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C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo.

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C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo. Lasciare andare tutto. Spogliarsi. Rimanere con se stessi. Anche se ci farai a cazzotti. Ti maledirai, forse ti benedirai. Dirai, in ogni caso, qualcosa di te. Ti racconterai, forse ti scoprirai. Ma dovrai fermarti. Condicio sine qua non. Non riesco a fermarmi. Corro veloce. Fuggo. Da cosa non lo so. So solo che un moto perpetuo governa i miei stati d'animo. Vorrei fermarmi. Rimanere. Stare. Ci provo. Costantemente. Adesso sta diventando un imperativo. Cercherò con le ferie di staccare sul serio da tutto. Non sono felice, ma non so cosa mi rende tale. Non riesco a capire cosa mi manca quando, apparentemente, credo di avere tutto. Non riesco a capire cosa non va quando, apparentemente, credo che vada tutto bene. E' un continuo collezionare di non so . Non so come si fa a rilassarsi un attimo. Non so non pensare al futuro, a cosa sarà di me tra un anno. A come andrà questa mia vita, che si consuma t...

Stiamo vicini, amici pendolari e non.

Pensi che non possa succedere a te. A te che prendi il treno ogni giorno alla stessa ora. A te, pendolare seriale, maniaco nella scelta della carrozza. Che è sempre la stessa. Perché è quella dove incontrerai gli altri pendolari seriali come te, con i quali ti fermerai a parlare, a raccontare la tua giornata lavorativa, i tuoi problemi, le tue felicità momentanee. Magari con qualcuno ci flirterai pure. Poi uno scontro. Bam. E sei finito. Rosso e nero. Non capisci più niente. Chi sei. Dove ti trovi. Cosa sta succedendo. Le voci, le urla, il sole che brucia la pelle e le ferite che ti ritrovi addosso. Piangi. E preghi Dio che qualcuno ti venga a tirar fuori da lì. Pensi che non possa succedere a te. E infatti non è successo a me.  A me che quella linea non la prendo.  A me che oggi sono andata in macchina a lavoro.  Però. Però è come se su quel treno ci fossi salita anche io. Perché la voce mi trema. Così come le mani. Perché la disperazione e la paura si sono ...

Come si fa?

Pennac diceva che il tempo per leggere, come quello per amare, dilata il tempo per vivere. Riformulerei la frase asserendo che il tempo per scrivere dilata quello per vivere. Perché scrivere è come vivere due volte quello che ci accade. Nell'ultimo post mi portavo dentro un magone grande quanto una casa sul petto. Ho pianto come forse non succedeva da un po'. Non riuscivo a trovare pace e più cercavo di calmarmi, più mi tormentavo. Inutile dirvi che tutto questo frullare interiore era dovuto ad un uomo. Uno sconosciuto. L'ennesimo entrato nella mia vita. Forse per sbaglio, forse perché doveva andare così. Quest'uomo esiste ancora. Ci vediamo. Ci sentiamo. Quando stiamo insieme stiamo bene. Niente di più. Niente di meno. Un giorno siamo due estranei. Il giorno dopo ancora. E poi i migliori amanti che si possano conoscere. Nel frattempo io mi chiedo se tutto questo può bastarmi. Se può andarmi bene. E mi tormento. Qualcuno mi ha detto che dovrei ferma...

Una pallina nella pancia.

Chi ha letto l'ultimo libro della Gamberale - Adesso - sa bene che c'è un fil rouge che ricorre in tutto il romanzo. E' questa pallina nella pancia che scuote le anime dei personaggi. E' questo adesso imperativo che muove le trame esistenziali di Lidia e Pietro.  Leggetelo, se non l'avete ancora fatto. Io l'ho fatto ormai da un bel po', ma ogni tanto mi piace pensare a quell'  adesso . Alla mia pallina nella pancia.  Pensavo che riprendermi da F. non sarebbe stato facile. In fondo, si sa, che quando viviamo qualcosa di bello è poi difficile lasciarlo andare. Ma ho avuto degli anticorpi piuttosto aggressivi che hanno attivato subito le risposte immunitarie necessarie per dimenticare.  Del resto, non potevo fare altro. La distanza non era dalla mia parte. E probabilmente, anzi sicuramente, quello che avevamo vissuto non era stato poi così forte da renderci invincibili. Così sono ritornata alla mia solitudine, ai miei pensieri, al mio lavoro,...

Non avere un titolo per i pensieri del sabato pomeriggio.

Ho capito che posso dimenticare in fretta. Che questa razionalità non mi piace. Ma mi serve. Mi aiuta. Ho messo da parte tutte le emozioni vissute con F. Non so neanche io come ho fatto a dimenticare la tempesta del mio stomaco che mi tormentava quando sono tornata da Lisbona. Però dovevo sopravvivere. E non con le sue non risposte. E così ho fatto da me, come sempre. Mi sono affidata a quei due-tre neuroni che mi sono rimasti. Ci sentiamo, certo. Ma non andiamo da nessuna parte insieme. Ci illudiamo che un telefono possa annullare le distanze e che poche parole possano farci sentire vicini. Ci illudiamo. Però io vado avanti. Faccio la mia vita. E lascio che altri si affaccino sulla mia strada. Non è bello chiudere così di botto in una scatola certe emozioni. E io mi sono accorta che, ormai, certi gesti mi vengono in automatico. Ripeto: non è bello. Perché quando diventi un automa in grado di gestire con perfezione le tue emozioni allora vuol dire che c'è qualcosa che non ...

Ancora con una valigia in mano.

Riparto. Vado a Firenze. A meno di un mese da quello che è stato uno dei più bei viaggi che ho fatto. Ripenso spesso a Lisbona. In un periodo in cui dovrei pensare ad altro. Dimenticherò anche lei e tutti gli effetti collaterali. Nel frattempo stacco dal mondo con un'ennesima fuga. Mi vado a prendere una boccata di ossigeno lontano da un quotidiano che mi sta spegnendo giorno dopo giorno.

Non scrivo da 18 giorni e.

Non scrivo da 18 giorni. Che a me sembrano una vita se penso a tutto quello che è successo nel mentre. Rileggo che ero felice. Sì, lo ero. Perché ero tornata da Lisbona, avevo conosciuto F e il mio cuore era un tantino più leggero. Ma poi è subentrato il tormento. Quel mal de vivre che, fondamentalmente, non abbandonerà mai un'inquieta cronica come la sottoscritta. F è diventato onnipresente nella mia vita. Istantanee di momenti trascorsi insieme mi passavano (e lo fanno tuttora proprio mentre scrivo e mi si chiude lo stomaco) davanti gli occhi in ogni momento della giornata. I suoi messaggi arrivavano puntuali proprio quando non erano previsti dai miei disegni mentali. Mi sono distratta parecchio a lavoro. Ho pianto alcune sere. Ho riflettuto molto sul da farsi. Gli ho scritto come mi sentivo e cosa provavo. Avrei preso un aereo. Ma quello che ho presa è stato solo un onestamente non credo che farti prendere 4 aerei dicendoti "sarebbe bello vedersi senza aspetta...