mercoledì 27 luglio 2016

C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo.



C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo. Lasciare andare tutto. Spogliarsi. Rimanere con se stessi. Anche se ci farai a cazzotti. Ti maledirai, forse ti benedirai. Dirai, in ogni caso, qualcosa di te. Ti racconterai, forse ti scoprirai. Ma dovrai fermarti. Condicio sine qua non.

Non riesco a fermarmi. Corro veloce. Fuggo. Da cosa non lo so. So solo che un moto perpetuo governa i miei stati d'animo. Vorrei fermarmi. Rimanere. Stare.
Ci provo. Costantemente. Adesso sta diventando un imperativo. Cercherò con le ferie di staccare sul serio da tutto.
Non sono felice, ma non so cosa mi rende tale. Non riesco a capire cosa mi manca quando, apparentemente, credo di avere tutto. Non riesco a capire cosa non va quando, apparentemente, credo che vada tutto bene.

E' un continuo collezionare di non so.
Non so come si fa a rilassarsi un attimo.
Non so non pensare al futuro, a cosa sarà di me tra un anno.
A come andrà questa mia vita, che si consuma tra lenzuola usate e parole non dette.
Non so cosa voglio sul serio.
Non so cosa farmene di tutti i buoni propositi che non ho mantenuto.
Non so dove incanalare tutte queste inquietudini che mi porto dentro.
Non so niente.

E mi viene in mente quella frase di Pessoa. Che magari c'entra ben poco.

Non sono niente. 
Non sarò mai niente. 
Non posso voler essere niente. 
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

E' che nonostante tutto, dentro mi porto dentro sogni grandi quanto una casa. E forse è per questo che ci sto male, per la mia incapacità di sporcarmi le mani, di mettere tutto in discussione e provare a realizzarli.
Vado avanti dicendomi che passerà, che questo non è altro che un periodo. Può essere, ma adesso comincio ad essere stanca. Colleziono distrazioni che mi tengono lontana dai problemi veri, ma la verità è che si può fare tutto quello che si vuole, ma nulla ci tiene lontano da quello che ci alberga nel cuore.
E adesso io nel mio cuore vedo un'enorme matassa che aspetta solo di essere sciolta.


mercoledì 13 luglio 2016

Stiamo vicini, amici pendolari e non.

Pensi che non possa succedere a te.
A te che prendi il treno ogni giorno alla stessa ora.
A te, pendolare seriale, maniaco nella scelta della carrozza. Che è sempre la stessa. Perché è quella dove incontrerai gli altri pendolari seriali come te, con i quali ti fermerai a parlare, a raccontare la tua giornata lavorativa, i tuoi problemi, le tue felicità momentanee. Magari con qualcuno ci flirterai pure. Poi uno scontro. Bam. E sei finito.
Rosso e nero. Non capisci più niente. Chi sei. Dove ti trovi. Cosa sta succedendo. Le voci, le urla, il sole che brucia la pelle e le ferite che ti ritrovi addosso.
Piangi. E preghi Dio che qualcuno ti venga a tirar fuori da lì.

Pensi che non possa succedere a te.
E infatti non è successo a me.
 A me che quella linea non la prendo.
 A me che oggi sono andata in macchina a lavoro.
 Però.
Però è come se su quel treno ci fossi salita anche io. Perché la voce mi trema. Così come le mani. Perché la disperazione e la paura si sono affacciate in questo pomeriggio afoso di metà luglio.
Perché su quel treno, ci sono persone che conosco e che viaggiano come me.
Perché è impensabile che due treni possano scontrarsi, non siamo mica in India, e invece.
Perché io non vorrei la mia vita spezzata così, per una tragica fatalità.
Perché io ci passo due ore della mia giornata su un treno.
Perché oggi sarà più dura tornare a casa, sapendo che a pochi km ci sono vite distrutte in mezzo a lamiere incandescenti.
E allora non riesco a non pensare a quello che è successo.
 A quel treno, sul quale potevo esserci anche io.
Stiamo vicini, amici pendolari e non.

giovedì 7 luglio 2016

Come si fa?

Pennac diceva che il tempo per leggere, come quello per amare, dilata il tempo per vivere.
Riformulerei la frase asserendo che il tempo per scrivere dilata quello per vivere. Perché scrivere è come vivere due volte quello che ci accade.

Nell'ultimo post mi portavo dentro un magone grande quanto una casa sul petto. Ho pianto come forse non succedeva da un po'.
Non riuscivo a trovare pace e più cercavo di calmarmi, più mi tormentavo.
Inutile dirvi che tutto questo frullare interiore era dovuto ad un uomo.
Uno sconosciuto.
L'ennesimo entrato nella mia vita.
Forse per sbaglio, forse perché doveva andare così.

Quest'uomo esiste ancora.
Ci vediamo. Ci sentiamo.
Quando stiamo insieme stiamo bene.
Niente di più. Niente di meno.

Un giorno siamo due estranei. Il giorno dopo ancora.
E poi i migliori amanti che si possano conoscere.

Nel frattempo io mi chiedo se tutto questo può bastarmi. Se può andarmi bene.
E mi tormento.

Qualcuno mi ha detto che dovrei fermarmi.
Chiudere la porta.
Pensare a me.

Poi ripenso a quegli occhi celesti, a come mi fanno sentire.
E a come non mi fanno sentire.

Vorrei essere arrabbiata. Trovare il coraggio di ribellarmi.
Ma come si fa?

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