagini del film non rovinassero mai quelle che la tua mente è stata in grado di elaborare con le parole del libro.
Quel timore ieri è stato mio quando ho deciso di andare a cinema a vedere Venuto al mondo, quando alla cassa ho fatto il mio biglietto, prima che le luci si spegnessero e le immagini cominciassero a scivolare su quello sfondo nero.
Ma si sa, chi va a cinema per un film tratto da un libro, non deve aspettarsi di ritrovare esattamente il libro. 
La riduzione filmica comporta necessariamente delle perdite, molto probabilmente porterà via quella profondità per la quale il libro ci è rimasto dentro, e questo è un rischio che inevitabilmente si corre. Inevitabilmente verranno meno alcuni tasselli e altri, nuovi, saranno aggiunti.
Venuto al mondo l'ho letto più di due anni fa, unico libro per il quale ho pianto, ho riflettuto, macinato pensieri con il cuore stretto stretto per alcuni giorni, come se qualcuno l'avesse preso e strizzato fino ai minimi termini. 
Ma del resto è impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un libro nel quale tematiche contrastanti come morte e nascita, amore e guerra, senso di perdita e di riscatto, si incastrano così perfettamente da dare vita a una storia drammatica, amara, struggente, a tratti surreale, eppure così profumata di vita, di amore, di bellezza oltre tutto l'immaginabile.
Non si può rimanere indifferenti di fronte al coraggio e alla volontà spietata e senza freni di Gemma di diventare madre a tutti i costi, di fronte allo splendore fresco e vitale di Diego; alla irriverente poeticità di Gojko; alle struggenti vicende di Aska, alla drammaticità e agli orrori, che io per prima ho vissuto distrattamente da lontano, di una guerra della quale tutti sappiamo fin troppo poco.
La storia di Gemma, della sua ossessiva ricerca di quel lucchetto di carne che possa tenerla legata in eterno all'uomo che ama, della sua maternità negata su uno sfondo violento e tragico, quale la guerra di Sarajevo, fanno di Venuto al mondo un film delicato e intimo, eppure così drammaticamente spietato. Un film che scandalizza, che scuote le nostre insensibilità rimaste assopite dai bombardamenti mediatici che ogni giorno fanno entrare nelle nostre case l'orrore, come se quella sterilità raccontata vada a scrollare, infrangere, confondere tutte le sterilità che ci portiamo dentro.
Superflui i commenti di chi dice che il film non è fedele al libro, che lo scarto tra i due è eccessivo e che la trasposizione cinematografica non rende giustizia allo spessore letterario del capolavoro della Mazzantini. 
A me sinceramente questo importa poco, ho amato tanto il libro e sono rimasta altrettanto scossa dal film. Tutte le stelline possibili a Venuto al mondo.

sabato 10 novembre 2012

Prenditi cura di me.




Sarebbe bello se ogni tanto qualcuno si prendesse cura di me.

Sabato.

Sabato.
La gioia di svegliarsi e scoprire che non sono le 7, ma le 9.
Un caffè che non c'è e quello che è rimasto è troppo poco, ma fa niente.
Il sole, il primo freddo, una camera in disordine, ma chissenefrega.
Le scarpe ancora lì, vicino alla porta, lasciate sole, sfilate delicatamente al rientro, senza fare rumore.
Il cappotto ancora poggiato sulla sedia.
I rumori dei vicini e le loro storie tutte concentrate tra pavimenti da lavare e biancheria da stendere.
Una chiamata all'operatore telefonico quando sei ancora sotto le coperte con quella voce del sonno che levati.
La calma che conservi tra le lenzuola mentre di là tua sorella rivolta il mondo tra capelli, trucchi e vestiti.
E' una casa tutta femminile, ma oggi c'è tuo padre che reclama il bagno libero ché è andato a correre e ha bisogno di una doccia.
E tu sei là, ancora tra le coperte, indecisa se restare o fare il tuo ingresso in questo sabato così pieno di cose da fare.
E poi la luce che entra, che un po' disturba e un po' ti piace, ché questa giornata ha ancora un qualcosa di primaverile.
Una telefonata, quelle classiche di due amiche che vorrebbero passare il weekend tra castagne, gelati, biscotti e pizza.
Ché a noi il junk food piace ma lo critichiamo sempre.
E poi ti alzi, cominci a scrivere le cose da fare e dentro ci metti la parola bici e mare.
Che sabato sia.


mercoledì 7 novembre 2012

Quando mi incazzo sono più vera.

Io non mi incazzo mai. O quasi.
Al massimo mi snervo, butto giù il rospo, mi faccio una corsa o mangio del cioccolato e poi mi passa tutto.
Delle volte ci vuole davvero poco, leggi lasciami in pace 5 minuti,  e sono già con il sorriso sulle labbra.
Va beh...fatto sta che non mi vedrete mai in versione pitbull, nemmeno sotto tortura.
Anche perché se mi arrabbio, mi viene il mal di testa, questo mi tocca lo stomaco e poi vomito...e allora no, non ne vale la pena. Direi proprio di no.
Però c'è anche da dire che sono una stracciapalle di professione, una signorina Rottermaier del cazzo. Insomma con me vi conviene non sgarrare. Non mordo eh, però sono abbastanza legata ad un certo rigore. E se questo viene meno, mi infastidisco.
Che poi rigore non è. Però a quelle menate della buona educazione, del chiedere permesso, scusa, grazie, posso, è possibile ci tengo.
Credo siano il minimo sindacabile per una convivenza civile con la sottoscritta.
Basta questo, e io ti regalo il mondo.
Perché la generosità non mi è mai mancata. Non a caso sono un acquario.
E niente oggi ho sbroccato, perché sembra che a volte laggente non abbia neanche le palle per chiederti un favore e allora interpella intermediari inesistenti che devono fare da tramite tra loro e te. Chiedere a me, no eh?!
Va beh per farla breve mi infastidisce che delle volte si dia tutto per scontato.
Mi hanno sempre insegnato che se ho bisogno di qualcosa devo chiedere. Chiedete e vi sarà dato. Qualcuno diceva così, e credo non avesse tutti i torti.
Ecco perché mi infastidiscono quelli che danno per scontato che ci sia sempre qualcuno disposto a dare senza che venga chiesto. Eh no cari. Chiedere è una forma di rispetto, anche quando sapete che dall'altra parte non ci sarà nessuna negazione.
E niente sono stracciapalle, ve l'ho detto.
Però quando mi incazzo sono più vera.
E quindi penso che devo concedermelo un po' più spesso, tanto le brave ragazze non hanno mai avuto vita facile.

[Una Michi che era alterata]



[Foto scattata nei pressi della stazione dell'ameno paesello]

venerdì 2 novembre 2012

I miei occhi sono fortunati.


Sono raffreddatissima, respiro solo da un lato, gli occhi gonfi e una voce che tutto è tranne che la mia. 
Avrei dovuto riposare nel pomeriggio, tentare qualche rimedio della nonna per stare meglio, e invece non ho potuto dire di no ad una piccola gita fuori porta dopo pranzo. 
Macchina fotografica e sciarpa al collo sono stata al mare, ad una ventina di kilometri da qui. 
Ho camminato per strade semisconosciute, facendo amicizia con giovani pescatori, cogliendo tutte le sfumature del cielo al tramonto. 
In tutto questo non poteva mancare un buon caffè accompagnato da un sacco di confidenze che solo due amiche sanno regalarsi.

Tornando a casa ho avuto una voglia irrefrenabile di mettere le scarpe da ginnastica e andare a correre. 
Sarà stato il vestito che segnava sui fianchi. Maledetto.
Ma date le mie pessime condizioni fisiche ho rinunciato. Ho acceso il pc, messo il pigiama, misurato la febbre (solo qualche linea ma è tutto sotto controllo), messo su la playlist di Ray LaMontagne - di cui mi sono innamorata perdutamente- (scoperto da pochissimo grazie al blog di Farnetico, vi consiglio i Live on Letterman), mi sono stesa sul divano - in questi giorni sto proprio assumendo la sua forma- e ho rivisto le foto scattate. 

I miei occhi sono davvero fortunati. 
Perché assaporano un pizzico di infinito davanti ad una distesa azzurra di acqua salata.
Perché sono baciati da un sole che, seppur in un mese anonimo come novembre, continua a riscaldare.
Perché hanno il coraggio di guardare altri occhi e raccontarsi.
Perché sanno sorridere senza un motivo.
Perché riescono ancora ad inumidirsi per semplici emozioni.
Perché scorgono la bellezza nelle piccole cose.







giovedì 1 novembre 2012

Sepolti in casa.

Quante cose abbiamo che non ci servono?
Quanta roba compriamo che effettivamente è utile quanto un barattolo di nutella vuoto?
Quante cose ci sono nei nostri armadi che non mettiamo da tanto tempo?

Me lo chiedo mentre svuoto i miei cassetti, il mio armadio, mentre faccio spazio per il cosiddetto cambio di stagione.
Troppi vestiti, troppi maglioni, troppi indumenti che non indosso da secoli. Potrei concorrere con quelli di Sepolti in casa.

Ho pantaloni che spero di poter rimettere un giorno per quando ritornerò ad essere magra.
Maglioni che non indosso da una vita ma che non riesco a buttare perché sono quelli di lana buona.
Scarpe con tacchi vertiginosi comprate per il puro gusto del bello ma sui quali non so camminare.
T-shirt che ho conservato perché le uso per stare in casa, quando invece in casa non ci sto mai, e se ci sto, ho perennemente il pigiama.
Jeans non miei di cui mi sono innamorata anni fa, presi in prestito e mai più restituiti.
Maglie nere tutte uguali comprate manco fossi in preda ad un attacco di shopping compulsivo.
38 sciarpe (sì 38 le ho appena contate e sono sicura che ne uscirà qualcun'altra) che non so più dove mettere e che continuo a comprare.

E mentre la roba aumenta, gli spazi si restringono.
Una continua lotta tra mia sorella che si lamenta perché io ho più cassetti di lei, mia madre che ogni tanto ha la genialata di prendere qualche pezzo di camera e portarlo giù in garage così facciamo spazio e io che invece voglio tenere tutto sotto controllo e rigorosamente in ordine, armadi compresi.
E allora unica soluzione è il decluttering.
Buttiamo via il vecchio per fare spazio al nuovo.
Al momento vince il vecchio. Poi vi farò sapere.





"Hai l'abitudine di accumulare oggetti inutili, credendo che un giorno, chissà quando, ne avrai bisogno?
Hai l'abitudine di accumulare danaro, solo per non spenderlo, perchè pensi che nel futuro potrà mancarti? Hai l'abitudine di conservare vestiti, scarpe, mobili, utensili domestici ed altre cose della casa che già non usi da molto tempo?
E dentro di te? 
Hai l'abitudine di conservare rimproveri, risentimenti, tristezze, paure ed altro? Non farlo!
È necessario che lasci uno spazio, un vuoto, affinché cose nuove arrivino nella tua vita. 
È necessario che ti disfi di tutte le cose inutili che sono in te e nella tua vita, affinché la prosperità arrivi.
La forza di questo vuoto è quello che assorbirà ed attrarrà tutto quello che desideri.
Finché stai, materialmente o emozionalmente, caricando sentimenti vecchi ed inutili, non avrai spazio per nuove opportunità.
I beni devono circolare. Pulisci i cassetti, gli armadi, la stanza, gli arnesi, il garage... da quello che non usi più. Non sono gli oggetti conservati quelli che stagnano la tua vita... bensì il significato dell'atteggiamento di conservare. 
Quando si conserva, si considera la possibilità di mancanza, di carenza, si crede che domani potrà mancare, e che non avrai maniera di coprire quella necessità.
Con quest'idea, stai inviando due messaggi al tuo cervello e alla tua vita: che non ti fidi del domani e che pensi che il nuovo e il migliore non sono per te, per questo motivo ti rallegri conservando cose vecchie ed inutili.
Disfati di quello che ha perso già colore e lucentezza. Lascia entrare il nuovo in casa tua e dentro te stesso."

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