sabato 5 agosto 2017

[13/345] Parto sola.

Se c'è una cosa che amo tantissimo fare è prenotare viaggi da sola. Non amo molto la compagnia durante i miei spostamenti anche se, spesso, quando sono in fila all'imbarco o in stazione in attesa del treno, rimpiango di non avere nessuno accanto.
Però nel mentre osservo tanto e scrivo nella mia mente pensieri favolosi.

Comunque dicevamo.
Domani parto. Sola. Raggiungo la mia coinquilina in Calabria. Poi di lì mi sposto, sola, in Sicilia dove re-incontrerò un blogger conosciuto qui anni fa.
Una cosa strana, però non ci sto più nella pelle.
Finalmente vado in Sicilia, sono anni che lo desidero.
Non ho ancora capito dove starò, però poi mi sono anche dedicata dei giorni solo per me.
Andrò a Siracusa e poi un po' più giù.
Il biglietto di ritorno non c'è ancora.
Lo farò ma non ho ancora deciso quando.

Lo scorso weekend sono stata a Milano. E' stato strano tornarci. Pensavo l'avrei presa peggio. 
In realtà, è stata la mia prova del nove. Ho capito che certe corde si sono spezzate, mentre altre sono così salde che non si spezzeranno mai.
E che certe cose possono scivolare dall'anima, mentre altre possono radicarsi così bene che nessuno potrà mai toglierle via.

Mi sono regalata del tempo. Di quello sano, che sa di cornetti al bar, di acqua fresca e caffè, di chiacchierate fino a tarda sera, di mattine passate sul letto a guardare la tv, di giri in centro, di occhi al cielo, di occhiali da sole e caldo sulla pelle, di poesie lette in metro. 
E' stato tutto bello e inaspettato.

E vorrei che fossero così anche questi giorni. 
Belli e inaspettati. 



mercoledì 26 luglio 2017

[12/365] La chiave della felicità è la disobbedienza a quello che non c'è.


#canzonedelgiorno

Nell'ultimo periodo ho affidato molti miei stati d'animo alla musica. 
Pensieri, emozioni, riflessioni, sono nati ascoltando semplicemente una canzone.
Ho scritto, pedalato, rivolto lo sguardo fuori da un finestrino, macinato km, senza mai abbandonare il mio lettore mp3 o le mie playlist di Spotify. 
E non posso nascondere che in molti casi la musica mi ha salvato. 

Stasera sono inciampata in questa canzone. Mi ricorda molto il mio passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Del resto ho conosciuto gli Afterhours quando ero ancora una bambina, per poi innamorarmene completamente durante la mia adolescenza. 

Ci sono tanti ricordi legati agli Afterhours. 

Il mio primo cd di musica alternative.
La prima canzone d'amore che mi è stata dedicata e che ascoltavo incessantemente mentre ero in Spagna. 
Il mio primo fidanzato serio. La sua batteria. Le sue lettere scritte a mano.
Un concerto a Conversano, dove abbiamo accompagnato a casa uno sconosciuto che era là fuori a fare l'autostop. 
Una vacanza in Salento, dove I milanesi ammazzano il sabato faceva da colonna sonora. 
Il concerto a Gallipoli e le foto con i musicisti incontrati per caso dopo.
Le notti passate a scrivere d'amore. E quelle, invece, in cui l'amore lo si faceva sul serio.
Voglio un pensiero superficiale cantato nei momenti più bui.
Verona e Milano.
Una maglia rossa e dei Rayban finti.

Gli Afterhours sono un po' la mia vita. Il mio passato, presente e forse futuro. Perché le loro canzoni non te le scordi facilmente.



lunedì 24 luglio 2017

[11/365] E.

Ieri è successa una cosa strana. Che poi tanto strana non è. Direi più piacevole, che strana. O forse piacevolmente strana.
Ho risentito E. Era da un paio di mesi che non lo facevamo, del resto FB mi informava che la sua vita sentimentale andava a gonfie vele, mentre la mia faceva fatica a decollare.
Gli unici tentativi di comunicazione erano legati a questioni lavorative, congressi, incontri, robe da medici insomma.

Ieri però, non so per quale motivo, abbiamo cominciato a scriverci con la scusa di una foto su IG. Mi sono ricordata subito di un’altra foto che mi aveva mandato quando abbiamo cominciato a frequentarci e che conservo ancora. Del resto, di uno in camice bianco super abbronzato non si butta niente. Si chiama devozione alla divisa ospedaliera. E poi non posso negare che è stato uno dei ragazzi più belli che abbia mai frequentato.

Abbiamo parlato di cazzate prima, di cose serie poi. E ho scoperto che la sua storia con la tipa del limone non va poi così tanto bene come FB ostenta(va).
Anzi pare che sia giunta al capolinea. Gli ho chiesto come mai le sue storie d’estate andassero tutte a puttane. Compresa quella con la sottoscritta. Ha cominciato a farfugliare discorsi ermetici, ma non ho insistito perché in fondo sapevo la risposta.
E so anche perché con questa ragazza le cose si siano bloccate. Non mi suonavano nuovi certi discorsi, del resto, E. rappresenta un prototipo di ragazzo che conosco benissimo.
Prevedibile nelle risposte, nei gesti, un po’ meno nei discorsi, ancor meno quando mi ha detto che mi vuole bene.
Sono scoppiata a ridere quando ho letto quelle tre parole. E non perché io non gliene voglia. Ma perché non mi sono mai posta veramente il problema. Quando esattamente un anno fa mi chiedevo cosa provassi per questa persona, non riuscivo a vederci sentimenti. Ma un forte attaccamento di natura sicuramente emotiva, che mi trascinava verso di lui senza grandi domande esistenziali. Ero attratta, ci facevo del gran e bel sesso (forse il migliore), mi incuriosiva e allo stesso tempo volevo incuriosirlo.
Certo, non posso nascondere che quando è finita, senza troppi giri di parole, anzi semplicemente con un’uscita di scena non troppo rumorosa, ci sono rimasta di merda.
Ho persino pianto.
Ho persino chiamato i miei amici maschi pretendendo da loro delle risposte. E non mi sono risparmiata nel dirgli che era stato un codardo. Ma del resto non mi doveva nulla, forse non doveva neanche darmi delle spiegazioni. Erano le nostre premesse. Non chiediamoci nulla, non aspettiamoci nulla, lasciamo solo che le cose accadano.
E poi come lo fai a giustificare un interesse che un giorno c’è e il giorno dopo svanisce? No, non si può spiegare. Ma forse, anzi sicuramente, si può ammettere. Si può ammettere che no, non mi piaci più. Che no, non ho più voglia di vederti. Che forse ho sbagliato tutto. Che non ci vedo un futuro. Che non ho voglia. Che del sesso anche basta.
Si possono dare miliardi di motivi, perché quelli ci sono.
Non possiamo spiegarli razionalmente, delle volte. Ma possiamo ammetterli. Possiamo dichiararli. Perché in fondo è questo che significa essere adulti. Ammettere che le cose non vanno e non possono andare. E che si sa che non sono cose belle da dire, ma se le diciamo, forse siamo delle persone migliori. Più coraggiose. Meno codarde.

Dopo quelle tre parole sono rimasta un po’ interdetta. Non gli ho nascosto che mi sembrava strano ma che comunque mi faceva piacere. Del resto non posso negare che grazie a lui si sono aperte alcune porte che credevo di aver chiuso a chiave.
Non posso negare che ho conosciuto la persona che più mi ha fatto sentire desiderata a letto. E tante altre emozioni che ho raccolto durante quei mesi estivi.
Poi ci avevo visto già una fine, forse sarà per questo che dopo il malessere per quel saluto mancato, non ci ho messo molto a girare pagina.

Mi sembra tutto leggero adesso, anche se, forse, leggendo vecchi post e pagine della mia Moleskine, potrebbe non risultare così.
La verità è che il tempo in questo caso ha fatto il suo dovere. Ha ridimensionato gli ardori, le passioni, le emozioni, le persone. Me e lui. Ci ha rimessi ognuno al proprio posto, nelle vite che ci spettano.

venerdì 21 luglio 2017

[10/365] Milano, ventricolo destro, piano di sopra.

Da quando sono rientrata da Milano, mi capita spesso di volgere i pensieri al contrario, di arrotolare il nastro di questa esperienza e rivivere i momenti che ho lasciato alla voce Milano, ventricolo destro, piano di sopra. 
Faccio questo esercizio più o meno tutti i giorni, mi basta guardare il calendario o l'agenda, guardare un numero e dirmi un mese fa ero qui, tre settimane fa stavo facendo questo. Insomma, l'app Accadde oggi di FB, ce l'ho anche io, nella mia testa.
(Ma per favore non ditemi che sono una persona che guarda al passato perché io nella mia vita riconosco di avere il problema opposto). 

Oggi, per esempio, è un giorno di quelli. Uno di quei giorni che mi hanno riportato violentemente indietro di un mese.
A quando ero seduta in un baretto sui Navigli a sorseggiare uno spritz. Con il sole alle spalle e di fronte una persona che non avrei più rivisto.
A quando, nonostante la mia jumpsuit fiorata, le zanzare si cibavano di me.
A quando sorseggiavo Falaghina in un giardinetto carino, pieno di gelsomini e zanzare. Sì, sempre loro.
Alla magia di Milano anche con l'afa alle 12 di sera. Ad una boccetta di Narciso Rodriguez. Alle canzoni scoperte tramite Shazam. A tante cose che frullavano nella mia testa.

Insomma, ad una serie di cose che sembravano farmi stare bene.

Non so se mi abituerò mai al tempo che passa, così in fretta, così violento a volte, così indifferente ai nostri cuori invertebrati, molluschi involontari, rossi buffoni. Lui passa e fa tutto da solo. Forma e deforma. Costruisce e demolisce.
Funziona così. E funzionerà così sempre.
Che arriviamo ad un punto. Lo viviamo, più o meno.
Poi andiamo avanti. E se rimaniamo fermi, è il tempo ad andare avanti per noi.
E' come un'onda: scompiglia, risucchia, leviga, butta via.
E tu sei lì, con il tuo cuore invertebrato, mollusco involontario, rosso buffone.
Che anche se è buffone non è detto che non si faccia male.
Non è detto che non si scompigli.
Non è detto che non venga risucchiato da chissà quale onda.
Non è detto che non venga levigato. Come una pietra.
Che si può spaccare. Perché anche le pietre si spaccano. O magari essere buttato via.

La scelta opportuna sarebbe non curarsene. Vivere e basta.
Perché tanto il tempo farà il suo dovere.

La mia testa è ancora lì, in quel giardinetto. Rivedo la scena perfettamente scolpita nella retina. Mi accendo una sigaretta mentre metto su una delle mie playlist preferite di Spotify. Mi distraggo così ultimamente.

Milano ha lasciato i suoi segni, se mi guardo dentro, vedo germogli in fiore.
E sono contenta. Perché adesso penso a quel giardinetto. E ci trovo tante domande. Ad alcune comincio a dare risposte, altre preferisco lasciarle lì.

E' il tempo, mi dico. E' lui che svela tutto.
Ed è lui che, anche questa volta, farà il suo dovere.


[#canzonedelgiorno]

lunedì 17 luglio 2017

[9/365] Una bugia.

Il brutto di chi non riesce a mentire è che glielo si legge in faccia. E se hai degli occhi che non passano inosservati, perché lo dico, lo ammetto e me ne vanto, io ho degli occhi così trasparenti, così grandi, così sinceri che delle menzogne non conoscono neanche il significato, capire che non stai bene viene facile.

Ed oggi è così.
Sarà per via del ciclo.
Sarà per via delle canzoni che sto ascoltando.
Sarà per via dei libri che sto leggendo.
Sarà per il lavoro che continua a non piacermi ma ad affascinarmi (questa poi un giorno ve la spiegherò).
Sarà per una serie di motivi che è presto scrivere, raccontare e sviscerare.
Ma oggi ho degli occhi gonfi, stanchi, distrutti, struccati, pieni di lacrime.

Perché sì, non mi vergogno a dirlo che proprio nel mezzo di una mattina che sembrava togliermi tutte le energie, sono scoppiata in un pianto senza freno.
E ho ringraziato lo schermo del pc dietro il quale mi sono nascosta.
Mi sono detta che passerà, perché tutto passa, del resto.
Che piangermi addosso non è la soluzione.
Che piangere può essere liberatorio, ma è da perdenti.
E io vorrei tenerle per me queste lacrime.
Perché ne riconosco il valore.
Perché non voglio che la parte più intima di me scivoli via così, poggiandosi sul viso e poi su pezzi di carta.

Vorrei un pulsante. Qualcosa da azionare per dire al mio cervello di smetterla ché una vacanza serve anche a lui.
Per dire al mio miocardio di darmi batticuore, piuttosto che tachicardia.
Per dire ai miei occhi che in momenti come questi dovrebbero chiudersi e riaprirsi a distanza di mesi.
E invece un pulsante non ce l'ho.

Ho un cervello con un ammasso di neuroni in lotta tra loro.
Ho un miocardio che fa rumore. E spinge per uscire dalla gabbia toracica.
Ho degli occhi aperti, vigili, lacrimanti.

Passerà. Lo dico davanti allo schermo. E mi nascondo pensando che questa bugia mi salverà.

[#canzonedelgiorno The Smiths - There is a light that never goes out]


lunedì 10 luglio 2017

[8/365] Di ritorni.

Il ritorno in Puglia è stato traumatico.

A dire il vero lo è stato anche la partenza da Milano, che mi ha lasciato un'amarezza in bocca e non solo.
Ho le ossa impregnate di delusione mista a stupore, ma va beh, è la vita, gli strappi non sono stati mai facili da sopportare, le distanze ancora meno. Del resto era tutto preventivato e altri luoghi comuni che continuo a ripetermi ormai da cinque giorni.

Ho disfatto la valigia il giorno dopo essere tornata, non avrei voluto farlo, non ero pronta. Era il gesto conclusivo di questa esperienza durata così poco per le innumerevoli emozioni che il mio muscolo cardiaco ha dovuto sopportare. E non volevo concludere proprio nulla. Ma dovevo.
Mi scorrevano in mente i momenti vissuti a Milano, più o meno intensamente, riponevo la roba nel mio armadio ricordando esattamente il momento in cui l'avevo indossata.
Ho chiamato qualche amica, chiedendo aiuto. Lo so, sono plateale quando devo affrontare il dolore. Ma la verità è che forse non ho le palle per farlo fino in fondo da sola.

Poi è arrivata l'ora del tramonto, ho preso la bici e sono andata al mare. E ho pensato che, in fondo, questo rientro in Puglia, nella stagione più bella dell'anno, non era poi così male.
Che avevo tante cose a cui pensare. Tante cose da scrivere. E allora ho cominciato a farlo sulla mia Moleskine, in una spiaggia deserta, cullata solo dalle onde del mare.
Ed è stato bellissimo. Ero in pace con me stessa.

E ho pensato che, forse, al momento mi bastava questo. Stare su una spiaggia da sola, scrivere, guardare il tramonto ed essere grata. Perché ero lì, a tenere insieme tutte le parti di me: quelle rotte, quelle più fragili, quelle più forti, quelle più insicure, quelle più battagliere.

Ero lì, e anche se mi sembrava la cosa più difficile da fare emotivamente in quel momento, io la stavo facendo. E anche con un bel sorriso sulle labbra.



domenica 9 luglio 2017

[7/365] Le parole sono solo parole.

Le parole sono solo parole. A volte speriamo che siano l’espressione dei sentimenti che desideriamo ricevere. Il racconto del mondo che gli altri ci regalano. Il dono di loro. Ma sono solo parole. Valgono del valore che hanno. Che è temporaneo ed effimero. Spesso non sono neanche opinioni articolate. Quando vengono scritte poi, valgono anche meno che dette. Perché le parole pronunciate sono anche fiato, la vibrazione di una corda, se non altro la difficoltà di intonarle e di muoverle attraverso le labbra. Sono un bacio dato all’aria che costa più fatica. 

E le persone sono solo persone. Non sono guide, non sono santi, non sono mostri, non sempre almeno. Solo Persone. Valgono il valore che li diamo, e neanche per tutto il tempo in cui glielo diamo. Le persone non sono i personaggi che dipingiamo su di loro. Non sono le presenze di cui abbiamo bisogno per riempire gli spazi della nostra vita. Non sono mezzi, ne fini, ne scopi, per dire a noi chi siamo noi. Non sono mai come saremmo noi al posto loro. E’ una legge esatta. Sono loro stessi, e normalmente molto meno di quello che potrebbero essere. 

Noi siamo tutti ossessionati dagli altri. Dal giudizio degli altri. Dalla riconoscenza degli altri. Dal bisogno che devono avere di noi. Dalla stima, la voglia, la speranza che nutrono in noi. Perché pensiamo che loro ci renderanno felici. Non è vero. Noi stessi ci rendiamo felici, da soli. Loro sono la compagnia con cui scegliamo di condividere la nostra stessa felicità. Invece viviamo di vanità e di insicurezze. Ed estendiamo il raggio di azione tanto più pubblici vogliamo essere. 

Gli altri sono solo gli altri. Possono farci ridere, e sarebbe già meraviglioso, forse tanto quanto farci piangere, ma non vivranno mai al posto nostro e possono in definitiva toglierci più di quello che sono in grado di darci. E lo tolgono perché ce lo strappiamo da soli per darglielo e sentirci dire grazie. Quindi smettiamo di chiedere di loro in misura maggiore di quanto sia necessario. Dovremmo essere felici, piuttosto, di ricevere il rimprovero di essere così come siamo. Che in quel rimprovero c’è la forza della nostra diversità. 

E le parole non contano. Dobbiamo misurare il tempo, non le parole. Il tempo è la moneta universale che abbiamo tutti nella stessa quantità. Ricchi, poveri, arroganti o vanitosi. 
Il tempo è il tempo. È l'unica cosa che vale misurare. Le parole, sono solo parole.

mercoledì 3 maggio 2017

[6/365] Libri: Attraversare i muri - un'autobiografia- Marina Abramovic

[Foto scattata dalla sottoscritta mentre aspettavo il solito treno in ritardo]

Non avrei mai potuto attraversare i muri da sola.
Comincia così l'autobiografia della grandmother della performance art, all'anagrafe Marina Abramovic, artista di origine serba. 
Il libro si apre con una pagina di ringraziamenti, in cui la stessa artista ringrazia coloro che l'hanno aiutata in questo percorso di riscoperta e lettura di sé, nero su bianco. 
Una storia fatta di racconti sorprendenti che si snodano a partire dall'infanzia di Marina, dal rapporto con la sua terra di origine -la Jugoslavia di Tito, a quello turbolento (e violento) con sua madre, partigiana estremista nel sangue, per poi abbracciare tutta la sua giovinezza, le storie più importanti della sua vita- quella con Ulay e quella con Paolo, fino a concludersi ai giorni nostri, che vedono l'artista ormai settantenne. Tutto definito e contornato dai successi (e insuccessi) artistici collezionati nel tempo: la traversata della Muraglia Cinese con il compagno di allora, Ulay, la vittoria del Leone D'Oro alla Biennale di Venezia, la grande performance al MoMA di New York, solo per citare alcuni dei suoi successi più famosi.

Sono rimasta affascinata dalla storia e dal percorso artistico di Marina Abramovic quando, non molti anni fa a dire la verità, mi sono imbattuta in un video su youtube, in cui l'artista incontrava Ulay durante la sua performance al MoMA. Nonostante non sia riuscita a comprendere subito la portata delle lacrime dell'artista di fronte al suo ex compagno, così come il perché di tanta gente che desiderava sedersi di fronte a lei, sono rimasta quasi folgorata dalla profondità di quel gesto, così banale e semplice, che mi ha spinto a cercare le ragioni di una tale performance, così come ad interessarmi alla vita di questa artista.
Ne è venuta fuori una ricerca, quasi spasmodica, di una vita sempre al limite del dolore, della sofferenza, della pazienza. Una vita fatta di tagli in cui non solo scorreva sangue (l'artista si è procurata sul serio dei tagli durante alcune sue performance) ma anche tutto il mistero di una mente umana così complessa e al tempo stesso ricca di sfaccettature razionalmente incomprensibili come è quella di Marina Abramovic.
Mi sono innamorata di lei, delle sue imperfezioni fisiche (amo il suo naso e i suoi lineamenti aspri, nonostante lei ci abbia messo una vita per accettarsi), delle sue continue sfide con il dolore, con il corpo, con l'anima. E così, quando a novembre in libreria mi sono imbattuta in questo libro (pubblicato in occasione dei suoi 70 anni), non ho potuto che dire di sì. Ci ho messo un bel po' per leggerlo (solo questione di pigrizia, tranquilli), ma ogni pagina era una scoperta e una fonte di continue domande. 
Una storia che affascina, non solo per la mole di dolore frazionata in parole, ma anche per la straordinaria forza che il suo corpo, ma soprattutto la sua testa, è in grado di trasmettere. 
Un'autobiografia che è una performance in fondo, dove l'artista, in maniera quasi ossessiva, mette a nudo attraverso parole e racconti tutta la disperazione, la fragilità, il desiderio di essere amata, la libertà e la sofferenza che hanno da sempre caratterizzato la sua vita.
Un libro che consiglio vivamente, amanti e non di arte contemporanea, perché racchiude in una vita così insolita, un'inspiegabile volontà e voglia di vivere fuori dal comune. 

giovedì 27 aprile 2017

[5/365] Milano a volte è un filtro che invecchia.

Cammino per le strade di Milano. Sola, con la musica nelle orecchie, sgattaiolando tra la gente qua e la, presa dalle vetrine, dalla fretta di prendere la metro, da quest’aria che sa di primavera, mista ad inverno, ad autunno scaduto, a estate lontana. 
Non mi lascio scalfire da questa atmosfera metropolitana, decadente e festaiola. 
Viaggio con la mia testa al mare, alle persone lontane, a te che hai qualcosa da dirmi ma non so cosa. 

Milano a volte è un filtro che invecchia e me ne accorgo quando, facendomi un selfie, osservo la mia pelle grigia e spenta. Sembra che abbia assorbito, oltre allo smog, tutti i pensieri di questi mesi.

Riguardo la foto, sono quasi compiaciuta dalla bellezza dei miei occhi. 
E’ stupido ammetterlo, lo so bene, ma riconosco che sono l’unico tesoro di cui posso andare fiera. Perché, in fondo, nascondono –forse non troppo bene- tutto quello che mi porto dentro. 

Continuo a camminare mentre penso che quella foto avrei potuto scattarla con qualcun altro se solo avessimo avuto modo di essere trasparenti nelle intenzioni e generosi nei sentimenti. 
Sorrido, da sola, perché in fondo è l’unica cosa che mi resta quando riguardo la pellicola del film del mio passato, non troppo passato. 

Forse è arrivato il momento di abbandonare l’armatura, ammettere che da sola non posso arrivare da nessuna parte. Che, in fondo, potrei essere solo triste per il resto della mia vita se non imparo a lasciarmi andare nel modo giusto. Abbandono anche questo pensiero. Milano, a volte, è uno psicoterapeuta troppo severo per il mio muscolo cardiaco. 

mercoledì 1 marzo 2017

[4/365] Ho detto NO al cioccolato.

Ho fatto un patto con la mia coinquilina: ho detto NO al cioccolato.

Premessa: io non sono credente. O meglio, sono in un periodo in cui non mi chiedo più se esiste un Dio o meno. Cerco di fare il mio meglio, di dare il massimo in quello che faccio e di essere una persona onesta. Poi se Dio esiste o meno, non lo so. 
Dopo anni passati tra i banchi di una chiesa, ho cominciato a rendermi conto che non era né la fede, né la religione a rendermi una persona migliore. 
E' un discorso complesso, magari ve ne parlo in un altro momento.

Anyway, oggi, per chi è cristiano, comincia la quaresima e io e la mia coinquilina abbiamo deciso di fare questo fioretto.
L'idea che ci sia qualcuno che con me condivide questa scelta mi stimola e mi spinge ad impegnarmi sul serio.

So che vi starete già chiedendo se sia matta o cosa. Però, per me rinunciare al cioccolato è grave. Credo che sia il cibo di cui sono più dipendente, roba che se non ne mangio un pezzettino al giorno rischio di andare di matto.
Però ho pensato che la mia rinuncia al cioccolato potesse essere un motivo per impegnarmi mentalmente in qualcosa. 

Di solito sono una persona disfattista, quando penso che non posso farcela, non mi impegno, lascio perdere dall'inizio. 
E' sempre stato così: con la dieta, con i libri, con tutte le passioni che ho coltivato all'inizio per entusiasmo e poi ho lasciato. Per non parlare delle relazioni. 

E allora mi sono detta che forse era il caso di rimettersi in gioco. Di provare ad allenare i miei neuroni alla rinuncia, all'attesa, alla pazienza. 
Di fare di questo stupido e semplice fioretto una palestra di vita. Qualcosa che mi indirizzasse a lavorare sulla mia persona, sulle mie volontà, sui miei desideri. 
In fondo, perché non provarci?
E allora da oggi ho detto NO al cioccolato. E per oggi ci sono riuscita!

martedì 14 febbraio 2017

[3/365] San Valentino.

E' San Valentino e nessuno mi ha portato a cena fuori.
Non ho ricevuto fiori, né regali. Neanche un ciondolo Pandora.
Che merda di fidanzato!, direi- se solo avessi qualcuno.
I social sono infestati di massime, per lo più banali, su questa festa, che dovrebbe ricordare l'amore e invece a me fa così tanta tristezza che sono venuta qui, a parlarne con voi.
Sediamoci ad un tavolino, vi offro una tisana, con dei pezzettini di mela e lavanda. Anche del cioccolato fondente, ché a me piace un sacco e non posso andare a letto senza.

Non sono così arida come qualcuno pensa.
Ho fatto anche io i miei pensieri sull'amore, oggi. Cosa credete!
Ho pensato a quegli amori inespressi. A quelli nascosti. A quelli che si nascondono nelle chat dei nostri telefoni. A quelli che vivono nei nostri sogni. Nelle nostre vite immaginarie. Nei nostri film mentali.
Agli amori lontani. A quelli che non abbiamo vissuto a pieno. A quelli dimenticati in fretta.
Agli amori che non proveremo mai. O peggio ancora che non vivremo mai.
Agli amori che ci fanno allontanare dalla realtà. O a quelli che ci fanno sentire così vicini ad essa da guardarla un po' distorta.
Ho pensato agli amori finiti. A quelli che cerchi di dimenticare. A quelli che invece, prepotenti, invadono la tua vita facendoti sentire vivo.
Ho pensato a quante vite servirebbero per vivere tutti gli amori possibili. Forse una non è abbastanza. Forse è troppo poco. O forse sì. Basta una vita per scegliere chi avere accanto. Una volta. Una che sia una vita intera.
E le paure. Ho pensato anche a quelle. Alla paura di non saper amare. Di non poterlo fare come vorremmo.
Alla paura che blocca i sentimenti. Che non ti fa essere te stesso. Che non ti fa vivere l'amore in tutte le sue forme possibili.

La tisana è bollente. Mangio un po' di cioccolata mentre immagino i vostri occhi sullo schermo.
Nella mia serata di San Valentino ideale, in questo momento sto sorseggiando del vino rosso con il mio compagno. Ho le guance rosse e la matita un po' sbavata. Mi sta facendo ridere troppo e non riesco a non lacrimare un po'.
Parliamo di libri, di film, di vacanze da progettare.
Ho il rossetto ancora intatto. Lui si stupisce di come io sia sempre così impeccabile con il mio Kiko rosso ciliegia. Trucchi del mestiere.
Stasera stiamo così bene insieme che anche il cameriere che ci chiede se vogliamo qualcos'altro ci infastidisce.
Finiamo la bottiglia e corriamo a casa. Non facciamo neanche in tempo a varcare la porta di casa che siamo già in camera da letto.
Il finale è uno di quelli più banali che succedono nei film d'amore. Uno di quelli in cui si passa già alla scena successiva, dove i due dormono avvolti da lenzuola sfatte in una camera da letto enorme.

Riavvicino la tazza alle labbra. La tisana è buona. Ma ho ancora voglia di cioccolato.
Devo consolarmi così ultimamente.
E' questo l'effetto dell'amore che manca? Attaccarsi morbosamente ad un cibo che provoca piacere?
Forse.
Mi manca l'amore?
Ne ho davvero bisogno?
Cosa è l'amore?

Ho mal di testa. Vado a letto.
[Il finale banale di quelle donne che dell'amore preferiscono parlarne in un altro momento].

sabato 7 gennaio 2017

[2/365] Di quando pensi di essere pronta e invece.

L'altra sera sono andata ad una festa di compleanno di una delle mie più care amiche.
Una bellissima festa in cui ho bevuto un po' troppo e mi sono divertita così tanto che a momenti mi sentivo io la festeggiata.
Mi hanno mandato un video in cui ballavo sulle sedie, e ho detto tutto.

Ero preparata a tutto: a divertirmi, a bere molto, a mangiare poco, a farmi selfie e foto a go go. Insomma, cose mainstream che si fanno durante le feste.
Ma dopo circa un'oretta che ero nel locale, la porta si è aperta ed è entrata una coppia.
Era E. con il suo nuovo cane da guardia.

Non me ne sono accorta subito e ci è voluto un bel po' affinché ci trovassimo vicini per i soliti convenevoli del ciao come stai. 
Ho fatto la brillante come mio solito. E ho affidato all'alcol tutto il mio disagio.

E. non era da solo, ma in compagnia di una tappetta bruna dai capelli lunghi e una personalità anonima, che non ha fatto altro che guardarmi per tutta la serata, mettendosi accanto a E. mentre io e lui parlavamo, senza presentarsi (mah).
E se io da un lato del locale mi divertivo come una matta, loro dall'altro erano due semplici invitati anonimi in un gruppo molto numeroso di persone.
Io e E. ci siamo lanciati qualche sguardo, niente di che. Niente che potesse dare spazio a qualche maliziosa suggestione.

Ad un certo punto li ho visti limonare. Ho sorriso e ballato, pensando che in fondo era giusto così.
Poi la festa (la loro) è finita, e sono andati via.
E finita anche la mia di festa e sono tornata a casa abbastanza sfatta.

Il giorno dopo avevo un cerchio alla testa dovuto al vino e un pensiero fisso, stampato sugli occhi.
E. che baciava un'altra. 
Pensavo di essere pronta a tutto questo. Infondo me lo aspettavo pure. Lo immaginavo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi come mai il giorno dopo, e quello dopo ancora, io sia rimasta con la testa a quest'estate e alle notti passate con lui.
E' come se quel bacio, che prima era mio, mi avesse fatto male.
Eppure so che E. non mi piace più, forse non mi è mai piaciuto fino in fondo, che non fa più parte della mia vita ormai da mesi.
Eppure mi è preso un magone che avrei volentieri evitato.

Ho cercato di non pensarci, come solo le persone razionali riescono a fare.
Ma il problema è che quando qualcosa si rompe nella nostra vita e rimane guasto, tu a quei pezzi rotti ci pensi. Perché vorresti aggiustarli. E non tanto per rimetterli insieme, ma perché aggiustando quei pezzi potresti aggiustare anche te.

Di tutte le storie vissute, importanti o meno, non mi sono mai piaciuti quei finali senza confini netti. Dove le parole non hanno fatto il loro e i gesti sono stati da meno.
Dove si è affidato tutto al caos, piuttosto che alla casualità.
Dove si è affidato al tempo, la cura delle ferite.
Con E. è stato così.
Un inizio e una fine indefinita. Ma oggi rileggendo il tutto, non riesco a immaginare qualcosa di diverso. E dico che va bene così.

Va bene incontrarlo in un locale e fare finta che non sia successo nulla, mentre nella testa ti passa quella canzone di Jovanotti che fa come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente, salutarci come due vecchi amici Ehi, ciao come stai.
Va bene vederlo limonare con un'altra, toccarle i fianchi e spostarle i capelli.
Va bene sorridere alle sue battute cretine che non fanno ridere neanche lui.

Va bene così.






martedì 3 gennaio 2017

[1/365] HNY 2017


Arrivo un po' in ritardo con gli auguri e con questo post.
Scusate. 
Ma il 2017 mi ha dato il benvenuto con una bella febbre di 38 gradi. Del resto, se la notte l'ho passata con un vestitino leggero e un super raffreddore, non potevo aspettarmi altro.

Sono contenta di questo 2017 che finalmente è arrivato. Per diversi motivi:
1. le vacanze di natale sono terminate e per un anno circa posso stare tranquilla
2. il 2016 non mi ha entusiasmato molto se non per i miei viaggi e qualche conoscenza che mi è rimasta nel cuore
3. sentivo la necessità fisica e spirituale di chiudere con un anno che mi ha dato parecchio filo da torcere
4. last but non least, tra 10 giorni mi trasferisco a Milano e questa, al momento, è la più grande novità del nuovo anno. 

Sono contenta ovviamente, ma non riesco ancora a metabolizzare tutto l'entusiasmo, misto a paura e ansia. E' come se avessi congelato il pensiero al giorno della partenza, anche se dentro di me sono davvero felice di questo capitolo che si sta aprendo nella mia vita. Le aspettative sono tante, forse molte di più di quelle che avevo riposto quando sono partita per Verona. Però da quella esperienza ne sono uscita un po' ferita, ecco perché rimango con i piedi per terra e spero solo il meglio per me.

Cosa ci vado a fare a Milano?
Al momento si tratta di un progetto che riguarda la mia tesi di dottorato. Starò via per circa 6 mesi. Sperando di trovare poi una collocazione più stabile nei mesi futuri. 
Milano mi piace e ci vivrei tranquillamente. 
Poi, questa partenza arriva proprio in un momento in cui avverto la necessità di potare un po' di rami secchi. E la lontananza dalla mia terra non può che farmi bene. 


Di nuovi propositi non ne ho. Sono molto concentrata sul lavoro e sul mio futuro.
Vorrei solo che la tenacia non mi abbandonasse mai. 
Poi sono sicura che la vita farà il suo corso. 

E i vostri buoni propositi?



LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...