martedì 25 febbraio 2014

Luigi.

Vi ricordate la storia del Signor Luigi?
Sì? Che gioia!
No? Tranquilli, non mi offendo. Potete sempre dare una ripassatina qui.

Perché ritorno a parlare di lui? Ve lo spiego subito.

Prima però un piccolo preambolo.
Ieri sono andata a Bari, non è stata una giornata facile, soprattutto per la mia autostima vacillante. 
Per farvela breve, per la prima volta nella mia carriera universitaria magistrale non ho passato un esame. Anzi no, specifichiamo, per rendere la cosa ancora più chiara. Non ho passato un' IDONEITA', di economia per giunta. L' IDONEITA' è un esame senza voto, serve solo per racimolare crediti. 
Ecco, la sottoscritta, minchiona e superficiale non è stata in grado di superare un'idoneità di economia. 
Ho fatto esami difficilissimi, che solo nominarli ci vuole una laurea, e non ho passato economia. Ma va beh. Ho capito che io ad un esame in cui non sono preparatissima non devo presentarmi.
Per fortuna ho uno spirito piuttosto zen ultimamente che mi permette di non sprofondare nella depressione più totale, ma di prendere il tutto con la più totale leggerezza, ché i problemi della vita sono altro rispetto ad un'idoneità di merda che non intacca di certo la mia bravura. (Ma quanto me la credo? Assai. Scusate ma è solo allenamento per la stessa autostima di cui sopra).
Comunque, dato l'episodio, potete immaginare il mio umore dove era finito.

Arrivo in stazione con un muso che strisciava per terra, mi siedo su dei gradini di fronte ad un sole che per fortuna lenisce un po' la semi-disperazione.
Mi consolo con il mio ritrovato amore Tommaso, dei Perturbazione, e sbircio il telefono.
Dopo neanche 5 minuti, alzo lo sguardo e noto un uomo con una camicia a fiori molto carina e una sciarpa altrettanto particolare. Lo guardo in faccia e lo riconosco subito.
Io questo signore lo conosco benissimo. Adesso vado a salutarlo.
Michi, ma che cacchio fai. Sei in cerca di una figura di merda? Eccolo lì, il mio grillo parlante, che blocca subito la mia iniziativa.
Beh, in effetti potrei sbagliarmi, mi dico.
Noto che anche lui mi fissa, ma rimane fermo al suo posto.
Gli sorrido, ma niente. Continua a guardarmi.
Non so come, ma ci veniamo incontro come se fossimo amici da una vita.
Lui mi bacia persino sulle guance.
Salve sig. Luigi, giusto?

Insomma, per farvela breve, saltando tutti i convenevoli, lui si ricordava benissimo di me. Di dove ero e cosa facevo. Forse gli sarà sfuggito il mio nome, ma pazienza.
Cominciamo a parlare. Io per la verità, dopo avergli raccontato della mia esperienza a Verona, rimango zitta, ammaliata dai suoi discorsi e dalle sue parole.
Passiamo 45 minuti a scambiarci opinioni su tutto: il mondo, i social network, le relazioni interpersonali, mi racconta dei suoi viaggi, delle sue passioni.
Rimango a bocca aperta, catturata dai suoi occhi e dalle sue mani che gesticolano con delicatezza.
Lo gnomo del mio cervello, nel frattempo, ricama poesie e belle impressioni su di lui. Sono letteralmente estasiata, contenta di aver conosciuto una persona come lui, di averci passato pochi minuti insieme.
Il mio treno arriva a destinazione e io purtroppo devo scendere.
Ho il cuore più pesante, adesso, colmo di bellezza e gioia. Di entusiasmo e poesia. 
Chissenefrega di un'idoneità andata male, ora ho una nuova storia da raccontare e ricordare: quella di Luigi.



venerdì 21 febbraio 2014

Per me hanno vinto loro #Sanremo2014

Tommaso, le hai nominate tutte. Ma so che L'Unica, in realtà, sono io.

Ve l'ho mai detto che ho un amore spassionato per Tommaso Cerasuolo?
Mi sa di no. Beh, ora lo sapete. Sono anni che ho un amore platonico con lui (peccato che lui non l'abbia mai saputo).

In ogni caso, vorrei solo dirvi due cose:

A. I Perturbazione esistevano anche prima di Sanremo - così giusto per dirvelo, ché non fate i fighi o quelli sorpresi con "oh, ma quanto è bella questa canzone"...e altre amenità.

B. Non sto seguendo Sanremo perché sono senza tv, ma per me hanno vinto già loro.


giovedì 13 febbraio 2014

Lascia stare.

Da giorni ho in testa un’idea (malsana).
La mia testa dice di lasciar stare, la mia pancia no.
Il cuore non lo considero più, anche perché è andato in frantumi diverse volte e ormai qualche pezzo l’ho pure perso. Che poi si sa, quando raccatti i pezzi da terra e cerchi di metterli insieme, capita sempre che qualcuno vada perso o magari finisce in un punto in cui proprio non ci arrivi. Con il mio cuore è andata più o meno così.
Mi sto prendendo un ennesimo NO, ma ho voglia di fare un invito, di stare meno sola, di lasciare, per una volta, che non siano le mie braccia a scaldarmi quel cuore in frantumi.
Con testadic le cose si sono chiuse più o meno in maniera pacifica, nonostante i fantasmi di questa ennesima non-storia mi abbiano infastidito per un bel po’ di giorni.
Ora ho un’idea: vorrei che prendesse la macchina e venisse da me. Infondo non siamo così lontani, almeno fisicamente.
La testa dice lascia stare, la pancia no. Il cuore non risponde.


martedì 11 febbraio 2014

E non è avere 20 anni, e non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più.

Domani è il mio compleanno. E oggi è un mese che sono qua, in città meraviglia.
Sì, lo so che non ve ne frega niente, risparmierei anche di scriverlo, ma gli incipit dei post sono sempre una tragedia, magari sai di cosa scrivere, ma non sai da dove cominciare. Eppure la risposta è semplice: basterebbe cominciare dall'inizio. Quanto sono banale da 1 a 10? Cento. Rispondo io per voi.
Comunque, dicevo che domani è il mio compleanno. Lo riscrivo, così almeno mi assicuro i vostri auguri, visto che starò lontana da casa e non potrò godere degli abbracci delle persone a me care. 

Non solo, oggi guardando l'agenda mi sono accorta anche che è un mese che sono qua. Non ci credo neanche io, ma il tempo è volato così in fretta che mi sono ritrovata a dire ad alta voce in laboratorio minchia, è un mese che sono qua! Eh, già, ormai qui hanno capito come sono fatta e vi assicuro che ogni tanto vorrei essere risucchiata dalle sabbie mobili per la vergogna. Però io sono così, verace, schietta, lunatica, distratta e atipica (eh già, dicono che io sono una pugliese atipica!).

Un mese è troppo poco per raccontarvi di questa città meravigliosa, che ha degli angoli nascosti davvero deliziosi, nonostante un cielo che è costantemente grigio e denso di nuvole cariche di pioggia. 
Ma ci sono cose della vita qui a Verona alle quali piano piano mi sto abituando:
-ai negozi che alle 20 chiudono (se sei fortunata! Alcuni chiudono anche alle 19) 
-agli autisti che mi guardano male quando salgo sull'autobus, sorrido e dico buongiorno e a quelli che invece mi guardano bene e ne approfittano per scambiare due chiacchiere (per la cronaca domenica sera sono stata invitata a cena da uno di loro, del Sud ovviamente!)
-allo Spritz, che qua è con poco ghiaccio e molto alcol, a differenza di giù dove, le poche volte in cui l'ho bevuto, era acqua lavata;
-a tutto che è tremendamente troppo caro rispetto all'ameno paesello;
-ad una casa tutta mia, al bucato, alle cene che preparo per me, all'organizzazione delle spese e delle cose da fare, alle sere passate in solitaria, alle passeggiate in città nel weekend per scoprire negozi e luoghi sconosciuti;
- all'accoglienza inaspettata che ho trovato in laboratorio;
- ai topi, con i quali pensavo di avere un rapporto migliore...e invece no;
- alle corse al parco, anziché al mare.

E poi ci sono quelle cose che Verona non potrà mai darmi, con le quali mi alleno ogni giorno per sentirne sempre meno la mancanza, anche se so che ci sarà sempre un gap che non potrà mai colmarsi. 
Parlo delle piccole cose che coloravano la mia vita giù nell'ameno paesello: dagli amici alle sfuriate con mia sorella, dalle chiacchierate-litigate con mia madre a quelle con Emme, dalle passeggiate al mare ai caffè nel pre-serata, dalle mattine senza far nulla alle domeniche noiose al centro commerciale. 
Cose così, normali, che potrebbero succedere anche qui, ma che in realtà sono speciali perché cariche di significato emotivo, che solo i luoghi in cui le hai fatte tue hanno reso tali.

Nonostante questo...posso dire che quello che sto vivendo è tutto meravigliosamente bello, perché dentro e fuori di me è un continuo panta rei che mi mette costantemente alla prova. E non è semplice, ci sono lacrime, sorrisi, incazzature, sconforti, euforia, sbruffi, un mix di sentimenti altalenanti che mi stanno mettendo in gioco.
E sapete perché tutto questo è meravigliosamente bello? Perché sento di non stare ferma, sento che tutto si muove, che io cambio, che fuori il mondo cambia, anche se magari non cambia proprio un cazzo (ma almeno mi illudo che sia così).
E poi domani cambierò un numerino nei miei anni, mi sento già vecchia, però fioriscono consapevolezze nuove e belle, oltre alle mille seghe mentali che, anziché diminuire con l'avanzare dell'età, aumentano...e non è avere 20 anni, e non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più.

PS. Per questo post nessuna polvere magica è stata sniffata, solo euforia post sbronza con tutor e colleghi. Inoltre si avvisano i gentilissimi lettori che stasera c'ho un attacco di ottimismo incontrollato, quindi custodite quello che ho scritto, potrebbe servirvi/ci quando l'ottimismo sarà andato a farsi fottere.




venerdì 7 febbraio 2014

Cosa avrei fatto se...

La vita del ricercatore non è semplice: o hai passione o... lascia perdere. Non solo, devi avere tanta curiosità, tanta pazienza, spirito di sacrificio, spirito di adattamento, vocazione e tanto altro. 
Ora non ditemi che anche per gli altri lavori è così, perché sono sicura che se i vostri ritmi fossero scanditi in funzione di esperimenti (che non sempre escono), ritirereste subito la frase incriminata. 
Fare il ricercatore è un po' come fare il medico: devi prenderti cura delle tue cellule o della tua idea così come il medico si prende cura dei suoi pazienti; devi somministrare il farmaco giusto per evitare che tutto vada a puttane. Insomma, devi essere meticoloso, preciso, attento, perché basta un piccolo errore e vanno via soldi, tempo, possibilità di concretizzare qualcosa.

Magari se tra qualche anno qualcosa si realizzerà anche nella mia vita, vi saprò dire meglio.
Per ora osservo, imparo e cerco di capire se questa può essere la mia strada. Ma vi assicuro che da quando ho messo piede in laboratorio, non ho avuto un attimo di tregua. 
A dir la verità, sono anche capitata in un periodo infelice...il team in cui lavoro sta per far uscire un nuovo lavoro e, alla scadenza del termine di consegna dei risultati per la pubblicazione del paper, potete immaginare come tutti siano un po' delle schegge impazzite. 
Esperimenti che non escono, cellule che non si attivano, topi che mancano, reagenti che non arrivano...insomma, l'aria che si respira non è proprio bellissima,è densa di stress...un po' come in una camera a gas, basterebbe accendere un fiammifero e salterebbe tutto in aria. 
Nonostante questo, ho trovato molta accoglienza e in tre settimane ho imparato un sacco di cose.

Sarà stata proprio la tensione o lo stress di questo periodo a offrirci lo spunto di riflessione per la pausa caffè davanti alla macchinetta stamattina.
L'autore del paper ha esordito dicendo che se avesse saputo cosa gli sarebbe aspettato, non avrebbe intrapreso questa strada, avrebbe continuato a fare il cameriere, come faceva durante gli studi, probabilmente, adesso si sarebbe potuto comprare una casa. 
Non potevo non rimanere in silenzio, anzi, ho dovuto un po' controbattere come mio solito. 
Massimo rispetto per chi fa il cameriere, ma forse non è il lavoro più divertente di questo mondo. 
Certo, neanche fare il ricercatore è divertente, ma almeno è stimolante
Quando facevo la cameriera l'unica cosa di stimolante che io ricordi erano le birre che bevevo gratis dietro il bancone e i soldi che intascavo a fine serata (non molti per la verità). Per il resto mi facevo venire la febbre ogni volta che arrivavano le 18 del sabato pomeriggio.

Lì per lì non ho detto molto, mi sono solo limitata a dire che qualsiasi lavoro uno fa, deve farlo perché gli piace e non per altro. Poi ho rimandato i miei colleghi alla lettura di questo articolo, che forse non c'entrava molto, ma mi sembrava un ottimo spunto per non considerare i nostri percorsi sbagliati. E nel mentre, ho cominciato a pensare a cosa avrei fatto io se non avessi studiato Biotecnologie.

Oggi, con tutto quello che so, che ho provato, che ho visto, dico che...
A) Avrei fatto la curatrice di mostre di arte contemporanea (per intenderci quella che non capisce nessuno - e che non capisco neanche io- ma che mi piace un sacco perché mi incuriosisce);

B) Avrei studiato ingegneria o architettura se fossi stata più portata per la matematica e per l'urbanistica e la progettazione;

C) Avrei aperto una libreria (beh questo potrebbe essere un sogno che per ora lascio nel cassetto e mi riservo di tirarlo fuori quando voglio - gli altri due, invece, sono in cassetti chiusi a chiave e la chiave è stata ovviamente buttata).

E voi cosa avreste scelto come alternativa a quello che fate?




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