sabato 26 settembre 2015

Sono in quella fase del mese in cui il mio progesterone potrebbe fare seri danni.

Oggi mi sono svegliata un po' rotta di cazzo. Bonjour Finesse!
Scusate, ma sono in quella fase del mese in cui il mio progesterone potrebbe fare seri danni. Dovrei contenermi e siccome non ne sono capace, cerco di stare il più possibile lontana dal mondo.

Non sopporto le mie amiche. Tutte. Davvero. Qualcuno mi ha detto che sono cinica con le donne. Sì, ditemi voi come si fa con:

-quella che, magra come una mazza di scopa, si è fissata con lo sport perché deve rassodare il culo. Eh va beh, io le ho detto che rischia l'anoressia dei neuroni se continua così.

-quella che, da un periodo di mesi indefiniti, scopa con il figo di turno ma che alla domanda proviamo ad avere una storia , mette nelle gambe la stessa adrenalina di Forrest Gump. Lei piange, mi scrive su whatsapp e io lì a ripeterle ogni giorno di darci un taglio.
Va beh, io non faccio testo. Ho un periodo di autonomia molto limitato con gli uomini, quindi uno così lo avrei mandato a cagare dopo qualche settimana.

-quella indecisa. La categoria di donne più temibile. Quando una donna non sa cosa vuole è meglio lasciarla perdere.

-quella che capisce tutto lei: come va il mondo, gli algoritmi dei massimi sistemi, quella che che palle qui al sud, la gente come è ignorante; io amo l'arte e poi se le chiedi chi è Mantegna (giusto per dirne uno a caso) manco sa chi è. Io sì, invece. E amo tantissimo il Cristo Morto di Andrea Mantegna.

Direi di fermarmi qui. Sennò davvero sembra che sono tutte insopportabili.

Insomma, sto così. Ecco perché dovrei non stare a casa e allo stesso tempo stare lontana dal mondo. In più oggi è sabato e io non sono psicologicamente pronta a passare i weekend dei prossimi mesi in questo modo, intendo non in spiaggia. Il pensiero di dover capire cosa fare e come farlo mi mette in crisi. Potrei ammalarmi sul serio di apatia. E non credo sia una bella cosa.



lunedì 21 settembre 2015

Ragazzotreno.

Io e ragazzotreno non ci siamo lasciati nei migliore dei modi.
Premesso che non c'è mai stato nulla tra noi, se non qualche pomiciata sbarazzina tra i corridoi del dipartimento e tante coccole in treno, con meccaniche del tutto naturali abbiamo deciso che forse era meglio lasciar perdere.
E ci è venuto bene ignorarci. Poi l'estate e la lontananza hanno fatto il resto.
Fino a sabato scorso, dove per qualche manciata di minuti gli estrogeni mi hanno tirato un brutto scherzo.
Tra la folla, ho visto un viso familiare....era il suo. Il sistema ormonale se ne è andato leggermente in tilt e ho disobbedito a miss razionalità.
Sì, perché ragazzotreno è il più bel ragazzo che io abbia mai baciato. Uno di quelli che ti scombussolano l'ipofisi al solo sguardo.
Ci siamo visti, sorrisi e siamo andati l'uno verso l'altro. Mi sono rifugiata tra le sue spalle come se fosse la cosa più naturale del mondo e abbiamo scambiato qualche parola di circostanza.
Non l'avrei mai detto, visto come mi ha guardato le ultime volte in treno, mentre il suo amico flirtava con me.
Poi, ognuno è andato per la sua strada, e ci siamo scambiati qualche messaggio su come fosse stato piacevole il nostro incontro.
Dopodiché siamo ritornati ai nostri silenzi. Come normale che fosse.

Perché allora sono qui a scrivervi? Perché questo incontro mi fa pensare ai futuri sostenibili. Dove ci può essere ancora un contatto, senza lasciare che la rabbia o l'indifferenza porti alla dimenticanza.
Sarò strana, ma le porte serrate non mi piacciono proprio.

mercoledì 16 settembre 2015

Volevo.

Volevo scrivere un post. Uno di quelli belli pesantucci che solo una serata apatica passata sul divano può produrre.
Volevo, poi però, strada facendo ho perso il filo del discorso.
Nella maglietta troppo bagnata di sudore, nei nodi dei capelli da sciogliere, in una canzone di Ligabue che non sentivo dall'estate scorsa, in una foto di lui con una maglietta giallo fluo, nell'ultima e seconda volta che l'ho visto, nel sorriso di Rosso Malpelo, in una scatola di Grisbì al limone divorata in poco tempo, negli innumerevoli sensi di colpa che, come i kg di troppo, si sono fermati sui fianchi.
Ho perso le cose da dire, i pensieri che mi porto in borsa da qualche giorno e quelli infilati di fretta nelle tasche dei jeans.
Siamo alle solite, penso troppo. E dovrei cominciare a smettere. Ma credo di essere poco allenata.
Per fortuna giunge la stanchezza a spegnere tutto.
E così rimango con le cose da dire perse chissà dove e un post che forse non dice nulla ma che nasconde tanto.


mercoledì 9 settembre 2015

Alla fine dell'estate ti rimane dentro il sapore delle libertà che in fondo hai scelto.

Prima della mia partenza, scrivevo che, in fondo, il cambiamento che segue dopo un viaggio, in realtà, avviene molto prima. 

Per me è cominciato all'inizio di luglio, quando ho deciso di andare in vacanza da sola. 
E' stata un po' una scelta azzardata, ma che in realtà celava un desiderio che mi portavo dietro da tempo.
E così il 21 agosto sono partita per Dublino e Parigi, lasciando a casa chi, incredulo, mi ha chiesto ma sul serio vai da sola? Sì, sono partita da sola. Ed è stato bellissimo.
Dieci giorni -con dei piccoli intervalli irlandesi in cui ero con una mia amica- in compagnia di me stessa. 
Inutile prenderci in giro: viaggiare soli è bellissimo, ma la sera io ho sofferto la solitudine
Niente di grave, sono sopravvissuta, ma ho dovuto far quadrare i conti delle mie parole. Insomma, se siete affette da attacchi di logorrea, meglio che vi troviate qualcuno con cui passare la serata o vi ritroverete come la rincoglionita qui presente dall'altra parte dello schermo, a mandare messaggi vocali su whatsapp (che chiamare costava un po' troppo). 

A parte questo, il viaggiare soli ha un sacco di vantaggi, e per un'anima ad cazzum come la mia, è la condizione ideale. Non hai orari, puoi fare quello che vuoi, cambiare programma ogni 5 minuti, andare via dai luoghi quando ti annoiano, sbagliare strada senza qualcuno che si lamenti al tuo fianco,  mangiare ad orari insoliti e tante altre menate, come cantare per strada (giusto una delle tante).

In questa mia esperienza esterofila, credo di aver perso per un paio di volte la dignità, ma il bello è proprio questo: quando sei in un paese in cui non ti conosce nessuno, hai tutta la piena di libertà di essere quello che sei, senza essere vittima del chissà cosa penseranno gli altri. 
Che poi Dublino e Parigi siano piene di italiani, questa è un'altra storia. Quindi il problema un po' te lo poni, ma solo se hai un animo provinciale (malattia per la quale non soffro, per fortuna). 

Viaggiavo con gli auricolari, per esempio, e non mancava che io cantassi ad alta voce quello che la selezione random del mio lettore mp3 passava. 
Mi sono vestita a cazzo tante volte, facendo concorrenza a cinesi e giapponesi. 
Mi sono avventurata in strade non proprio sicure, non frequentate da turisti, ma che tutto sommato non mi hanno portato poi in posti sperduti.
Insomma, niente di speciale, ma piccole cose che sei portato a pesare quando sei qui, e di cui te ne freghi altamente quando sei fuori.
Siamo strani, noi umani. 

Tornata in terra natia, ho disfatto la valigia e ne ho rifatto subito un'altra per far tappa a Torino, per il concerto degli U2, e Milano (così, giusto per sentirmi a casa tra le tante miss acidelle che girovagavano in Via Torino o in corso Como). 
E adesso eccomi qui, in relazione stabile con il mio divano e la mia Moleskine. 

Mi rendo conto che ci sono tante cose che ho lasciato in sospeso, in questo spazio, ma del resto non tutto va raccontato.
Ci sono cose che, magari, è giusto custodire.
E altre che è meglio lasciar andare.

Sono cambiata, anche se non si direbbe. 
E' cambiato il mio modo di approcciarmi alla vita (neanche questo si direbbe).
Ho rincarato la mia dose di coraggio e messo da parte un po' la paura. 
Ho imparato a sorridere di più. E non solo agli sconosciuti.
Ho detto qualche NO in più, ché, alla fine, volersi bene comincia proprio da quei NO.
Ho chiuso tutte quelle parentesi rimaste aperte per troppo tempo. Ché la vita è troppo breve per perdersi in parentesi accessorie che non portano da nessuna parte. 
Ho fatto i conti con i miei limiti. E niente, sono lì. Ci saranno sempre. Però che bello averceli di fronte e, ogni tanto, superarli. 

Quest'estate ha lasciato dentro me il sapore delle libertà che in fondo ho scelto, proprio come in quella canzone degli Otto Ohm, che mi piace canticchiare. 
Si corre il rischio di trovarsi soli, ma si scoprono universi infiniti. Ed è bello anche così.





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