domenica 28 giugno 2015

Di quelle albe che non ti aspetti.


Le persone normali vanno a letto ad un orario consentito per legge e, dopo 7-8h di sonno, si svegliano per affrontare le loro vite. 

Io vado a letto alle 6.30 e dopo 3 ore sono in cucina che preparo la mia colazione rigorosamente bio.

Crollerò, ne sono certa, perché non posso restare con 3h di sonno durante il giorno. 
Non so cosa mi tiene sveglia, ormai ho smesso di litigare con il mio orologio biologico da un bel po'.


Stamattina ho visto l'alba, e non solo sul display del cellulare.
In un posto bellissimo, nuovo, che credo sarà il mio angolo di solitudine per i prossimi mesi. 
Mi ci ha portato testadic

Come non lo so neanche io. 
Se ci fossimo dati appuntamento, avremmo trovato ognuno delle scuse per rimandare. O forse no.

Comunque, io non lo sentivo dal 12 aprile
Lo ricordo benissimo quel giorno, perché dopo esserci salutati in aeroporto, ho cancellato tutti i riferimenti che potessero ricondurmi a lui. 
Peccato che non ho potuto cancellare quelli della memoria e del cuore. Lui, il cuore intendo, deve fare sempre di testa sua. Anyway.

Ero amareggiata per come si era comportato e non volevo più concedermi la possibilità di avere un contatto con lui.
Avrei lasciato decidere al caso il nostro incontro e non ai miei ormoni e umori.


E il caso ha deciso bene di farci incontrare ieri nella bolgia infernale di un locale sul mare. Qui, in Puglia, nella nostra terra.
Niente....Ci siamo ritrovati labbra contro labbra, senza poi doverci dire molto sui silenzi di questi due mesi.

Abbiamo visto l'alba e abbiamo chiamato per nome e cognome quello che ci porta, poi, a doverci scambiare anima, pelle e ossa.

Mentre lui ha paura che io possa provare qualcosa, io lo rassicuro che, per l'aridità che mi porto dentro, non è tempo di sentimenti. E sorrido. Riesco a fingere, o forse no. 
No, sono così serena mentre glielo dico, che ci credo sul serio. Ed è, in fondo, poi così.

Ma c'è qualcosa tra noi che ci spinge a finire a letto insieme. 
E' la chimica della testa, ancor prima di quella del corpo. 
Le nostre congetture mentali si incastrano alla perfezione. E di questo continuiamo a compiacerci senza trovare soluzioni.
Forse, quando le troveremo, non saremo poi così attratti l'uno dall'altro e finiremo con il dimenticarci presto di quello che ci doniamo senza pretese. 

In ogni caso, quest'alba non sarà dimenticata così facilmente.









venerdì 19 giugno 2015

Oggi Verona mi manca più del solito.

Di quanto mi manca Verona credo di averlo scritto un paio di volte. Forse qualcuna in più. 
Poco importa, oggi lo ribadisco.

Verona mi manca. Penso a lei ogni giorno. 
E non esagero quando dico che non appena metto piede in laboratorio mi viene in mente il caschetto austero della mia ex capo. 

Oggi Verona mi manca più del solito.

Nella pausa pranzo ho chiamato la ricercatrice più grande del mio ex lab che oggi ha compiuto gli anni. Una donna con molte ferite da raccontare: dall'abbandono del suo paesino del Friuli ad un matrimonio in giovane età andato male, da un uomo che per anni l'ha tradita ad un figlio che non è mai arrivato, da una mamma lontana e malata a tante spese da affrontare. 
Eppure, sempre con il sorriso, con quella voce così dolce e quell'aria svampita che riuscivano sempre a mettermi di buon umore.

Poche parole al telefono -perché con quelli del Nord non ci si lascia andare a tante smancerie- eppure in grado di aprirmi un varco nel cuore. 

Quando qualcuno o qualcosa lascia un segno nella tua vita, prima o poi, finisci per sentirne la mancanza. Finisci per volerne ancora, nonostante l'irreversibilità del tempo andato. 
E io oggi, ma anche domani, desidero Verona. 
Desidero ritornare in quel laboratorio, nutrirmi del calore che sentivo graffiare la mia solitudine ogni giorno, perdere le forze tra i mille esperimenti ma essere grata alla vita per le cose che stavo imparando.

Ma non si può, e allora curo la mia mancanza con i ricordi più belli che mi porto dentro.

mercoledì 10 giugno 2015

[Scrivo e rubo tempo al lavoro]

L'inizio di un post è sempre un po' traumatico, soprattutto quando hai tante cose da dire, che- con molta probabilità- alla fine non dirai.
Domani parto. Vado a Creta per un congresso.
Come al solito, aspettavo questa partenza da tempo, anche se sarà stressante affrontare il viaggio: 3 voli e 1h e mezza di autobus per raggiungere il posto del congresso. 
Quanto sono intelligenti gli organizzatori: scelgono posti bellissimi ma in culonia. Eh va beh.
In ogni caso, sento l'esigenza di staccare, questa evasione- seppure "lavorativa"-è balsamo per la mia salute precaria.

Come sto? Sono IPERTESA. La diagnosi pare essere definitiva, ma vogliamo capire la causa. Stiamo escludendo via via quelle peggiori. Ma al momento non posso dir nulla. Al ritorno mi aspettano ulteriori analisi e controlli.

Non ho neanche 30 anni e ho immaginato di morire più volte tra una decina di anni.
Sì, perché non prendiamoci in giro, ma le probabilità che io tra qualche anno muoia stroncata da un infarto, possono essere alte [questa è una mia convinzione, sia chiaro eh. Nessun medico mi ha detto una cosa del genere].
Nel frattempo cercherò di scrivere il più possibile, magari senza sfracellarvi i marons per questa mia condizione, e di curarmi come meglio posso.

Oltre alla salute precaria, ho i muscoli dell'anima un po' atrofizzati. In questi giorni ho spesso pensato di essere una brutta persona, arida dentro e senza possibilità di cambiamento.
Sono uscita con un tipo (che non mi piaceva), ma prima di uscirci ho rimuginato su quanto l'ingresso di un altro essere nella mia vita mi destabilizza. Ho sempre il cartello EXIT lampeggiante che mi spinge alla fuga. Poi razionalizzo, provo a restare, ma niente.
Per fortuna, trovo sempre tipi che non mi piacciono abbastanza, tanto da facilitare le mie fughe.

Ma se da certe situazioni mi viene quasi naturale fuggire, in altre-ancora più complicate- mi ci ritrovo senza fare grandi sforzi e mi piace restare. E' un gioco complesso che tiene in movimento i fili della mia vita. Ci costruisco trame complicate, aggrovigliate, a volte inesistenti, altre volte fragili. E mi ci perdo dentro. Mi dissolvo con tutta me stessa. 

Sono sicura che il cuore, prima o poi, si arrenderà a questa mia natura.







giovedì 4 giugno 2015

Figlia

Nascere FEMMINA non è facile. Nascere FEMMINA al SUD non è facile bis.
Diciamo che non è facile e basta. Non è facile qui, non è facile ovunque. Non è facile soprattutto perché sei figlio e lo sarai sempre. E il compito di essere figlio a volte diventa più oneroso di quello di essere genitore.

Non sono una figlia perfetta, non lo sono mai stata e non ho pretese di diventarlo.
Ma infondo chi lo è? Solo qualche povero sfigato che per una vita intera si sarà sforzato di piacere ai suoi genitori barattando la sua felicità con la loro. Eh sì, perché bisogna dirla la verità, che i figli perfetti non esistono, così come non esistono i genitori perfetti. E quelli che vi sembrano perfetti sono solo farse tristi che recitano nella commedia sociale della vita. Esistono solo uomini e donne, padri e madri, figli e figlie, che dovrebbero comportarsi da esseri umani come dio comanda, o come la loro natura comanda (a seconda delle loro convinzioni) e se, per quella natura, non hai l’istinto materno o paterno è meglio che le porcate le fai con la protezione, o con fede, e parimenti, se proprio il ruolo di figlio non ti si addice, almeno ricordati di quei due esseri umani, che con uno scambio di mucose, ti hanno dato la vita.

Non sono una figlia perfetta. Non sono neanche la figlia che mia madre aveva immaginato di avere durante i suoi nove mesi di gravidanza. Tutti i suoi desideri sono andati in frantumi durante le mie fasi di crescita, ancor più adesso che non sono quella che lei avrebbe voluto che fossi. E non mi dispiace... anzi ringrazio di non esser diventata quella che lei aveva in mente, di non essermi fatta condizionare fino in fondo dal suo modo di essere.
Però.
Però, da figlia, rimango ferita quando in maniera subdola lei rivendica tutto ciò che non è stata e dunque avrebbe voluto che io fossi. O ciò che lei è stata e che si aspettava che, per osmosi, fossi anche io:
La casa che non sono riuscita a comprare; la realizzazione professionale in giovane età che non è mai arrivata e che non arriverà; un futuro marito che non sono riuscita ancora a presentargli.

Perché una mamma –come la mia- non te lo dirà mai esplicitamente, ma quel genero lo sogna. Sogna che la propria figlia si sposi con l’abito bianco e che la gente le faccia i complimenti per quanto è bella. Sogna un nipotino, perché le hanno insegnato che la felicità è un po’ come quella che si vede nelle pubblicità del Mulino Bianco, con la famiglia perfetta che alle 8 fa colazione tutta insieme.
Sogna un mondo patinato come le copertine dei giornali che legge dal parrucchiere, come il mondo che ha sognato per lei quando era ragazzina perchè, con molta probabilità, non è riuscita a realizzare.
Sogna un mondo a misura della sua felicità piuttosto che a misura di quella di sua figlia.
Felicità.
Chissà, invece, se mia madre mi immagina sovvertire un po’ questo concetto di felicità, come quando passo la notte tra lenzuola di cui non sentirò più l’odore o quando mi abbandono a chat erotiche, quando vomito nei cessi delle discoteche o quando mi sfilo gli slip con disinvoltura al primo appuntamento, , quando prenoto un viaggio senza badare a spese o compro l’ennesimo paio di scarpe che le nascondo, oppure, ancora, quando sfioro  le mie solitudini sotto la doccia.
Chissà.
Sarebbe bello raccontare tutto questo a mia madre, raccontarle le mie fragilità, senza aspettarmi un rimprovero, ma un cuore aperto compagno di braccia aperte. Perché non sono  la figlia che immagina e non lo sarò mai: ho le mie mancanze, i miei punti di forza, le mie difese, i miei desideri e il MIO concetto di felicità, del tutto personale, che mi porto dentro al cuore. 
Sarebbe bello, ma devo fare i piatti, che sono sporchi nel lavello di mia madre.


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