domenica 28 luglio 2013

La musica giusta.

E' domenica mattina. La casa deserta con il caldo che pervade ogni stanza.
Silenzio. E' troppo presto per fare qualsiasi cosa. Persino pensare.
Mi stropiccio gli occhi per assaporare la luce a piccole dosi.
Incrocio le gambe e fumo una sigaretta sul divano.
E' piacevole la nudità che si sperimenta d'estate. Quando hai una casa vuota e non devi dar conto a nessuno delle tue rotondità scoperte.
Il caffè è sul fuoco e una puntata di Grey's Anatomy è lì, pronta per essere guardata.
Non ci sono programmi in questa domenica di fine luglio. Solo pochi ingredienti: il mare, un buon libro, l'insalata di riso e la musica giusta.


venerdì 26 luglio 2013

Propositi.

Ho bisogno di rigenerarmi. Staccare. 
Andare lontano, pur rimanendo con il corpo dove sono.
Luglio è quasi volato. Io mi ritrovo con una depressione addosso che non so spiegarmi. Vorrei capirmi, almeno un po'.
Dovrei gioire perché ci sono cose belle che si stanno affacciando nella mia vita, ma non mi riesce.
Le paure mi schiacciano, le incertezze mi divorano, le ansie mi annientano.
Vorrei indossare un sorriso, uno di quelli belli, che tanto vanto di avere.
Vorrei ritornare ad avere gli occhi lucenti.
Vorrei prendermi il vento in faccia senza preoccuparmi dei capelli scompigliati.
Vorrei che Uno non fosse così enigmatico e io vorrei fidarmi di più.
Vorrei lasciar perdere il telefono per un po'. Scollegarmi dal mondo, non esistere per un po' di giorni.
Godermi il mare finché posso, mangiare gelati senza aver paura di ingrassare.


mercoledì 24 luglio 2013

Della mia incapacità di accettare la realtà [On air #72]

Cos'è successo negli ultimi vent'anni
l'ultima immagine che ho davanti sei tu
le interurbane le sue lenzuola l'estate del 93 il parco delle buttes-chaumont 
ma vedi non ci provo no più nessun gusto no
la mia pretesa di avere l'esclusiva
in un universo che è un sistema aperto 
è in definitiva votata al fallimento 
ma è colpa tua gesù tu non me l'avevi detto 
quando prendevo a modello le tue sante vergini
ma vedi ora è troppo tardi per cambiare idea
ma vedi non ci provo no più nessun gusto no 
che poi tutte le mie canzoni parlano di un solo cazzo di argomento 
della mia incapacità di accettare la realtà 
della mia incapacità di accettare la realtà



martedì 23 luglio 2013

Io lontana da certe logiche.

Delle volte mi sento un pesce fuor d'acqua. 
Una di quelle che annaspa in mezzo a certe situazioni.
Ho sempre pensato, forse con molta presunzione, di essere una donna atipica. Anzi una femmina. Una che non se ne frega se la borsa non è abbinata alle scarpe o se quello che indossa non è propriamente alla moda, beh un po' atipica lo è. Ma non è questa la concezione di atipicità che mi viene in mente. Infondo ognuno si veste come vuole. 
La mia atipicità la sento addosso in altre situazioni. Non è il vestito a farmela notare, quanto piuttosto i discorsi, le vacuità, le inutilità in cui la maggior parte delle donne incorrono. E non voglio dire che io sono lontana da certe discorsi. Anch'io parlo di cellulite, smalti, scarpe e borse. Parlo anche degli ex stronzi e di quelli, sempre stronzi, che non si fanno sentire o che ti mollano lì in attesa di non so che. Però. Però parlo soprattutto di altro. Ma va beh. Alla gente non sempre interessa approfondire.
Anyway, non è questo. 
E' che qualche settimana fa è successa una cosa strana.
Una di quelle che non mi capitava da....boh, forse 10 anni.
Anche se, ora che ci penso bene, cose del genere non mi sono mai capitate nella mia vita. Neanche quando ero adolescente. Sono sempre andata d'accordo con tutti, quando ho avuto dei battibecchi con qualcuno ho subito risolto. Mi sono sentita, e mi sento tuttora così, una persona molto libera. Una di quella che non ha bisogno di giustificazioni e che si impegna a non darne abbastanza. Se mi piace una cosa, la faccio. Se una persona è di piacevole compagnia, la frequento. Se voglio uscire, esco. Così, senza troppe congetture, senza stare lì ad architettare niente. 
In ogni caso, circa due settimane fa, sono stata invitata ad un compleanno di una ragazza del gruppo che adesso frequento. Ve la faccio breve: mi sono trovata a discutere con la sua migliore amica che si lamentava con la sottoscritta perché nessuno si è impegnato nel raccogliere i soldi per il regalo, dando per scontato che l'avesse fatto lei. Morale della favola: lei ha scaricato le sue frustrazioni con la sottoscritta, ha demandato a me tutto (raccolta soldi e acquisto del regalo) e come se tutto questo non bastasse, ha messo in giro strani voci sul mio conto, facendomi passare come un'opportunista. 
Ora, è vero che io me ne frego, che non me ne sbatte nulla di quello che pensano gli altri, anche perché ho la coscienza pulitissima però...che nervi! Voglio dire, io mica pensavo che la gente superati i 30 avesse ancora questi atteggiamenti da bimbaminkia!
Rimango stupita, quando lo so che dovrei fregarmene. Però mi meraviglio. Sì, perché la vita è già complicata di suo e poi trovi queste persone qui - che evidentemente non hanno un caiser da fare- che te la complicano ancora di più.
E' che mi sembra davvero tutto strano. Boh, o forse quella strana sono io. Sono lontana un miglio da certe logiche. Non mi è mai passato per l'anticamera del cervello di mettere in giro strane voci su qualcuno che magari non sopportassi particolarmente. Come non ho mai pensato di fare dispettucci della serie organizzo qualcosa ma non ti invito. Sì, perché dovete sapere che ieri con Uno pensavamo ad una serata da passare sulla spiaggia. Uno ha avvisato questa tipa, lei ha creato una conversazione collettiva su fb per spargere la voce e io non sono stata inclusa. Non lo trovate assurdo? Io sì.
E' che proprio non capisco cosa passa nella testa delle persone alle volte.
Però come sempre, continuo a dirmi che quella strana sono io. Che forse è meglio.

martedì 16 luglio 2013

Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

Se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni di università è che c'è sempre qualcuno disposto a buttarti giù.
A demolire il tuo spirito di sacrificio con un soffio.
A ridurre ai minimi termini la tua voglia di fare.
A scoraggiarti con una semplice parola detta ad occhi sbarrati.
E non parlo mica dei professori. Per loro sei un numero. Per qualcuno, forse, qualcosa in più. Ma questi sono casi rari.
Io parlo dei colleghi. Di quelli che studiano come te, o quasi. Di quelli che dovrebbero sgobbare sui libri proprio come fai tu.

Ogni esame per me è prendere atto dei miei limiti, di quel non ce la farò mai che diventa un martello pneumatico che disturba il sonno.
Fino a quando non subentra la razionalità, la presa di coscienza che nulla è impossibile. Basta solo rimboccarsi le maniche. Spirito di iniziativa. Volontà. Sacrificio. Pazienza. Ché alla fine se ce la fanno gli altri, chi sono io per non farcela?
Ti tocca solo qualche rinuncia, sbattere la testa sui libri e buttarti a kamikaze. Tanto la cosa peggiore che può capitarti è una bocciatura o un brutto voto che puoi sempre rifiutare.

Di gente che ha demolito i miei entusiasmi, la mia voglia di fare, la mia tenacia, ne ho incontrata molta in questi anni. Continuo ad incontrarne tuttora. Gente che ti manda un messaggio dicendoti ma sei sicura di farcela? Il materiale è tanto da studiare.
Mi piacerebbe assecondarli un po', dirgli No, non ce la faccio. Perché potrebbe essere realmente così, potrei non farcela. Il tempo è sempre poco, le paure tante, le tentazioni molte. Ma so che sarebbe la risposta che si aspettano, quella che alleggerirebbe i loro sensi di colpa, e molto probabilmente anche i miei. Perché, non prendiamoci in giro, quando ti fai schiacciare dalle paure e dalle ansie, cerchi sempre di trascinarti qualcuno per non sentirti solo. Per rendere più leggere le tue paranoie, i tuoi sensi di colpa. Soprattutto quando sai che non stai studiando come dovresti.

E invece, vorrei dire a questa gente che sono stanca. Che sono stanca delle loro lamentele, ché a lamentarsi si perde solo tempo. 
Studiate, non ammorbate quelle come me che cercano di chiudere in tutti i modi possibili il capitolo università. Che le paure distraggono anche me dall'obiettivo. Mi buttano giù, mi fanno perdere tempo, mi fanno sentire ancora di più una stupida che non riesce nei suoi intenti. Non sono mica diversa. E' solo che ho imparato a stare in silenzio, ad accantonare le paure inutili, a non trasmettere a quelli che si trovano nella mia stessa situazione le mie ansie.
Vorrei dire che è molto facile mollare la presa, non costa nulla, ma che non voglio, perché è da perdenti. E io non voglio esserlo. E mica perché mi sento dio. No. E' solo che non voglio accumulare sconfitte adesso. Ne ho accumulate già tante e sono sicura ce ne saranno altre che dovrò fronteggiare in futuro.

La laurea ha dato sicuramente una scrollata al mio modo di fare, o meglio di studiare. Non solo. Quando fai i conti anche con l'età che avanza, che non è più quella di una studentessa, ti rendi conto che hai solo una scelta da fare: accelerare i tempi. Essere più responsabile, perché stai costruendo quello che sarai in futuro. Se oggi vanto di un libretto che mi piace (sì lo dico, la mia media mi piace), lo devo a questo. Non al fatto che io sia intelligente o brava. Anche. Ma non credo sia solo questo. Non so se la mia preparazione ad ogni esame sia stata effettivamente da trenta, forse sono stata solo fortunata con le domande. Ma di una cosa sono sicura: quel libretto è frutto della mia tenacia, della mia sicurezza, della mia pazienza, della mia testardaggine. Della voglia di farcela, di dimostrare a quella gente, la stessa che ha voluto distogliermi dai miei obiettivi, che io ce la posso fare. Che studiare non è mica semplice, ma al momento è il mio compito. Lo devo ai miei genitori che mi pagano le rette universitarie. Lo devo a me stessa, perché sto avendo la possibilità di costruirmi qualcosa. Lo devo a quelle persone che credono in me. A mio nonno che pensa che io potrò prescrivere farmaci e curarlo. Alle mie amiche che mi stanno accanto nei momenti di sconforto. E non posso buttare tutto in pasto allo scoraggiamento. Che la strada è ancora lunga e in salita, ma va bene così. Infondo, nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.


lunedì 8 luglio 2013

La prima volta all'Ikea non si scorda mai.

E mica pensavo che fosse così bello.
Che la prima impressione che ho avuto è stata quella di sentirmi come Sole del film 500 Giorni Insieme. Peccato che al mio fianco non c'era un figaccione come Joseph Gordon Levitt. 
Però fa niente. Fantasticare è bello. Come inventarsi un'ipotetica casa.

Allora voglio il soggiorno in legno, non troppo scuro, con le pareti rosse o magari verde petrolio. Con una mega libreria, dove metterci libri e cd, il divano in pelle e i cuscini morbidi.
E poi una cucina, quella con il piano cottura al centro, con gli sgabelli all'americana.
E una camera da letto con un letto non troppo basso, le pareti chiare e la cabina armadio.
E poi un corridoio con tanti specchi e il parquet.
E poi una stanza-studio con l'ennesima libreria, una scrivania grande e la sedia con le ruote.
E il bagno grande, dove metterci tutto: la lavatrice, uno scaffale con 100mila prodotti per il corpo, la doccia con le tendine colorate e mille cassetti sotto il lavandino.
Insomma io avrei comprato tutto. Persino le grucce da mettere nell'armadio.
Ma niente. Ho dovuto rinunciare anche al cibo svedese (maledetta dieta).
Ho fantasticato pensando alla mia futura casa. A quando (e se) avrò la fortuna di arredarla.
Di sicuro, quel giorno, mi perderò nuovamente tra i corridoi dell'Ikea, senza uscirne a mani vuote.


venerdì 5 luglio 2013

Le mie parole

Rileggo email vecchie. Ce ne sono diverse nella mia casella di posta elettronica. 
E' quasi intasata di vecchi ricordi, messi lì, in una sequenza di bit lasciata fuori dal mondo vero, quello fatto di occhi, di cose da toccare, annusare, scrutare, gustare. Rimangono lì, quasi fossero un prolungamento di uno di quegli angoli dispersi del nostro cervello. Gli stessi messi in luce dagli psicoterapeuti più bravi, quelli che con la storia dell'infanzia ti fregano sempre. 
Ci sono auguri di compleanno, di Buon Natale, lettere d'amore, scambi di video su youtube, spazi bianchi con semplici allegati di foto. 
Poi ne becco una. Poche righe, di quelle scritte di getto. Brevi. Concise. Sincere. 
Era il 19 luglio del 2007. Ricordo ancora benissimo lo stato d'animo con il quale ti ho scritto quella mail.
A quelle parole ci credevo davvero. Sapevo che non ti avrei rivisto, ma la sensazione di correrti incontro e dirti quello che ti avevo scritto la ricordo benissimo.
Che poi mica ci vuole chissà che per augurarsi buona vita. Basta solo un po' di coraggio. Quello necessario per guardarsi in faccia e lasciare andare via le lacrime. Quello tosto che mette a rigore qualsiasi paura. Io ne avevo le tasche piene. Ma non osavo metterci le mani. Perché sapevo che poi non ne avrei avuto il coraggio.
Sarei corsa da te, subito. Con un aereo oppure su uno di quei pullman dove le vecchiette cercano sempre di tirarti in mezzo ai loro discorsi.
E mica per dirti chissà che. Ti avrei ripetuto tutte le parole scritte in quella mail. Le avrei strappate dal cuore e messe direttamente nelle tue mani. Così, senza troppe congetture, senza troppe preoccupazioni. Senza troppe misurazioni cardiache. Si sa che strapparsi fa un po' male. Ma se lo strappo è infondo un dono, qualcosa di te che finisce nelle mani di un altro, il dolore è più sopportabile.
E invece sono rimasta lì, davanti al mio pc, davanti a quella sterile schermata. Con le mie parole, con quel coraggio che non ho trovato.
E oggi quelle parole sono ritornate alla luce, più forti che mai. Pronte a colpire, forti, dirette, pungenti.
Le mie parole, quelle che ti ho scritto.
Quelle a cui avrei voluto una risposta.
Quelle che ho voluto lasciarti come uno dei migliori auguri che potessi mai fare.
Quelle che non ho mai saputo dimenticare.
Quelle più vere che il mio cuore è stato in grado di pensare.
Quelle che ora è meglio cancellare.

giovedì 4 luglio 2013

Se il tuo intento non è provarci, stammi alla larga.


A MichiVolo piace Uno. Uno è un bel ragazzo, acqua&sapone, ormonalmente eccitante q.b., col bicipite scolpito al punto giusto e i neuroni funzionanti nel cervello. Insomma il ragazzo che piacerebbe a tutte le mamme. E anche a tutte (o quasi) le brave ragazze. 
Uno e MichiVolo si conoscono da un bel po' di mesi, escono nello stesso gruppo, si ignorano per quasi i 2/3 del tempo fino a quando un giorno non sboccia....l'amicizia. E ora non chiedetemi quando o cosa è successo di preciso. 
So solo che Uno mi propone di andare al cinema.
E ok, al cinema non saremmo stati soli.
Poi arriva un complimento. Inaspettato. Hai dei begli occhi. Oh, ma grazie!
E poi un'altro. E poi un'altro ancora. Che se una fosse un po' sprovveduta penserebbe subito che Uno ci sta provando. E potrebbe anche essere così, ma. Boh. Segnali indecifrabili.
Nel frattempo MichiVolo e Uno continuano ad uscire con lo stesso gruppo di amici, vanno insieme al mare, si fanno lunghe passeggiate sul lungomare, parlano, scoprono di avere gusti in comune, di sognare più o meno le stesse cose. Uno si informa se MichiVolo esca o meno nel fine settimana, le offre il gelato, poi un caffè, azzarda persino una gita fuori porta (ovviamente con amici al seguito, non sia mai rimanga troppo tempo da solo con la sottoscritta), degli abbracci decisamente imbarazzanti e qualche carezza sul viso.
MichiVolo è lusingata. Ma qualcosa non le torna. 
Uno è davvero carino con lei, se MichiVolo dice o fa qualcosa che gli piace palesa subito un apprezzamento.
Ma....c'è un ma.
MichiVolo non si fida. I modi di fare di Uno sono tanto carini quanto...banali? comuni? Boh. 
Non mi fido. E poi ogni tanto becco Uno vuozzappare con una
Ok, anch'io vuozzappo però....mica poi vado sulla pagina fb di una e mi incanto a vedere una sua foto!
[Ebbene sì, sabato sera, uscita a 4 - due coppie- dopo un sacco di carinerie ricevute, becco Uno che si incanta a vedere la foto di una su FB...ecco da quel momento credo che mi sia uscito il fumo dalle orecchie].
Quindi Uno, io non mi fido di te. Ho ancora bisogno di un po' di tempo per inquadrarti meglio.
Però sia chiara una cosa: se il tuo intento non è provarci, stammi alla larga.

mercoledì 3 luglio 2013

Il giorno dopo.

Il giorno dopo un esame è come trovarsi in un limbo.
Metti in cantiere così tante cose, che non sai da dove cominciare quando riprendi a "vivere".
Smaltire l'euforia di avercela fatta (sì, l'esame l'ho passato e ho preso 30. 30 a BIOINFORMATICA. B I O I N F O R M A T I C A, capito?!), cercare di mettere ordine alla scrivania rimasta in disordine per troppi giorni, riprendere i contatti con il mondo: i caffè in sospeso, le uscite con gli amici, le corse sul lungomare, la pausa pranzo al sole.
Eppure sono una che cerca sempre di fare tutto, di non negarsi nulla.
Ma i giorni che precedono un esame sono sempre terribili.
Comunque ce l'ho fatta. E questo è quello che conta.

E mi piacerebbe dirlo anche a chi si segrega in casa per preparare un esame.
Ragazzi non serve. Ma davvero.
Sabato sera sono uscita facendo le 2 e domenica mi sono concessa anche l'happy hour in spiaggia.
E non ve lo dico perché voglio un brava da parte vostra. Non me ne frega nulla, e non ho niente da dimostrare.
Il cervello ha bisogno di respirare, altrimenti i neuroni vanno a saturazione di informazioni che comunque non ricorderete se vi prende l'ansia.

Brutta bestia, quella.
Per fortuna sto imparando a gestirla. E credo che questo giochi a mio favore. Se tutti gli esami che ho fatto fino ad ora sono andati bene è perché mi sono dimostrata abbastanza sicura. E mica perché lo fossi davvero su quello che avevo studiato (voi non potete immaginare con quanti dubbi io mi presenti all'esame).
Può sempre capitare quella domanda che ti può stroncare.
Però mi impongo di essere più forte.
Ma vabbé. Lasciamo perdere questa psicologia spicciola.

La mia vita ultimamente è un cantiere. Di solito, uno in estate dovrebbe andare in vacanza, e invece la mia testa e il mio corpo si riattiva più che mai.
Sto decidendo dove fare il periodo di internato per la tesi. Ho già scelto il campo e molto probabilmente dovrò fare le valigie. Me lo auguro, sinceramente.
L'ameno paesello è diventato troppo piccolo. E non parlo solo di confini geografici. Quelli non mi interessano. La gente qui non cresce mai, e lo so che adesso mi direte che ovunque è così. Si, si. Lo so. Ma a 27 anni l'esigenza di allargare gli orizzonti, di cominciare a pensare un po' a te, a mettere quei famosi mattoncini per il futuro, di nutrirsi e confrontarsi con storie diverse dalla tua, di sperimentare nuovi modi di vedere e di vivere, si fa sempre più forte.
C'è ancora troppa gente che vive in funzione di quale locale andare di sera e cosa indossare.
Che noia.
E ci sono anche io nel mucchio, mica lo nego. Perché anch'io mi perdo in questi futili dubbi.
Però basta, si cresce. Si ha voglia di respirare, di desiderare.
E io desidero molto per la mia vita.


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