sabato 30 maggio 2015

Buona la prima.

Ieri ho de-buttato a teatro. Diciamo che alle elementari recitavo meglio, ma ieri mi sono presa in ogni caso i complimenti. Chissà se sinceri. 
Però io e i miei compagni siamo stati bravi, perché non abbiamo sbagliato niente, anzi siamo stati così bravi che abbiamo anche improvvisato. 
Anyway.
Ieri ho chiuso questo capitolo. 
A teatro credo non ci tornerò più. Ho capito che non fa per me. Ho capito che il corpo non è il modo attraverso cui far fluire le mie emozioni. 
Del resto, chi fa teatro deve essere così bravo a saper vivere le proprie emozioni da poter vivere quelle di un altro. E io non ne sono stata capace.

E' stato un percorso di liberazione, di scoperta, di confronto. Un' esperienza diretta con i miei limiti. Dolorosa, difficile ma allo stesso tempo bella, perché il teatro ti permette di venire a contatto con parti di te che non pensavi di essere
Togli una maschera e ne trovi un'altra sotto. Scopri anche quella e ne trovi un'altra o ne metti tu una per coprire quella che c'è. Un gioco di mille sé che scorrono senza interruzioni. Devi solo capire quale ti sta meglio addosso.

Ieri quando sono andata a letto, ho pensato che non ho nessuna foto di me sul palco. 
Un po' mi dispiace, ma allo stesso tempo ho pensato che, anche senza una fotografia, quel momento è stato così forte che lo ricorderò lo stesso. 

Il teatro è come un taglio all'altezza del petto che apre in profondità fino a far uscire le grinze dell'anima. Fa un pochino male, ma poi prende le tue grinze e le distende fino a farti vedere la parte vera di te.
Provateci, almeno una volta nella vita.

giovedì 28 maggio 2015

Un pensiero ridicolo.

Avete mai pensato di morire? 

Io sì, in questi giorni ci ho pensato, ci penso ancora e ci scherzo su. 
Sono serena, se muoio nelle prossime ore o nei prossimi mesi ho fatto più o meno tutto quello che volevo. 
Non potrei dire il contrario, anzi vorrei dirlo tanto, vorrei dire che tante cose che avrei voluto fare non le ho ancora fatte e probabilmente non le farò mai. Anyway. 

Lunedì mi sono svegliata come se fossi appena scesa da una giostra. Non una qualsiasi, una di quelle che riproducono l'effetto di una lavatrice. Non ricordo bene se ero io a girare o se vedevo le cose girare, in ogni caso non mi reggevo in piedi.
Sono finita in pronto soccorso perché avevo la pressione a 180. 
Ma arrivata lì, è rientrata nella norma. 
Poi nuovamente alta per tutto il giorno successivo. 
Ho fatto degli accertamenti, aspetto il responso.
[Incrociamo le dita]

Ho pensato alla morte, sì a quella cosa che va beh sono giovane, non mi riguarda. 
Ho pensato che tra dieci anni o forse anche meno potrei morire per un infarto o che i miei organi saranno così compromessi che farò una vita di merda. Che pensieri positivi eh. 
E allora ho pensato che devo tenermi stretta questa vita, che ci sono cose che non mi piacciono, cose che vorrei cambiare, cose che vorrei e basta, ma che in ogni caso va bene così, perché tutto sommato la mia vita mi piace. 

Mi piace perché è dinamica, fluttuante, piena, sorridente, strabordante, disordinata. 
E va beh, sto esagerando. Ma è così. Ché a lamentarci siamo bravi tutti, me compresa.
Ché le paure ce le porteremo anche nella tomba, e allora metterle lì direttamente già da adesso.

Potrei morire, ora, domani, tra 10 anni o forse mai. 
Ma in questo momento, con la mia salute un po' precaria, mi sento così viva che anche la morte mi sembra un pensiero ridicolo.

martedì 26 maggio 2015

GNUT.

Ogni tanto Spotify mi regala qualche canzone così bella che mi si appiccica addosso per un po’ di giorni e non va più via. Anzi, diventa quasi una colonna sonora della mia banale vita, facendomi vivere in una sorta di cortometraggio in loop.
Questa volta è capitato con la canzone di GNUT, artista che non conoscevo, ma che adesso adoro fino al midollo. E’ come se avesse dato musica alle parole che ogni tanto scrivo qui. Si chiama Fiume Lento e dovete ascoltarla.
La sua voce, un po’ graffiante, mi ha fatto innamorare al primo ascolto.
Inutile scrivere che ho pensato a quell’odore sulle mie dita e a tutti quegli odori annidati nelle narici che non ho cancellato.

Fuori piove, rubo tempo al lavoro scrivendo.
Ogni tanto mi affaccio alla finestra controllando se passa ragazzotreno. Non passerà, né oggi e né forse nei prossimi giorni.
Era una bella distrazione di cui ho dovuto privarmi senza troppi sforzi.
Forse sulle mie dita ci deve essere anche il suo odore, perché nei miei occhi rivedo la forma delle sue mani, il colore dei polpastrelli, il polso largo.
E allora penso che deve essere rimasto qualcosa anche sulle mani. Le annuso ma riconosco solo l’odore dei guanti in lattice che ho tolto qualche minuto fa. Forse il suo odore si è mescolato al marcio di questo laboratorio, allo scarto chimico di un guanto usa e getta. Come i suoi baci, come il suo sorriso, come le sue mani. Usate e gettate.


domenica 24 maggio 2015

Scrivere ad cazzum.

Ho comprato un vestito bianco e nero lungo bellissimo. 
Non dovevo, mi sento un po' in colpa perché negli ultimi mesi ho comprato così tanta roba che non so più dove metterla. Ma il vestito è bello, è stata la commessa a propormelo e potrei anche sfruttarlo per un matrimonio, qualora fossi invitata. 

Peccato che la commessa mi abbia guardato male quando ho fatto questo pensiero ad alta voce. 
La sposa ti ucciderebbe. 
Quanto trovo patetiche queste osservazioni. E quanto sono patetiche quelle spose che pensano alla forma e non alla sostanza. Ma va beh, questo è un altro discorso che è meglio lasciar perdere.

Il vestito è bello, non ci dovrebbe essere nel mio armadio, ma ormai c'è e gli altri vestiti se ne faranno una ragione. Anche il mio conto si farà una ragione quando capirà che sono affetta da shopping compulsivo.

Negli ultimi tre mesi ho davvero comprato il mondo e credo che dovrei darmi una calmata se non vorrò finire a fare la barbona alla stazione di Foggia.

In ogni caso non era del mio vestito che volevo parlarvi. Né di questa malattia che ho da sempre ma che adesso sta dando il meglio di sé.
Non so neanche più di cosa volevo parlarvi, ho cominciato a scrivere così. 
Forse avrei dovuto scrivervi del risveglio acneico sul mio viso, segno di una gioventù che, ahimé, non tornerà più se non in queste subdole forme.
O della sociopatia che mi è presa durante questo weekend.
O ancora della nostalgia di certe cose non vissute.
Ma è tardi e io ho sonno, come sempre.

giovedì 21 maggio 2015

Chissà come mai dimentichiamo in fretta gli occhi di chi abbiamo amato anche solo per una notte.

Sono ubriaca di pensieri oggi. Mi si è attaccato addosso uno spesso strato di parole ascoltate, dette, non dette, sospirate, nascoste. Difficile starci sotto.

Chissà come mai dimentichiamo in fretta gli occhi di chi abbiamo amato anche solo per una notte.
Eppure quegli occhi li ho visti diverse volte. Forse troppo poco per fissarli bene.

Ci si sente nudi e inerti davanti alla vita che ci cambia senza che lo vogliamo veramente e così finiamo a scambiarci pezzi di noi che poi, infondo, non valgono forse niente.
Vorremmo essere qualcosa per chi sappiamo di aver perso o per chi ci ha perso, diventiamo goffi nel tentativo di lasciare un'impronta nell'esistenza di chi ci ha camminato accanto, anche solo per un istante. Eppure ripetiamo sempre lo stesso copione, gli stessi gesti che ci donano l'illusione di essere unici per chi incrocia le nostre vite. Ma è impossibile in questo mondo avere e godere il dono dell'unicità, siamo 7 miliardi. Uomini e donne sparsi nel mondo che condividono il nostro stesso destino.

Sviluppiamo gli anticorpi dell'oblio per continuare a fare le stesse cose di sempre, regalandoci l'illusione di sentirci diversi. 
E diverso finisci per sentirti realmente, chissà se perché hai dimenticato o perché hai vissuto quello che poi hai dimenticato. 
A volte ho come l'impressione che il mio sistema immunitario non sia così forte da cercare le difese giuste, come se preferisce aggredirsi piuttosto che essere aggredito. Una malattia autoimmune che rovescia l'ordine delle cose, abbassa alcune barriere e ne alza altre.
Fondamentalmente io non riesco a dimenticare, non riesco a far finta di niente. Devo elaborare difese tutte mie, regalarmi un margine di sopravvivenza che riesca a contenere tutto quello che ho vissuto, persino quello che i miei anticorpi fagociterebbero al primo incontro. Ma puntualmente incontro chi ha un sistema immunitario più furbo del mio e finisce per fagocitare me. 


giovedì 14 maggio 2015

Momento amarcord.

Quando ero giovane e bella (e aggiungo magra che male non fa) impazzivo per gli Afterhours (anche ora a dir la verità, ma un po' meno rispetto alla cotta ormonale di anni e anni fa). 
Li scoprii per caso, grazie ad un cd che mio zio trovò in un giornale di musica e che, senza pensarci, scartò. 

Ascoltai La sinfonia dei topi, dissi oh che bella e mi appassionai a questo gruppo che nessuno ascoltava alla mia età. Era il 2001 e io avevo 15 anni. 
Gli Afterhours li conoscevo solo io e qualche sfigato come me.

Poi arrivò il mio ex storico che li amava alla follia, mi dedicò Bianca e consacrai il mio amore a loro.
Da perfetta devota, andavo ai loro concerti e pogavo come una matta. 

Non solo. In tutti i periodi della mia vita, anche quelli più insignificanti, le loro canzoni mi hanno sempre dato delle risposte.
Come oggi, giornata apparentemente insignificante, che ho pensato a tutte le mie sovrastrutture. 
A tutti i miei credo messi alla ribalta dalle mie emozioni.
Mi sono venuti in mente loro con una frase che credo dovrei tatuarmi.
Pensi di avere un credo, poi lo adatti a quello che sei.

Sto adattando il mio credo a quello che sono. Senza vergognarmene. Senza stare lì a rimproverarmi se qualcosa va storto o è sbagliato.
Sono io, sono questa. E credo che devo imparare a volermi solo un po' più bene.




mercoledì 13 maggio 2015

Distorta.

Ho distorto la mia immagine. 
L'ho distorta tramite i tuoi occhi. 
Sono diventata quella donna che ti scrive ogni giorno. 
Che vorrebbe morire tra le tue labbra ancor prima che tra le tue gambe. 

Desiderata, sì vorrei sentirmi così. Vorrei sentirmi così nonostante tutte le mie paure.
Ma non mi desiderare. Perché io non sono quello che tu vedi. Non lo sono affatto. E non lo sono nemmeno con la mia maschera migliore.

Perdo il controllo e non esisto più. 
Non esisto nel vortice dei pensieri che ci scambiamo senza neanche dircelo. 
Non esisto e mi sento felice. 
Perché non sono io. 
Perché mi perdo senza chiedermi dove sono. 
Mi perdo e basta. 
Poi me ne pento qualche secondo e da strafottente quale sono dimentico in fretta. Dimentico in fretta la ragione che mi tiene distante da te.

E mi avvicino. 
Abbatto le barriere della razionalità e mi affido a te. Al tuo self control che non c'è.

Mi piace questo gioco. Vorrei non farne a meno. 
Vorrei che fosse il pezzettino di cioccolato fondente che mi rende dolce il palato. 
Vorrei che fosse quel bicchiere alcolico che allenta la mia inibizione. 
Vorrei che fosse quell'anelito di vita che mi smuove le cellule dell'intestino quando ho bisogno di distrarmi.

Ma sappi che sono distorta. Sappi che non sono io. 
Neanche attraverso quei tuoi occhi, che non sono tuoi.
Non siamo noi.
Siamo i nostri desideri nascosti. I nostri lati oscuri.
I nostri inconsci consci.
Siamo quello che vogliamo e che cancelliamo.
Con un click. Con un ciao.
Con un lavaggio nella scatola cranica delle nostre esistenze inesistenti.

martedì 12 maggio 2015

Nel frattempo.

Dicono che i viaggi portano con sé tante risposte. 
Sono tornata da Londra (per fortuna nessun aereo è caduto) ma senza risposte. Anzi, oggi ho accumulato così tante domande che mi fa male il cuore. 

Ho rivisto ragazzotreno e ho abbandonato tutta la razionalità che avevo deciso di tenermi stretta quando l'avrei rivisto (e sì perché non si scappa, almeno per ora). 
E invece niente. E invece mi sono fatta piccola piccola nei suoi abbracci. Io, che agli abbracci sono allergica. Mi sono presa un po' di vita, nell'illusione di emozioni facili. 
E mentre lo guardavo, mentre ci scambiavo le mie mucose poco sterili mi chiedevo cosa stessi facendo, io, che di uno così non so cosa farmene. Ma volevo illudermi per una quarantina di minuti che vivere con i neuroni spenti e lo stomaco acceso fosse cosa buona e giusta. Che fosse addirittura bello. E invece no. 

Che vita di merda che facciamo. Noi e le nostre maschere. La dottoressa precisina, la ragazza strafottente, la laureata snob, la quasi trentenne ansiosa. 
E' che a volte non riesco a contenermi, non riesco a tenere sotto controllo tutto quello che sono e cedo. E mi abbandono a quello che non sono. O a quello che credo di non essere. 

Non pensavo che capirsi, e soprattutto essere se stessi, fosse così difficile. Pensavo che bastasse un po' di consapevolezza, una manciata di silenzi, tempo a sufficienza e poi la vita avrebbe fatto il resto. Mi avrebbe dato lei le risposte. Magari.
Io sono ancora qui che le cerco. E nel frattempo scrivo. 


mercoledì 6 maggio 2015

Prima di partire per un lungo viaggio.

Nessun lungo viaggio mi attende, ma una valigia è pronta sul mio letto per essere riempita. 
Questo weekend volerò per la seconda volta a Londra. Ho un sacco di paure perché parto sola e dovrò arrivare sola, in piena notte, a casa della mia amica che mi ospiterà. Ma sì, cosa sarà mai, direte voi. Eh no, perché io l'inglese lo so alla ad cazzum e in più ho una paura fottuta di non riuscire a trovare un taxi che mi porterà a destinazione. 

Va beh, se mi dovesse succedere qualcosa, se non tornerò più qui a scrivervi, sappiate che 
1) pur non conoscendovi tutti, vi ho voluto bene; 
2) sono a favore della donazione degli organi, ditelo ai miei, e se nel caso non si possano donare, che li donassero alla scienza;
3) pur essendo un mostro con le sembianze da femmina, ho un cuore pure io. 

Però, siccome noi siamo ottimisti, l'aereo non cadrà, io riuscirò a prendere il taxi, arriverò sana e salva a casa della mia amica e vi racconterò di questo weekend lungo in quel di Londra.

Detto questo, spero arrivi presto venerdì. Sono irrequieta più che mai. Il motivo apparente è il toyboy, ovvero ragazzotreno, ma la verità è che la mia vita è un casino e che sono un'anima che non troverà mai pace. 
Sono giorni che cambio umore nel giro di nanosecondi: sono felice, poi triste, poi depressa, poi ottimista, poi peace&love, poi nuovamente depressa, poi positiva, poi spacco il mondo, poi arrabbiata, nuovamente depressa, depressa, depressa, e ancora ormonale, lunatica, paranoica, logorroica.
E tenere a bada tutto questo scorrere interiore è difficile; a lavoro la mia collega ogni mezzora mi chiede "Michi che c'è? Ti vedo irrequieta." Eh grazie, mettiti tu a lavorare sapendo che al piano di sotto c'è un tipo che ti salta addosso ogni volta che ti vede e poi arrivederci e grazie.

Ma è lui la causa reale di tutto questo mio dissidio interiore (come sono poetica)? Certo che no. 
Le cause sono altre. Ma non ho la testa per cercarle, non ho gli umori e gli ormoni al punto giusto per mettermi a cercare risposte.
E allora non dormo, e allora fumo, e allora mi consumo tra i miei caffè, e allora preparo la valigia e parto. Again. 

domenica 3 maggio 2015

[Pour parler]

Non chiedetemi perché non sono manco le nove e io sono già sveglia.
E' iniziata ufficialmente la stagione in cui combatterò con il mio orologio biologico, che funziona così male che sembra un modello made in China scrauso (scrauso= neologismo imparato in Veneto, scarso, ndr).
Alle 6.42 ho aperto gli occhi dopo essere andata a dormire alle 2 passate, con lo stomaco in subbuglio e una matriciana che, come un carro armato, ha schiacciato il mio intestino fino a farlo aggrovigliare di più.
Forse sto accumulando ansie inutili che funzionano da campanellino d'allarme. Le ignoro, ma loro, prepotenti, mi ricordano che sono lì. 
Le ignorerò anche oggi, cercando di godermi il sole e l'aria bucolica che ho prenotato per le prossime ore. 





venerdì 1 maggio 2015

Primomaggio.

Erano belli i tempi in cui si beveva il vino rosso insieme ai sinistroidi e i puzzabestia al concertone del primo maggio a Roma.

Oggi sono nostalgica. In verità non solo oggi, ma avere a che fare con un ragazzino comporta seri effetti collaterali. Uno è proprio questo: dosi massicce di nostalgia da schiacciare i polmoni e togliere il fiato.

Invidio la sua età, la sua leggerezza, il suo essere superficiale e rimpiango per non essere stata abbastanza testa di cazzo alla sua età. Ma va beh. Lasciamo perdere, ché oggi è primo maggio e di pensieri pesanti ne abbiamo già tanti.

In ogni caso, se vi state chiedendo come sia andata a finire ve lo dico subito: io e ragazzotreno ci siamo baciati. Sul treno, nei corridoi del dipartimento, sui binari e non ricordo più dove.

Poi io ho rimesso il camice e lui il suo zainetto. 
Io ho cancellato il suo numero e lui avrà avuto un'illuminazione e mi ha scritto per farmelo ricordare.

Insomma, come qualcuno aveva già scritto nei commenti, questa storia è partita a razzo e finirà a cazzo. Il perché non me lo voglio chiedere, ma credo che uno così non possa interessarmi abbastanza da farmi perdere la testa. 


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