lunedì 30 maggio 2016

Una pallina nella pancia.

Chi ha letto l'ultimo libro della Gamberale - Adesso- sa bene che c'è un fil rouge che ricorre in tutto il romanzo. E' questa pallina nella pancia che scuote le anime dei personaggi. E' questo adesso imperativo che muove le trame esistenziali di Lidia e Pietro. 
Leggetelo, se non l'avete ancora fatto.

Io l'ho fatto ormai da un bel po', ma ogni tanto mi piace pensare a quell' adesso. Alla mia pallina nella pancia. 
Pensavo che riprendermi da F. non sarebbe stato facile. In fondo, si sa, che quando viviamo qualcosa di bello è poi difficile lasciarlo andare.
Ma ho avuto degli anticorpi piuttosto aggressivi che hanno attivato subito le risposte immunitarie necessarie per dimenticare. 
Del resto, non potevo fare altro. La distanza non era dalla mia parte. E probabilmente, anzi sicuramente, quello che avevamo vissuto non era stato poi così forte da renderci invincibili.
Così sono ritornata alla mia solitudine, ai miei pensieri, al mio lavoro, alle mie ansie, al mio mare. 

Fino a quando, un pomeriggio di due settimane fa, ho accettato l'invito ad un caffé. E' stato un pomeriggio piacevole, che è diventato sera e poi notte. 
E poi dubbi e paure. 
Adesso è una pallina nella pancia che fa male insieme ai silenzi. 

Sono nuovamente sola, con una persona scomparsa nel nulla senza spiegazioni. 
E mi chiedo perché.
Perché finisce sempre tutto così. Senza un motivo. 

sabato 7 maggio 2016

Non avere un titolo per i pensieri del sabato pomeriggio.

Ho capito che posso dimenticare in fretta.
Che questa razionalità non mi piace. Ma mi serve. Mi aiuta. Ho messo da parte tutte le emozioni vissute con F. Non so neanche io come ho fatto a dimenticare la tempesta del mio stomaco che mi tormentava quando sono tornata da Lisbona. Però dovevo sopravvivere. E non con le sue non risposte. E così ho fatto da me, come sempre.
Mi sono affidata a quei due-tre neuroni che mi sono rimasti.
Ci sentiamo, certo. Ma non andiamo da nessuna parte insieme. Ci illudiamo che un telefono possa annullare le distanze e che poche parole possano farci sentire vicini.
Ci illudiamo.
Però io vado avanti. Faccio la mia vita.
E lascio che altri si affaccino sulla mia strada.
Non è bello chiudere così di botto in una scatola certe emozioni. E io mi sono accorta che, ormai, certi gesti mi vengono in automatico.
Ripeto: non è bello.
Perché quando diventi un automa in grado di gestire con perfezione le tue emozioni allora vuol dire che c'è qualcosa che non va. E nel mio microchip emozionale c'è sicuramente qualcosa che non va.
Ne sono sicura.
Non so dirvi cosa. Però se prima mi fissavo con qualcuno e trascinavo storie-non storie per mesi, adesso mi ritrovo a fare tutto il contrario. Quasi come se volessi archiviare subito il tutto senza che possa scalfirmi minimamente. Pensavo fosse un meccanismo di difesa, ma mi sto accorgendo che la difesa del mio cuore c'entra ben poco.
E' qualcosa di più profondo, qualcosa che era scritto già nel mio DNA prima che tutte le storie non andate a buon fine mi facessero male.
Sto andando leggermente sottovuoto per scoprirlo.
Forse troverò delle risposte e ve le racconterò.

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