mercoledì 15 novembre 2017

[19/365] Film: The Place

Cosa sei disposto a fare per ottenere quello che vuoi?
E' questo il leitmotiv di The Place, il nuovo film di Paolo Genovesi, che ci ha sorpreso una seconda volta, dopo il successo di Perfetti Sconosciuti.

C'è un uomo. Non si conosce il suo nome. Non si sa cosa faccia nella vita. Se sia sposato o se abbia figli. Di lui non si sa nulla, se non che passa le sue giornate seduto allo stesso posto all'interno di un locale di una città non identificata. 
Ha con sé un enorme quaderno. Ogni tanto ci pastrocchia su qualcosa, ogni tanto legge le risposte da dare ai suoi interlocutori. 
Sono loro i veri protagonisti del film, uomini e donne ossessionati dai loro desideri, che si rivolgono a quest'uomo disposto ad esaudirli. Tutto però ha un prezzo, e anche caro.
E cosi si susseguono le vite di nove personaggi, alimentate da desideri comuni. Chi la ricchezza, chi la bellezza eterna, chi la fede, chi il sesso, chi la salute, chi la speranza, chi l'amore. Ognuno è mosso da un desiderio che lo spinge a sedersi su una sedia, davanti a quell'uomo. Qualcuno pensa che lui sia un mostro o forse è, semplicemente, come lui stesso afferma nel film, qualcuno che dà da mangiare ai mostri.

Siamo questo quando vogliamo ottenere a tutti i costi quello che desideriamo?
Non ci sono risposte nel film, solo spunti di riflessione. 
La coscienza, forse, è l'unica che potrebbe risponderci.

E' un'analisi sull'ambizione umana, sul pericolo che si potrebbe celare dietro un desiderio comune, sull'intricato labirinto quale è la mente umana quando è alla scoperta di quello che siamo. 
I desideri, se ascoltati, sviscerati, realizzati, possono essere lame affilate pronte a tagliarci dentro. 
Ed è questo quello che fa quest'uomo distinto, con gli occhi quasi sempre stanchi, interpretato da Valerio Mastandrea: taglia dentro la vita di chi gli si siede di fronte. 
Coloro che si interfacciano con lui sono spesso tagliati in due, divisi tra un'anima mossa da un desiderio travolgente e infinitamente umano e un'altra che tenta invano di ristabilire i margini destabilizzati dalla prima. 
Una perfetta fotocopia del genere umano di fronte agli impulsi che lo rendono tale e ai moti che lo portano a realizzare quegli impulsi. 

Il film, sullo stampo di Perfetti sconosciuti, si articola su una struttura semplice e lineare. E' un invito alla riflessione sulla natura umana che prende voce solo attraverso la narrazione degli attori, in un dialogo semplice ed emozionale. 

Non si torna a casa insoddisfatti. Solo tante domande e un po' di amaro in bocca. 
Chi siamo quando abbiamo a che fare con i nostri desideri?
Dove siamo disposti a spingerci per ottenere quello che vogliamo?
Quanto è giusto desiderare e quanto arrenderci di fronte all'impossibilità di avere quello che desideriamo così tanto?
Queste solo alcune domande che probabilmente la notte dopo aver visto il film non vi faranno dormire. 

lunedì 6 novembre 2017

[18/365] La verità spietata di alcune sere

Pochi giorni prima di rientrare in Puglia, quando ero a Milano e la vita sembrava sorridermi, ho fatto una playlist su Spotify raccogliendo tutte le canzoni legate a dei momenti e anche non. In realtà ho creato la playlist pensando ad una persona in particolare e alle canzoni che avrei voluto fargli ascoltare. 
Ci ho ricamato su una serie di momenti che avrei voluto vivere o anche solo immaginare. Un po' come quando la realtà si impasta alla fantasia. Nella combinazione del pensiero, tutto diventa luminoso. 
Inutile dire che quella playlist è rimasta su Spotify e che al momento ad ascoltarla sono solo io.

Come stasera. 
Mentre scrivevo la mia tesi, ho cliccato play lasciandomi andare ai ricordi. 
Non ho pensato solo a quella persona, ma mi sono venuti in mente alcuni particolari, belli e taglienti allo stesso tempo. Come quando apri un armadio e ci trovi tante scatole da dover rimettere in ordine. Sono loro, i ricordi, che si susseguono in un ordine tutto loro. Ti infastidisce questa entropia e ti illudi di poterla controllare con il pensiero.

C'è un vestito fiorato, un rossetto magenta, un vento caldo tra i capelli. Il sole che tramonta all'orizzonte tra i grattacieli di Gae Aulenti. Una fermata dell'autobus. Un gatto ciccione. Una bottiglia di vino rosso. Un quadratino di cioccolato fondente. Una notte senza coperte. Un risveglio lento. Una passeggiata di domenica mattina alla ricerca di un bar dove fare colazione. 

La playlist scorre. E io scrivo la tesi, concedendomi attimi di pausa tra i ricordi.
Sorrido e allo stesso tempo rimango sospesa tra quelle scatole. Non saprei come sistemarle. Se buttarle o spostarle solamente più in là.
Mi sembra passata una vita. Eppure quelle canzoni sembra che le abbia raccolte ieri. In fondo è solo questione di qualche mese.
Ma quanta vita è passata in questi mesi?
Tanta. Troppa.

Salto qualche canzone. Vorrei arrivare dritto a quelle che mi piacciono di più.
Nel frattempo continuo a scrivere per non scivolare troppo nei ricordi. 
A volte sono come fango, si attaccano alla pelle e sporcano. Tirano giù. E non ti lasciano respirare. 
Mi manca un po' il respiro, in effetti. Ma è solo questione di secondi. 

La verità spietata di alcune sere, come questa.
E' tutto ciò che so sul mio passato che rivive, prepotente, nella musica e nella mia mente. 

venerdì 3 novembre 2017

[17/365] In un ipotetico supermercato di felicità

In un ipotetico supermercato di felicità, mi chiedo spesso che cosa comprerei. Sono sicura che rimarrei ore e ore a girovagare tra gli scaffali alla ricerca della combinazione giusta dei prodotti da comprare. Esattamente come quando sei al supermercato per la spesa settimanale. 
Mi segnerei cosa mi serve, ma stravolgerei la lista della spesa nell'istante in cui metterei piede nel supermercato.
Ho sempre fatto così, forse è qualcosa di insito nella mia natura, ma ogni volta che entro in un supermercato con una lista in mano, finisco sempre per metterla in tasca, perdermi tra gli scaffali e tirarla fuori solo al momento in cui devo pagare. Così, giusto per controllare che non mi sia dimenticata nulla.

E' una passeggiata tra gli scaffali questo periodo della mia vita. 
Passo molto tempo nel reparto indispensabili. E' un reparto che nei supermercati veri, non si trova così spesso. Al massimo ci trovi qualche volantino che sponsorizza un'offerta imperdibile. Come se davvero non comprando quel prodotto potresti perdere qualcosa.
Ma di reparti indispensabili nemmeno una traccia. Forse perché tutto potrebbe servire. O molto più concretamente, nulla è davvero indispensabile.

Nella vita, in una animata da un moto costante di ricerca della felicità, gli indispensabili sono fondamentali. Sono quei prodotti che definiscono l'abc della sopravvivenza. Ognuno li chiama a proprio piacimento, mettendoli in una scala arbitraria definita in base ai propri desideri e aspirazioni.

Nel reparto dei miei indispensabili, esistono diverse figure di me. Le vedo esposte e composte su scaffali ben puliti, in un ordine scandito da precisi attraversamenti d'animo. 
Sono gli anni passati ad elemosinare amore, approvazione, stima, conforto, sicurezze. Le guardo, decido di portarle con me. Non mi renderanno felice, ma mi ricorderanno chi sono. 
Poi ci trovo qualche confezione di coraggio, scarseggia sempre un po'. Forse perché per essere davvero ciò che vuoi e ciò che sei, ne devi usare un bel po'. E allora termina subito. 
In alto ci sono gli affetti. Difficili da prendere, però sono lì. Li vedo benissimo. Un po' impolverati, ma solo perché sono lì da sempre. Qualcuno è nascosto dietro, qualcun altro sì è rovinato. Credo che tra quelli rovinati ci siano quelli che hanno abusato della frase ti voglio bene. Ne conosco un bel po' e ho deciso di lasciarli sullo scaffale. Sarà la polvere a logorarli.
Cammino un po' più avanti. Rivedo gli anni passati, i momenti felici. Hanno dei volti, dei nomi, degli occhi. Sono belli, hanno animi di velluto, contorni di seta. Sono sicura che non basterebbe un carrello per metterli tutti dentro, ma non posso tornare a casa senza.
Nel reparto offerte, ci sono dei viaggi, libri, cd, penne e Moleskine. Hanno le copertine colorate, come piace a me. Ci ho trovato anche delle scarpe. Adoro quelle basse, per camminare senza mai stancarmi. Ne faccio scorta, servono soprattutto per quella che si chiama felicità quotidiana.
Nel supermercato della felicità, esiste anche una sezione dedicata ai prodotti a lunga conservazione e un'altra dedicata ai prodotti a scadenza breve.
Alcuni di loro hanno l'etichetta indispensabile, perché davvero potrebbero dare un senso all'esistenza. 
I primi sono quelli che vivono con te. Fanno parte di te. 
Sono delle doti innate che però ogni tanto bisogna rigenerare o sostituire. Come delle vere e proprie pile. Sono anche le persone che ti amano, quelle che tu ami. I tuoi sogni, la fatica che ci metti nel custodirli. Ci sono anche le paure. Nessuno comprerebbe le paure, ma quelle servono sempre. Forse semplicemente per ricordarti che non devi averne. 
Tra questi rientrano anche gli incontri. Quelli belli, quelli su cui costruire qualcosa. Sono i terreni in cui investire, dove poter poggiare i mattoni della tua casa felice.
I prodotti a scadenza breve, invece, sono quelle cose superflue che però addolciscono la giornata. Esattamente come gli snack vicino alle casse. 
C'è una marea di prodotti a scadenza breve, devi solo saperli scegliere con cura, altrimenti rischi di farti male.
E così vado avanti e indietro, indecisa su cosa prendere, ma molto attenta a cosa comprare.
Non so se in questo tipo di supermercato si arriva mai alle casse. La felicità, a volte, sembra avere prezzi esagerati che non sempre siamo disposti a pagare. Ma abbiamo tutti bisogno di rifornimenti. E' la nostra linfa vitale. Tiro avanti il carrello, pesa un po', ma voglio essere felice.


sabato 7 ottobre 2017

[16/365] Posso cambiare.

Da quando sono tornata da Milano (ma in realtà questo processo di autoanalisi-a tratti distruttivo- era cominciato già durante i mesi meneghini) ho cominciato a rivalutare le relazioni di cui mi ero circondata fino al giorno prima della partenza. 
Non solo un'autoanalisi in cerca di risposte, che ovviamente non sono arrivate del tutto puntuali, ma anche un'attenta osservazione e comprensione di coloro che ritenevo importanti nella mia vita. Per semplificare il concetto, ho cercato di guardarmi dentro per capire cosa non va nel mio modo di vivere, ma allo stesso tempo, ho allontanato il cuore e messo sul piedistallo la testa, per capire cosa c'è/c'era negli altri che non va/andasse. Dove per altri intendo le persone che frequento con più o meno costanza. 

Mi sono presa del tempo. 
Le settimane post-Milano non sono state facili. Mi mancava persino quell'aria appiccicaticcia e insana dei mesi estivi! 
Poi sono stata in vacanza, dove ho avuto la fortuna di conoscere persone a cui ho voluto bene sin da subito e che mi hanno-a loro volta- voluto bene. E questa cosa per me è stata bellissima. 
E' stato questo il tempo per rivalutare le mie priorità, i miei desideri, le cose di cui ho bisogno, quelle che mi fanno stare bene e quelle che vorrei allontanare dalla mia vita. Non solo, ho capito che ci sono cose che mi piacciono un sacco e altre di cui potrei fare a meno. 

Non voglio ammorbarvi con pipponi chilometrici, ergo cercherò di essere breve il più possibile. 

Queste le mie conclusioni:

1. Ho capito che esistono persone in grado di intossicarti. Non lo fanno appositamente. E' questo il vero pericolo. Cosa voglio dire? Che a volte basta anche la complessità di una persona incompatibile con i tuoi ideali, le tue aspettative, la tua stessa complessità, a insinuare un germe di negatività che è difficile scrollarsi di dosso. E io non ho una corazza così forte e impermeabile da esserne immune. 

2. Il concetto di amicizia nel 90% dei casi è sopravvalutato. Soprattutto tra donne. E non è un caso se io sto sempre bene con gli uomini (non è neanche un caso che loro riescono sempre a vedermi come amica e mai come amante, soprattutto quelli che mi piacciono!). Quando leggete tutti quei pipponi sulle donne che sanno essere amiche, beh, non credeteci. Le donne sanno essere delle ottime nemiche, soprattutto quando riescono ad essere sincere. E nella maggior parte dei casi tra di loro non lo sono mai. Ergo, definiscono amicizia, ciò che in realtà è solo una facciata perbenista di un affetto che amano ostentare. 

3. Ho scoperto che, fondamentalmente, con le persone che frequento, non riesco ad essere genuina, ma soprattutto libera. E questo, guarda caso, succede quasi sempre con le mie amiche. 
Ho superato l'epoca dei selfie per racimolare like, per sentirmi dire che sono bella, così come ho superato quella fase in cui mi serve un abito succinto per sentirmi femminile e figa al tempo stesso. Ho una buona dose di autostima, così come di sicurezza in me stessa, che mi permette di essere fuori da qualsiasi politica femminile in cerca di approvazione e consenso. E mi sono resa conto che le mie amiche sono troppo indietro rispetto a me. Credetemi snob, ma adesso ho bisogno di persone con cui parlare di cose serie durante le mie cene o uscite in città. Ho bisogno di contesti stimolanti in cui confrontarmi ed essere me stessa. 
Ovviamente tutto questo sta apportando non poca asocialità alla mia vita. Ma sto bene. Eccome se sto bene. E comunque continuo a indossare abiti chic e di classe che mi permettono di guardami allo specchio e dirmi quanto sono figa. Così, giusto per alimentare la mia autostima.

4. Ho capito che dentro di me, proprio dentro, in quella me profonda che forse conosco solo io e pochi intimi, esistono dei doni immensi di cui andare fiera. Non li elencherò altrimenti rischio di diventare come le mie amiche (quelle di cui sopra), però ho cominciato a ringraziare la vita ogni giorno per quello che mi ha donato. Sarà la saggezza dei 30 anni? Non lo so. So solo che crescendo mi sono resa conto che tutto ciò che conta alla fine siamo noi a costruirlo. E se riesci a mettere delle basi solide nella tua vita, metà del lavoro è fatto.

Mi fermo qua. Voi direte...e ti sei presa tutto questo tempo per scoprire queste cose banalissime? Sì. 
E non sapete che fatica ammetterlo e cominciare a fare qualcosa per cambiare alcune logiche. 
Perché ovviamente in questi mesi non mi sono fermata solamente a prendere nota delle considerazioni che stavo facendo. 
Gandhi diceva "Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo". Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare io. E allora perché non farlo? 

mercoledì 27 settembre 2017

[15/365] Conterò i giorni.

Conterò i giorni.
1. Quello dello strappo.
2. Una bottiglia di vino per dimenticare.
3. Qualche lacrima.
4. La fatica di non pensare.
5. Una corsa al mare.
6. Qualche nota su cui ballare.
7. La paura di non farcela.
8. La paura di non saper dimenticare.
9. La paura che il tempo non servirà a ricucire le ferite.
10. Sorrisi finti con gli amici dicendo che va tutto bene.
11. Ma tutto bene non va perché non smette di piovere dentro da giorni.
12. Qualche goccia di En per rimetterti in riga.
13. Forse dovresti perdonarti un po' di più, volerti bene e dirti più spesso che ce la farai.
14. Due settimane. Due settimane senza te. Possono diventare tre.
Quattro. Un mese. Un anno. Una vita. 
Continuerò a contare. A chiedermi cosa è stato. Come si creano le distanze. E come si annullano. Come si sopravvive agli strappi. Come ci si reinventa quando una parte di te non esiste più.
Poi imparerò che le soluzioni esistono. Basta trovarle. Basta crederci. Basta portarsi dietro il bello senza lasciarsi intossicare dalla rabbia. Basta saper ricucire i pezzi con molta pazienza e dedizione. Farà male quel filo che passerà tra i tagli dell'anima. Sarà un'operazione chirurgica dolorosa. Il miocardio potrebbe non farcela. 
Ma continuerò a contare. 15, 16, 17, 18, 19, 20....
Sarà il mio modo per tenerti in vita. E per sentirmi viva, pensando che in fondo, non ti avrò perso del tutto.


Paula Bonet

lunedì 25 settembre 2017

[14/365] Manuale di istruzioni.

Che la vita non sia semplice lo sappiamo. Ci vorrebbe un manuale di istruzioni. 
Come gestire le relazioni, pag. 1. 
Come sopravvivere agli urti della vita, pag. 2. 
Come uscire da situazioni che non ci piacciono, pag.3. 
E così via. 
Sarebbe bello avere le istruzioni a portata di mano. Le soluzioni e le FAQ per qualsiasi situazione che nella vita non sappiamo gestire.

Non sarebbe vita, ma ci illuderemmo comunque che lo sia. 
Una strada in discesa che ci toglierebbe dalla fatica di dover decidere, pensare, prendere posizioni, anche difficili.
Ci toglierebbe dalla fatica di doverci leccare le ferite, di cucirle, punto per punto, per non perdere pezzi di noi, per ritornare sani nel più breve tempo possibile.
Ci farebbe risparmiare un sacco di tempo. Ci sentiremmo più giovani per tutto il tempo guadagnato e non speso per capire come si fa. Come si sopravvive. Come se ne esce. Come si impara ad essere se stessi senza dover incombere al giudizio degli altri, alle paure, alle ansie inutili. 
Basterebbero alcune pagine, riga per riga seguire le direttive di un libricino disposto a dirci come comportarci, come stare, dove andare. Le domande da fare, quelle da evitare. Sarebbe bello anche solo per un momento trovare già qualcosa di pronto. Come un pulsante nel nostro cervello da schiacciare al momento giusto.

Ci sono giorni in cui vorrei quel manuale. 
Sfogliare la pagina giusta che mi fornisca la strada da seguire. 
Lasciarmi andare ad automatismi cerebrali per non dover soccombere alla fatica di dover mettere d’accordo testa e cuore. 
Affidare le mie emozioni a direttive stampate e universali, che potrebbero non andarmi bene, ma farmele andare bene comunque. Così, per il solo gusto di non pensare fino in fondo a quello che mi succede, ma lasciare che succeda e basta, senza metterci nulla di me, nemmeno una connessione sinaptica, se non quella automatica dettata da lettere messe in riga, una dietro l’altra, a formare frasi da seguire senza grandi sforzi.

Ci sono giorni in cui vorrei che quel manuale mi dicesse come si fa. 
Come si fa a lasciarsi il passato alle spalle. 
Come si fa ad andare a dormire cercando di non pensare al marcio che ci intossica. 
Come si fa a trovare il bello e a nutrirci di quello. 
Come si fa ad accettare i cambiamenti, soprattutto quelli che ci fanno male. 
Come si fa a perdonare, quando le ferite sono ancora aperte e le cicatrici sanguinanti. 
Come si fa a scegliere la roccia su cui costruire qualcosa. 
Come si fa….

Come si fanno tante cose. La verità, l’amore, la felicità. Come si costruiscono giorno per giorno. Le dosi di pazienza, quelle di aspettative, quelle di incazzatura, da usare. I tempi di attesa senza rischiare che tutto vada in fumo.

Ci sono giorni in cui vorrei quel manuale. E oggi è un giorno di quelli. 

sabato 5 agosto 2017

[13/345] Parto sola.

Se c'è una cosa che amo tantissimo fare è prenotare viaggi da sola. Non amo molto la compagnia durante i miei spostamenti anche se, spesso, quando sono in fila all'imbarco o in stazione in attesa del treno, rimpiango di non avere nessuno accanto.
Però nel mentre osservo tanto e scrivo nella mia mente pensieri favolosi.

Comunque dicevamo.
Domani parto. Sola. Raggiungo la mia coinquilina in Calabria. Poi di lì mi sposto, sola, in Sicilia dove re-incontrerò un blogger conosciuto qui anni fa.
Una cosa strana, però non ci sto più nella pelle.
Finalmente vado in Sicilia, sono anni che lo desidero.
Non ho ancora capito dove starò, però poi mi sono anche dedicata dei giorni solo per me.
Andrò a Siracusa e poi un po' più giù.
Il biglietto di ritorno non c'è ancora.
Lo farò ma non ho ancora deciso quando.

Lo scorso weekend sono stata a Milano. E' stato strano tornarci. Pensavo l'avrei presa peggio. 
In realtà, è stata la mia prova del nove. Ho capito che certe corde si sono spezzate, mentre altre sono così salde che non si spezzeranno mai.
E che certe cose possono scivolare dall'anima, mentre altre possono radicarsi così bene che nessuno potrà mai toglierle via.

Mi sono regalata del tempo. Di quello sano, che sa di cornetti al bar, di acqua fresca e caffè, di chiacchierate fino a tarda sera, di mattine passate sul letto a guardare la tv, di giri in centro, di occhi al cielo, di occhiali da sole e caldo sulla pelle, di poesie lette in metro. 
E' stato tutto bello e inaspettato.

E vorrei che fossero così anche questi giorni. 
Belli e inaspettati. 



mercoledì 26 luglio 2017

[12/365] La chiave della felicità è la disobbedienza a quello che non c'è.


#canzonedelgiorno

Nell'ultimo periodo ho affidato molti miei stati d'animo alla musica. 
Pensieri, emozioni, riflessioni, sono nati ascoltando semplicemente una canzone.
Ho scritto, pedalato, rivolto lo sguardo fuori da un finestrino, macinato km, senza mai abbandonare il mio lettore mp3 o le mie playlist di Spotify. 
E non posso nascondere che in molti casi la musica mi ha salvato. 

Stasera sono inciampata in questa canzone. Mi ricorda molto il mio passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Del resto ho conosciuto gli Afterhours quando ero ancora una bambina, per poi innamorarmene completamente durante la mia adolescenza. 

Ci sono tanti ricordi legati agli Afterhours. 

Il mio primo cd di musica alternative.
La prima canzone d'amore che mi è stata dedicata e che ascoltavo incessantemente mentre ero in Spagna. 
Il mio primo fidanzato serio. La sua batteria. Le sue lettere scritte a mano.
Un concerto a Conversano, dove abbiamo accompagnato a casa uno sconosciuto che era là fuori a fare l'autostop. 
Una vacanza in Salento, dove I milanesi ammazzano il sabato faceva da colonna sonora. 
Il concerto a Gallipoli e le foto con i musicisti incontrati per caso dopo.
Le notti passate a scrivere d'amore. E quelle, invece, in cui l'amore lo si faceva sul serio.
Voglio un pensiero superficiale cantato nei momenti più bui.
Verona e Milano.
Una maglia rossa e dei Rayban finti.

Gli Afterhours sono un po' la mia vita. Il mio passato, presente e forse futuro. Perché le loro canzoni non te le scordi facilmente.



lunedì 24 luglio 2017

[11/365] E.

Ieri è successa una cosa strana. Che poi tanto strana non è. Direi più piacevole, che strana. O forse piacevolmente strana.
Ho risentito E. Era da un paio di mesi che non lo facevamo, del resto FB mi informava che la sua vita sentimentale andava a gonfie vele, mentre la mia faceva fatica a decollare.
Gli unici tentativi di comunicazione erano legati a questioni lavorative, congressi, incontri, robe da medici insomma.

Ieri però, non so per quale motivo, abbiamo cominciato a scriverci con la scusa di una foto su IG. Mi sono ricordata subito di un’altra foto che mi aveva mandato quando abbiamo cominciato a frequentarci e che conservo ancora. Del resto, di uno in camice bianco super abbronzato non si butta niente. Si chiama devozione alla divisa ospedaliera. E poi non posso negare che è stato uno dei ragazzi più belli che abbia mai frequentato.

Abbiamo parlato di cazzate prima, di cose serie poi. E ho scoperto che la sua storia con la tipa del limone non va poi così tanto bene come FB ostenta(va).
Anzi pare che sia giunta al capolinea. Gli ho chiesto come mai le sue storie d’estate andassero tutte a puttane. Compresa quella con la sottoscritta. Ha cominciato a farfugliare discorsi ermetici, ma non ho insistito perché in fondo sapevo la risposta.
E so anche perché con questa ragazza le cose si siano bloccate. Non mi suonavano nuovi certi discorsi, del resto, E. rappresenta un prototipo di ragazzo che conosco benissimo.
Prevedibile nelle risposte, nei gesti, un po’ meno nei discorsi, ancor meno quando mi ha detto che mi vuole bene.
Sono scoppiata a ridere quando ho letto quelle tre parole. E non perché io non gliene voglia. Ma perché non mi sono mai posta veramente il problema. Quando esattamente un anno fa mi chiedevo cosa provassi per questa persona, non riuscivo a vederci sentimenti. Ma un forte attaccamento di natura sicuramente emotiva, che mi trascinava verso di lui senza grandi domande esistenziali. Ero attratta, ci facevo del gran e bel sesso (forse il migliore), mi incuriosiva e allo stesso tempo volevo incuriosirlo.
Certo, non posso nascondere che quando è finita, senza troppi giri di parole, anzi semplicemente con un’uscita di scena non troppo rumorosa, ci sono rimasta di merda.
Ho persino pianto.
Ho persino chiamato i miei amici maschi pretendendo da loro delle risposte. E non mi sono risparmiata nel dirgli che era stato un codardo. Ma del resto non mi doveva nulla, forse non doveva neanche darmi delle spiegazioni. Erano le nostre premesse. Non chiediamoci nulla, non aspettiamoci nulla, lasciamo solo che le cose accadano.
E poi come lo fai a giustificare un interesse che un giorno c’è e il giorno dopo svanisce? No, non si può spiegare. Ma forse, anzi sicuramente, si può ammettere. Si può ammettere che no, non mi piaci più. Che no, non ho più voglia di vederti. Che forse ho sbagliato tutto. Che non ci vedo un futuro. Che non ho voglia. Che del sesso anche basta.
Si possono dare miliardi di motivi, perché quelli ci sono.
Non possiamo spiegarli razionalmente, delle volte. Ma possiamo ammetterli. Possiamo dichiararli. Perché in fondo è questo che significa essere adulti. Ammettere che le cose non vanno e non possono andare. E che si sa che non sono cose belle da dire, ma se le diciamo, forse siamo delle persone migliori. Più coraggiose. Meno codarde.

Dopo quelle tre parole sono rimasta un po’ interdetta. Non gli ho nascosto che mi sembrava strano ma che comunque mi faceva piacere. Del resto non posso negare che grazie a lui si sono aperte alcune porte che credevo di aver chiuso a chiave.
Non posso negare che ho conosciuto la persona che più mi ha fatto sentire desiderata a letto. E tante altre emozioni che ho raccolto durante quei mesi estivi.
Poi ci avevo visto già una fine, forse sarà per questo che dopo il malessere per quel saluto mancato, non ci ho messo molto a girare pagina.

Mi sembra tutto leggero adesso, anche se, forse, leggendo vecchi post e pagine della mia Moleskine, potrebbe non risultare così.
La verità è che il tempo in questo caso ha fatto il suo dovere. Ha ridimensionato gli ardori, le passioni, le emozioni, le persone. Me e lui. Ci ha rimessi ognuno al proprio posto, nelle vite che ci spettano.

venerdì 21 luglio 2017

[10/365] Milano, ventricolo destro, piano di sopra.

Da quando sono rientrata da Milano, mi capita spesso di volgere i pensieri al contrario, di arrotolare il nastro di questa esperienza e rivivere i momenti che ho lasciato alla voce Milano, ventricolo destro, piano di sopra. 
Faccio questo esercizio più o meno tutti i giorni, mi basta guardare il calendario o l'agenda, guardare un numero e dirmi un mese fa ero qui, tre settimane fa stavo facendo questo. Insomma, l'app Accadde oggi di FB, ce l'ho anche io, nella mia testa.
(Ma per favore non ditemi che sono una persona che guarda al passato perché io nella mia vita riconosco di avere il problema opposto). 

Oggi, per esempio, è un giorno di quelli. Uno di quei giorni che mi hanno riportato violentemente indietro di un mese.
A quando ero seduta in un baretto sui Navigli a sorseggiare uno spritz. Con il sole alle spalle e di fronte una persona che non avrei più rivisto.
A quando, nonostante la mia jumpsuit fiorata, le zanzare si cibavano di me.
A quando sorseggiavo Falaghina in un giardinetto carino, pieno di gelsomini e zanzare. Sì, sempre loro.
Alla magia di Milano anche con l'afa alle 12 di sera. Ad una boccetta di Narciso Rodriguez. Alle canzoni scoperte tramite Shazam. A tante cose che frullavano nella mia testa.

Insomma, ad una serie di cose che sembravano farmi stare bene.

Non so se mi abituerò mai al tempo che passa, così in fretta, così violento a volte, così indifferente ai nostri cuori invertebrati, molluschi involontari, rossi buffoni. Lui passa e fa tutto da solo. Forma e deforma. Costruisce e demolisce.
Funziona così. E funzionerà così sempre.
Che arriviamo ad un punto. Lo viviamo, più o meno.
Poi andiamo avanti. E se rimaniamo fermi, è il tempo ad andare avanti per noi.
E' come un'onda: scompiglia, risucchia, leviga, butta via.
E tu sei lì, con il tuo cuore invertebrato, mollusco involontario, rosso buffone.
Che anche se è buffone non è detto che non si faccia male.
Non è detto che non si scompigli.
Non è detto che non venga risucchiato da chissà quale onda.
Non è detto che non venga levigato. Come una pietra.
Che si può spaccare. Perché anche le pietre si spaccano. O magari essere buttato via.

La scelta opportuna sarebbe non curarsene. Vivere e basta.
Perché tanto il tempo farà il suo dovere.

La mia testa è ancora lì, in quel giardinetto. Rivedo la scena perfettamente scolpita nella retina. Mi accendo una sigaretta mentre metto su una delle mie playlist preferite di Spotify. Mi distraggo così ultimamente.

Milano ha lasciato i suoi segni, se mi guardo dentro, vedo germogli in fiore.
E sono contenta. Perché adesso penso a quel giardinetto. E ci trovo tante domande. Ad alcune comincio a dare risposte, altre preferisco lasciarle lì.

E' il tempo, mi dico. E' lui che svela tutto.
Ed è lui che, anche questa volta, farà il suo dovere.


[#canzonedelgiorno]

lunedì 17 luglio 2017

[9/365] Una bugia.

Il brutto di chi non riesce a mentire è che glielo si legge in faccia. E se hai degli occhi che non passano inosservati, perché lo dico, lo ammetto e me ne vanto, io ho degli occhi così trasparenti, così grandi, così sinceri che delle menzogne non conoscono neanche il significato, capire che non stai bene viene facile.

Ed oggi è così.
Sarà per via del ciclo.
Sarà per via delle canzoni che sto ascoltando.
Sarà per via dei libri che sto leggendo.
Sarà per il lavoro che continua a non piacermi ma ad affascinarmi (questa poi un giorno ve la spiegherò).
Sarà per una serie di motivi che è presto scrivere, raccontare e sviscerare.
Ma oggi ho degli occhi gonfi, stanchi, distrutti, struccati, pieni di lacrime.

Perché sì, non mi vergogno a dirlo che proprio nel mezzo di una mattina che sembrava togliermi tutte le energie, sono scoppiata in un pianto senza freno.
E ho ringraziato lo schermo del pc dietro il quale mi sono nascosta.
Mi sono detta che passerà, perché tutto passa, del resto.
Che piangermi addosso non è la soluzione.
Che piangere può essere liberatorio, ma è da perdenti.
E io vorrei tenerle per me queste lacrime.
Perché ne riconosco il valore.
Perché non voglio che la parte più intima di me scivoli via così, poggiandosi sul viso e poi su pezzi di carta.

Vorrei un pulsante. Qualcosa da azionare per dire al mio cervello di smetterla ché una vacanza serve anche a lui.
Per dire al mio miocardio di darmi batticuore, piuttosto che tachicardia.
Per dire ai miei occhi che in momenti come questi dovrebbero chiudersi e riaprirsi a distanza di mesi.
E invece un pulsante non ce l'ho.

Ho un cervello con un ammasso di neuroni in lotta tra loro.
Ho un miocardio che fa rumore. E spinge per uscire dalla gabbia toracica.
Ho degli occhi aperti, vigili, lacrimanti.

Passerà. Lo dico davanti allo schermo. E mi nascondo pensando che questa bugia mi salverà.

[#canzonedelgiorno The Smiths - There is a light that never goes out]


lunedì 10 luglio 2017

[8/365] Di ritorni.

Il ritorno in Puglia è stato traumatico.

A dire il vero lo è stato anche la partenza da Milano, che mi ha lasciato un'amarezza in bocca e non solo.
Ho le ossa impregnate di delusione mista a stupore, ma va beh, è la vita, gli strappi non sono stati mai facili da sopportare, le distanze ancora meno. Del resto era tutto preventivato e altri luoghi comuni che continuo a ripetermi ormai da cinque giorni.

Ho disfatto la valigia il giorno dopo essere tornata, non avrei voluto farlo, non ero pronta. Era il gesto conclusivo di questa esperienza durata così poco per le innumerevoli emozioni che il mio muscolo cardiaco ha dovuto sopportare. E non volevo concludere proprio nulla. Ma dovevo.
Mi scorrevano in mente i momenti vissuti a Milano, più o meno intensamente, riponevo la roba nel mio armadio ricordando esattamente il momento in cui l'avevo indossata.
Ho chiamato qualche amica, chiedendo aiuto. Lo so, sono plateale quando devo affrontare il dolore. Ma la verità è che forse non ho le palle per farlo fino in fondo da sola.

Poi è arrivata l'ora del tramonto, ho preso la bici e sono andata al mare. E ho pensato che, in fondo, questo rientro in Puglia, nella stagione più bella dell'anno, non era poi così male.
Che avevo tante cose a cui pensare. Tante cose da scrivere. E allora ho cominciato a farlo sulla mia Moleskine, in una spiaggia deserta, cullata solo dalle onde del mare.
Ed è stato bellissimo. Ero in pace con me stessa.

E ho pensato che, forse, al momento mi bastava questo. Stare su una spiaggia da sola, scrivere, guardare il tramonto ed essere grata. Perché ero lì, a tenere insieme tutte le parti di me: quelle rotte, quelle più fragili, quelle più forti, quelle più insicure, quelle più battagliere.

Ero lì, e anche se mi sembrava la cosa più difficile da fare emotivamente in quel momento, io la stavo facendo. E anche con un bel sorriso sulle labbra.



domenica 9 luglio 2017

[7/365] Le parole sono solo parole.

Le parole sono solo parole. A volte speriamo che siano l’espressione dei sentimenti che desideriamo ricevere. Il racconto del mondo che gli altri ci regalano. Il dono di loro. Ma sono solo parole. Valgono del valore che hanno. Che è temporaneo ed effimero. Spesso non sono neanche opinioni articolate. Quando vengono scritte poi, valgono anche meno che dette. Perché le parole pronunciate sono anche fiato, la vibrazione di una corda, se non altro la difficoltà di intonarle e di muoverle attraverso le labbra. Sono un bacio dato all’aria che costa più fatica. 

E le persone sono solo persone. Non sono guide, non sono santi, non sono mostri, non sempre almeno. Solo Persone. Valgono il valore che li diamo, e neanche per tutto il tempo in cui glielo diamo. Le persone non sono i personaggi che dipingiamo su di loro. Non sono le presenze di cui abbiamo bisogno per riempire gli spazi della nostra vita. Non sono mezzi, ne fini, ne scopi, per dire a noi chi siamo noi. Non sono mai come saremmo noi al posto loro. E’ una legge esatta. Sono loro stessi, e normalmente molto meno di quello che potrebbero essere. 

Noi siamo tutti ossessionati dagli altri. Dal giudizio degli altri. Dalla riconoscenza degli altri. Dal bisogno che devono avere di noi. Dalla stima, la voglia, la speranza che nutrono in noi. Perché pensiamo che loro ci renderanno felici. Non è vero. Noi stessi ci rendiamo felici, da soli. Loro sono la compagnia con cui scegliamo di condividere la nostra stessa felicità. Invece viviamo di vanità e di insicurezze. Ed estendiamo il raggio di azione tanto più pubblici vogliamo essere. 

Gli altri sono solo gli altri. Possono farci ridere, e sarebbe già meraviglioso, forse tanto quanto farci piangere, ma non vivranno mai al posto nostro e possono in definitiva toglierci più di quello che sono in grado di darci. E lo tolgono perché ce lo strappiamo da soli per darglielo e sentirci dire grazie. Quindi smettiamo di chiedere di loro in misura maggiore di quanto sia necessario. Dovremmo essere felici, piuttosto, di ricevere il rimprovero di essere così come siamo. Che in quel rimprovero c’è la forza della nostra diversità. 

E le parole non contano. Dobbiamo misurare il tempo, non le parole. Il tempo è la moneta universale che abbiamo tutti nella stessa quantità. Ricchi, poveri, arroganti o vanitosi. 
Il tempo è il tempo. È l'unica cosa che vale misurare. Le parole, sono solo parole.

mercoledì 3 maggio 2017

[6/365] Libri: Attraversare i muri - un'autobiografia- Marina Abramovic

[Foto scattata dalla sottoscritta mentre aspettavo il solito treno in ritardo]

Non avrei mai potuto attraversare i muri da sola.
Comincia così l'autobiografia della grandmother della performance art, all'anagrafe Marina Abramovic, artista di origine serba. 
Il libro si apre con una pagina di ringraziamenti, in cui la stessa artista ringrazia coloro che l'hanno aiutata in questo percorso di riscoperta e lettura di sé, nero su bianco. 
Una storia fatta di racconti sorprendenti che si snodano a partire dall'infanzia di Marina, dal rapporto con la sua terra di origine -la Jugoslavia di Tito, a quello turbolento (e violento) con sua madre, partigiana estremista nel sangue, per poi abbracciare tutta la sua giovinezza, le storie più importanti della sua vita- quella con Ulay e quella con Paolo, fino a concludersi ai giorni nostri, che vedono l'artista ormai settantenne. Tutto definito e contornato dai successi (e insuccessi) artistici collezionati nel tempo: la traversata della Muraglia Cinese con il compagno di allora, Ulay, la vittoria del Leone D'Oro alla Biennale di Venezia, la grande performance al MoMA di New York, solo per citare alcuni dei suoi successi più famosi.

Sono rimasta affascinata dalla storia e dal percorso artistico di Marina Abramovic quando, non molti anni fa a dire la verità, mi sono imbattuta in un video su youtube, in cui l'artista incontrava Ulay durante la sua performance al MoMA. Nonostante non sia riuscita a comprendere subito la portata delle lacrime dell'artista di fronte al suo ex compagno, così come il perché di tanta gente che desiderava sedersi di fronte a lei, sono rimasta quasi folgorata dalla profondità di quel gesto, così banale e semplice, che mi ha spinto a cercare le ragioni di una tale performance, così come ad interessarmi alla vita di questa artista.
Ne è venuta fuori una ricerca, quasi spasmodica, di una vita sempre al limite del dolore, della sofferenza, della pazienza. Una vita fatta di tagli in cui non solo scorreva sangue (l'artista si è procurata sul serio dei tagli durante alcune sue performance) ma anche tutto il mistero di una mente umana così complessa e al tempo stesso ricca di sfaccettature razionalmente incomprensibili come è quella di Marina Abramovic.
Mi sono innamorata di lei, delle sue imperfezioni fisiche (amo il suo naso e i suoi lineamenti aspri, nonostante lei ci abbia messo una vita per accettarsi), delle sue continue sfide con il dolore, con il corpo, con l'anima. E così, quando a novembre in libreria mi sono imbattuta in questo libro (pubblicato in occasione dei suoi 70 anni), non ho potuto che dire di sì. Ci ho messo un bel po' per leggerlo (solo questione di pigrizia, tranquilli), ma ogni pagina era una scoperta e una fonte di continue domande. 
Una storia che affascina, non solo per la mole di dolore frazionata in parole, ma anche per la straordinaria forza che il suo corpo, ma soprattutto la sua testa, è in grado di trasmettere. 
Un'autobiografia che è una performance in fondo, dove l'artista, in maniera quasi ossessiva, mette a nudo attraverso parole e racconti tutta la disperazione, la fragilità, il desiderio di essere amata, la libertà e la sofferenza che hanno da sempre caratterizzato la sua vita.
Un libro che consiglio vivamente, amanti e non di arte contemporanea, perché racchiude in una vita così insolita, un'inspiegabile volontà e voglia di vivere fuori dal comune. 

giovedì 27 aprile 2017

[5/365] Milano a volte è un filtro che invecchia.

Cammino per le strade di Milano. Sola, con la musica nelle orecchie, sgattaiolando tra la gente qua e la, presa dalle vetrine, dalla fretta di prendere la metro, da quest’aria che sa di primavera, mista ad inverno, ad autunno scaduto, a estate lontana. 
Non mi lascio scalfire da questa atmosfera metropolitana, decadente e festaiola. 
Viaggio con la mia testa al mare, alle persone lontane, a te che hai qualcosa da dirmi ma non so cosa. 

Milano a volte è un filtro che invecchia e me ne accorgo quando, facendomi un selfie, osservo la mia pelle grigia e spenta. Sembra che abbia assorbito, oltre allo smog, tutti i pensieri di questi mesi.

Riguardo la foto, sono quasi compiaciuta dalla bellezza dei miei occhi. 
E’ stupido ammetterlo, lo so bene, ma riconosco che sono l’unico tesoro di cui posso andare fiera. Perché, in fondo, nascondono –forse non troppo bene- tutto quello che mi porto dentro. 

Continuo a camminare mentre penso che quella foto avrei potuto scattarla con qualcun altro se solo avessimo avuto modo di essere trasparenti nelle intenzioni e generosi nei sentimenti. 
Sorrido, da sola, perché in fondo è l’unica cosa che mi resta quando riguardo la pellicola del film del mio passato, non troppo passato. 

Forse è arrivato il momento di abbandonare l’armatura, ammettere che da sola non posso arrivare da nessuna parte. Che, in fondo, potrei essere solo triste per il resto della mia vita se non imparo a lasciarmi andare nel modo giusto. Abbandono anche questo pensiero. Milano, a volte, è uno psicoterapeuta troppo severo per il mio muscolo cardiaco. 

mercoledì 1 marzo 2017

[4/365] Ho detto NO al cioccolato.

Ho fatto un patto con la mia coinquilina: ho detto NO al cioccolato.

Premessa: io non sono credente. O meglio, sono in un periodo in cui non mi chiedo più se esiste un Dio o meno. Cerco di fare il mio meglio, di dare il massimo in quello che faccio e di essere una persona onesta. Poi se Dio esiste o meno, non lo so. 
Dopo anni passati tra i banchi di una chiesa, ho cominciato a rendermi conto che non era né la fede, né la religione a rendermi una persona migliore. 
E' un discorso complesso, magari ve ne parlo in un altro momento.

Anyway, oggi, per chi è cristiano, comincia la quaresima e io e la mia coinquilina abbiamo deciso di fare questo fioretto.
L'idea che ci sia qualcuno che con me condivide questa scelta mi stimola e mi spinge ad impegnarmi sul serio.

So che vi starete già chiedendo se sia matta o cosa. Però, per me rinunciare al cioccolato è grave. Credo che sia il cibo di cui sono più dipendente, roba che se non ne mangio un pezzettino al giorno rischio di andare di matto.
Però ho pensato che la mia rinuncia al cioccolato potesse essere un motivo per impegnarmi mentalmente in qualcosa. 

Di solito sono una persona disfattista, quando penso che non posso farcela, non mi impegno, lascio perdere dall'inizio. 
E' sempre stato così: con la dieta, con i libri, con tutte le passioni che ho coltivato all'inizio per entusiasmo e poi ho lasciato. Per non parlare delle relazioni. 

E allora mi sono detta che forse era il caso di rimettersi in gioco. Di provare ad allenare i miei neuroni alla rinuncia, all'attesa, alla pazienza. 
Di fare di questo stupido e semplice fioretto una palestra di vita. Qualcosa che mi indirizzasse a lavorare sulla mia persona, sulle mie volontà, sui miei desideri. 
In fondo, perché non provarci?
E allora da oggi ho detto NO al cioccolato. E per oggi ci sono riuscita!

martedì 14 febbraio 2017

[3/365] San Valentino.

E' San Valentino e nessuno mi ha portato a cena fuori.
Non ho ricevuto fiori, né regali. Neanche un ciondolo Pandora.
Che merda di fidanzato!, direi- se solo avessi qualcuno.
I social sono infestati di massime, per lo più banali, su questa festa, che dovrebbe ricordare l'amore e invece a me fa così tanta tristezza che sono venuta qui, a parlarne con voi.
Sediamoci ad un tavolino, vi offro una tisana, con dei pezzettini di mela e lavanda. Anche del cioccolato fondente, ché a me piace un sacco e non posso andare a letto senza.

Non sono così arida come qualcuno pensa.
Ho fatto anche io i miei pensieri sull'amore, oggi. Cosa credete!
Ho pensato a quegli amori inespressi. A quelli nascosti. A quelli che si nascondono nelle chat dei nostri telefoni. A quelli che vivono nei nostri sogni. Nelle nostre vite immaginarie. Nei nostri film mentali.
Agli amori lontani. A quelli che non abbiamo vissuto a pieno. A quelli dimenticati in fretta.
Agli amori che non proveremo mai. O peggio ancora che non vivremo mai.
Agli amori che ci fanno allontanare dalla realtà. O a quelli che ci fanno sentire così vicini ad essa da guardarla un po' distorta.
Ho pensato agli amori finiti. A quelli che cerchi di dimenticare. A quelli che invece, prepotenti, invadono la tua vita facendoti sentire vivo.
Ho pensato a quante vite servirebbero per vivere tutti gli amori possibili. Forse una non è abbastanza. Forse è troppo poco. O forse sì. Basta una vita per scegliere chi avere accanto. Una volta. Una che sia una vita intera.
E le paure. Ho pensato anche a quelle. Alla paura di non saper amare. Di non poterlo fare come vorremmo.
Alla paura che blocca i sentimenti. Che non ti fa essere te stesso. Che non ti fa vivere l'amore in tutte le sue forme possibili.

La tisana è bollente. Mangio un po' di cioccolata mentre immagino i vostri occhi sullo schermo.
Nella mia serata di San Valentino ideale, in questo momento sto sorseggiando del vino rosso con il mio compagno. Ho le guance rosse e la matita un po' sbavata. Mi sta facendo ridere troppo e non riesco a non lacrimare un po'.
Parliamo di libri, di film, di vacanze da progettare.
Ho il rossetto ancora intatto. Lui si stupisce di come io sia sempre così impeccabile con il mio Kiko rosso ciliegia. Trucchi del mestiere.
Stasera stiamo così bene insieme che anche il cameriere che ci chiede se vogliamo qualcos'altro ci infastidisce.
Finiamo la bottiglia e corriamo a casa. Non facciamo neanche in tempo a varcare la porta di casa che siamo già in camera da letto.
Il finale è uno di quelli più banali che succedono nei film d'amore. Uno di quelli in cui si passa già alla scena successiva, dove i due dormono avvolti da lenzuola sfatte in una camera da letto enorme.

Riavvicino la tazza alle labbra. La tisana è buona. Ma ho ancora voglia di cioccolato.
Devo consolarmi così ultimamente.
E' questo l'effetto dell'amore che manca? Attaccarsi morbosamente ad un cibo che provoca piacere?
Forse.
Mi manca l'amore?
Ne ho davvero bisogno?
Cosa è l'amore?

Ho mal di testa. Vado a letto.
[Il finale banale di quelle donne che dell'amore preferiscono parlarne in un altro momento].

sabato 7 gennaio 2017

[2/365] Di quando pensi di essere pronta e invece.

L'altra sera sono andata ad una festa di compleanno di una delle mie più care amiche.
Una bellissima festa in cui ho bevuto un po' troppo e mi sono divertita così tanto che a momenti mi sentivo io la festeggiata.
Mi hanno mandato un video in cui ballavo sulle sedie, e ho detto tutto.

Ero preparata a tutto: a divertirmi, a bere molto, a mangiare poco, a farmi selfie e foto a go go. Insomma, cose mainstream che si fanno durante le feste.
Ma dopo circa un'oretta che ero nel locale, la porta si è aperta ed è entrata una coppia.
Era E. con il suo nuovo cane da guardia.

Non me ne sono accorta subito e ci è voluto un bel po' affinché ci trovassimo vicini per i soliti convenevoli del ciao come stai. 
Ho fatto la brillante come mio solito. E ho affidato all'alcol tutto il mio disagio.

E. non era da solo, ma in compagnia di una tappetta bruna dai capelli lunghi e una personalità anonima, che non ha fatto altro che guardarmi per tutta la serata, mettendosi accanto a E. mentre io e lui parlavamo, senza presentarsi (mah).
E se io da un lato del locale mi divertivo come una matta, loro dall'altro erano due semplici invitati anonimi in un gruppo molto numeroso di persone.
Io e E. ci siamo lanciati qualche sguardo, niente di che. Niente che potesse dare spazio a qualche maliziosa suggestione.

Ad un certo punto li ho visti limonare. Ho sorriso e ballato, pensando che in fondo era giusto così.
Poi la festa (la loro) è finita, e sono andati via.
E finita anche la mia di festa e sono tornata a casa abbastanza sfatta.

Il giorno dopo avevo un cerchio alla testa dovuto al vino e un pensiero fisso, stampato sugli occhi.
E. che baciava un'altra. 
Pensavo di essere pronta a tutto questo. Infondo me lo aspettavo pure. Lo immaginavo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi come mai il giorno dopo, e quello dopo ancora, io sia rimasta con la testa a quest'estate e alle notti passate con lui.
E' come se quel bacio, che prima era mio, mi avesse fatto male.
Eppure so che E. non mi piace più, forse non mi è mai piaciuto fino in fondo, che non fa più parte della mia vita ormai da mesi.
Eppure mi è preso un magone che avrei volentieri evitato.

Ho cercato di non pensarci, come solo le persone razionali riescono a fare.
Ma il problema è che quando qualcosa si rompe nella nostra vita e rimane guasto, tu a quei pezzi rotti ci pensi. Perché vorresti aggiustarli. E non tanto per rimetterli insieme, ma perché aggiustando quei pezzi potresti aggiustare anche te.

Di tutte le storie vissute, importanti o meno, non mi sono mai piaciuti quei finali senza confini netti. Dove le parole non hanno fatto il loro e i gesti sono stati da meno.
Dove si è affidato tutto al caos, piuttosto che alla casualità.
Dove si è affidato al tempo, la cura delle ferite.
Con E. è stato così.
Un inizio e una fine indefinita. Ma oggi rileggendo il tutto, non riesco a immaginare qualcosa di diverso. E dico che va bene così.

Va bene incontrarlo in un locale e fare finta che non sia successo nulla, mentre nella testa ti passa quella canzone di Jovanotti che fa come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente, salutarci come due vecchi amici Ehi, ciao come stai.
Va bene vederlo limonare con un'altra, toccarle i fianchi e spostarle i capelli.
Va bene sorridere alle sue battute cretine che non fanno ridere neanche lui.

Va bene così.






martedì 3 gennaio 2017

[1/365] HNY 2017


Arrivo un po' in ritardo con gli auguri e con questo post.
Scusate. 
Ma il 2017 mi ha dato il benvenuto con una bella febbre di 38 gradi. Del resto, se la notte l'ho passata con un vestitino leggero e un super raffreddore, non potevo aspettarmi altro.

Sono contenta di questo 2017 che finalmente è arrivato. Per diversi motivi:
1. le vacanze di natale sono terminate e per un anno circa posso stare tranquilla
2. il 2016 non mi ha entusiasmato molto se non per i miei viaggi e qualche conoscenza che mi è rimasta nel cuore
3. sentivo la necessità fisica e spirituale di chiudere con un anno che mi ha dato parecchio filo da torcere
4. last but non least, tra 10 giorni mi trasferisco a Milano e questa, al momento, è la più grande novità del nuovo anno. 

Sono contenta ovviamente, ma non riesco ancora a metabolizzare tutto l'entusiasmo, misto a paura e ansia. E' come se avessi congelato il pensiero al giorno della partenza, anche se dentro di me sono davvero felice di questo capitolo che si sta aprendo nella mia vita. Le aspettative sono tante, forse molte di più di quelle che avevo riposto quando sono partita per Verona. Però da quella esperienza ne sono uscita un po' ferita, ecco perché rimango con i piedi per terra e spero solo il meglio per me.

Cosa ci vado a fare a Milano?
Al momento si tratta di un progetto che riguarda la mia tesi di dottorato. Starò via per circa 6 mesi. Sperando di trovare poi una collocazione più stabile nei mesi futuri. 
Milano mi piace e ci vivrei tranquillamente. 
Poi, questa partenza arriva proprio in un momento in cui avverto la necessità di potare un po' di rami secchi. E la lontananza dalla mia terra non può che farmi bene. 


Di nuovi propositi non ne ho. Sono molto concentrata sul lavoro e sul mio futuro.
Vorrei solo che la tenacia non mi abbandonasse mai. 
Poi sono sicura che la vita farà il suo corso. 

E i vostri buoni propositi?



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