lunedì 8 settembre 2014

Tornare alla vita di sempre con l'imperativo di cambiarla.

Ho in testa questa frase da un bel po’ di giorni ormai, da quando sul sito di Trenitalia ho cliccato Acquista il biglietto. 
Pensavo che i postumi del rientro sarebbero stati catastrofici. Tipo che mi sarei trovata sul divano a versare lacrime invano, con la sigaretta in una mano e un fazzoletto bianco nell’altra. 
L’ultima volta che sono ritornata dalla Puglia, dopo la laurea, sono stata così male che un giorno sì e l’altro pure ero lì con la valigia in mano pronta a scappare . E invece questa volta è andata peggio, no scherzo. 
E’ stato un rientro soft, uno di quelli che non mi aspettavo, uno di quelli senza gravi conseguenze psicologiche. 
E poi in parte volevo ritornare, volevo riprendere in mano la mia vita, le mie abitudini, i miei ritmi, i miei spazi veronesi. Non si può vivere sempre in vacanza. 

Mentre me ne stavo come una lucertola al sole, cacciavo dalla testa il solito pensiero: devo cominciare a pensare a cosa fare della mia vita
Ho allontanato questo pensiero per circa 35 giorni dalla mia testa, a volte con scarsi risultati. 
Ma, adesso che la vita sta riprendendo il suo normale corso, è giusto che io pensi a cosa fare seriamente. 
La mia esperienza qui a Verona sta per concludersi, pochi giorni e poi sarò nuovamente con una valigia in mano, sperando di non ritornare in Puglia. Amo la mia terra, è la terra dove vorrei invecchiare, dove vorrei innamorarmi, dove vorrei far crescere i miei figli, dove vorrei far ritornare tutti gli amici che sono andati via, ma sento che adesso non è la terra che può farmi bene. Soprattutto alla mia salute mentale. 

Piano piano settembre scivola dall’estate all’autunno. Devo farmene una ragione. E ci provo. Provo a ragionare. Nella mia testa e nella mia agenda appaiono lentamente liste di cose da fare. Cose semplici, come la lista della spesa o delle email da inviare. Piccoli impegni da incastrare nei limiti temporali della settimana. Sogni, progetti, intenzioni si intrufolano nei pensieri, tra tramonti fugaci, sigarette fumate sul divano, musica a random su Spotify. Settembre è il mese dei buoni propositi. Si ricomincia. E non è un male. Una sorta di capodanno interiore, accompagnato da tutti gli stress che il ri-cominciare comporta. E mentre scelgo quale maglietta indossare e quali scarpe mettere, ché ieri ha piovuto e stasera potrebbe fare freddo, scelgo anche quale serie tv guardare, quale libro leggere, a quale sport appassionarmi. E se mi iscrivessi ad un corso di inglese? O magari teatro. Sì, perché il teatro non mi dispiacerebbe affatto. Fare introspezione. Fermarmi un attimo per (cercare di) capire chi sono realmente. 
E’ questo il mio settembre/stressembre. Una agenda piena di cose da fare. Concorsi da provare. Curriculum da inviare. Viaggi da progettare. Persone da incontrare. Musica da ascoltare. Passioni da coltivare. Treni da prendere. Cose da imparare. Tornare alla vita di sempre con l’imperativo di cambiarla.

martedì 2 settembre 2014

Benvenuto stressembre.

Non è un inizio simpatico per questo mese.
Piove. E mica due gocce. Sembra che qualcuno lassù abbia dimenticato i rubinetti aperti. Io odio settembre. In realtà non so spiegarvi se è proprio un odio. So solo che mi infastidisce perché si porta via tutte quelle cose belle dell’estate e mi lascia addosso un magone fatto di nostalgia, malinconia, ansia…depressione. Avete presente L’Urlo di Munch? Ecco, l’immagine di me nello specchio le somiglia tantissimo.
Però io ho dei bei capelli lunghi e diciamo che sono anche un po’ più carina. Giusto un po’, perché con l’angoscia stampata sulla faccia pochi lo sarebbero.
Mi tocca abituarmi all’idea che l’estate è finita. E non solo perché stasera non farò le 4, non berrò la mia birra stordi-neuroni e domani non andrò al mare all’ora di pranzo. Accanto alla mia scrivania c’è una valigia rossa che aspetta di essere riempita.
Domani ritorno a Verona, è questo il mio congedo dall’estate.
Il ritorno in questa città amata e odiata.
Domani sarà autunno: nei miei progetti, nelle mie partenze, nella mia pelle che ritornerà del colore delle pareti di un ospedale, nel mio guardaroba, nella mia alimentazione, nelle mie serate passate, forse, al parco.
Mi mancherà l’estate, mi mancherà quello che ho vissuto, quella parte di me che ho scoperto in questi mesi. Mare, sole, sorrisi, baci dati e non dati, sguardi, labbra salate, brillantini, pelle dorata, fiordaliso, tramonti, concerti, treni, sconosciuti.
Sono solo alcune parole che stuzzicano la mia amigdala amplificando questo misto di emozioni che mi porto dentro. Se ne stanno lì, aggrovigliate. Potrei metterle insieme per costruire il puzzle di questo agosto intenso. Ma non lo farò. Le lascio così, disperse, a provocare la mia e la vostra immaginazione.

giovedì 28 agosto 2014

Non voglio che arrivi settembre.



L'estate mi si è stampata sulla pelle. 
Agosto è stato un mese intenso. 
Mi sono innamorata ventordici volte. Del sole, del mare, della salsedine, dei costumi di Calzedonia, delle maglie bianche, dei sandali ultra flat, dei tramonti, delle angurie mangiate in ogni dove, dei concerti, delle canzoni di Levante, degli uomini.
Non voglio che arrivi settembre.
Non lo voglio nella mia vita adesso.

venerdì 22 agosto 2014

Attese.

Succede che quando vado a letto molto presto (il concetto di molto presto è relativo) dopo 3-4 ore mi risveglio nel cuore della notte che sono già bella e riposata. E' successo adesso e non chiedetemi il perché. Mi sono svegliata con l'ansia di controllare il telefono e non ci ho trovato nulla, né una chiamata persa, né un messaggio su whatsapp, né l'sms fidato dell'amica lontana. Niente di niente. 
La cosa non mi dispiace, né mi fa star male, ma in un certo senso sono rimasta delusa. 
Perché sono andata a letto con la speranza che al mio risveglio avrei trovato un messaggio, avrei trovato qualcuno che nel cuore della notte mi avrebbe cercato, anche solo per dirmi ciao, come stai.
Sono una di quelle persone che vive perennemente in attesa. Non so se questa sia una cosa positiva o negativa. Di certo, pensare ad una persona ferma ad un binario, in attesa di un treno, non mi mette tutta questa gioia. Perché io sono una che ai binari si sente felice, osserva la vita passare, scruta la gente e immagina le loro storie, ma poi si annoia se quel treno tarda ad arrivare. E stanotte mi sento un po' così: annoiata a quel binario, a vedere la vita passare senza poi fare nulla di concreto. C'è la musica ad allietare l'officina dei pensieri, ma questi neuroni sempre a lavoro non mi fanno poi così tanto bene. 
Da lontano intravedo una luce blu, è la luce di un televisore acceso e mi chiedo se anche quella persona, nella casa di fronte, è come me. Se anche lei è in attesa di quel non so che che non la fa dormire. O se semplicemente è una tv rimasta accesa per caso. 
Mi piacerebbe entrare nelle case degli altri a quest'ora, immaginare e osservare le storie delle persone che ci abitano. Troverei bambini che dormono nudi sui loro letti, amanti abbracciati dopo una notte di sesso, mariti e mogli che dormono ai lati opposti del letto, adolescenti con lo sguardo attaccato allo schermo dei loro smartphone, irrequieti di natura che girovagano per casa aspettando che il sonno ritorni, giovani annoiati davanti ad una tv. Tutti con un concetto di attesa nel cuore. Perché, infondo, anche aspettare che la notte passi è attesa.

[Listening to Paolo Nutini - Iron sky]

lunedì 11 agosto 2014

Il blog va in vacanza.

Passata la sbornia amorosa per il toyboy, ho deciso che stare a martellare il cuore con il mio autoerotismo concettuale non è il caso.
Domani parto. Destinazione Salento. E' tutto all'avventura. Senza una meta precisa, senza orario, senza programmi.
Solo mare e tante risate.
Quest'estate, a parte quella triste parentesi durata - per fortuna- pochissimo, mi sta piacendo troppo.
Ah, testadic è risorto. E' in Puglia anche lui. Ma giocheremo ad evitarci. Credo sia la scelta giusta per me.
Anche perché...volete sapere una cosa?? Di uomini davvero non ne posso più.
Il blog perciò va in vacanza!

Buon ferragosto!

sabato 9 agosto 2014

Il peso di un rifiuto è devastante.

Il peso di un rifiuto è devastante. Stamattina si è posizionato sul mio stomaco e mi sono svegliata di merda. Ho dormito circa due ore, male per giunta.
Ieri sera sono stata ad una festa e mi sono ritrovata il toyboy. Ci siamo scambiati una buona dose di indifferenza reciproca, solo che io non sono fatta per questi giochetti. E così ho cercato di fare l'amica. Con scarsi risultati ovviamente.
Non contenta di quello che mi aveva detto l'ultima volta, gli ho chiesto spiegazioni. Volevo capire. E stamattina mi chiedo cosa? 
Cosa volevo capire? Che ho di fronte un ragazzino che è appena uscito da una storia e vuole divertirsi? Che si è buttato in qualcosa di più grande di lui e poi è scappato? Che sono stata un pensiero settimanale con il quale è sfuggito per alcuni momenti alle sue giornate di noia, tutte uguali? Cosa???

La storia è questa: lui mi conosce il giorno della mia festa di laurea. 
Mi cerca il giorno dopo. 
Mi chiede il numero. 
Mi tempesta di messaggi per un'intera giornata. 
Mi raggiunge ad una festa e mi bacia davanti ai suoi amici. 
Mi invita ad uscire il giorno dopo. 
Stiamo così bene insieme che io dico...ma vedi un po'. Poi la caduta di stile di un ragazzino che ho perdonato con molta facilità, visto il contesto dal quale usciva: non voglio fidanzarmi. Magari se non me lo dici la prima sera che esci con me è meglio. Però fa niente, è un ragazzino che deve ancora imparare come si trattano le donne. Anche se sa baciare bene, anche se mi piace la sua intraprendenza, anche se mi piace e basta, nonostante sia più piccolo di me. 
Poi io parto per Verona. Gli dico la verità. Che quella frase non voglio fidanzarmi poteva risparmiarsela. Neanche io lo voglio, o almeno non posso programmarlo o prevederlo. E' così incasinata ora la mia vita che non so neanche cosa farò domani. 
Lui mi dice che vuole una storia di sesso. Mah. Io non so se voglio una storia di sesso. Cioè non posso sapere se lo voglio, devo conoscerti. E' tutto così prematuro. 
Ma tu mi piaci, mi piace stare con te, mi piace averti accanto. Parole sue che (ho cancellato per non farmi del male) mi fanno rimanere allibita. E' immaturo, non pesa le parole che dice. 
Sono in treno per Verona, è notte, continuiamo a mandarci messaggi come se non ci fosse un domani. 
Il domani arriva però. Io ho poche ore di sonno, vado in laboratorio e mi trovo tempestata di suoi messaggi. Buongiorno, buonanotte, tredicimila che fai, vorrei che fossi qui, quando torni? al giorno. E non sto esagerando. Non gli dico quando torno. Sono curiosa di sapere se mi aspetterà. Infondo sono solo 10 giorni. Cerco di tenerlo a bada perché delle volte è un uragano, come i suoi baci. 
Poi dopo una settimana questo gioco finisce. E così, senza un motivo, sparisce nel nulla. Meglio così, mi dico. Che a me questi giochetti telefonici non mi sono mai piaciuti. 
Torno a casa, questa volta sono io ad avere una voglia matta di vederlo. Ma mi evita. Poi ci becchiamo il giorno prima della sua partenza. Quello che è successo ve l'ho più o meno scritto.
E poi ci siamo rivisti ieri. Per tutta la serata ho avuto addosso il peso del rifiuto ma ho cercato di far finta di niente. Sapevo che sarebbe andata così, ma quello che mi fa star male è l'importanza che ho dato a questa persona, pur sapendo le premesse. E infatti non sono arrabbiata con lui, ma con me. Io mi odio. Mi odio perché per l'ennesima volta ho dato importanza ad un cretino, ho permesso che entrasse nella mia vita, gli ho regalato i miei baci. E anche qualcosa in più.

Spero che questa sia la volta definitiva che cambi copione, ché ritrovarmi a cucire pezzi del mio cuore non ne ho più voglia. E poi è anche l'estate della mia laurea, molto probabilmente è l'ultima estate che passo al cazzeggio totale (e questa è un'altra occasione che non voglio affrontare, ché sennò mi viene l'ansia).
Quindi non c'è proprio spazio per la tristezza. Un bel respiro e tutto passa.


mercoledì 6 agosto 2014

La notte porta conigli.

Notti inquiete. Sto dormendo poco. Nel frattempo scrivo libri con i miei pensieri, le mie paturnie, la mia immaginazione che fluttua tra uno sguardo teso al soffitto e uno soffocato dal cuscino e dai capelli.
Mi drogo di musica, cerco lì l'ispirazione per rendere queste vacanze migliori.
Mi godo il sole e il vento, poi sprofondo sul divano e con un dito mi arriccio i capelli.
Vorrei essere bella e stupida. Avrei meno problemi.
E invece ho il difetto di un cervello pensante. Esigente. Forse troppo (e non sono per niente bella).
E' anche nostalgico e malinconico come il suo collega, con il quale non va molto d'accordo, il cuore.
Litigano sempre.
Ma al momento vincono i neuroni. Al momento.
Magari sabato il gioco delle parti potrebbe cambiare.
Intanto la notte porta conigli e non consigli.
Forse dovrei bere di meno.


lunedì 4 agosto 2014

Can you lose what you never did have?


E' da un po' di giorni che ho in testa questa canzone. Mi dà una carica anche se ha un testo molto triste. Tristissimo. Chissà perché alcuni cantanti pompano con la musica testi che a leggerli ti viene la depressione. Mah.

E' il mio terzo giorno in Puglia. Ieri ho incontrato il toyboy. Non sapete chi è? Bene, non vi perdete nulla. L'ennesimo stronzo entrato nella mia vita e sparito con molta nonchalance. C'ho proprio il radar eh. 

Non ti sei fatta più sentire.
Eh??? Scusa, ripeti che ti do un calcio nelle palle e vediamo se ti viene in mente di dirmi un'altra stronzata del genere.
E lì mi ha sparato un po' di cazzate, in primis il battesimo di sua nipote. 
Ma che cazzo dice? Mah. Avevo un gocciolone a lato destro della fronte. Gli uomini in materia di cazzate, certe volte, sono insuperabili.
Ah bello, non sono la tipa a cui devi dare giustificazioni, ma se le dai, cerca almeno di non sparare cazzate. Escluso il ah bello, gli ho detto proprio così. 
Avevo i coglioni girati, e scusate il francesismo, ma io sono davvero stanca. Ho passato una settimana di merda, compreso un weekend in cui sono stata irrequieta a occhio nudo.
Michi ma che hai? Ti vedo abbastanza irrequieta.
Me lo sarò sentita dire dal 90% delle persone che ho incontrato.
Però ho fatto finta di nulla, anch'io con molta nonchalance, dopo avergli lanciato quella frecciatina, ho continuato come se nulla fosse.

Oggi come sto? Bella domanda. Lui parte, io vorrei. Ma rischiamo di trovarci nello stesso posto o quasi. E saperlo, potrebbe non essere un bene.
E così mi chiedevo...si può perdere qualcosa che in realtà non si è mai avuto?
Perché sono stata di merda per una persona che non è mai stata mia?
Perché continuano a ripetersi scenari già visti?
....
Devo continuare con le domande???
.....

sabato 2 agosto 2014

Booking.

Neanche 24 ore in Puglia e già sto sognando una via di fuga.
I miei amici e i miei parenti mi hanno regalato un viaggio per la mia laurea.
Avevo pensato ad ottobre come periodo per andarci. Ma in questi giorni ho capito che progettare qualcosa a lunga scadenza (anche se in realtà non è così) non è possibile.
A settembre/ottobre avrei il concorso di dottorato e in più (INCROCIATE LE DITA!) dovrei avere la risposta per un colloquio che ho fatto la settimana scorsa.
Ergo, ottobre potrebbe non essere il mese ideale.
Così mi son detta o ci vado adesso o mai più.
Destinazione???
Ve lo farò sapere subito. Di sicuro non prenderò nessun aereo, a meno che non decida di vendere un rene!

giovedì 31 luglio 2014

Poche ore.

Mancano ormai poche ore al mio ritorno in Puglia. Sono in tensione. Confusa e felice. Un po’ malinconica. Un po’ ansiosa. Un po’ tutto. Qui in laboratorio sono cominciati i saluti. Un ragazzo parte per Londra, io resterò fino a settembre a Verona e poi ciao, un’altra mia collega ha accettato un posto a Milano. Penso a come diventano fragili le relazioni quando cominci a diventare grande. A come la stabilità sia un miraggio e il nomadismo cominci a prendere forma nella mia vita. Sono contenta per loro e per me. In questi mesi sono cresciuta tanto, forse così tanto che è necessario fermarmi un po’. Ho bisogno di staccare un po’ da tutto. Dopo la laurea sono tornata subito qui, senza pensare a cosa stesse succedendo nella mia vita. I giorni in Puglia sono stati un terremoto di emozioni, incontri, sguardi, abbracci, baci... Ho incontrato chi non vedevo da tempo, ho visto quanto è bello leggere negli occhi dei miei genitori la soddisfazione e la gioia, mi sono goduta il mare, i miei tramonti, le passeggiate in bici. Poi c’è stato lui. Che è entrato nella mia vita come un uragano. Il giorno della mia laurea. La sera della mia festa. La sua insistenza, la sua pazzia, la sua intraprendenza. Senza parole, io e i suoi baci improvvisi. Poi la mia partenza. E adesso il mio ritorno. Sono confusa, indifesa e vulnerabile.

sabato 19 luglio 2014

Non me ne voglio andare.

E' tempo di fare un'altra valigia. Ho lasciato la mia roba sparsa per casa con la speranza che ricordi di mettere via tutto. 
Domani riparto. Ritorno a Verona. Mi pesa questo rientro perché ormai è estate, qui in Puglia la gente vive come se non ci fosse un domani, le spiagge sono affollate, il sole è caldo, il tempo è dilatato, si dorme poco pur di rimanere a ridere e scherzare con gli amici di sempre in riva al mare...
...è tutto così bello, così magico che la serenità la mangi con gli occhi, ti entra nelle vene, nella testa, nel cuore...e poi c'è questo contatto strano con la gente, che anche se non la conosci ti ritrovi a ballare, scherzare, fumare, parlare come se vi conosceste da sempre...
Ecco, credo che è questo che mi manca a Verona. Più del mare, più del sole, più delle mie cose, della mia stanza, dei posti del cuore che ho qui nella mia Puglia. E' il contatto con la gente che ti fa sentire a casa, amata...che ti fa sentire te stessa.

venerdì 18 luglio 2014

Habemus lauream


E' tutto finito. Adesso ho un 110 e lode per accedere al mondo della disoccupazione!

lunedì 14 luglio 2014

L'estate è un sentimento.

Quest'anno, come l'anno scorso, e forse come qualche altro anno, il tempo non è generoso. 
Il detto non ci sono più le mezze stagioni pare funzionare. E aggiungo che non ci sono più neanche le stagioni, che fa caldo in inverno e fa freddo in estate. 

Oggi ha piovuto, uno di quei temporali estivi che ti tolgono il fiato ma che fanno molto modalità wake me up when september ends
Volevo andare al mare per la classica passeggiata in bici, ma ho dovuto rinunciare.
Ho aspettato che finisse di piovere guardando dietro i vetri della finestra, come una bambina in attesa di qualcosa di bello.

Avevo gli occhi di stupore per i colori del cielo, nonostante fosse grigio e plumbeo. Ma da lontano, con un po' di fantasia, riuscivo a scorgere un azzurro che solo i miei occhi erano in grado di notare. Azzurro colore dei sogni. 

Non ho resistito, avevo un mal di testa dovuto alla tensione prelaurea, dovevo in qualche modo uscire di casa, e così mi sono messa in macchina.
Avevo bisogno di mare, di acqua, di colori che potessero farmi riappacificare con il mondo.

Sono andata al solito posto. Era deserto. E non potete immaginare che gioia. Mi sono seduta sulle pietre, nonostante la pioggia, e ho chiuso la porta dei pensieri. Ero io e il mare. Nessun altro intorno.
Sono rimasta sola, con il rumore delle onde a farmi compagnia, per più di un'ora. Sotto la pioggia ad osservare le gocce cadere nel mare. E ho pensato a quanto l'estate per me non è una stagione ma un sentimento. Perché mi fa sentire innamorata, irrequieta, dolce e severa allo stesso tempo, spensierata e leggera. Un misto di emozioni che prendono forma dentro le mie cellule, che si scontrano e confrontano, che crescono dentro di me facendomi sentire piena. Ecco, è così che mi sento quando vivo l'estate: piena



giovedì 10 luglio 2014

Problemi esistenziali.

Mercoledì mi laureo. Ore 8.30 comincia la seduta.
Sono la quinta. Per le 11 conto di essere già per strada con una bottiglia di prosecco in mano.
Ora mi sorge un dubbio.
Uno di quei problemi esistenziali che non mi faranno dormire (scherzo).
Mi sto ponendo il dubbio se festeggiare o no.

La mia testa dice di non festeggiare per svariati motivi: 
1) non mi piace stare al centro dell'attenzione (nonostante sia una pagliaccia di natura);
2) molti miei amici non vivono più in Terronia;
3) quei soldi potrei destinarli per qualcosa di più serio...vedi un bel viaggio.

Potrebbe essere una scelta di cui potrei pentirmene anche se mi dico che non sarà un'ubriacatura post laurea con gli amici a cambiarmi la vita. E allora chiedo l'aiuto del pubblico....voi cosa fareste??

martedì 8 luglio 2014

Le 19.20

Scrivo questo post precipitevolissimevolmente...ho appena finito la presentazione per la mia tesi, ovvero il maledetto power point....ebbene sì, forse mi laureo.
Forse, perché i casini non mancano.
Mi sento una corda di violino e guai a chi mi tocca...inutile dirvi che sono super nervosa e che basta poco per farmi scoppiare in lacrime, complice il ciclo che non rende le cose per nulla facili!
Mi tocca solo preparare per bene il discorso e rilassare i muscoli.
1-2-3...ce la farò!
Nel frattempo mi vado a fare una corsetta al parco che c'è il mio spasimante albanese che mi aspetta!
Ah...poi vi racconterò....pare che le ragazze del sud riscuotano successo tra gli extracomunitari del parco S. Giacomo...

lunedì 30 giugno 2014

Dalla mia scrivania.

Che bello scrivervi dalla mia scrivania, qui in Puglia. 
Sì, sono nella mia terra. La terra del mare, del buon cibo, del sole in faccia, del vento e il sale tra i capelli, della gente calorosa e accogliente, dei negozi aperti fino a tardi, e di tutte quelle cose che mi riempiono il cuore. 
Sono ritornata per un motivo. Forse mi laureo. E domani consegno la tesi.
Guardo la copertina rossa e mi commuovo, la sfoglio e sento l'odore dell'inchiostro entrarmi nelle narici e mi sento super felice.
Non è stato un periodo facile. Volete sapere quanti pianti mi sono fatta? Meglio di no.
Del resto la mia assenza da questo blog, dai vostri e da Twitter è l'emblema della vita di merda degli ultimi 15 giorni. 
Riassumendo: il mio relatore (il prof che mi segue da Unicazz) è in America e lo incontrerò 2 giorni prima della seduta (capite bene che qualsiasi modifica non potrò più farla?!), il mio correlatore (il prof di Verona) non vuole che mi laurei a luglio, quindi sta facendo di tutto per mettermi i bastoni tra le ruote (anche i calcoli con la calcolatrice per le ore di tirocinio), il segretario è in ferie e torna domani.
Per fortuna il mio tutor di laboratorio ha lavorato sodo con me per la stesura della tesi. Oltre che per mantenere i miei nervi ben saldi, prima che potessi dare fuoco allo studio di qualcuno, uno a caso.
A tutto questo aggiungeteci la burocrazia che c'è intorno, l'ansia di non farcela, i pensieri che non mi fanno dormire (sto dormendo 3 ore a notte, fate i conti un po' voi!)...insomma, adesso vi è chiaro che la mia è una vita di merda (almeno da questo punto di vista)?
Unica cosa positiva: ho perso tre chili senza sforzi.
Il mio ritorno in terra pugliese è stata una salvezza, al di là del motivo per cui ci sono ritornata, ritrovare i miei spazi, i miei amici, il profumo del mare, mi ha ridato quella serenità che negli ultimi tempi è un po' latente.
E vi confesso una cosa: domani non ho così tanta voglia di riprendere il treno e ritornare a Verona.

venerdì 13 giugno 2014

New Balance verdi.

Sono quattro giorni che corro con una certa costanza. Sento proprio il bisogno fisico di espellere le tossine (non potete capire quanta merda si respira in un laboratorio di ricerca) e anche quello di rilassare i pensieri. Anche se, in verità, a me la corsa fa sempre un effetto contrario. Amplifica le mie paranoie e induce i miei neuroni a fare voli pindarici. 
L'altro ieri ero letteralmente a pezzi. Tra le quattro e le cinque del pomeriggio credo mi sia crollato il mondo addosso. Per fortuna ho delle spalle forti e ho cercato di prenderla con filosofia. Non vi starò a dire cosa è successo, anche perché mi sembra prematuro e sinceramente non ho voglia di pensare al peggio adesso. Fatto sta che il mondo universitario è un mondo di merda

Sono andata al parco, non avevo molta voglia di correre e neanche di camminare.
Ma i Kasabian, insieme ai Subsonica, mi hanno invitato a mettere in moto le gambe. Mentre correvo, ho notato un tipo. Me lo ricordavo perché, tempo fa, l'avevo beccato in stazione di sera e gli avevo chiesto se l'autobus fosse già passato. Dal suo accento, mi accorsi subito che era un meridionale.
Lui sicuro non si sarebbe mai ricordato di una che gli aveva chiesto informazioni sull'autobus (tra l'altro, il suo stesso autobus).

In realtà, non l'ho notato perché mi sembrava un tipo già visto, ma semplicemente perché aveva delle bellissime New Balance verdi. Gliele ho fissate per un bel po', mentre gli andavo incontro correndo. Mi ha guardato storto, ma ho continuato a correre, incurante del suo sopracciglio incurvato. L'ho ribeccato al secondo giro, gli ho fissato nuovamente le scarpe e gli ho detto che mi piacevano un sacco.

Una battuta scema, che magari potevo tenere per me, ma che poi mi ha cambiato l'umore e la serata.
Abbiamo proseguito per le nostre direzioni, opposte, io di corsa, lui camminando.
Dopo qualche minuto, ci siamo rivisti. E lui cosa ha fatto?
Con un gesto plateale, si è sfilato le scarpe e me le ha date in mano.
Mi è scappata una risata, ho detto grazie senza prenderle e ho continuato a correre. Mi sono voltata qualche secondo dopo e l'ho visto sorridere (e ovviamente rimettersi le scarpe).

Poi, non chiedetemi perché, ma ci siamo ritrovati a fare stretching insieme.
Abbiamo parlato un po', sembrava davvero interessante e in una mezzoretta mi ha strappato un paio di sorrisi di cui avevo bisogno.
Niente di che, ma la cosa ha rimesso in riga la mia giornata e soprattutto il mio umore.
Ha fatto un po' lo scemo, della serie ci prova/non ci prova, mi ha raccontato della sua vita qui a Verona e ogni 5 minuti mi diceva sai, sono solo, dove me ne vado da solo? Ecco, in quel momento ho pregato che non mi chiedesse il numero e soprattutto che non se ne uscisse con proposte alle quali non avrei saputo cosa rispondere.
Per fortuna non l'ha fatto. Io sono ritornata a casa con il sorriso e per tutta la serata ho dimenticato quel nuvolone di pioggia che mi è caduto dagli occhi alle cinque del pomeriggio.

lunedì 9 giugno 2014

Pensavo che.

Pensavo che mi piacerebbe ritornare a scrivere.
Che anche se ho un’ispirazione pari a zero, potrei impegnarmi per scrivervi dell’ultimo libro letto o della mostra di Frida, o ancora del mio ultimo viaggio che ho fatto a Roma.
Che mi piacerebbe tornare a leggervi con costanza, interessarmi alle vostre vite come facevo un tempo.
Ma poi guardo le scartoffie sulla mia scrivania, il lavoro immane da fare, gli esperimenti da organizzare e dico che…dai, ci provo!

domenica 8 giugno 2014

Avrei una tesi da scrivere e invece passo il tempo ad intristirmi.

Mi chiedo come i veronesi, e quelli del nord in genere, riescano a sopravvivere al caldo torrido senza mare. Mettiamoci dentro anche quelli che vivono sui monti o in culonia dove più o meno si perse Cristo e l'acqua salata non arriva manco per miracolo. Beh, allora come fate a sopravvivere?

Per tutto il giorno mi sono fatta questa domanda cercando di darmi delle risposte.

1) Prendono la macchina e vanno al mare più vicino. Magari sparandosi anche due ore di tangenziale.
2) Si illudono che il lago possa essere una buona alternativa alla mancanza del mare (e sticazzi! ma non lo è!)
3) Rimangono chiusi in casa con il condizionatore sparato a mille.
4) Si lavano in una vasca di acqua sporca, aka piscina, insieme ad altri simili.
5) Non sopravvivono.

E se per voi la questione sembra banale, così tanto che magari non vi siete posti neanche il problema, io oggi ho sfiorato la depressione.

Il mare mi manca. Diciamolo chiaramente. E non mi manca solo il sole, il sale sulla pelle, il costume da bagno che mi sta stretto, le guance rosse, i capelli al vento. No, cioè sì. Anche quello. 
Ma è proprio una questione di sensazioni. Non so come spiegarvelo e mi convinco sempre più - non vogliatemi male- che è un qualcosa di inspiegabile e che difficilmente potrebbe capire chi non è nato e cresciuto al mare. 
Io ci provo, ma poi mi blocco perché potrei anche usare architetture filosofiche per dirvi quanto è bello un tramonto, avere il vento in faccia, il sole che ti fa tenere gli occhi costantemente socchiusi. Ma queste cose voi le sapete già. E' come mi sento io che non riesco a raccontarvelo. 
E' la sensazione che mi attraversa il cuore, la mente, il fegato che vorrei cercare di spiegarvi. 
Ma va bene così. Va bene anche non farlo. Perché le emozioni non si scrivono, si vivono. O si ricordano. 
E in questi giorni, quando dovrei pensare alla mia tesi e invece penso a quanto mi manca il mare, le ricordo spesso. Ricordo a come stavo bene un anno fa. Alle pedalate e alle corse in riva al mare.
Ai tramonti. Ai bagni nelle spiagge deserte. 
Alle birre ghiacciate bevute sugli scogli.
Ai vestiti bianchi e la pelle abbronzata. 
(Ai chili persi- e poi ripresi).
Insomma, cose così. Cose semplici. Ma che mi facevano stare bene.
Non so perché vi ho sparato l'ennesimo pippone su quanto mi faccia schifo e sentire depressa vivere qua, ma avevo bisogno di farlo. Perché scrivere mi fa bene, o meglio mi fa stare meglio.
Non voglio lamentarmi, ma non riesco a stare tranquilla qui. Forse non lo sarei neanche in Puglia, visto che sono un'irrequieta di natura. Alle volte mi sembra di essere un'ingrata nei confronti della vita. Dovrei essere felice per come le cose stanno andando, tra un mese (se tutto va bene) dovrei pure laurearmi...e invece? 
E invece sono qui che scrivo, mi intristisco e mi affido al dio dei carboidrati. 
Non va bene. Non va affatto bene.

venerdì 30 maggio 2014

L'introduzione.

Ho inviato l’introduzione della tesi alla mia tutor. Non ne sono molto convinta, ma non l’ho voluta ri-rileggere per non demoralizzarmi ancora di più. Se avessi avuto tempo, avrei cancellato tutto e ricominciato da capo. Ma tempo non ne ho, così come non ho voglia di rimettermi a scrivere.
E’ solo un’introduzione, mi dico. E’ solo una bozza, che sicuramente sarà da rivedere. E poi io non ho mai scritto una tesi, quindi…
Ma parliamo di cose più belle. Il mio periodo di depressione, forse, è passato. Nel senso che adesso ho davvero la testa impegnata e proiettata a luglio, alla tesi, alla laurea, al futuro. Sto facendo i conti con i miei limiti, con le mie paure, con le mie fragilità. Ogni giorno mi scopro una pessima persona, ma infondo sono questa. E forse il lavoro più difficile è accettarmi per quello che sono. Diciamo che non sono in un periodo bellissimo della mia vita, sono più insopportabile del solito e sicuramente ancora più severa con me stessa. Stamattina mi sono svegliata di pessimo umore a causa di un sogno che secondo me ha voluto mettermi in faccia la verità. A volte i sogni ci dicono quello che non vorremmo sentirci dire o semplicemente ci mettono di fronte quello che costantemente evitiamo di vedere o facciamo finta di non vedere. Non so perché sto dando così importanza a qualcosa che è semplicemente un sogno, ma il fatto che sia successo dopo aver sentito testadic ieri, mi fa pensare che, forse forse, questo sogno vuole dirmi qualcosa. Ecco perché mi sono svegliata di cattivo umore: perché quello che vuole dirmi non mi piace affatto, ma è la realtà dei fatti e, dopo ormai svariati mesi, è il caso che io l’accetti.

Ops…mi sono appena accorta che vi dovevo parlare di cose più belle. E allora sì, ricominciamo. Parliamo seriamente di cose più belle. Domani parto, vado a Roma, ci ritorno per l’infinitesima volta! Rimanere a Verona tre giorni non mi entusiasmava, così ho trovato un passaggio su bla bla car e ho deciso di partire. Ho bisogno davvero di tre giorni di relax. Oltre che di fiumi di spritz. Quindi amici romani, se volete condividere un caffè, uno spritz, un po’ di sano shopping, non esitate a contattarmi! ;-)

domenica 18 maggio 2014

Giornata lunga di depressione AKA domenica.

Come ci si sente quando si è (o forse si crede) di essere nel posto sbagliato? 
Ricordo vagamente la sensazione che ho avvertito quando ero in un posto non giusto. Avrò provato un disagio momentaneo e poi come al solito sarò scappata o me la sarò fatta passare, magari stando in compagnia, prendendo la bici o facendo qualcosa che potesse tenere occupati i miei neuroni. 

E’ da quando ho saputo che devo laurearmi (molto probabilmente) a luglio che sto male. 
Dovrei essere felice, si sta chiudendo un cerchio, sto aggiungendo un altro tassello al puzzle della mia vita. 
E infondo lo sono. Ho fatto gli esami in tempi record, con una media che non mi sarei mai sognata in vita mia, ho sfidato la mia ansia, le mie paure, le mie insicurezze. Ho imparato a gestirle e a gestirmi. Sono felice per questo. 
Eppure dentro di me si è aperto un buco nero che piano piano sento mi sta risucchiando e quello che temo di più è che poi arrivi ad un punto di non ritorno di nome depressione. 
Non so come descrivervi quello che mi passa in testa, ho un cumulo di paure che mi mangiano poco a poco, giorno per giorno. Mi faccio sempre le stesse domande, mi chiedo se quello che sto vivendo e costruendo sia quello che voglio veramente. 

Quando sono arrivata a Verona ero gasata a mille, avevo progettato come sarebbe andato il mio futuro, o meglio i miei prossimi tre anni. Davo per certo che avrei fatto il dottorato e, ora che la possibilità di questa scelta diventi concreta, non sono più sicura di nulla. Non vorrei buttare all’aria questi mesi, ma mi chiedo ogni giorno se voglio che la mia vita –almeno per i prossimi 3 anni- sia qui. 
Verona mi piace, ma non sono ancora riuscita a trovare la mia dimensione. Se escludiamo i miei colleghi, non conosco più nessuno. A parte qualche conoscenza sporadica. Non solo, mi sembra che qui stia solo cercando delle scuse per riempire il tempo, senza poi viverlo. Non so se sono stata chiara, ma davvero faccio fatica a raccontarvi come sto. Mi sento persino un’ingrata nei confronti dei miei e di questa possibilità che la vita mi ha dato. 

E’ sicuramente anche prematuro pensare a quello che può succedere dopo la laurea. Però il fatto che il mio capo dia per scontato che io faccia il concorso mi fa sentire un po’ l’acqua alla gola. E poi non so…ci sono tante altre paure, tanti altri moti emotivi che prendono forma dentro di me e che mi fanno stare inquieta. 

E’ questa la vita che sognavo? E’ questa la vita che voglio? Me lo chiedo ogni giorno. Non mi rispondo, perché fondamentalmente sono una vigliacca, perché sento di essere poco lucida in questo momento per dire sì o no. Non posso neanche non pensarci, come ho sempre fatto, rimandare il problema a quando si presenterà, perché qui c’è in gioco qualcosa di molto serio. Si tratta del mio futuro, del mio lavoro, della mia vita. Spero che tutte queste pippe passino in fretta perché davvero non mi sopporto più.

giovedì 15 maggio 2014

Quanto siamo patetiche noi donne.

C’è che ogni tanto mi sale su un magone. Non so come si possa descrivere questa situazione.
Tu cominci la tua giornata nel migliore dei modi, o quasi. Il tuo caffè, i tuoi biscotti, le tue occhiaie, l’insalata da preparare per la pausa pranzo.
La normalità.
Poi arrivi a lavoro, metti su la tua playlist preferita su Spotify e cominci a darci dentro. Ma niente.
Lo stomaco si chiude. Ti incanti davanti al pc, mentre i neuroni fanno viaggi dall’altra parte del mondo.
Mi sto spegnendo poco a poco, o perlomeno ho questa impressione.
Dovrei essere felice, ho finito i miei esami, se tutto va bene tra due mesi mi laureo, mi sto costruendo un mondo tutto mio, con le mie mani e le mie fatiche. Forse è proprio questo che mi spaventa.
Sto diventando responsabile. Queste sono le mie scelte. Dettate solo da me.
Ho deciso io di venire in questo posto, ho scelto io la casa con delle coinquiline di merda, ho scelto io di lavorare in questo gruppo, di lasciare la Puglia, di buttarmi in questo mondo (quello della ricerca).
Ho scelto io di investire su un rapporto che non mi avrebbe portato da nessuna parte. Sì, perché se sto così, se mi prendono questi magoni insopportabili, non è mica perché sto lontana da casa, perché non ho il mare o i miei amici.
Quello anche. Ma non sono IL problema.
IL problema si chiama Testadic.
Mi dico che devo andare avanti, ma il mio andare avanti è un tornare indietro per ritrovarlo, per averlo accanto a me, per parlargli ancora una volta, per incontrarlo, vederlo, sorridergli, prenderlo in giro.
Minchia, quanto siamo patetiche noi donne quando siamo innamorate?! O pseudo tali?

martedì 6 maggio 2014

N.B.

[Cose che nelle ultime ore sto dicendo a me stessa]

Non sono stupida (ok, magari per qualcuno si).
Ho fatto più di 50 esami nella mia vita più o meno quasi tutti superati brillantemente.
Non ho mai avuto un 18, neanche un 19.
Se mi fai una domanda di ragionamento, ragiono, non ti dico la storiella a memoria.
So collegare le sinapsi e rispondere in maniera appropriata.
Mi sforzo di essere intelligente o di sembrare tale.
Ho superato prove più importanti nella mia vita.
Se dovessi essere bocciata non è la fine del mondo, ma comunque mi sentirei una merda.

Sto cercando di stemperare la tensione da ULTIMO ESAME. Già, domani faccio il mio ultimo esame (si spera). Mi sento impreparata, anzi no. Ho studiato, di fretta ma ho studiato. Ho fatto una faticaccia enorme perché ho cercato di tradurre concetti spiegati malissimo dal professore ma sento che qualcosa andrà storto. Che potrei impappinarmi o peggio ancora che potrei non saper rispondere.
Ecco, voi pregate per me. Incrociate le dita. Quelle della mano e quelle dei piedi, se ci riuscite. Perché io voglio tornare a Verona e lasciare il libretto universitario a casa.

giovedì 1 maggio 2014

Pensieri assurdi che vengono fuori dopo una rimpatriata.

Ieri sera ho incontrato i miei ex compagni di liceo. 
Su 24, eravamo 8. Tra gli assenti c'erano quelli giustificati perché espatriati dall'ameno paesello, i pacchisti, i fantasmi, i perennemente impegnati e quelli che, causa attack, non si scollano dai loro partner.
Il numero non era importante ma se ci saremmo stati tutti sarebbe stato davvero bello. 
Il problema però non è questo.
Il problema è che io ieri per una buona parte della serata mi sono sentita un' inadatta. O forse un'inetta. Avete presente La coscienza di Zeno? Ecco più o meno così.
Ero l'unica non ancora laureata, non ancora stipendiata, non ancora fidanzata, non ancora maritata, non ancora con prole, non ancora realizzata
Ok, forse neanche i miei compagni che hanno lavoro, mogli/mariti, fidanzati/e, figli e suocere scassapalle lo sono. Però avevano qualcosa
E io improvvisamente mi sono sentita vuota, forse rimasta ancora con quell'aria leggera dei miei 19 anni dopo la maturità, quando, invece, di anni ne ho molti di più. 
Per fortuna i miei neuroni hanno subito cancellato questi pensieri catastrofici e sono stati bravi nel farmi godere la serata (in realtà dovrei ringraziare anche la birra, ma poco importa). 
Ma stamattina io non potevo ignorare quello che ieri le mie orecchie hanno ascoltato. E soprattutto come mi sono sentita. E poi ancora i loro sguardi, le loro emozioni, le loro parole.
Razionalmente mi dico che non devo pensarci, che infondo la mia vita è bella così, che sicuramente il mio percorso è stato diverso, che i miei amici non si sono trovati sballottati da un letto di ospedale all'altro per due anni della loro vita, che magari non hanno incontrato persone che li hanno rubato tempo ed energie, che magari sono stati molto più fortunati di me e meno coglioni di me. 
Ma sarebbe troppo facile dare la colpa alle cause esterne, al mondo, alla sfiga.
La verità è che io non ho saputo vivere bene il mio tempo, le mie relazioni, le mie passioni, i miei doveri. E lo so che questi ragionamenti sono assurdi, che non ha senso farli, che sono giovane -direte voi, che c'è una vita per recuperare, che il passato è passato.
Ma io continuo a sentirmi un'inadatta.


lunedì 28 aprile 2014

Come quando fuori piove.

Non mi ricordavo che sapore avessero le lacrime spese per un uomo. 
Non me lo ricordavo da quasi 6 anni, forse qualcosa in meno o qualcosa in più. 
Ieri sono tornata a riassaggiarle e devo dire che mi fanno parecchio schifo. Sono salate, amare, bruciano. E tanto.
Sì, la sottoscritta patetica-noiosa-minchiona ieri ha avuto un crollo. E così mi sono ritrovata con i fogli degli appunti del mio esame di economia macchiati di bolle trasparenti. Un bello scenario insomma.
Parlavo di spin off e singhiozzavo tra uno stronzo e un vaffanculo, Michi riprenditi.
Sono stata male, ho studiato pochissimo e ad un certo punto ho avuto paura di impazzire. 
Fuori pioveva e la situazione non era di certo favorevole. Non chiedetemi come e cosa cavolo sia successo. 
Per le prime due ore mi sono voluta convincere che stessi male per la solita ansia pre-esame. E invece no. Più mi dicevo che era l'esame e il non sapere abbastanza a farmi stare così, e più mi accorgevo che mi stavo prendendo in giro da sola.
La verità è che controllavo l'orologio e pensavo a quanti chilometri di distanza si trovava.
E più passava il tempo e più sentivo lo stomaco restringersi, gli occhi riempirsi di lacrime, le vene pulsare di ansia e tristezza allo stato puro.

Testadic è partito, ci siamo sentiti per un saluto veloce e come al solito ho dovuto trattenere quello che avrei voluto dirgli veramente. Mi sono dovuta, ancora una volta, arrendere a questa vita che decide per te. 
Perché, cosa vuoi farci se una storia non va? Cosa vuoi farci se tu vivi in un posto e lui da un'altra parte? Cosa vuoi farci se uno ti bacia, e poi ti dice non ho la testa per impegnarmi anche se mi piaci?
Niente, non puoi farci proprio niente, se non sentirti come quando fuori piove.





Sorrido davanti allo specchio 
 E i miei occhi son tristi, lo ammetto 
 Riflettono il vuoto che ho intorno da che non ci sei. 
 “Bugiardo” al sorriso gli disse lo sguardo
 lui rispose “E’ un duro mestiere, lo devo pur fare! Stringere i denti per non morire” 
 E poi mi sento 
 Come quando fuori piove 
 E resto sola qui intorno mentre cerco la strada per tornare a te. 
 Come quando fuori piove e resto ancora in ascolto per sentirti urlare che non vuoi parlare, 
 che ti faccio male e fai a meno di me. 
 Cammino in mezzo alla gente e son sola 
 Inciampo in un altro che non ti somiglia nemmeno un po’ 
 E nemmeno un po’ mi consola 
 Le pacche, le carezze, gli abbracci e le balle 
 Tutti dicono di andare avanti e il mio andare avanti è un tornare indietro per ritrovarti 
 Come quando fuori piove e resto sola qui intorno mentre cerco la strada per tornare a te. 
 Come quando fuori piove e resto ancora in ascolto per sentirti urlare che non vuoi parlare, 
 che ti faccio male e fai a meno di me. 
 Come quando fuori piove e resto sola qui intorno mentre cerco la strada per tornare a te. 
 Come quando fuori piove e resto ancora in ascolto per sentirti urlare che non vuoi parlare, che ti faccio male e fai a meno di me. 

sabato 26 aprile 2014

Se il ritorno in Terronia si vede dalla sera che hai passato...

Sono tornata in Puglia, ieri. Dopo un viaggio durato un'infinità. Ad un orario improponibile.
Sono andata subito a letto ma mentre dormivo, ho ricevuto una telefonata di testadic, e così dopo mezz'ora che eravamo al telefono, si è presentato sotto casa. 
Mi sono sfilata il pigiama, messo un paio di jeans e con le mie occhiaie sono scesa.
Inutile raccontarvi cosa è successo, ricordo solo di essermi trovata le sue labbra sulle mie.

Ho 3 ore di sonno, lo stomaco chiuso, un magone addosso grande come una casa e la quasi certezza che non rivedrò più testadic. Almeno non per i prossimi mesi.
Questi miei giorni in Puglia cominciano proprio bene.

venerdì 18 aprile 2014

Motivi in sospeso.

Nell'ultimo post vi ho detto che (forse) vi avrei scritto i motivi per cui queste vacanze me le passerò qui (in compagnia di me stessa, del materiale da studiare, i piatti da lavare e la spesa da fare). 
So che morite dalla voglia di sapere quali sono questi benedetti motivi, ed è per questo che sto rinunciando al bucato da stendere per raccontarveli. 

1. Costo del biglietto troppo alto. Ritornare in Puglia per 3 giorni e vendere un rene per farlo non mi sembrava il caso.
Motivo numero due. Considerando che sarei dovuta scendere necessariamente a fine mese per sostenere un esame, pagare un doppio biglietto, oltre alla scocciatura di stare lì a chiedere giorni (anche se non mi avrebbero fatto problemi)...ecco, neanche per questo mi sembrava il caso regalare, così in maniera del tutto gratuita, soldi a Trenitalia.
Motivo number 3. Last but not least. Quando ho cominciato a valutare le possibili opzioni per ritornare in terra natia senza dover rischiare di vivere sotto i ponti per i prossimi mesi, avevo i neuroni saturi di un certo individuo. 
E mica solo i neuroni eh. Il mio cuore aveva fatto tutti i voli pindarici sui possibili incontri, sguardi, parole, frasi di circostanza e magari baci che ci sarebbero stati. 
Perché infondo io so che tra qualche ora quella chiamata potrebbe arrivare. ( E se non arriva potrei rimanerci di cazzo). 
Ma ogni tanto- giusto ogni tanto eh- i miei neuroni, quei due che continuano a funzionare, riescono a fare qualcosa di sensato. Tant’è che hanno detto subito: Michi, che cazzo fai? Vuoi passarti le vacanze sapendo che testadic è a due passi da te? Ma anche no. 
Che sono stata male già abbastanza. 
E allora ho sommato i vari motivi e mi sono autoconvinta che la soluzione migliore era rimanere qua. Non potete capire che fatica: rinunciare ad abbracciare i miei, a scartare l'uovo che mio padre compra a me e mia sorella, ad incontrare i miei amici per i riti della settimana santa, al pranzo dalla nonna. 
Ho continuato a girovagare su internet fino a ieri, cercando di trovare qualche soluzione economica per tornare, anche solo per un giorno, a casa. 
Per fortuna Trenitalia mi diceva che i posti sui treni, che non avrei preso, erano esauriti. Quindi, anche volendo, a casa non ci potevo proprio tornare. Dico per fortuna, perché la verità era ed è solo una. Io a casa volevo tornarci per lui. Mica per i miei che avrei rivisto comunque a breve.
Quanto sono malata da 1 a 10? Tanto. Ma la solitudine è una brutta bestia. Soprattutto se ci devi convivere quando dentro hai il cuore e la testa che sono continuamente in guerra tra di loro.
Confido nelle tante cose da fare in questi giorni, che passeranno SICURAMENTE in fretta (mi sto autoconvincendo anche di questo, si vede?). 
Restare qui mi pesa...ma il 25, giorno in cui con la mia valigia ritornerò in Puglia, è vicino! E non mi fermerò mica 3 giorni eh. Ho tutto il tempo per studiare, andare al mare, a correre, incontrare amici e parenti fino alla settima generazione. E poi volete mettere la soddisfazione di non stare lì a cervellarsi su cosa fare il giorno di Pasquetta? 
PS. Io per la cronaca me ne vado a Padova, dove incontrerò un' amica terrona.


domenica 13 aprile 2014

Domenica-->casa-->febbre-->LA MORTE.

[On air: Still- Macy Gray]

Non pensavo che rimanere un giorno intero, per giunta domenica, chiusa in casa potesse essere deleterio. Mi sto annoiando, della serie che mi sono inventata poco per sopravvivere a questa domenica di merda e il risultato è che ho due palle tagliate alla julienne al posto della mia patatina. 
Ops, scusate, è che ogni tanto divento scurrile. 
Femminilità, questa sconosciuta.
La verità è che è da venerdì che ho un malessere, sconosciuto anche lui, che mi ha fatto prima morire di freddo tutto il giorno, poi camminare per i corridoi del dipartimento con il camice usato a mo' di giacca, con una sciarpa che mi avvolgeva capelli, bocca, naso...insomma tutto, e strisciare da una stanza all'altra con occhi lucidi e un' aria da malata psichiatrica. La chiamano febbre, ma io non ci voglio credere.
Ho un fisico resistente, io.
Insomma, sono uscita prima da lavoro, mi sono ficcata sotto una doppia coperta, ho dormito dalle 6 alle 8, cenato con brodino, ritornata a letto e ieri mattina ero un leone. O mi sono illusa di essere tale. Tant'è che ho avuto anche il coraggio di prendere l'autobus e andare in centro per fare la spesa. 
Non solo, in serata ho indossato delle calze ricamate, giusto per ridarmi quel tocco di femminilità, e sono uscita a bere con le amiche. Come se tutto fosse nella norma.
Sono tornata a casa ovviamente distrutta, con i brividi di freddo addosso e un mal di testa fotonico. 
Ho fatto finta di stare bene e sono andata a letto.Il bello doveva ancora arrivare.
Stamattina mi sono svegliata sudata, con una voce da super trans, una tosse che ci mancava poco mi venisse fuori l'albero bronchiale e ovviamente il fedele mal di testa. Non avendo il termometro, mi sono autodiagnosticata uno stato febbrile, che ho dovuto curare con un cocktail di farmaci, per altro non miei, ma rubati in maniera molto soft alle mie coinquiline.
Hanno funzionato il tempo di un ulteriore tuffo tra le lenzuola, una colazione lentissima con fette biscottate e una marmellata alla ciliegia schifosissima, un restauro igienico alla cucina e basta. Dopo pranzo, sono ritornata in condizioni quasi pietose e ho deciso di rimanere a casa, nonostante fuori, bastardo, fosse uscito il sole.
Ecco, io la prossima volta che decido di passare la domenica a casa, qui a Verona, piuttosto mi taglio le vene.
In tutto ciò, ovviamente la mia mente si è divertita a fare voli pindarici, rianimando il latente stato nostalgico che alberga in me da sempre. Ho pensato al mio mare, ai miei amici, ai colori del cielo pugliese...insomma a queste cose, piccole, ma senza le quali vi posso assicurare che non è facilissimo vivere.
Come se non bastasse, non posso neanche consolarmi con le vacanze pasquali che si avvicinano....ebbene sì, io la Pasqua me la passerò qui! 
Mi sto autoconvincendo che ho fatto la scelta migliore a non ritornare in Puglia per le vacanze pasquali. I motivi? Ce ne sono un bel po'. Magari ve li racconto nel prossimo post!

Stay tuned!


lunedì 7 aprile 2014

Il cuore segue logiche contrarie a noi.

Dovrei studiare ma non c'ho voglia. Mi dico che lo farò domani sera, quando magari sarò ancora più stanca di oggi. 
E' che proprio non mi va, e non me ne frega un cazzo di questo esame di merda (che tra l'altro non ho passato).
Stasera sto un po' così. Mi sento a tratti un'ameba, a tratti, invece, sento che tutto ruota per il verso giusto.
Ho passato un fine settimana diverso. Sono andata a Bologna per incontrare siamosoloamici. E poi ci sono rimasta.
Ho comprato uno spazzolino e ho dormito a casa di sconosciuti che mi hanno offerto un letto, un pigiama improvvisato, un deodorante, peli di gatto e tanta ospitalità. 
Vorrei weekend low-cost (mica tanto) più spesso. Con il senso di precarietà nella borsa, i vestiti che sanno di uno sporco che sai solo tu, una stanza condivisa con una persona che hai amato e degli sconosciuti che dopo mezzora che ci hai parlato ti invitano a casa loro.
Con ssa sono stata bene, anche se ogni tanto mi faceva snervare. Per fortuna lo svarione (leggi cotta adolescenziale smisurata) mi è passato, adesso mi è così indifferente che mi chiedo come cazzo ho fatto a perdere la testa per uno così. Ma va beh, sono errori di gioventù. 
Chissà quanti ne farò ancora. 
Ad un certo punto mi è preso un magone, che anche ssa si è accorto della mia faccia strana. E non chiedetemi come cazzo mi sia ritrovata a pensare a testadic, a quella sigaretta fumata insieme, ai suoi baci, ai suoi sguardi. Mah. Associazioni strane che mi hanno chiuso lo stomaco per una manciata di minuti.
Delle volte vorrei capire cosa alberga in quei quattro neuroni che ho nella mia testa.
Forse sono state quelle poche farfalle ancora rimaste nello stomaco a farmi sentire così, proprio mentre ero con un altro uomo, un uomo che ho amato e odiato.
Sapessi soffocarle, lo farei subito.

PS. Il titolo, forse, non c'entra nulla con questo post.


giovedì 3 aprile 2014

E' un periodo del cazzo.

Sono diversi giorni che vorrei scrivere un post. Lo vorrei scrivere per diversi motivi. Uno, perché starei sicuramente meglio se tutto il groviglio di emozioni negative che mi si è posizionato sullo stomaco si sciogliesse un po’; due, perché ricevere un conforto, seppure virtuale (o illudermi di riceverlo), non mi fa schifo; tre, perché almeno, così facendo, capirete che sono ancora viva, anche se questo può fregare a pochi, se non a nessuno.
Punto uno. Questo è un periodo del cazzo. Oh, la dico proprio come mi viene. Non sono una persona negativa, anzi, ma direi che tutto l’entusiasmo che avevo quando sono arrivata qui di colpo è sparito. Non voglio lamentarmi, ma comincio a sentire le fatiche di questo lavoro. E non parlo di stress, di turni assurdi o di stanchezza fisica, a quello credo si possa ancora trovare rimedio. E poi chissenefrega se la sera torno stanca! Non è questo il problema. Il problema è che questo è un mondo dove devi imparare a convivere con le incertezze, con gli esperimenti che un giorno ti entusiasmano e il giorno dopo ti fanno impazzire perché non riescono, con la precarietà, con il terrore di vedere tutto svanire dall’oggi al domani. Ecco, sono quasi dieci giorni che convivo con questo terrore. Non solo ci convivo, piano piano sta assorbendo tutte le mie energie, è un cancro che sta bloccando tutti i miei sogni. Se volete sapere a cosa è dovuto ve lo spiego subito: sono venuta a conoscenza che quest’anno la scuola di dottorato comincia il 1 ottobre, ergo a luglio devo essere laureata (luglio perché a settembre la seduta non c’è) per poter accedere.
Questo è un serio problema, il mio tutor ha detto che ci deve pensare, perché i tempi sono cortissimi- suppongo- o perché magari faccio schifo come tirocinante- e io sono già nel panico più totale (oltre che nella depressione acuta).
Ora, diciamoci la verità, Verona è bellina, si vive benissimo (ehm ehm…MA NON HA IL MARE!), ma la cosa che mi dispiacerebbe lasciare davvero è il progetto. Sto imparando delle tecniche molto particolari e buttare tutto nel secchio del dimenticatoio dopo la laurea non mi va proprio. Ok, ora la sto facendo proprio tragica, però cerco di essere realista: le probabilità di rimanere disoccupata dopo la laurea sono del 99,99%. E non pensate che voglia fare il dottorato per pararmi il culo per tre anni, NO, non l’ho mai pensato, anzi…all’inizio io, il dottorato non lo volevo fare per questo. Però è pur sempre un titolo in più e siccome ho grandi ambizioni per il mio futuro (quelle almeno lasciatemele stare), mi piacerebbe farlo. E poi non vorrei che questo investimento di tempo, formazione ma anche SOLDI sia un investimento perso.
Quindi spero la sfiga si faccia un po’ da parte e il mio tutor mi faccia laureare a luglio (voi incrociate le dita per me e accendete un cero- vanno bene anche i santi buddisti).
Punto due. E’ un periodo del cazzo perché in dieci giorni sono invecchiata di dieci anni. Ho ricevuto 4 inviti di matrimonio e 3 su 4 sono mie compagne di università. Tirate voi le somme, ché io ormai mi sento una sfigata. Sono stata sempre libera da queste convenzioni sociali, ma se tutto intorno a te ti fa capire che il tuo status (di zitella, cessa, grassa, laureanda) potrebbe essere un problema per la tua autostima, beh, capisci che poi tanto libera da quelle convenzioni non lo sei. Ora, io non credo nel matrimonio, non voglio essere la moglie di nessuno, non voglio figli (almeno per ora), non voglio una vita perfetta con i capelli cotonati e gli abiti firmati, però non mi farebbe schifo tornare la sera e trovare qualcuno che mi dà un bacio sulle labbra, che prepara la cena per me (posso preparargliela anch’io qualche volta eh), che mi accompagni al cinema o a correre, che mi scompigli i capelli come solo il vento sa fare, che mi prenda in giro quando mi metto le maglie al contrario o quando cerco di abbinare in tutti i modi i calzini alle scarpe, che lavi i piatti quando non ho voglia, che mi prenda per mano quando vago sola per la città, che mi dica partiamo quando sono troppo giù, che mi proponga concerti di musica alternativa…insomma cose così, che la felicità non può toccare sempre le vite degli altri e non la mia. E lo so che queste cose ve le avrò scritte un miliardo di volte, che sono diventata patetica e ripetitiva, ma almeno una volta al mese dovete sopportare questo mio status di essere ormonalmente instabile. Ancor di più perché in tutto questo mi manca un sacco l’aria di casa, mi manca rientrare e trovare la dispensa piena di cose da mangiare e non sapere mai cosa scegliere, mi manca la voce di mia madre, lo sguardo buono di mio padre, il MIO MARE.
Ieri sono andata al parco per “sbollentare” un po’, ma è stato peggio…ad un certo punto volevo scoppiare a piangere. Mi guardavo intorno e vedevo distese verdi, alberi e gente che correva. Bello, direte voi. Sti cazzi, a me mancava il mare. Mi mancava il cielo della mia Puglia (che non è mica come questo cielo veneto…ehm…ehm…), i suoi colori riflessi nel mare…mi mancava persino bestemmiare perché c’era lo stronzo di turno che correva sulla pista ciclabile. Ecco, questo può essere già molto per farvi capire come sto. Mi dico passerà. Certo, DEVE passare, mica posso essere così insopportabile, patetica, depressa a vita.
Punto tre, è un periodo del cazzo e basta. Voi pregate che io sopravviva, ecco.




venerdì 14 marzo 2014

Uno di quei post che non hanno titolo.

Sono belle le giornate in cui in laboratorio c’è poco da lavorare e puoi gestirti il tempo come vuoi. 
Oggi ho studiato, non tanto in verità, perché ogni tanto spuntava fuori qualcosa da fare. E poi ho scritto sulla mia Moleskine, ho ascoltato un sacco gli Afterhours come ai vecchi tempi, mi sono distratta guardando le montagne dalla finestra, ho fantasticato parecchio sulla vita che non ho. 

Ecco, oggi ho pensato spesso proprio a questo. Alla vita che non ho. A volte, mi capita di pensare che la vita che sogno e immagino per me non sia possibile. Eppure non pretendo troppo. Non aspiro a felicità passeggere, né a quelle eterne. Perché si sa, la felicità è solo un’invenzione per tenerci sempre attivi, pronti a costruire e fantasticare. Vorrei qualcosa di più semplice. Vorrei amare ed essere amata. Lasciare andare tutti i pensieri negativi, guarire dalle mie fissazioni e ossessioni, curare le mie ferite ed essere più serena. 

Ieri sera, mentre parlavo con la mia coinquilina, le ho chiesto se il ragazzo con cui sta da ormai cinque anni è la persona con cui intende passare il resto della sua vita. E’ una domanda intima, lo so, forse un po’ troppo per una persona che conosco a malapena. Ma lei è così giovane, che mi è venuto spontaneo fargliela. E lei mi ha risposto che non lo sa, ma che al momento è così innamorata e che sta bene con lui. Ecco, io in quel momento le ho sorriso e sono stata contenta per lei. Ma sul serio. 
Poi, però, stamattina mi sono sentita un mostro, e non per la domanda che le ho fatto, ma per i pensieri che mi balenano ormai da mesi nella testa e che mi hanno spinto a porle quella domanda. 
Forse dovrei smetterla di pensare che tutto fa schifo, che tutti gli uomini tradiscono (per carità, lo fanno, ma forse non tutti), che le storie d’amore non durano, che si sta insieme solo per usarsi, che tutto ruota intorno al sesso e basta. Pensieri così, qualunquisti e inutili. Che a lungo andare possono anche logorarti. 
Io ormai non mi entusiasmo neanche più. Non riesco neanche ad innamorarmi, se è per questo. Perdo la testa per una manciata di settimane, a volte mesi, e poi tutto cade nel dimenticatoio. Senza provare nulla di veramente profondo e serio. Fuochi fatui che si spengono con la stessa velocità con cui si accendono. 
Le mie amiche dicono che le mie storie falliscono perché adotto sempre lo stesso copione, che forse dovrei agire un po’ di strategia, che dovrei lasciar perdere quei tipi che ce l’hanno scritto in faccia che sono stronzi e maledetti. 
Forse hanno ragione, ma io con le strategie proprio non ci so fare. Manco il copione riesco a cambiare (ammesso che io segua sul serio un copione). Io sento di essere semplicemente me stessa, sicuramente sbaglio, sicuramente qualche ingrippo c’è. Però boh. Forse dovrei smetterla di farmi tante domande, vivere come quelli che non si pongono minimamente alcun problema, non stanno lì a farsi pippe mentali e soprattutto non conoscono punti interrogativi. Pare siano felici. Pare.

martedì 25 febbraio 2014

Luigi.

Vi ricordate la storia del Signor Luigi?
Sì? Che gioia!
No? Tranquilli, non mi offendo. Potete sempre dare una ripassatina qui.

Perché ritorno a parlare di lui? Ve lo spiego subito.

Prima però un piccolo preambolo.
Ieri sono andata a Bari, non è stata una giornata facile, soprattutto per la mia autostima vacillante. 
Per farvela breve, per la prima volta nella mia carriera universitaria magistrale non ho passato un esame. Anzi no, specifichiamo, per rendere la cosa ancora più chiara. Non ho passato un' IDONEITA', di economia per giunta. L' IDONEITA' è un esame senza voto, serve solo per racimolare crediti. 
Ecco, la sottoscritta, minchiona e superficiale non è stata in grado di superare un'idoneità di economia. 
Ho fatto esami difficilissimi, che solo nominarli ci vuole una laurea, e non ho passato economia. Ma va beh. Ho capito che io ad un esame in cui non sono preparatissima non devo presentarmi.
Per fortuna ho uno spirito piuttosto zen ultimamente che mi permette di non sprofondare nella depressione più totale, ma di prendere il tutto con la più totale leggerezza, ché i problemi della vita sono altro rispetto ad un'idoneità di merda che non intacca di certo la mia bravura. (Ma quanto me la credo? Assai. Scusate ma è solo allenamento per la stessa autostima di cui sopra).
Comunque, dato l'episodio, potete immaginare il mio umore dove era finito.

Arrivo in stazione con un muso che strisciava per terra, mi siedo su dei gradini di fronte ad un sole che per fortuna lenisce un po' la semi-disperazione.
Mi consolo con il mio ritrovato amore Tommaso, dei Perturbazione, e sbircio il telefono.
Dopo neanche 5 minuti, alzo lo sguardo e noto un uomo con una camicia a fiori molto carina e una sciarpa altrettanto particolare. Lo guardo in faccia e lo riconosco subito.
Io questo signore lo conosco benissimo. Adesso vado a salutarlo.
Michi, ma che cacchio fai. Sei in cerca di una figura di merda? Eccolo lì, il mio grillo parlante, che blocca subito la mia iniziativa.
Beh, in effetti potrei sbagliarmi, mi dico.
Noto che anche lui mi fissa, ma rimane fermo al suo posto.
Gli sorrido, ma niente. Continua a guardarmi.
Non so come, ma ci veniamo incontro come se fossimo amici da una vita.
Lui mi bacia persino sulle guance.
Salve sig. Luigi, giusto?

Insomma, per farvela breve, saltando tutti i convenevoli, lui si ricordava benissimo di me. Di dove ero e cosa facevo. Forse gli sarà sfuggito il mio nome, ma pazienza.
Cominciamo a parlare. Io per la verità, dopo avergli raccontato della mia esperienza a Verona, rimango zitta, ammaliata dai suoi discorsi e dalle sue parole.
Passiamo 45 minuti a scambiarci opinioni su tutto: il mondo, i social network, le relazioni interpersonali, mi racconta dei suoi viaggi, delle sue passioni.
Rimango a bocca aperta, catturata dai suoi occhi e dalle sue mani che gesticolano con delicatezza.
Lo gnomo del mio cervello, nel frattempo, ricama poesie e belle impressioni su di lui. Sono letteralmente estasiata, contenta di aver conosciuto una persona come lui, di averci passato pochi minuti insieme.
Il mio treno arriva a destinazione e io purtroppo devo scendere.
Ho il cuore più pesante, adesso, colmo di bellezza e gioia. Di entusiasmo e poesia. 
Chissenefrega di un'idoneità andata male, ora ho una nuova storia da raccontare e ricordare: quella di Luigi.



venerdì 21 febbraio 2014

Per me hanno vinto loro #Sanremo2014

Tommaso, le hai nominate tutte. Ma so che L'Unica, in realtà, sono io.

Ve l'ho mai detto che ho un amore spassionato per Tommaso Cerasuolo?
Mi sa di no. Beh, ora lo sapete. Sono anni che ho un amore platonico con lui (peccato che lui non l'abbia mai saputo).

In ogni caso, vorrei solo dirvi due cose:

A. I Perturbazione esistevano anche prima di Sanremo - così giusto per dirvelo, ché non fate i fighi o quelli sorpresi con "oh, ma quanto è bella questa canzone"...e altre amenità.

B. Non sto seguendo Sanremo perché sono senza tv, ma per me hanno vinto già loro.


giovedì 13 febbraio 2014

Lascia stare.

Da giorni ho in testa un’idea (malsana).
La mia testa dice di lasciar stare, la mia pancia no.
Il cuore non lo considero più, anche perché è andato in frantumi diverse volte e ormai qualche pezzo l’ho pure perso. Che poi si sa, quando raccatti i pezzi da terra e cerchi di metterli insieme, capita sempre che qualcuno vada perso o magari finisce in un punto in cui proprio non ci arrivi. Con il mio cuore è andata più o meno così.
Mi sto prendendo un ennesimo NO, ma ho voglia di fare un invito, di stare meno sola, di lasciare, per una volta, che non siano le mie braccia a scaldarmi quel cuore in frantumi.
Con testadic le cose si sono chiuse più o meno in maniera pacifica, nonostante i fantasmi di questa ennesima non-storia mi abbiano infastidito per un bel po’ di giorni.
Ora ho un’idea: vorrei che prendesse la macchina e venisse da me. Infondo non siamo così lontani, almeno fisicamente.
La testa dice lascia stare, la pancia no. Il cuore non risponde.


martedì 11 febbraio 2014

E non è avere 20 anni, e non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più.

Domani è il mio compleanno. E oggi è un mese che sono qua, in città meraviglia.
Sì, lo so che non ve ne frega niente, risparmierei anche di scriverlo, ma gli incipit dei post sono sempre una tragedia, magari sai di cosa scrivere, ma non sai da dove cominciare. Eppure la risposta è semplice: basterebbe cominciare dall'inizio. Quanto sono banale da 1 a 10? Cento. Rispondo io per voi.
Comunque, dicevo che domani è il mio compleanno. Lo riscrivo, così almeno mi assicuro i vostri auguri, visto che starò lontana da casa e non potrò godere degli abbracci delle persone a me care. 

Non solo, oggi guardando l'agenda mi sono accorta anche che è un mese che sono qua. Non ci credo neanche io, ma il tempo è volato così in fretta che mi sono ritrovata a dire ad alta voce in laboratorio minchia, è un mese che sono qua! Eh, già, ormai qui hanno capito come sono fatta e vi assicuro che ogni tanto vorrei essere risucchiata dalle sabbie mobili per la vergogna. Però io sono così, verace, schietta, lunatica, distratta e atipica (eh già, dicono che io sono una pugliese atipica!).

Un mese è troppo poco per raccontarvi di questa città meravigliosa, che ha degli angoli nascosti davvero deliziosi, nonostante un cielo che è costantemente grigio e denso di nuvole cariche di pioggia. 
Ma ci sono cose della vita qui a Verona alle quali piano piano mi sto abituando:
-ai negozi che alle 20 chiudono (se sei fortunata! Alcuni chiudono anche alle 19) 
-agli autisti che mi guardano male quando salgo sull'autobus, sorrido e dico buongiorno e a quelli che invece mi guardano bene e ne approfittano per scambiare due chiacchiere (per la cronaca domenica sera sono stata invitata a cena da uno di loro, del Sud ovviamente!)
-allo Spritz, che qua è con poco ghiaccio e molto alcol, a differenza di giù dove, le poche volte in cui l'ho bevuto, era acqua lavata;
-a tutto che è tremendamente troppo caro rispetto all'ameno paesello;
-ad una casa tutta mia, al bucato, alle cene che preparo per me, all'organizzazione delle spese e delle cose da fare, alle sere passate in solitaria, alle passeggiate in città nel weekend per scoprire negozi e luoghi sconosciuti;
- all'accoglienza inaspettata che ho trovato in laboratorio;
- ai topi, con i quali pensavo di avere un rapporto migliore...e invece no;
- alle corse al parco, anziché al mare.

E poi ci sono quelle cose che Verona non potrà mai darmi, con le quali mi alleno ogni giorno per sentirne sempre meno la mancanza, anche se so che ci sarà sempre un gap che non potrà mai colmarsi. 
Parlo delle piccole cose che coloravano la mia vita giù nell'ameno paesello: dagli amici alle sfuriate con mia sorella, dalle chiacchierate-litigate con mia madre a quelle con Emme, dalle passeggiate al mare ai caffè nel pre-serata, dalle mattine senza far nulla alle domeniche noiose al centro commerciale. 
Cose così, normali, che potrebbero succedere anche qui, ma che in realtà sono speciali perché cariche di significato emotivo, che solo i luoghi in cui le hai fatte tue hanno reso tali.

Nonostante questo...posso dire che quello che sto vivendo è tutto meravigliosamente bello, perché dentro e fuori di me è un continuo panta rei che mi mette costantemente alla prova. E non è semplice, ci sono lacrime, sorrisi, incazzature, sconforti, euforia, sbruffi, un mix di sentimenti altalenanti che mi stanno mettendo in gioco.
E sapete perché tutto questo è meravigliosamente bello? Perché sento di non stare ferma, sento che tutto si muove, che io cambio, che fuori il mondo cambia, anche se magari non cambia proprio un cazzo (ma almeno mi illudo che sia così).
E poi domani cambierò un numerino nei miei anni, mi sento già vecchia, però fioriscono consapevolezze nuove e belle, oltre alle mille seghe mentali che, anziché diminuire con l'avanzare dell'età, aumentano...e non è avere 20 anni, e non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più.

PS. Per questo post nessuna polvere magica è stata sniffata, solo euforia post sbronza con tutor e colleghi. Inoltre si avvisano i gentilissimi lettori che stasera c'ho un attacco di ottimismo incontrollato, quindi custodite quello che ho scritto, potrebbe servirvi/ci quando l'ottimismo sarà andato a farsi fottere.




venerdì 7 febbraio 2014

Cosa avrei fatto se...

La vita del ricercatore non è semplice: o hai passione o... lascia perdere. Non solo, devi avere tanta curiosità, tanta pazienza, spirito di sacrificio, spirito di adattamento, vocazione e tanto altro. 
Ora non ditemi che anche per gli altri lavori è così, perché sono sicura che se i vostri ritmi fossero scanditi in funzione di esperimenti (che non sempre escono), ritirereste subito la frase incriminata. 
Fare il ricercatore è un po' come fare il medico: devi prenderti cura delle tue cellule o della tua idea così come il medico si prende cura dei suoi pazienti; devi somministrare il farmaco giusto per evitare che tutto vada a puttane. Insomma, devi essere meticoloso, preciso, attento, perché basta un piccolo errore e vanno via soldi, tempo, possibilità di concretizzare qualcosa.

Magari se tra qualche anno qualcosa si realizzerà anche nella mia vita, vi saprò dire meglio.
Per ora osservo, imparo e cerco di capire se questa può essere la mia strada. Ma vi assicuro che da quando ho messo piede in laboratorio, non ho avuto un attimo di tregua. 
A dir la verità, sono anche capitata in un periodo infelice...il team in cui lavoro sta per far uscire un nuovo lavoro e, alla scadenza del termine di consegna dei risultati per la pubblicazione del paper, potete immaginare come tutti siano un po' delle schegge impazzite. 
Esperimenti che non escono, cellule che non si attivano, topi che mancano, reagenti che non arrivano...insomma, l'aria che si respira non è proprio bellissima,è densa di stress...un po' come in una camera a gas, basterebbe accendere un fiammifero e salterebbe tutto in aria. 
Nonostante questo, ho trovato molta accoglienza e in tre settimane ho imparato un sacco di cose.

Sarà stata proprio la tensione o lo stress di questo periodo a offrirci lo spunto di riflessione per la pausa caffè davanti alla macchinetta stamattina.
L'autore del paper ha esordito dicendo che se avesse saputo cosa gli sarebbe aspettato, non avrebbe intrapreso questa strada, avrebbe continuato a fare il cameriere, come faceva durante gli studi, probabilmente, adesso si sarebbe potuto comprare una casa. 
Non potevo non rimanere in silenzio, anzi, ho dovuto un po' controbattere come mio solito. 
Massimo rispetto per chi fa il cameriere, ma forse non è il lavoro più divertente di questo mondo. 
Certo, neanche fare il ricercatore è divertente, ma almeno è stimolante
Quando facevo la cameriera l'unica cosa di stimolante che io ricordi erano le birre che bevevo gratis dietro il bancone e i soldi che intascavo a fine serata (non molti per la verità). Per il resto mi facevo venire la febbre ogni volta che arrivavano le 18 del sabato pomeriggio.

Lì per lì non ho detto molto, mi sono solo limitata a dire che qualsiasi lavoro uno fa, deve farlo perché gli piace e non per altro. Poi ho rimandato i miei colleghi alla lettura di questo articolo, che forse non c'entrava molto, ma mi sembrava un ottimo spunto per non considerare i nostri percorsi sbagliati. E nel mentre, ho cominciato a pensare a cosa avrei fatto io se non avessi studiato Biotecnologie.

Oggi, con tutto quello che so, che ho provato, che ho visto, dico che...
A) Avrei fatto la curatrice di mostre di arte contemporanea (per intenderci quella che non capisce nessuno - e che non capisco neanche io- ma che mi piace un sacco perché mi incuriosisce);

B) Avrei studiato ingegneria o architettura se fossi stata più portata per la matematica e per l'urbanistica e la progettazione;

C) Avrei aperto una libreria (beh questo potrebbe essere un sogno che per ora lascio nel cassetto e mi riservo di tirarlo fuori quando voglio - gli altri due, invece, sono in cassetti chiusi a chiave e la chiave è stata ovviamente buttata).

E voi cosa avreste scelto come alternativa a quello che fate?




martedì 28 gennaio 2014

Alloggio, no grazie.

Quando la prof. mi ha offerto un posto in foresteria per un mese aggratis mi si sono illuminati gli occhi. Luccicavano dalla gioia perché avrei avuto un mese di affitto e spese incluse in meno sulle spalle (dei miei). Ecco ora, all’inizio della mia terza settimana nello scatorcio in foresteria, non vedo l’ora di andare via. 
Ok, ho risparmiato un sacco di soldi (magari mi faccio un viaggetto), ma ho fatto una vita di merda.
Non voglio sembrare la solita ingrata, ma se sapeste come mi sono mossa nei pochi metri quadri della mia stanza in questi giorni, beh...forse forse un po' di ragione me la dareste.
Sabato prossimo avrò una stanza tutta mia e, sebbene ci saranno un po’ di faccende da sistemare (mancano tv e internet), non vedo l’ora di: 
poter dormire in un letto pulito; 
farmi la doccia e non desiderare due minuti dopo di farmene un’altra perché gli asciugamani sono stati appoggiati su una sedia all’apparenza pulita; 
poter appoggiare la roba sul letto non pensando che le coperte siano cumuli di acari e sporcizia varia, 
non preoccuparmi se qualche briciola cada per terra tanto non si formerà mai un cumulo di formiche; 
poter mangiare tutto quello che mi va, senza disinfettare tutto ventoridicimila volte; 
non passarmi l’amuchina sulle mani ogni volta che tocco qualcosa; 
non svegliarmi la notte pensando che spunti un topolino da qualche parte; 
insomma avere una vita normale
Perché la vita in foresteria sarà pure comoda (sono a 30 secondi di orologio dal laboratorio, visto che si trova proprio sullo stesso pianerottolo), ma non è vita. 
Non sono fissata con la pulizia, ho dormito per 10 giorni per terra, in palestre sporchissime, in mezzo a scarafaggi e topolini, ho fatto docce in bagni incrostati di ruggine e altre porcherie, ho fatto vita da campeggio, ma diciamo che avere queste esperienze paranormali per 1-2-3 anche 10 notti, non è come avercele per 3 settimane. Direi proprio di no. 
Quindi… arrivasse in fretta sabato!

mercoledì 22 gennaio 2014

Va bene, va bene così.

Oggi mi sento bene.
Ho le cellule tutte esaltate. Sarà stata la corsa tra la nebbia.
Certo, non è come correre lungo la mia litoranea, ma va bene così.
Almeno la testa è impegnata per un po'. Poi mi mancava fare sport.
Sono tornata tardissimo dal laboratorio. Ormai ho uno stomaco di ferro con tutti quei topi che vedo ogni giorno. Mi sto facendo passare lo schifo.
Ho lasciato la borsa, mangiato due waffel alla vaniglia (forse erano più di due :D), mi sono sfilata i jeans, ho messo su l'unico pantalone sportivo che ho portato qui, la felpa e sono andata a correre.
Snow Patrol e un po' di nebbia mi hanno fatto compagnia.
Poi c'era anche un tipo carino, rossiccio, ma carino.
Niente contro i rossi, anzi. Però preferisco quelli bruni.
Adesso sono distrutta, non so cosa preparare per il pranzo di domani e mi sa tanto che andrò a letto così, con questa canzone di Vasco e un sorriso ebete sul viso.


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...