venerdì 21 luglio 2017

[10/365] Milano, ventricolo destro, piano di sopra.

Da quando sono rientrata da Milano, mi capita spesso di volgere i pensieri al contrario, di arrotolare il nastro di questa esperienza e rivivere i momenti che ho lasciato alla voce Milano, ventricolo destro, piano di sopra. 
Faccio questo esercizio più o meno tutti i giorni, mi basta guardare il calendario o l'agenda, guardare un numero e dirmi un mese fa ero qui, tre settimane fa stavo facendo questo. Insomma, l'app Accadde oggi di FB, ce l'ho anche io, nella mia testa.
(Ma per favore non ditemi che sono una persona che guarda al passato perché io nella mia vita riconosco di avere il problema opposto). 

Oggi, per esempio, è un giorno di quelli. Uno di quei giorni che mi hanno riportato violentemente indietro di un mese.
A quando ero seduta in un baretto sui Navigli a sorseggiare uno spritz. Con il sole alle spalle e di fronte una persona che non avrei più rivisto.
A quando, nonostante la mia jumpsuit fiorata, le zanzare si cibavano di me.
A quando sorseggiavo Falaghina in un giardinetto carino, pieno di gelsomini e zanzare. Sì, sempre loro.
Alla magia di Milano anche con l'afa alle 12 di sera. Ad una boccetta di Narciso Rodriguez. Alle canzoni scoperte tramite Shazam. A tante cose che frullavano nella mia testa.

Insomma, ad una serie di cose che sembravano farmi stare bene.

Non so se mi abituerò mai al tempo che passa, così in fretta, così violento a volte, così indifferente ai nostri cuori invertebrati, molluschi involontari, rossi buffoni. Lui passa e fa tutto da solo. Forma e deforma. Costruisce e demolisce.
Funziona così. E funzionerà così sempre.
Che arriviamo ad un punto. Lo viviamo, più o meno.
Poi andiamo avanti. E se rimaniamo fermi, è il tempo ad andare avanti per noi.
E' come un'onda: scompiglia, risucchia, leviga, butta via.
E tu sei lì, con il tuo cuore invertebrato, mollusco involontario, rosso buffone.
Che anche se è buffone non è detto che non si faccia male.
Non è detto che non si scompigli.
Non è detto che non venga risucchiato da chissà quale onda.
Non è detto che non venga levigato. Come una pietra.
Che si può spaccare. Perché anche le pietre si spaccano. O magari essere buttato via.

La scelta opportuna sarebbe non curarsene. Vivere e basta.
Perché tanto il tempo farà il suo dovere.

La mia testa è ancora lì, in quel giardinetto. Rivedo la scena perfettamente scolpita nella retina. Mi accendo una sigaretta mentre metto su una delle mie playlist preferite di Spotify. Mi distraggo così ultimamente.

Milano ha lasciato i suoi segni, se mi guardo dentro, vedo germogli in fiore.
E sono contenta. Perché adesso penso a quel giardinetto. E ci trovo tante domande. Ad alcune comincio a dare risposte, altre preferisco lasciarle lì.

E' il tempo, mi dico. E' lui che svela tutto.
Ed è lui che, anche questa volta, farà il suo dovere.


[#canzonedelgiorno]

lunedì 17 luglio 2017

[9/365] Una bugia.

Il brutto di chi non riesce a mentire è che glielo si legge in faccia. E se hai degli occhi che non passano inosservati, perché lo dico, lo ammetto e me ne vanto, io ho degli occhi così trasparenti, così grandi, così sinceri che delle menzogne non conoscono neanche il significato, capire che non stai bene viene facile.

Ed oggi è così.
Sarà per via del ciclo.
Sarà per via delle canzoni che sto ascoltando.
Sarà per via dei libri che sto leggendo.
Sarà per il lavoro che continua a non piacermi ma ad affascinarmi (questa poi un giorno ve la spiegherò).
Sarà per una serie di motivi che è presto scrivere, raccontare e sviscerare.
Ma oggi ho degli occhi gonfi, stanchi, distrutti, struccati, pieni di lacrime.

Perché sì, non mi vergogno a dirlo che proprio nel mezzo di una mattina che sembrava togliermi tutte le energie, sono scoppiata in un pianto senza freno.
E ho ringraziato lo schermo del pc dietro il quale mi sono nascosta.
Mi sono detta che passerà, perché tutto passa, del resto.
Che piangermi addosso non è la soluzione.
Che piangere può essere liberatorio, ma è da perdenti.
E io vorrei tenerle per me queste lacrime.
Perché ne riconosco il valore.
Perché non voglio che la parte più intima di me scivoli via così, poggiandosi sul viso e poi su pezzi di carta.

Vorrei un pulsante. Qualcosa da azionare per dire al mio cervello di smetterla ché una vacanza serve anche a lui.
Per dire al mio miocardio di darmi batticuore, piuttosto che tachicardia.
Per dire ai miei occhi che in momenti come questi dovrebbero chiudersi e riaprirsi a distanza di mesi.
E invece un pulsante non ce l'ho.

Ho un cervello con un ammasso di neuroni in lotta tra loro.
Ho un miocardio che fa rumore. E spinge per uscire dalla gabbia toracica.
Ho degli occhi aperti, vigili, lacrimanti.

Passerà. Lo dico davanti allo schermo. E mi nascondo pensando che questa bugia mi salverà.

[#canzonedelgiorno The Smiths - There is a light that never goes out]


lunedì 10 luglio 2017

[8/365] Di ritorni.

Il ritorno in Puglia è stato traumatico.

A dire il vero lo è stato anche la partenza da Milano, che mi ha lasciato un'amarezza in bocca e non solo.
Ho le ossa impregnate di delusione mista a stupore, ma va beh, è la vita, gli strappi non sono stati mai facili da sopportare, le distanze ancora meno. Del resto era tutto preventivato e altri luoghi comuni che continuo a ripetermi ormai da cinque giorni.

Ho disfatto la valigia il giorno dopo essere tornata, non avrei voluto farlo, non ero pronta. Era il gesto conclusivo di questa esperienza durata così poco per le innumerevoli emozioni che il mio muscolo cardiaco ha dovuto sopportare. E non volevo concludere proprio nulla. Ma dovevo.
Mi scorrevano in mente i momenti vissuti a Milano, più o meno intensamente, riponevo la roba nel mio armadio ricordando esattamente il momento in cui l'avevo indossata.
Ho chiamato qualche amica, chiedendo aiuto. Lo so, sono plateale quando devo affrontare il dolore. Ma la verità è che forse non ho le palle per farlo fino in fondo da sola.

Poi è arrivata l'ora del tramonto, ho preso la bici e sono andata al mare. E ho pensato che, in fondo, questo rientro in Puglia, nella stagione più bella dell'anno, non era poi così male.
Che avevo tante cose a cui pensare. Tante cose da scrivere. E allora ho cominciato a farlo sulla mia Moleskine, in una spiaggia deserta, cullata solo dalle onde del mare.
Ed è stato bellissimo. Ero in pace con me stessa.

E ho pensato che, forse, al momento mi bastava questo. Stare su una spiaggia da sola, scrivere, guardare il tramonto ed essere grata. Perché ero lì, a tenere insieme tutte le parti di me: quelle rotte, quelle più fragili, quelle più forti, quelle più insicure, quelle più battagliere.

Ero lì, e anche se mi sembrava la cosa più difficile da fare emotivamente in quel momento, io la stavo facendo. E anche con un bel sorriso sulle labbra.



domenica 9 luglio 2017

[7/365] Le parole sono solo parole.

Le parole sono solo parole. A volte speriamo che siano l’espressione dei sentimenti che desideriamo ricevere. Il racconto del mondo che gli altri ci regalano. Il dono di loro. Ma sono solo parole. Valgono del valore che hanno. Che è temporaneo ed effimero. Spesso non sono neanche opinioni articolate. Quando vengono scritte poi, valgono anche meno che dette. Perché le parole pronunciate sono anche fiato, la vibrazione di una corda, se non altro la difficoltà di intonarle e di muoverle attraverso le labbra. Sono un bacio dato all’aria che costa più fatica. 

E le persone sono solo persone. Non sono guide, non sono santi, non sono mostri, non sempre almeno. Solo Persone. Valgono il valore che li diamo, e neanche per tutto il tempo in cui glielo diamo. Le persone non sono i personaggi che dipingiamo su di loro. Non sono le presenze di cui abbiamo bisogno per riempire gli spazi della nostra vita. Non sono mezzi, ne fini, ne scopi, per dire a noi chi siamo noi. Non sono mai come saremmo noi al posto loro. E’ una legge esatta. Sono loro stessi, e normalmente molto meno di quello che potrebbero essere. 

Noi siamo tutti ossessionati dagli altri. Dal giudizio degli altri. Dalla riconoscenza degli altri. Dal bisogno che devono avere di noi. Dalla stima, la voglia, la speranza che nutrono in noi. Perché pensiamo che loro ci renderanno felici. Non è vero. Noi stessi ci rendiamo felici, da soli. Loro sono la compagnia con cui scegliamo di condividere la nostra stessa felicità. Invece viviamo di vanità e di insicurezze. Ed estendiamo il raggio di azione tanto più pubblici vogliamo essere. 

Gli altri sono solo gli altri. Possono farci ridere, e sarebbe già meraviglioso, forse tanto quanto farci piangere, ma non vivranno mai al posto nostro e possono in definitiva toglierci più di quello che sono in grado di darci. E lo tolgono perché ce lo strappiamo da soli per darglielo e sentirci dire grazie. Quindi smettiamo di chiedere di loro in misura maggiore di quanto sia necessario. Dovremmo essere felici, piuttosto, di ricevere il rimprovero di essere così come siamo. Che in quel rimprovero c’è la forza della nostra diversità. 

E le parole non contano. Dobbiamo misurare il tempo, non le parole. Il tempo è la moneta universale che abbiamo tutti nella stessa quantità. Ricchi, poveri, arroganti o vanitosi. 
Il tempo è il tempo. È l'unica cosa che vale misurare. Le parole, sono solo parole.

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