giovedì 25 febbraio 2016

Primo appuntamento.

Non esco con un ragazzo da quest'estate.
Quelle cose della serie dai, ci prendiamo una birra e mangiamo qualcosa insieme.
Nel mezzo ci sono stati incontri casuali. Quelle cose usa e getta che non richiedono la fatica del parlare, ergo quella del conoscersi.

Mi sono sempre sentita inadeguata. Inadatta. Non pronta. E così ho detto un po' di no. Anche a ragazzi molto carini.
La situazione non è cambiata. Ma ho capito che non è un problema di chi ho di fronte. Ma mio.
E stasera ho deciso che devo affrontarlo.
Che quattro chiacchiere con la prossima persona che non rivedrò più non mi faranno male.

Sì, avete letto bene. Ho già deciso che non voglio rivederlo. Che non mi deve piacere e che non si deve in nessun modo legare a me.
Sono patologica, lo so.

Ma mai come in questo momento sento di aver alzato dei muri che non voglio abbattere.

Quando vi ho parlato delle lacrime versate per Perfetti sconosciuti, ho omesso di dirvi che quelle storie mi riguardano così da vicino, che non ho potuto non immedesimarmi in quel film.
Il mio telefono contiene un mondo segreto almeno quanto la mia anima.
Non ho più fiducia nel genere umano, soprattutto quello maschile, da almeno un annetto.
Non voglio nessuno al mio fianco.
Non ora.

Ma stasera sono egoista.
Faccio questo per me.
Per concedermi almeno il dubbio di credere che tutto quello che penso potrebbe essere in minima parte sbagliato.
Per vincere l'ostacolo del primo approccio.
Per provare a raccontarmi per quella che sono con uno sconosciuto senza lo stress di mettere l'ennesima maschera.

Non ci ho capito niente.

Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.
[Non avevo capito niente - Diego De Silva]

Vorrei trovare, ogni tanto, il coraggio di lasciare andare. 
Ho riflettuto molto in questi giorni su questo. E sapete una cosa? 
Non ci ho capito niente.

martedì 16 febbraio 2016

[FIlm] Perfetti sconosciuti

Torno a casa un po' sconvolta dopo aver visto questo film.
Devo asciugarmi ancora le lacrime, nonostante l'attesa dei titoli di coda (il momento migliore per piangere) e qualche km per tornare.

No, non mi aspettavo di piangere.
Sì, tra gli effetti collaterali di Perfetti sconosciuti c'è rischio apertura condotti lacrimali.

Tralascio sul film -che a tratti sembra monotono e lento, probabilmente dato dal fatto che ha un'unica ambientazione- e vi parlo subito di quelle considerazioni che mi hanno un po' scosso.

Perfetti sconosciuti. Siamo questo in un rapporto. Di qualunque natura esso sia. Amici, conoscenti, coniugi, trombamici, frequentanti, scambiatori di email, stimolatori di genitali, messaggeri cronici. Siamo degli sconosciuti.

Sconosciuti che si portano dentro una marea di cose che non diciamo. Che non mostriamo. Che non raccontiamo. Che facciamo fatica a nascondere. O che paradossalmente siamo così bravi a nascondere.

Non si può sapere tutto dell'altro. E delle volte è meglio non sapere. Perché non si è mai pronti di fronte alla verità.
Non si è mai pronti alla frangibilità dell''altro.
Ma forse si dovrebbe esserne consapevoli. Che non siamo integri. Che abbiamo tutti i nostri fantasmi che ci torturano l'anima e che ci fanno sbagliare. Di continuo. Anche quando crediamo di avere tutto.

Dobbiamo proteggerci.
Non dire per forza tutto.
Accettare la nostra frangibilità.
Cercare di conviverci.
Sforzarci di ricongiungere i pezzi, anche quando sembra che si scollano di nuovo.
Instillare tutta la verità di cui siamo capaci nei rapporti che costruiamo.
Essere noi stessi, sempre.






lunedì 15 febbraio 2016

Gli scritti del 2009.

Ieri mentre mettevo in ordine la mia scrivania/libreria, mi sono imbattuta in scritti risalenti al 2009, che un po' di tempo' fa avevo cominciato a stampare per rileggerli con calma.
La verità è che non li ho mai riletti, non ho fatto altro che spostarli da un lato all'altro della mia scrivania, evitando che prendessero tanta polvere.
Stamattina li ho messi in borsa con l'intenzione di leggerli in treno, ma niente.

Ci proverò domani, sempre che non venga risucchiata da Vincenzo Malinconico. O peggio ancora da un attacco di narcolessia.

Quello però che mi ha portato a riflettere, e di conseguenza a scrivere, è che io in quell'anno ho scritto tantissimo. Tipo che scrivevo 2-3 post al giorno.
Sicuramente non avevo un caiser da fare.
Sicuramente ero più triste e insoddisfatta di adesso.

O meglio, ero triste in modo diverso.
Perché non conoscevo ancora i problemi reali della vita e la rottura con l'invertebrato che mi portavo dietro mi sembrava una catastrofe esistenziale senza rimedio.
Ero una cretina, questo lo so.

Poi sono cresciuta, per fortuna.
Ho capito che i germi che mi contaminavano la serenità erano - sono- altri.

E niente.
Mi riprometto di leggere quello che ho scritto nel 2009. Ma anche negli anni successivi fino ad ora.
E mi riprometto di ritornare a scrivere. Sempre e comunque.
Per raccontare quella parte di me che non ha mai fine.

venerdì 12 febbraio 2016

TRENTA

Quindi, sì. Sono TRENTA. 
E io me li sento tutti. 
Perché sono stati anni intensi, anche se non ho girato il mondo o non ho vinto il Nobel (ci sto lavorando eh). 

Anni così intensi, pieni di ferite, ma anche feritoie, da dove è stato possibile-ogni volta- ricominciare. Sono cresciuta. 
Non sono più quella bambina con un caschetto fastidioso che si metteva in posa con una mano sotto il mento. 
Non sono più neanche quella mocciosa smorfiosetta nerd che non guardava i cartoni ma leggeva libri e ascoltava le canzoni in inglese con le musicassette.

E ancora, non sono neanche più quella ragazzina introversa e snob che se ne stava per i fatti suoi a scrivere pagine di diario, dedicate ad un fantomatico Luca.

Sono diventata più simpatica, insomma.

Ma ancora un po' snob. Un po' cinica. Un po' fredda. Sempre con una dose di razionalità a portata di mano. E quella sensibilità che mi fa piangere ancora mentre ascolto una canzone. 

Sicuramente un po' rotta dentro, ma del resto chi è integro me lo dica, che magari mi dà qualche consiglio.

La mia vita è uno spettacolo piena di affetti speciali. E io ne sono grata, perché nonostante le difficoltà, i travagli interiori, le pippe mentali che non mi abbandoneranno mai, le paure, ho dentro me una forza che mi fa amare quello che di più importante ho tra le mani: la vita stessa.




giovedì 11 febbraio 2016

Dal regionale 12504 è tutto.

Uno pensa che il treno sia un luogo anonimo dove la gente ama scambiarsi sguardi su sedili che sanno di umanità. E in effetti è così per chi sui treni ci sale ogni tanto. Ma per quelli che del treno fanno una seconda casa, quelli come me affetti da pendolarismo seriale, il treno diventa un posto dove si raccontano storie, ci si meraviglia delle abitudini, si osservano pregi e difetti, si presumono vizi e virtù, si scoprono tradimenti. 

Sì, tradimenti. Perché la gente tradisce e ormai non è più una novità. 

Qualche giorno fa fui colpita da una coppia che discuteva cercando di tenere bassa la voce. Ci riuscirono benissimo, perché il climax arrivò solo quando lui le disse SEI UNA STRONZA per tre volte. E io, nonostante i miei auricolari, non riuscii ad evitare di leggere il labiale e ascoltarne la pseudo pacata voce. 

Entrambi avevano la fede, quindi pensai subito ad un vacillamento coniugale, una di quelle solite discussioni che ogni tanto fa scricchiolare il talamo dell'amore sacro. Ma mi meravigliai quando lui scese ad una fermata diversa dalla sua. 
Non era una scenata della serie "Adesso ti mollo qui e te ne torni a casa da sola, STRONZA". 
No, perché io lui l'ho rivisto altre volte, scendere e salire alla stessa stazione. 

Quell'uomo non era il marito di quella donna che quel giorno cercava di tenere intatto il mascara. 
Era il suo collega. Il suo amante. 
E oggi, il freddo saluto che si sono scambiati i due davanti alla presenza di un terzo collega, ha regalato ai miei occhi indiscreti l'ennesima conferma. 

Ognuno può amare nel modo che può e vuole. 
Però ho pensato a quanti macigni dobbiamo portarci dentro quando in gioco c'è l'amore o la violazione di esso. 
Alle nostre doppie vite, ammesso che è possibile averle. E agli sforzi che facciamo per tenere incastrate tutte le parti di noi, anche quelle più depravate. 
Alla luce che dovremmo accendere per vederle meglio. 
Alle bugie che ti soffocano se non ci sei abituato, ma che diventano il tuo mare se impari a nuotarci dentro. 
Alla fatica che si fa in amore, quello vero. E al sesso che arriva a mettere tutto in discussione. Perché il brivido è bello e ci fa sentire vivi, a volte anche più dell'amore stesso. 
Allo stupore di fronte ad un tradimento, affetto ancora da quella ingenua domanda "ma come è possibile". Sì, ma come è possibile che sia diventato una normalità? 
Alle ferite che ha dentro chi tradisce e chi viene tradito. Perché non si è mai integri, anche quando sembra che tutto vada bene. 
Ai silenzi che dobbiamo sopportare, ma che nascondono chi siamo...e chi siamo di fronte all'amore?

domenica 7 febbraio 2016

Sulla panchina.

Non pensavo che sarei mai arrivata ad un punto in cui avrei tirato le somme della mia vita e ci avrei visto tutto nero.
Non ci siamo proprio. E' come se stessi tirando i fili della mia esistenza con i denti, trascinando tutto quello che sono con la sola forza della parte più fragile del mio corpo.

Sento che mi sono crollate addosso le torri gemelle dell'infelicità. 
Sono letteralmente sepolta da una forte insoddisfazione che mi sta togliendo, un sorso alla volta, tutta la gioia di vivere di cui ero portatrice sana. 
Sorrido, ma fingo. Perché è più semplice fingere che vada tutto bene. Del resto, nessuno capirebbe. Neanche tu, mio caro lettore o lettrice.
E non prendertela se ti dico che non puoi neanche lontanamente sapere cosa provo.
Perché l'insoddisfazione e l'infelicità sono le neoplasie dell'anima, di cui ognuno ha un modo tutto personale di provare e sentire.

Io pensavo che fossero curabili. Con lo sport, con il mare, con i tramonti, con il mi butto nel lavoro e non ci penso. Con gli affetti e gli amici. Con il cioccolato e le abbuffate di fronte al frigorifero. Con le chiacchierate con gli sconosciuti.

Tutti palliativi illusori. Droghe dall'effetto potente che mi facevano stare bene ore, a volte anche settimane. Endorfine di cui non potevo fare a meno. E non posso, neanche ora, farne a meno.

Però la vita non è questo. O almeno non è solo questo.
La vita è mettere in riga quello che ti porti dentro. 
Progettare algoritmi con soluzioni imprecise ma soddisfacenti. 
Considerare via di fuga. Soluzioni alternative. 
Arrendersi a quello che si è. 
Desiderare quello che si ha. 
Costruire e demolire per fare meglio. 
Superare gli ostacoli ignorando l'acido lattico che poi ti brucerà le fibre dell'anima. 
Rischiare. Ma soprattutto volere tutto questo. 
Volerlo così forte da non fermarsi. Mai. Neanche quando tutto sembra nero. Neanche quando tutto non ti piace ma te lo fai andare bene lo stesso. 

Ecco, io credo di essermi seduta un attimo alla panchina per riposarmi. 
Per pensare. 
Per riflettere su quello che voglio. 
Per cercare nella borsa, tra tutte le cose che porto, se c'è qualcosa che realmente mi serve. 
Per bere un sorso d'acqua e farmi passare quel bruciore che ti lascia senza fiato. 
Per guardarmi intorno. Vedere gli alberi e capire dove sono le radici. Sentire l'odore del mare e pensarlo dentro di me.
Per capire chi sono. E cosa ho tra le mani. 

Mi alzerò prima o poi. Perché mi piace correre. E' la metafora della mia vita. Non fermarmi, mai.
Ma adesso lasciatemi sulla panchina. Ché i miei muscoli hanno bisogno di riprendersi. 

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