mercoledì 1 marzo 2017

[4/365] Ho detto NO al cioccolato.

Ho fatto un patto con la mia coinquilina: ho detto NO al cioccolato.

Premessa: io non sono credente. O meglio, sono in un periodo in cui non mi chiedo più se esiste un Dio o meno. Cerco di fare il mio meglio, di dare il massimo in quello che faccio e di essere una persona onesta. Poi se Dio esiste o meno, non lo so. 
Dopo anni passati tra i banchi di una chiesa, ho cominciato a rendermi conto che non era né la fede, né la religione a rendermi una persona migliore. 
E' un discorso complesso, magari ve ne parlo in un altro momento.

Anyway, oggi, per chi è cristiano, comincia la quaresima e io e la mia coinquilina abbiamo deciso di fare questo fioretto.
L'idea che ci sia qualcuno che con me condivide questa scelta mi stimola e mi spinge ad impegnarmi sul serio.

So che vi starete già chiedendo se sia matta o cosa. Però, per me rinunciare al cioccolato è grave. Credo che sia il cibo di cui sono più dipendente, roba che se non ne mangio un pezzettino al giorno rischio di andare di matto.
Però ho pensato che la mia rinuncia al cioccolato potesse essere un motivo per impegnarmi mentalmente in qualcosa. 

Di solito sono una persona disfattista, quando penso che non posso farcela, non mi impegno, lascio perdere dall'inizio. 
E' sempre stato così: con la dieta, con i libri, con tutte le passioni che ho coltivato all'inizio per entusiasmo e poi ho lasciato. Per non parlare delle relazioni. 

E allora mi sono detta che forse era il caso di rimettersi in gioco. Di provare ad allenare i miei neuroni alla rinuncia, all'attesa, alla pazienza. 
Di fare di questo stupido e semplice fioretto una palestra di vita. Qualcosa che mi indirizzasse a lavorare sulla mia persona, sulle mie volontà, sui miei desideri. 
In fondo, perché non provarci?
E allora da oggi ho detto NO al cioccolato. E per oggi ci sono riuscita!

martedì 14 febbraio 2017

[3/365] San Valentino.

E' San Valentino e nessuno mi ha portato a cena fuori.
Non ho ricevuto fiori, né regali. Neanche un ciondolo Pandora.
Che merda di fidanzato!, direi- se solo avessi qualcuno.
I social sono infestati di massime, per lo più banali, su questa festa, che dovrebbe ricordare l'amore e invece a me fa così tanta tristezza che sono venuta qui, a parlarne con voi.
Sediamoci ad un tavolino, vi offro una tisana, con dei pezzettini di mela e lavanda. Anche del cioccolato fondente, ché a me piace un sacco e non posso andare a letto senza.

Non sono così arida come qualcuno pensa.
Ho fatto anche io i miei pensieri sull'amore, oggi. Cosa credete!
Ho pensato a quegli amori inespressi. A quelli nascosti. A quelli che si nascondono nelle chat dei nostri telefoni. A quelli che vivono nei nostri sogni. Nelle nostre vite immaginarie. Nei nostri film mentali.
Agli amori lontani. A quelli che non abbiamo vissuto a pieno. A quelli dimenticati in fretta.
Agli amori che non proveremo mai. O peggio ancora che non vivremo mai.
Agli amori che ci fanno allontanare dalla realtà. O a quelli che ci fanno sentire così vicini ad essa da guardarla un po' distorta.
Ho pensato agli amori finiti. A quelli che cerchi di dimenticare. A quelli che invece, prepotenti, invadono la tua vita facendoti sentire vivo.
Ho pensato a quante vite servirebbero per vivere tutti gli amori possibili. Forse una non è abbastanza. Forse è troppo poco. O forse sì. Basta una vita per scegliere chi avere accanto. Una volta. Una che sia una vita intera.
E le paure. Ho pensato anche a quelle. Alla paura di non saper amare. Di non poterlo fare come vorremmo.
Alla paura che blocca i sentimenti. Che non ti fa essere te stesso. Che non ti fa vivere l'amore in tutte le sue forme possibili.

La tisana è bollente. Mangio un po' di cioccolata mentre immagino i vostri occhi sullo schermo.
Nella mia serata di San Valentino ideale, in questo momento sto sorseggiando del vino rosso con il mio compagno. Ho le guance rosse e la matita un po' sbavata. Mi sta facendo ridere troppo e non riesco a non lacrimare un po'.
Parliamo di libri, di film, di vacanze da progettare.
Ho il rossetto ancora intatto. Lui si stupisce di come io sia sempre così impeccabile con il mio Kiko rosso ciliegia. Trucchi del mestiere.
Stasera stiamo così bene insieme che anche il cameriere che ci chiede se vogliamo qualcos'altro ci infastidisce.
Finiamo la bottiglia e corriamo a casa. Non facciamo neanche in tempo a varcare la porta di casa che siamo già in camera da letto.
Il finale è uno di quelli più banali che succedono nei film d'amore. Uno di quelli in cui si passa già alla scena successiva, dove i due dormono avvolti da lenzuola sfatte in una camera da letto enorme.

Riavvicino la tazza alle labbra. La tisana è buona. Ma ho ancora voglia di cioccolato.
Devo consolarmi così ultimamente.
E' questo l'effetto dell'amore che manca? Attaccarsi morbosamente ad un cibo che provoca piacere?
Forse.
Mi manca l'amore?
Ne ho davvero bisogno?
Cosa è l'amore?

Ho mal di testa. Vado a letto.
[Il finale banale di quelle donne che dell'amore preferiscono parlarne in un altro momento].

sabato 7 gennaio 2017

[2/365] Di quando pensi di essere pronta e invece.

L'altra sera sono andata ad una festa di compleanno di una delle mie più care amiche.
Una bellissima festa in cui ho bevuto un po' troppo e mi sono divertita così tanto che a momenti mi sentivo io la festeggiata.
Mi hanno mandato un video in cui ballavo sulle sedie, e ho detto tutto.

Ero preparata a tutto: a divertirmi, a bere molto, a mangiare poco, a farmi selfie e foto a go go. Insomma, cose mainstream che si fanno durante le feste.
Ma dopo circa un'oretta che ero nel locale, la porta si è aperta ed è entrata una coppia.
Era E. con il suo nuovo cane da guardia.

Non me ne sono accorta subito e ci è voluto un bel po' affinché ci trovassimo vicini per i soliti convenevoli del ciao come stai. 
Ho fatto la brillante come mio solito. E ho affidato all'alcol tutto il mio disagio.

E. non era da solo, ma in compagnia di una tappetta bruna dai capelli lunghi e una personalità anonima, che non ha fatto altro che guardarmi per tutta la serata, mettendosi accanto a E. mentre io e lui parlavamo, senza presentarsi (mah).
E se io da un lato del locale mi divertivo come una matta, loro dall'altro erano due semplici invitati anonimi in un gruppo molto numeroso di persone.
Io e E. ci siamo lanciati qualche sguardo, niente di che. Niente che potesse dare spazio a qualche maliziosa suggestione.

Ad un certo punto li ho visti limonare. Ho sorriso e ballato, pensando che in fondo era giusto così.
Poi la festa (la loro) è finita, e sono andati via.
E finita anche la mia di festa e sono tornata a casa abbastanza sfatta.

Il giorno dopo avevo un cerchio alla testa dovuto al vino e un pensiero fisso, stampato sugli occhi.
E. che baciava un'altra. 
Pensavo di essere pronta a tutto questo. Infondo me lo aspettavo pure. Lo immaginavo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi come mai il giorno dopo, e quello dopo ancora, io sia rimasta con la testa a quest'estate e alle notti passate con lui.
E' come se quel bacio, che prima era mio, mi avesse fatto male.
Eppure so che E. non mi piace più, forse non mi è mai piaciuto fino in fondo, che non fa più parte della mia vita ormai da mesi.
Eppure mi è preso un magone che avrei volentieri evitato.

Ho cercato di non pensarci, come solo le persone razionali riescono a fare.
Ma il problema è che quando qualcosa si rompe nella nostra vita e rimane guasto, tu a quei pezzi rotti ci pensi. Perché vorresti aggiustarli. E non tanto per rimetterli insieme, ma perché aggiustando quei pezzi potresti aggiustare anche te.

Di tutte le storie vissute, importanti o meno, non mi sono mai piaciuti quei finali senza confini netti. Dove le parole non hanno fatto il loro e i gesti sono stati da meno.
Dove si è affidato tutto al caos, piuttosto che alla casualità.
Dove si è affidato al tempo, la cura delle ferite.
Con E. è stato così.
Un inizio e una fine indefinita. Ma oggi rileggendo il tutto, non riesco a immaginare qualcosa di diverso. E dico che va bene così.

Va bene incontrarlo in un locale e fare finta che non sia successo nulla, mentre nella testa ti passa quella canzone di Jovanotti che fa come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente, salutarci come due vecchi amici Ehi, ciao come stai.
Va bene vederlo limonare con un'altra, toccarle i fianchi e spostarle i capelli.
Va bene sorridere alle sue battute cretine che non fanno ridere neanche lui.

Va bene così.






martedì 3 gennaio 2017

[1/365] HNY 2017


Arrivo un po' in ritardo con gli auguri e con questo post.
Scusate. 
Ma il 2017 mi ha dato il benvenuto con una bella febbre di 38 gradi. Del resto, se la notte l'ho passata con un vestitino leggero e un super raffreddore, non potevo aspettarmi altro.

Sono contenta di questo 2017 che finalmente è arrivato. Per diversi motivi:
1. le vacanze di natale sono terminate e per un anno circa posso stare tranquilla
2. il 2016 non mi ha entusiasmato molto se non per i miei viaggi e qualche conoscenza che mi è rimasta nel cuore
3. sentivo la necessità fisica e spirituale di chiudere con un anno che mi ha dato parecchio filo da torcere
4. last but non least, tra 10 giorni mi trasferisco a Milano e questa, al momento, è la più grande novità del nuovo anno. 

Sono contenta ovviamente, ma non riesco ancora a metabolizzare tutto l'entusiasmo, misto a paura e ansia. E' come se avessi congelato il pensiero al giorno della partenza, anche se dentro di me sono davvero felice di questo capitolo che si sta aprendo nella mia vita. Le aspettative sono tante, forse molte di più di quelle che avevo riposto quando sono partita per Verona. Però da quella esperienza ne sono uscita un po' ferita, ecco perché rimango con i piedi per terra e spero solo il meglio per me.

Cosa ci vado a fare a Milano?
Al momento si tratta di un progetto che riguarda la mia tesi di dottorato. Starò via per circa 6 mesi. Sperando di trovare poi una collocazione più stabile nei mesi futuri. 
Milano mi piace e ci vivrei tranquillamente. 
Poi, questa partenza arriva proprio in un momento in cui avverto la necessità di potare un po' di rami secchi. E la lontananza dalla mia terra non può che farmi bene. 


Di nuovi propositi non ne ho. Sono molto concentrata sul lavoro e sul mio futuro.
Vorrei solo che la tenacia non mi abbandonasse mai. 
Poi sono sicura che la vita farà il suo corso. 

E i vostri buoni propositi?



giovedì 29 dicembre 2016

Books read in 2016.


Di questo 2016 ho amato soprattutto i libri che ho letto. De Silva e Gamberale sono stati i miei autori preferiti, ma sono stata catturata anche dall'amore ironico di Catalano e dal romanzo di formazione di Marco Missiroli (Atti osceni in luogo privato), che qui in foto manca. Dei libri che mi hanno strappato un sorriso e che allo stesso tempo mi hanno fatto riflettere tantissimo. 
Non ho ancora fatto una lista di libri da leggere per il prossimo anno, ma sul comodino ci sono Le ragazze di Emma Cline e la biografia di Marina Abramovic. 
Poi mi piacerebbe dedicarmi alla letteratura giapponese con Murakami e Banana Yoshimoto.
Vedremo.
E voi cosa avete letto in quest'anno?


mercoledì 14 dicembre 2016

La torretta.

Ci sono dei posti, più dell'anima che di altri luoghi, che riescono a conciliarti con te stesso. Una specie di assoluzione senza peccati e senza preti. Avvolta nella misericordia del dio delle piccole cose. Dove il rumore delle onde e il sole caldo fanno da cornice.

Sono i posti in cui mi piace andare, dove ci passerei le ore, rischiando persino di perdermi proprio con l'intento di trovarmi.
Per me questo posto è una torre che affaccia sul mare, si trova proprio sull'ultima spiaggia, quella che segna poi la fine della litoranea del mio ameno paesello.

E' un posto a cui mi sono affezionata negli ultimi anni, quando ho scoperto che di lì si vedono dei tramonti spettacolari e che molto spesso puoi goderti la vastità del mare in totale solitudine.

E' il posto dove spesso mi rifugio per riflettere, per buttare giù qualche riga, per fare qualche foto, per parlare con me stessa (sì, nei momenti di pazzia faccio anche questo), ma soprattutto per ascoltarmi.
E' il posto dove inspiro lasciando entrare tutta l'aria che posso nei polmoni, quasi fosse un gesto di purificazione e espiazione allo stesso tempo.

E' uno di quei posti che ha fondamenta nel mio cuore, salde e forti. Come una casa costruita sulla roccia. Ne conosco i confini, l'andamento del terreno, dove portano le strade che si arrampicano sulla scogliera oltre la torre.
E conosco a memoria tutte le strade che questo posto riesce a solcarmi dentro, seguendo i miei vasi sanguigni e rigenerando le mie cellule. 

Ogni volta che voglio stare con me stessa o che la vita mi supplica di fermarmi, prendo la bici e vengo qui. Ci passo una manciata di minuti, a volte ore. Mi sfilo gli auricolari, che ho sempre con me, e ascolto il mare. Lo ascolto entrarmi dentro, penetrarmi e coprire tutto il marcio che mi porto dietro.

Domenica scorsa, io e la mia ansia ci siamo fermate qui. Ci siamo sedute una di fronte all'altra. Ci siamo guardate negli occhi e abbiamo scelto di firmare un armistizio. 
Lo sappiamo benissimo che i giorni che si affacciano a questa vita capricciosa non saranno facili. 
Che io non ami il Natale, ormai credo sia un fatto risaputo anche dai muri della mia stanza che mi hanno visto per anni piangere e disperarmi in silenzio per questo periodo dell'anno che incombe in maniera pesante nella mia vita.

Non riesco ancora a capire come mai io viva così male un periodo che per tutti è magico. Forse perché il Natale è un tempo che invita alla riconciliazione ed è evidente che la prima che dovrebbe riconciliarsi (ma non ci riesce) sono io.
E mi sforzo, prego, faccio l'indifferente, osservo, penso, ripenso, scappo, ritorno, ma quelle luci, quegli alberi, quella magia che tutti vedono rimane lì e, dispettosa, mi ricorda che ho bisogno di riconciliarmi. Prima con me e poi con il Natale, che dopo tutto non mi ha fatto nulla di male.
E allora scappo al mare. E vengo qui. Ai piedi di questa torretta a fare pace con me stessa.

Listening to: Ex- Otago: La nostra pelle

giovedì 27 ottobre 2016

Prima o poi.

La vita mi ha messo a dura prova in questo ultimo periodo.
In realtà continua a farlo. La guardo in faccia, la osservo con attenzione e con aria di sfida le faccio capire che ci sono e che io sono più forte di lei.

Forse è cominciato tutto da quest'estate, quando ho disconnesso i neuroni prima e il cuore dopo, per E. Volevo lasciarmi andare. Ma con scarsi risultati.
Per l'ennesima volta ho sbagliato persona.

Sì, mi assumo tutte le responsabilità di questa scelta. Che a dire quanto sono stronzi gli uomini siamo brave tutte. Ma dire quanto siamo stupide noi è un po' più difficile.
Ho pensato, sbagliando, che il tempo potesse far evolvere le cose. Che la vita mi avrebbe dato una possibilità. Quella di ricredermi. Quella di crederci. Per davvero.
Non è stato così.

Ho faticato, tanto. Non ho dormito. Ho cercato mille modi per distrarmi. Per portare il mio corpo, e la mia mente, lontani. Weekend, fiumi di alcool, sole, viaggi, immersioni nei libri e a lavoro.
Niente.

Che se hai un fantasma che ti porti dentro ti devi abituare a conviverci. Non se ne andrà mai. Potrai ammazzarlo, forse, un giorno. Ma dovrai essere più furbo di lui.
E io in questo momento non lo sono.

Poi il lavoro. Il mio più grande problema dopo me stessa.
Che la vita di dottoranda non sarebbe stata facile lo sapevo. Ma volevo sfidarmi, come sempre.
Perché non voglio essere da meno, non voglio che le paure mi blocchino ancora una volta.
Ma con tutto quello che vivi, con quello che costruisci e demolisci, prima o poi devi farci i conti.

E sapevo che, prima o poi, sarebbe successo qualcosa.
Un terremoto della mia anima un po' più violento. Qualcosa che avrebbe fatto crollare i muri delle mie sicurezze: un attacco di panico.
In realtà siamo a quota due.

Mi sono sentita impotente.
Per la prima volta ho fatto i conti con la mia razionalità. Che mi ha abbandonato.
Mi sono arrabbiata, ho pianto, ho persino pensato che non avrei avuto possibilità di uscita. Che forse abbandonare la nave era la soluzione migliore.

Ma no. Non è da me.
E allora eccomi. Con questa nuova battaglia da affrontare.
E con l'imperativo di vincerla.

venerdì 21 ottobre 2016

Ciao sono Michi Volo.

Ciao, sono Michi Volo e un tempo avevo questo blog.
Mi piaceva scrivere e qui sopra ci passavo le ore, tirando fuori dalla mia pancia, ma anche dalla mia amigdala, tutto quello che mi attraversava.
Poi che cosa è successo non lo so.
Un po' il tempo.
Un po' la voglia.
Un po' la vita.
E ho cominciato a scrivere meno.
Anche se i pensieri non mi hanno mai abbandonato.
E lo stomaco ha continuato a fare i suoi giochi di contrazione.

Ritorno, datemi solo un po' di tempo. Perché la mia testa non fa altro che viaggiare ed è giusto che io vi racconti un po' dei suoi viaggi.

PS. Questo post è stato scritto dopo aver letto il commento di Magnolia al post precedente. Mi sono sentita in dovere di passare per un saluto.
Un abbraccio a tutti voi!

giovedì 15 settembre 2016

La mia malinconia è tutta colpa tua.

Che io abbia un problema con i cambi di stagione ormai è un dato di fatto. E di fatto, nei mesi di transizione come settembre, ma anche aprile, io e un mocio vileda abbiamo più o meno lo stesso aspetto.
E direi anche lo stesso destino.
Ora, non chiedetemi perché a me sia venuta in mente questa immagine. Sarà per via dei capelli che in questi mesi si sono letteralmente bruciati al sole che mi danno questo aspetto.
Anyway.

Sto male.

Non sopporto questo settembre del cazzo che sembrava cominciare con le migliori intenzioni del mondo e che invece si è rivelato un mese decisamente NO.

Mi salva solo l'idea che tra qualche giorno dovrò partire e tornare in Italia quando ormai sarà ottobre. Anzi a dir la verità non mi salva neanche questa idea, perché se penso che potrei tornare con un clima decisamente più autunnale, i magoni aumentano.

Ma so benissimo che non è solo questo. Settembre che scivola via, insieme agli ultimi strascichi estivi, si sta portando tutto quello che questa stagione mi ha regalato.
E non parlo di tramonti o bagni al mare, ma parlo di quello che mi è successo. Di come ho messo, forse, in gioco il mio cuore per poi trovarlo, adesso, in brandelli.

Non mi sono innamorata, ma forse mi sono messa in discussione più del solito.
E insomma, il riassunto di tutta questa entropia interiore è che mi manca. Lui mi manca. Anzi mi manca l’idea che avevo di lui. Le illusioni che avevo nutrito con i miei silenzi. E con i suoi baci.

E' che non mi piace chiudere le cose definitivamente senza avere la possibilità di un confronto, di portarmi dietro qualcosa, di avere una strada secondaria da percorrere.
Ogni volta che qualcosa si è interrotto nella mia vita, sono stata brava a metterci una pietra sopra. A volte in maniera così veloce che mi stupivo di come ero asettica nei confronti delle delusioni.
Questa volta mi sembra di star salendo dei gradini che non finiscono mai. E più salgo e più i gradini diventano alti, costringendomi a sforzi fisici che fanno uscire l’acido lattico persino dal cuore.

Dov’è il problema questa volta? Nella mia incapacità di gestire questo strappo.
Perché è così che mi sento. Strappata. Come se qualcuno si fosse portato via qualcosa di me in un modo così violento e distratto da lasciare lo strappo aperto e sanguinante.

Ogni mattina mi alzo e mi ripeto che passerà. Che, infondo, non è la prima volta che mi trovo ad affrontare questo genere di situazioni.
E invece no.
Ogni sforzo razionale mi sembra inutile. Perché la razionalità è tutto quello che adesso mi manca.
E vorrei tornare ad essere la stronza di sempre. Quella che si mette la maschera e finge che tutto va bene.
E invece no.
Mi fermo e ogni tanto scende qualche lacrima.

Sarà la fine dell’estate, che proprio non sopporto.


giovedì 25 agosto 2016

Quando arriva Settembre

Quando cominci a desiderare settembre, pur avendo l'estate nel cuore, significa che stai diventando grande.

Ho sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti di questo mese.
Da un lato, ne sono affascinata per il richiamo all'ordine e alla manutenzione dell'anima, favorita dai buoni propositi da stilare, dall'altro nutro un forte odio per settembre che riporta tutto alla tranquillità, alla routine e alle cose di sempre, spegnendo i fuochi folli dell'estate.

Ma, mai come quest'anno, desidero che questo mese arrivi presto.

1.Sarò fuori per lavoro: Urbino, prima, Gerusalemme, poi, mi aspettano. E tra le due mete, potete immaginare quale sia la più ambita.
Saranno queste, per quanto sarà possibile, le mie vacanze.

2.Ho bisogno di ritrovare la mia dimensione giornaliera. Il treno, gli amici pendolari, la musica nelle orecchie, le conversazioni con gli sconosciuti, il caffè alla macchinetta con la collega, i libri, la palestra, il cinema, le serate in casa spalmata sul divano.
Tutte le cose semplici che ho lasciato da parte in questo mese.

3.Concentrarmi su me stessa. Sul lavoro, sui pazienti, sul futuro da progettare. Cosa farò?
Devo cominciare a pensarci seriamente. Tra un anno (quando il mio dottorato terminerà) vorrei avere le idee chiare.

4.Il silenzio. Che detta così sembra una sciocchezza. Ma io ho bisogno di silenzi e digiuni. Spogliarmi un po' di tutto il frastuono accumulato nei mesi estivi solo per distrarmi da una storia andata male e da altre neanche cominciate.

Insomma, di motivi buoni per cominciare serenamente questo mese ce ne sono. Ora spero solo di non cambiare idea.

lunedì 22 agosto 2016

Giornata amarcord.

Da un po' di tempo, FB utilizza un modo carino per ricordarti i post datati negli anni precedenti con l'app Accadde oggi
Devo dire che grazie a questa app mi sto rendendo conto di quanto negli anni sia passata dalla superficialità più becera a momenti di esibizionismo cosmico, passando per contenuti più o meno seri. La cosa mi diverte, ma allo stesso tempo mi fa riflettere tantissimo su come il modo di usare il social sia cambiato negli anni, non solo da parte mia.
Così stamattina, come ogni mattina, all'accesso FB mi ha proposto una foto di un anno fa.
Ero a Dublino, che mi accoglieva con il suo cielo plumbeo e quella pioggia tipica dei paesi anglosassoni. 
Ero al mio primo giorno di una vacanza organizzata in poco tempo e che prevedeva una sosta di qualche giorno in due capitali europee dove avrei passato il novanta per cento del tempo da sola.
Ero felice perché stavo mettendo ordine -per l'ennesima volta- alla mia vita.
Ero lontana da me, eppure allo stesso tempo così vicina e legata a quella me più intima e profonda che mi faceva stare male.

Oggi ho pensato spesso a quella vacanza, a quei 10 giorni passati come una barbona, macinando km e pensieri. Ci ho pensato e l'ho invidiata. Perché se c'è una cosa che quest'estate mi è mancata tantissimo è stata proprio partire da sola, dedicarmi del tempo, mettere ordine dentro.
Ho pensato al coraggio che ho avuto nel prenotarmi una camera singola in un palazzo di Parigi nel XIII arrondissement, alla solitudine un po' sofferta, a quanto carica e ricca sono tornata. A quello che ho saputo custodire nel cuore mentre mi sentivo cittadina del mondo per le strade di Dublino e Parigi.
Insomma....giornata amarcord.



 

domenica 7 agosto 2016

Tema: la mia prima settimana di ferie.

Ho passato la mia prima settimana di ferie in un clima di disperazione misto a voglia di suicidio. 
Ho provato a fermarmi, a fare le cose con calma. 
Risultato? Ho sfiorato la depressione almeno 10 volte al giorno. 
Non sono abituata a stare in modalità offline. Ma evidentemente il mio corpo ne aveva bisogno. 
Ho dormito tanto, consumato le lenzuola, adagiato le mie ossa su qualsiasi oggetto che prevedesse una posizione orizzontale. 
Poco mare. E poche uscite. Vita sociale pari a zero. Non ne avevo tantissima voglia. 
La verità è che, dopo il weekend scorso, dove mi sono ritrovata l'innominato, sulla stessa spiaggia in Salento, e dopo esserci ignorati a sufficienza, io sono ritornata con una tristezza immane che ho fatto fatica a togliermi di dosso. 
Non pensavo che un saputello cafone potesse condizionare a tal punto la mia vita e il mio umore.
Poi sono rinsavita. 
Ho un mese di ferie e non posso mica passarmelo così. Mi son detta. 
Mi dispiace solo di non essere riuscita, ancora una volta, a saper gestire un abbandono. Uno strappo. Un distacco. 
C'è qualcuno che ne è in grado?

Ogni volta mi chiedo come si può passare dallo stare insieme come i migliori amanti dei film americani alla totale indifferenza. E' una cosa a cui non mi abituerò mai.
Non mi aspetto un contratto di messaggistica che ci possa tenere legati in qualche modo, ma mi aspetto sempre che, prima di salutarsi in questo modo davvero infame, chi ha intenzione di interrompere, sia disposto almeno a cedere alla verità. A dirle, quelle parole scomode. Tipo non voglio sentirti più. Non mi piaci, ci ho provato ma niente. Non mi va più di passare del tempo con te. 
Non ho mica un fucile in borsa. Anzi, sarei contenta di avere un confronto così duro ma almeno veritiero. E non nascondo che mi farebbe male, ma almeno non mi farebbe vivere appesa.

Perché è così che mi sento adesso. Appesa.
In attesa di un possibile ritorno.
Perché alla fine tutti tornano. 

mercoledì 27 luglio 2016

C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo.



C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo. Lasciare andare tutto. Spogliarsi. Rimanere con se stessi. Anche se ci farai a cazzotti. Ti maledirai, forse ti benedirai. Dirai, in ogni caso, qualcosa di te. Ti racconterai, forse ti scoprirai. Ma dovrai fermarti. Condicio sine qua non.

Non riesco a fermarmi. Corro veloce. Fuggo. Da cosa non lo so. So solo che un moto perpetuo governa i miei stati d'animo. Vorrei fermarmi. Rimanere. Stare.
Ci provo. Costantemente. Adesso sta diventando un imperativo. Cercherò con le ferie di staccare sul serio da tutto.
Non sono felice, ma non so cosa mi rende tale. Non riesco a capire cosa mi manca quando, apparentemente, credo di avere tutto. Non riesco a capire cosa non va quando, apparentemente, credo che vada tutto bene.

E' un continuo collezionare di non so.
Non so come si fa a rilassarsi un attimo.
Non so non pensare al futuro, a cosa sarà di me tra un anno.
A come andrà questa mia vita, che si consuma tra lenzuola usate e parole non dette.
Non so cosa voglio sul serio.
Non so cosa farmene di tutti i buoni propositi che non ho mantenuto.
Non so dove incanalare tutte queste inquietudini che mi porto dentro.
Non so niente.

E mi viene in mente quella frase di Pessoa. Che magari c'entra ben poco.

Non sono niente. 
Non sarò mai niente. 
Non posso voler essere niente. 
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

E' che nonostante tutto, dentro mi porto dentro sogni grandi quanto una casa. E forse è per questo che ci sto male, per la mia incapacità di sporcarmi le mani, di mettere tutto in discussione e provare a realizzarli.
Vado avanti dicendomi che passerà, che questo non è altro che un periodo. Può essere, ma adesso comincio ad essere stanca. Colleziono distrazioni che mi tengono lontana dai problemi veri, ma la verità è che si può fare tutto quello che si vuole, ma nulla ci tiene lontano da quello che ci alberga nel cuore.
E adesso io nel mio cuore vedo un'enorme matassa che aspetta solo di essere sciolta.


mercoledì 13 luglio 2016

Stiamo vicini, amici pendolari e non.

Pensi che non possa succedere a te.
A te che prendi il treno ogni giorno alla stessa ora.
A te, pendolare seriale, maniaco nella scelta della carrozza. Che è sempre la stessa. Perché è quella dove incontrerai gli altri pendolari seriali come te, con i quali ti fermerai a parlare, a raccontare la tua giornata lavorativa, i tuoi problemi, le tue felicità momentanee. Magari con qualcuno ci flirterai pure. Poi uno scontro. Bam. E sei finito.
Rosso e nero. Non capisci più niente. Chi sei. Dove ti trovi. Cosa sta succedendo. Le voci, le urla, il sole che brucia la pelle e le ferite che ti ritrovi addosso.
Piangi. E preghi Dio che qualcuno ti venga a tirar fuori da lì.

Pensi che non possa succedere a te.
E infatti non è successo a me.
 A me che quella linea non la prendo.
 A me che oggi sono andata in macchina a lavoro.
 Però.
Però è come se su quel treno ci fossi salita anche io. Perché la voce mi trema. Così come le mani. Perché la disperazione e la paura si sono affacciate in questo pomeriggio afoso di metà luglio.
Perché su quel treno, ci sono persone che conosco e che viaggiano come me.
Perché è impensabile che due treni possano scontrarsi, non siamo mica in India, e invece.
Perché io non vorrei la mia vita spezzata così, per una tragica fatalità.
Perché io ci passo due ore della mia giornata su un treno.
Perché oggi sarà più dura tornare a casa, sapendo che a pochi km ci sono vite distrutte in mezzo a lamiere incandescenti.
E allora non riesco a non pensare a quello che è successo.
 A quel treno, sul quale potevo esserci anche io.
Stiamo vicini, amici pendolari e non.

giovedì 7 luglio 2016

Come si fa?

Pennac diceva che il tempo per leggere, come quello per amare, dilata il tempo per vivere.
Riformulerei la frase asserendo che il tempo per scrivere dilata quello per vivere. Perché scrivere è come vivere due volte quello che ci accade.

Nell'ultimo post mi portavo dentro un magone grande quanto una casa sul petto. Ho pianto come forse non succedeva da un po'.
Non riuscivo a trovare pace e più cercavo di calmarmi, più mi tormentavo.
Inutile dirvi che tutto questo frullare interiore era dovuto ad un uomo.
Uno sconosciuto.
L'ennesimo entrato nella mia vita.
Forse per sbaglio, forse perché doveva andare così.

Quest'uomo esiste ancora.
Ci vediamo. Ci sentiamo.
Quando stiamo insieme stiamo bene.
Niente di più. Niente di meno.

Un giorno siamo due estranei. Il giorno dopo ancora.
E poi i migliori amanti che si possano conoscere.

Nel frattempo io mi chiedo se tutto questo può bastarmi. Se può andarmi bene.
E mi tormento.

Qualcuno mi ha detto che dovrei fermarmi.
Chiudere la porta.
Pensare a me.

Poi ripenso a quegli occhi celesti, a come mi fanno sentire.
E a come non mi fanno sentire.

Vorrei essere arrabbiata. Trovare il coraggio di ribellarmi.
Ma come si fa?

lunedì 30 maggio 2016

Una pallina nella pancia.

Chi ha letto l'ultimo libro della Gamberale - Adesso- sa bene che c'è un fil rouge che ricorre in tutto il romanzo. E' questa pallina nella pancia che scuote le anime dei personaggi. E' questo adesso imperativo che muove le trame esistenziali di Lidia e Pietro. 
Leggetelo, se non l'avete ancora fatto.

Io l'ho fatto ormai da un bel po', ma ogni tanto mi piace pensare a quell' adesso. Alla mia pallina nella pancia. 
Pensavo che riprendermi da F. non sarebbe stato facile. In fondo, si sa, che quando viviamo qualcosa di bello è poi difficile lasciarlo andare.
Ma ho avuto degli anticorpi piuttosto aggressivi che hanno attivato subito le risposte immunitarie necessarie per dimenticare. 
Del resto, non potevo fare altro. La distanza non era dalla mia parte. E probabilmente, anzi sicuramente, quello che avevamo vissuto non era stato poi così forte da renderci invincibili.
Così sono ritornata alla mia solitudine, ai miei pensieri, al mio lavoro, alle mie ansie, al mio mare. 

Fino a quando, un pomeriggio di due settimane fa, ho accettato l'invito ad un caffé. E' stato un pomeriggio piacevole, che è diventato sera e poi notte. 
E poi dubbi e paure. 
Adesso è una pallina nella pancia che fa male insieme ai silenzi. 

Sono nuovamente sola, con una persona scomparsa nel nulla senza spiegazioni. 
E mi chiedo perché.
Perché finisce sempre tutto così. Senza un motivo. 

sabato 7 maggio 2016

Non avere un titolo per i pensieri del sabato pomeriggio.

Ho capito che posso dimenticare in fretta.
Che questa razionalità non mi piace. Ma mi serve. Mi aiuta. Ho messo da parte tutte le emozioni vissute con F. Non so neanche io come ho fatto a dimenticare la tempesta del mio stomaco che mi tormentava quando sono tornata da Lisbona. Però dovevo sopravvivere. E non con le sue non risposte. E così ho fatto da me, come sempre.
Mi sono affidata a quei due-tre neuroni che mi sono rimasti.
Ci sentiamo, certo. Ma non andiamo da nessuna parte insieme. Ci illudiamo che un telefono possa annullare le distanze e che poche parole possano farci sentire vicini.
Ci illudiamo.
Però io vado avanti. Faccio la mia vita.
E lascio che altri si affaccino sulla mia strada.
Non è bello chiudere così di botto in una scatola certe emozioni. E io mi sono accorta che, ormai, certi gesti mi vengono in automatico.
Ripeto: non è bello.
Perché quando diventi un automa in grado di gestire con perfezione le tue emozioni allora vuol dire che c'è qualcosa che non va. E nel mio microchip emozionale c'è sicuramente qualcosa che non va.
Ne sono sicura.
Non so dirvi cosa. Però se prima mi fissavo con qualcuno e trascinavo storie-non storie per mesi, adesso mi ritrovo a fare tutto il contrario. Quasi come se volessi archiviare subito il tutto senza che possa scalfirmi minimamente. Pensavo fosse un meccanismo di difesa, ma mi sto accorgendo che la difesa del mio cuore c'entra ben poco.
E' qualcosa di più profondo, qualcosa che era scritto già nel mio DNA prima che tutte le storie non andate a buon fine mi facessero male.
Sto andando leggermente sottovuoto per scoprirlo.
Forse troverò delle risposte e ve le racconterò.

venerdì 22 aprile 2016

Ancora con una valigia in mano.

Riparto. Vado a Firenze.
A meno di un mese da quello che è stato uno dei più bei viaggi che ho fatto.

Ripenso spesso a Lisbona.
In un periodo in cui dovrei pensare ad altro.

Dimenticherò anche lei e tutti gli effetti collaterali.

Nel frattempo stacco dal mondo con un'ennesima fuga.
Mi vado a prendere una boccata di ossigeno lontano da un quotidiano che mi sta spegnendo giorno dopo giorno.

giovedì 21 aprile 2016

Non scrivo da 18 giorni e.

Non scrivo da 18 giorni.
Che a me sembrano una vita se penso a tutto quello che è successo nel mentre.
Rileggo che ero felice. Sì, lo ero. Perché ero tornata da Lisbona, avevo conosciuto F e il mio cuore era un tantino più leggero.
Ma poi è subentrato il tormento. Quel mal de vivre che, fondamentalmente, non abbandonerà mai un'inquieta cronica come la sottoscritta.

F è diventato onnipresente nella mia vita.
Istantanee di momenti trascorsi insieme mi passavano (e lo fanno tuttora proprio mentre scrivo e mi si chiude lo stomaco) davanti gli occhi in ogni momento della giornata. I suoi messaggi arrivavano puntuali proprio quando non erano previsti dai miei disegni mentali.
Mi sono distratta parecchio a lavoro.
Ho pianto alcune sere.
Ho riflettuto molto sul da farsi.
Gli ho scritto come mi sentivo e cosa provavo.

Avrei preso un aereo.
Ma quello che ho presa è stato solo un onestamente non credo che farti prendere 4 aerei dicendoti "sarebbe bello vedersi senza aspettative, promesse, paure, progetti e altre manfrine" sia esattamente una cosa che mi viene da fare senza pensarci su.
E allora avrei voluto dirgli Pensaci allora.
Ma non gli ho detto niente.

Sono ritornata sui miei passi.
Nei miei silenzi.
Forse è meglio così. Meglio non incasinarsi la vita. E allora amici come prima. Teniamoci il bello di quello che è successo.
Però...però a me questa volta mica mi viene facile tenermi il bello e basta.
Perché questa filosofia mi ha pure un po' stancato. Non posso sempre accontentarmi nella vita.
Ma non ci sono soluzioni se non quella di prendere il bel capitoletto F e relegarlo in un cassetto.
Riusciremo in questa impresa?

sabato 2 aprile 2016

Pochi giorni.

Amore mio lo so che sono ancora pochi giorni
però mi manchi da morire
Non te lo dirò mai 
ma fino a che non torni io rischio di impazzire


Cari lettori, eccomi qui. 
Non sono sparita ma la mia vita ha subito una lieve impennata che non mi aspettavo. O forse sì.
Sono stata a Lisbona. E mi sono innamorata. Di Lisbona. Ma non solo. 
Però per fare le cose per bene, ora vi spiego tutto con calma cercando di essere il più breve possibile.

A inizio dicembre scorso, mentre un altro strappo mi bruciava i muscoli dell'anima, una mia amica mi ha parlato di un suo amico che era riapparso nella sua vita dopo anni di silenzio. 
Michi, lo devi conoscere. Secondo me ti piace e poi vive a Lisbona.

Coooosa?? 

Credo che in quel momento tutti i miei neuroni si siano svegliati di colpo alla parola Lisbona.
Insomma, per farla brevissima, lui in quell'istante mi ha chiesto l'amicizia su FB (su consiglio-ordine della mia amica) e abbiamo cominciato a scriverci. Niente papiri, niente ore passate al pc, ma solo fugaci scambi di battute. E tante risate. 
Nel giro di 2-3 giorni abbiamo scoperto di avere due passioni in comune: i viaggi e i libri. 
Dopo 4 giorni io ho comprato un biglietto A/R (purtroppo) per Lisbona. 
Un colpo di testa a cui non abbiamo creduto né io né lui. 
Mi sono autoinvitata a casa sua e l'ho costretto a sopportarmi per quasi 6 giorni. 

La partenza non è stata immediata, sebbene l'avessi voluto. 
Abbiamo passato quasi 4 mesi scrivendoci a giorni alterni e casuali. 
Non era un rapporto speciale ma neanche qualunque. 
Io non avevo la testa per impegnarmi in conversazioni virtuali e lui probabilmente non aveva il tempo.
Così capitava che ogni 2-3 giorni scappava qualche messaggio, commento, suggerimento letterario, foto o robe così. Niente di intimo. Niente di porno. Niente che potesse suscitare sentimenti, emozioni, reazioni. Non so se mi sono spiegata. 
Si parlava di Lisbona, libri, musica, uomini, padri e madri, film. Cose normali, forse a volte banali.

Poi è arrivato marzo. Il giorno del suo compleanno lui era qui. E io sono andata alla sua festa. 
Ci siamo visti. Ci siamo finalmente guardati negli occhi, abbracciati, toccati. Eravamo reali. 
Quel giorno ho ricevuto un regalo: un libro del suo autore preferito e una guida di Lisbona.
Sono tornata a casa tardissimo con un sorriso sul cuore e una dedica sul libro che mi ha lasciato senza parole. 

F. aveva, anzi ha, qualcosa di speciale. Una gentilezza fuori dal comune. Una sensibilità notevole. Una tenerezza spiccata che mi ha lasciato in apnea dialettica. L'ho osservato tutta la sera, contemplando quanto fosse bello nei gesti e nell'affetto che mostrava ai suoi amici e anche a me che, in fondo, non conosceva. 

Le sere seguenti le abbiamo passate insieme, con i miei e suoi amici. Bevendo e ridendo come se ci conoscessimo da sempre. 

Poi lui è ritornato in patria e qualche giorno dopo l'ho raggiunto. 

Credo di aver vissuto una breve parentesi cinematografica. A tratti illusoria.
F. è stato gentilissimo con me: mi ha riservato la sua stanza, mi preparava la colazione, il pranzo, la cena. Lo avrei sposato se solo me lo avesse chiesto. Ma non l'ha fatto, sigh!

Non mi ha fatto mancare nulla. 
Però c'era un problema: nonostante fosse affettuoso con me, mi abbracciasse, mi accarezzava in pubblico e in privato, non mi baciava. Non ci ha provato. 
Fino a quando una mattina è entrato nel mio letto. Così per scherzo. Per comodità.
E niente. Non ci siamo più staccati.
Abbiamo mandato all'aria i programmi della mattina e siamo rimasti a letto come la migliore coppia cinematografica americana. 
Io non credevo ai miei occhi. 
Peccato che tutto questo sia successo a due giorni dalla mia partenza. Ma non ci siamo negati nulla.
E io sono stata bene. Letteralmente in un'altra dimensione: LSD. La Sua Dimensione.

Non vivevo momenti così da anni. E non sto esagerando.
Tutto era magico: il modo in cui mi guardava, il modo in cui mi accarezzava la pancia, mi scompigliava i capelli, mi toccava il viso, mi stringeva i fianchi. 
Non sentivo il calore di mani estranee infondersi nelle mie cellule da tempo immemorabile.

In questi anni, non ho fatto altro che collezionare rapporti sempre fugaci di cui non riuscivo a godermi - a volte- neanche il momento e che mi lasciavano, il giorno dopo, sempre con un vuoto immenso dentro. 
Invece questa volta, per la prima volta dopo anni, ho sentito quasi il desiderio che un'altra persona rimanesse dentro me. Come Myriam che implora Yair di non uscire dal suo corpo dopo averlo fatto in Che tu sia per me il coltello di Grossman. 

Poi sono ripartita. 
Non ci siamo detti nulla. Non ho cercato promesse. Ho forse desiderato qualche parola in più. 
Ma alle 4 di notte l'unica cosa che potevamo dirci era un abbraccio al gusto di rimaniamo attaccati ancora un po'.
Gli ho scritto una lettera al mio ritorno. Mi bastava fargli sapere che ero stata bene. Che quello che avevo vissuto pensavo di non meritarlo e invece mi sono stupita nel trovare qualcuno che - fosse anche perché è nella sua natura- fosse disposto a farmelo vivere. 
Lui è rimasto senza parole, un po' come è scritto nel DNA della sua timidezza. 

Oggi, a 4 giorni dal mio ritorno, continuiamo a sentirci. 
Non ci sono progetti futuri, forse solo il desiderio di rivedersi. Che, con molta onestà, devo ancora capire se è reciproco. 
Ma confesso che mi importa poco. O meglio fingo che non mi importi.
Ho davvero tante belle emozioni dentro che tutto il resto, al momento, non conta.
Prenderei l'aereo anche in questo istante se me lo chiedesse.
Non l'ha ancora fatto e forse non lo farà.
Ma non ci voglio pensare.
Penso, invece, che ho conosciuto una persona bella che non conoscevo da tempo.
Che mi ha lasciato un cuore elastico che batte e che, forse, è ancora in grado di provare qualcosa. E mi basta questo. Perché per me, in un periodo di anoressia emotiva come quello che stavo attraversando, è davvero tanto.
Non so come finirà questa storia, se mai ci sarà un inizio. Non so neanche se vi parlerò ancora di F. però oggi vi dico che sono felice di questo viaggio e di quello che mi ha lasciato.

Non si torna mai uguali dopo un viaggio. Ma la verità è che si cambia ancor prima di partire.
E ora posso dire che è tutto vero.

martedì 8 marzo 2016

Come è andata.

Una decina di giorni fa vi scrivevo di un mio primo appuntamento.
Non ho risposto subito a chi mi aveva chiesto come fosse andata. Bene. Ora vi faccio una piccola sintesi: la serata è andata benissimo. Mi sono divertita, ho riso, ho bevuto, ho mangiucchiato qualcosa, mi sono ripassata il rossetto di fronte a lui senza provare disagio e sono tornata a casa serena. 
Io e V. sembravamo due amici di vecchia data senza esserlo effettivamente.
Il giorno dopo ci siamo sentiti e il giorno dopo ancora.
E' stato lui a chiamarmi e io ho risposto.
Ma non ho sentito l'esigenza di cercarlo.
E così dopo un po' di giorni lui deve essersene accorto di questo mio disinteresse che ha cominciato a scrivermi di meno. Fino a non farlo più.

Adesso rimane qualche battuta sporadica su whatsapp e niente di più.
Mi ha anche chiesto se l'avrei rivisto. E gli ho detto la verità: non avevo un motivo per dirgli di no, ma dirgli di sì mi metteva ansia.
Che ansia?
E' un'ansia mia e basta, legata al mio vissuto, al mio modo di relazionarmi...e tu mi rivedresti?
Sì, potrei. 
Insomma non eravamo entrambi pienamente convinti. E così gli ho detto che avrei preferito non vederlo. O meglio non mi sono sbilanciata.

Nel frattempo sono uscita con un altro tipo. Che non mi ha colpito per niente. Ma evidentemente la cosa è stata reciproca. Tant'è che non ci siamo scritti più. O meglio mi ha scritto poco fa per farmi gli auguri per la festa della donna.

Insomma, forse il problema sono io. Che non ci sto con la testa.
Che di fare la fidanzatina, la frequentante, la trombamica e tutte le declinazioni possibili di quelle figure che prevedono un'interazione con un essere maschile non ne ho proprio voglia. E non so perché.

Ho la testa sgombra da qualsiasi pensiero XY, o quasi. Ma la verità è che non so cosa voglio e tutto quello che mi sembra di volere, probabilmente non lo desidero fino in fondo.
E allora vivo in questo limbo senza farmi toccare più di tanto da quello che accade. E al tempo stesso senza attraversare, toccando, quello che vivo.
Reciprocità sostenibile tra me e il mondo.
Però non voglio farmi mancare nulla. O meglio voglio avere tutto. Per poi scegliere con calma.



mercoledì 2 marzo 2016

[Libri] Non avevo capito niente.

Sono qui, distesa su un divano Kivik, immobile davanti allo schermo del pc da una decina di minuti. Sto cercando - con tantissime difficoltà- di scrivere qualcosa sull'ultimo libro a cui ho detto, a malincuore,  in un orario imprecisato tra le 8.30 e le 9.30 di ieri, ciao.

Pochi libri sono in grado di creare legami profondi con i personaggi che abitano le pagine. Non avevo capito niente è uno di questi. 
Narrato in prima persona da una voce ironica, frizzante, leggera, ma al tempo stesso incoerente, inaffidabile, a volte pleonastica, questo romanzo di De Silva - scrittore scoperto solo pochi mesi fa e di cui mi sono innamorata follemente- presenta, in maniera minuziosa a volte, le riflessioni, profonde e superficiali, di un personaggio che si fa amare sin dalle prime battute: Vincenzo Malinconico
Se questo nome spassoso vi getta subito addosso qualche dubbio sulla sua personalità, teneteveli stretti ma siate pronti anche a lasciarvi stupire.

Malinconico è un giovane avvocato napoletano un po' sfigatello: appena lasciato dalla moglie, vive in un appartamento in completo stile Ikea- proprio a rimarcare il senso di provvisorietà che tutte le case targate Ikea evocano- in compagnia di un frigo vuoto e lezioni di coraggio e autostima. 
Un giorno viene nominato difensore d'ufficio di un mangiauomini di camorra detto "Mimmo 'o burzone" ma, abituato com'è a pratiche fallimentari e di poca rilevanza giuridica, deve ripassarsi il Bignami di diritto per poter portare a buon termine il suo compito. E ce la fa. Non solo. 

Al successo lavorativo si affianca anche quello nella sfera personale: Alessandra Persiano, la PM più gnocca del tribunale si innamora di lui e comincia a riempirgli la vita. E il frigo. Mentre sua moglie, la cara Nives, che farebbe di tutto per riprenderselo, dichiara finalmente che non vorrebbe nessun altro uomo accanto se non lui. 
Per un momento, uno solo, mi liquefaccio. Poi la materia che mi compone si reintegra. Mi viene da piangere, vaffanculo. E non perché sono felice, ma perché non so che farmene, adesso. Quante migliaia di volte ho sognato questo momento? Quante notti ho passato a vedere televendite in attesa di una frase del genere? Tanto ci voleva, a dirmela quando ne avevo bisogno? Ero qui, santo Dio, perché non mi hai visto?  
Proprio lui, un uomo outlet, come lui stesso si definisce, si ritrova così una moglie ex adorata che ora ritornerebbe con lui e una nuova fiamma che scalpita per una sua chiamata. 
E intanto Vincenzo riflette sull'amore, sulla vita, sugli sforzi di adattamento alla realtà, sulla camorra e sulla musica.
Non avevo capito niente è questo: una raccolta di istantanee di pensieri su un eroe post moderno che, per arrabattarsi un po' di felicità, racconta una vita che è un po' una commedia degli errori, per giungere ad una inconfutabile verità: non avevo capito niente.



giovedì 25 febbraio 2016

Primo appuntamento.

Non esco con un ragazzo da quest'estate.
Quelle cose della serie dai, ci prendiamo una birra e mangiamo qualcosa insieme.
Nel mezzo ci sono stati incontri casuali. Quelle cose usa e getta che non richiedono la fatica del parlare, ergo quella del conoscersi.

Mi sono sempre sentita inadeguata. Inadatta. Non pronta. E così ho detto un po' di no. Anche a ragazzi molto carini.
La situazione non è cambiata. Ma ho capito che non è un problema di chi ho di fronte. Ma mio.
E stasera ho deciso che devo affrontarlo.
Che quattro chiacchiere con la prossima persona che non rivedrò più non mi faranno male.

Sì, avete letto bene. Ho già deciso che non voglio rivederlo. Che non mi deve piacere e che non si deve in nessun modo legare a me.
Sono patologica, lo so.

Ma mai come in questo momento sento di aver alzato dei muri che non voglio abbattere.

Quando vi ho parlato delle lacrime versate per Perfetti sconosciuti, ho omesso di dirvi che quelle storie mi riguardano così da vicino, che non ho potuto non immedesimarmi in quel film.
Il mio telefono contiene un mondo segreto almeno quanto la mia anima.
Non ho più fiducia nel genere umano, soprattutto quello maschile, da almeno un annetto.
Non voglio nessuno al mio fianco.
Non ora.

Ma stasera sono egoista.
Faccio questo per me.
Per concedermi almeno il dubbio di credere che tutto quello che penso potrebbe essere in minima parte sbagliato.
Per vincere l'ostacolo del primo approccio.
Per provare a raccontarmi per quella che sono con uno sconosciuto senza lo stress di mettere l'ennesima maschera.

Non ci ho capito niente.

Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.
[Non avevo capito niente - Diego De Silva]

Vorrei trovare, ogni tanto, il coraggio di lasciare andare. 
Ho riflettuto molto in questi giorni su questo. E sapete una cosa? 
Non ci ho capito niente.

martedì 16 febbraio 2016

[FIlm] Perfetti sconosciuti

Torno a casa un po' sconvolta dopo aver visto questo film.
Devo asciugarmi ancora le lacrime, nonostante l'attesa dei titoli di coda (il momento migliore per piangere) e qualche km per tornare.

No, non mi aspettavo di piangere.
Sì, tra gli effetti collaterali di Perfetti sconosciuti c'è rischio apertura condotti lacrimali.

Tralascio sul film -che a tratti sembra monotono e lento, probabilmente dato dal fatto che ha un'unica ambientazione- e vi parlo subito di quelle considerazioni che mi hanno un po' scosso.

Perfetti sconosciuti. Siamo questo in un rapporto. Di qualunque natura esso sia. Amici, conoscenti, coniugi, trombamici, frequentanti, scambiatori di email, stimolatori di genitali, messaggeri cronici. Siamo degli sconosciuti.

Sconosciuti che si portano dentro una marea di cose che non diciamo. Che non mostriamo. Che non raccontiamo. Che facciamo fatica a nascondere. O che paradossalmente siamo così bravi a nascondere.

Non si può sapere tutto dell'altro. E delle volte è meglio non sapere. Perché non si è mai pronti di fronte alla verità.
Non si è mai pronti alla frangibilità dell''altro.
Ma forse si dovrebbe esserne consapevoli. Che non siamo integri. Che abbiamo tutti i nostri fantasmi che ci torturano l'anima e che ci fanno sbagliare. Di continuo. Anche quando crediamo di avere tutto.

Dobbiamo proteggerci.
Non dire per forza tutto.
Accettare la nostra frangibilità.
Cercare di conviverci.
Sforzarci di ricongiungere i pezzi, anche quando sembra che si scollano di nuovo.
Instillare tutta la verità di cui siamo capaci nei rapporti che costruiamo.
Essere noi stessi, sempre.






lunedì 15 febbraio 2016

Gli scritti del 2009.

Ieri mentre mettevo in ordine la mia scrivania/libreria, mi sono imbattuta in scritti risalenti al 2009, che un po' di tempo' fa avevo cominciato a stampare per rileggerli con calma.
La verità è che non li ho mai riletti, non ho fatto altro che spostarli da un lato all'altro della mia scrivania, evitando che prendessero tanta polvere.
Stamattina li ho messi in borsa con l'intenzione di leggerli in treno, ma niente.

Ci proverò domani, sempre che non venga risucchiata da Vincenzo Malinconico. O peggio ancora da un attacco di narcolessia.

Quello però che mi ha portato a riflettere, e di conseguenza a scrivere, è che io in quell'anno ho scritto tantissimo. Tipo che scrivevo 2-3 post al giorno.
Sicuramente non avevo un caiser da fare.
Sicuramente ero più triste e insoddisfatta di adesso.

O meglio, ero triste in modo diverso.
Perché non conoscevo ancora i problemi reali della vita e la rottura con l'invertebrato che mi portavo dietro mi sembrava una catastrofe esistenziale senza rimedio.
Ero una cretina, questo lo so.

Poi sono cresciuta, per fortuna.
Ho capito che i germi che mi contaminavano la serenità erano - sono- altri.

E niente.
Mi riprometto di leggere quello che ho scritto nel 2009. Ma anche negli anni successivi fino ad ora.
E mi riprometto di ritornare a scrivere. Sempre e comunque.
Per raccontare quella parte di me che non ha mai fine.

venerdì 12 febbraio 2016

TRENTA

Quindi, sì. Sono TRENTA. 
E io me li sento tutti. 
Perché sono stati anni intensi, anche se non ho girato il mondo o non ho vinto il Nobel (ci sto lavorando eh). 

Anni così intensi, pieni di ferite, ma anche feritoie, da dove è stato possibile-ogni volta- ricominciare. Sono cresciuta. 
Non sono più quella bambina con un caschetto fastidioso che si metteva in posa con una mano sotto il mento. 
Non sono più neanche quella mocciosa smorfiosetta nerd che non guardava i cartoni ma leggeva libri e ascoltava le canzoni in inglese con le musicassette.

E ancora, non sono neanche più quella ragazzina introversa e snob che se ne stava per i fatti suoi a scrivere pagine di diario, dedicate ad un fantomatico Luca.

Sono diventata più simpatica, insomma.

Ma ancora un po' snob. Un po' cinica. Un po' fredda. Sempre con una dose di razionalità a portata di mano. E quella sensibilità che mi fa piangere ancora mentre ascolto una canzone. 

Sicuramente un po' rotta dentro, ma del resto chi è integro me lo dica, che magari mi dà qualche consiglio.

La mia vita è uno spettacolo piena di affetti speciali. E io ne sono grata, perché nonostante le difficoltà, i travagli interiori, le pippe mentali che non mi abbandoneranno mai, le paure, ho dentro me una forza che mi fa amare quello che di più importante ho tra le mani: la vita stessa.




giovedì 11 febbraio 2016

Dal regionale 12504 è tutto.

Uno pensa che il treno sia un luogo anonimo dove la gente ama scambiarsi sguardi su sedili che sanno di umanità. E in effetti è così per chi sui treni ci sale ogni tanto. Ma per quelli che del treno fanno una seconda casa, quelli come me affetti da pendolarismo seriale, il treno diventa un posto dove si raccontano storie, ci si meraviglia delle abitudini, si osservano pregi e difetti, si presumono vizi e virtù, si scoprono tradimenti. 

Sì, tradimenti. Perché la gente tradisce e ormai non è più una novità. 

Qualche giorno fa fui colpita da una coppia che discuteva cercando di tenere bassa la voce. Ci riuscirono benissimo, perché il climax arrivò solo quando lui le disse SEI UNA STRONZA per tre volte. E io, nonostante i miei auricolari, non riuscii ad evitare di leggere il labiale e ascoltarne la pseudo pacata voce. 

Entrambi avevano la fede, quindi pensai subito ad un vacillamento coniugale, una di quelle solite discussioni che ogni tanto fa scricchiolare il talamo dell'amore sacro. Ma mi meravigliai quando lui scese ad una fermata diversa dalla sua. 
Non era una scenata della serie "Adesso ti mollo qui e te ne torni a casa da sola, STRONZA". 
No, perché io lui l'ho rivisto altre volte, scendere e salire alla stessa stazione. 

Quell'uomo non era il marito di quella donna che quel giorno cercava di tenere intatto il mascara. 
Era il suo collega. Il suo amante. 
E oggi, il freddo saluto che si sono scambiati i due davanti alla presenza di un terzo collega, ha regalato ai miei occhi indiscreti l'ennesima conferma. 

Ognuno può amare nel modo che può e vuole. 
Però ho pensato a quanti macigni dobbiamo portarci dentro quando in gioco c'è l'amore o la violazione di esso. 
Alle nostre doppie vite, ammesso che è possibile averle. E agli sforzi che facciamo per tenere incastrate tutte le parti di noi, anche quelle più depravate. 
Alla luce che dovremmo accendere per vederle meglio. 
Alle bugie che ti soffocano se non ci sei abituato, ma che diventano il tuo mare se impari a nuotarci dentro. 
Alla fatica che si fa in amore, quello vero. E al sesso che arriva a mettere tutto in discussione. Perché il brivido è bello e ci fa sentire vivi, a volte anche più dell'amore stesso. 
Allo stupore di fronte ad un tradimento, affetto ancora da quella ingenua domanda "ma come è possibile". Sì, ma come è possibile che sia diventato una normalità? 
Alle ferite che ha dentro chi tradisce e chi viene tradito. Perché non si è mai integri, anche quando sembra che tutto vada bene. 
Ai silenzi che dobbiamo sopportare, ma che nascondono chi siamo...e chi siamo di fronte all'amore?

domenica 7 febbraio 2016

Sulla panchina.

Non pensavo che sarei mai arrivata ad un punto in cui avrei tirato le somme della mia vita e ci avrei visto tutto nero.
Non ci siamo proprio. E' come se stessi tirando i fili della mia esistenza con i denti, trascinando tutto quello che sono con la sola forza della parte più fragile del mio corpo.

Sento che mi sono crollate addosso le torri gemelle dell'infelicità. 
Sono letteralmente sepolta da una forte insoddisfazione che mi sta togliendo, un sorso alla volta, tutta la gioia di vivere di cui ero portatrice sana. 
Sorrido, ma fingo. Perché è più semplice fingere che vada tutto bene. Del resto, nessuno capirebbe. Neanche tu, mio caro lettore o lettrice.
E non prendertela se ti dico che non puoi neanche lontanamente sapere cosa provo.
Perché l'insoddisfazione e l'infelicità sono le neoplasie dell'anima, di cui ognuno ha un modo tutto personale di provare e sentire.

Io pensavo che fossero curabili. Con lo sport, con il mare, con i tramonti, con il mi butto nel lavoro e non ci penso. Con gli affetti e gli amici. Con il cioccolato e le abbuffate di fronte al frigorifero. Con le chiacchierate con gli sconosciuti.

Tutti palliativi illusori. Droghe dall'effetto potente che mi facevano stare bene ore, a volte anche settimane. Endorfine di cui non potevo fare a meno. E non posso, neanche ora, farne a meno.

Però la vita non è questo. O almeno non è solo questo.
La vita è mettere in riga quello che ti porti dentro. 
Progettare algoritmi con soluzioni imprecise ma soddisfacenti. 
Considerare via di fuga. Soluzioni alternative. 
Arrendersi a quello che si è. 
Desiderare quello che si ha. 
Costruire e demolire per fare meglio. 
Superare gli ostacoli ignorando l'acido lattico che poi ti brucerà le fibre dell'anima. 
Rischiare. Ma soprattutto volere tutto questo. 
Volerlo così forte da non fermarsi. Mai. Neanche quando tutto sembra nero. Neanche quando tutto non ti piace ma te lo fai andare bene lo stesso. 

Ecco, io credo di essermi seduta un attimo alla panchina per riposarmi. 
Per pensare. 
Per riflettere su quello che voglio. 
Per cercare nella borsa, tra tutte le cose che porto, se c'è qualcosa che realmente mi serve. 
Per bere un sorso d'acqua e farmi passare quel bruciore che ti lascia senza fiato. 
Per guardarmi intorno. Vedere gli alberi e capire dove sono le radici. Sentire l'odore del mare e pensarlo dentro di me.
Per capire chi sono. E cosa ho tra le mani. 

Mi alzerò prima o poi. Perché mi piace correre. E' la metafora della mia vita. Non fermarmi, mai.
Ma adesso lasciatemi sulla panchina. Ché i miei muscoli hanno bisogno di riprendersi. 

sabato 23 gennaio 2016

Assente giustificato.

Sono assente.
Risucchiata totalmente dal lavoro. Che non mi piace. Che mi rende infelice.

Dal tempo che non ho. E che vorrei.

E' un periodo di merda e io mi sto dissolvendo piano piano nell'acido della mia infelicità.

Vorrei un biglietto di sola andata.
Ricominciare da un'altra parte.
Perché quando sai che hai tutto sbagliato non vorresti altro che una nuova pagina bianca su cui riscrivere la tua vita.


Forse tornerò.
Ma non so quando.

venerdì 15 gennaio 2016

Mai, mai, mai mi perdonerei.

Mai...ho tagliato i capelli (da sola).

Sì, ho avuto il coraggio. Un bel taglio netto. Non c'è più la coda lunga che mi rendeva apparentemente secsi. Non ci sono più le doppie punte. Non c'è più tutto quel baluardo di sicurezza racchiuso in una folta chioma.

Addio, femminilità. Chissà adesso dove sarai.

Credevo di non esserne capace, poi è bastato un pomeriggio di noia a farmi cambiare idea. E anche un po' di rabbia. Per tutti quelli che continuano a dirmi ti conosco bene, non cambierai mai.
Che palle che siete.
La verità è che alla gente piace dire agli altri quello che non riesce a dire a se stesso. O che magari ha paura di dire.
Nella noia di chi ti dice che non sei cambiato, c'è la consapevolezza che non è cambiato neanche lui.
Solo che è più facile dirlo degli altri, piuttosto che di se stessi.

E così ho tagliato i capelli. Quasi a voler partire da quelli. Consapevole che, in verità, un taglio non cambia nulla, se non i tuoi umori davanti allo specchio.


Però dentro c'è qualcosa che.
La mia amica Emme dice che sto crescendo. E in effetti tra meno di un mese è il mio compleanno.

T-R-E-N-T-A.
P-A-U-R-A.
E tante altre emozioni.

Quel 3 non mi fa impazzire, perché è denso di ansie.
Di passi indietro. Di binari deserti. Di occasioni perdute o mai arrivate.

E' un passaggio. Mi piace vederla così.
E anche questi capelli passeranno.


domenica 3 gennaio 2016

I buoni propositi che ho rispettato e quelli che rispetterò (forse).

L'anno scorso ho stilato una piccola lista di buoni propositi. Pochi ma buoni. 
Non avevo grandi pretese per il nuovo anno, volevo fissarmi piccoli obiettivi e raggiungerli. E ci sono riuscita.

Sono riuscita a cambiare la mia alimentazione e sono dimagrita. 
Rimango sempre la golosa ingorda di sempre, ma per fortuna ho imparato a controllarmi. Ho trovato la causa dei miei frequenti mal di testa e sono sempre più convinta che lo stile alimentare influenza tantissimo la nostra vita.
Mi piacerebbe continuare a dimagrire, impegnarmi di più a mangiare sano e ridurre drasticamente carboidrati e carne. 
Non sono riuscita a smettere di bere, ma se escludiamo le feste, le mie distrazioni alcoliche sono diventate rare puntate mensili dosate con molta attenzione. Per capirci, non supero i due calici di vino al mese e la birra è quasi sparita dal mio menu alcolico. 
Ho ridotto anche le sigarette, visti i miei problemi di salute. Sarebbe bello non fumarne più

Ho ripreso a fare sport. E anche con grandi risultati. 
E' grazie alle lezioni di spinning e alla corsa che adesso ho qualche chilo in meno e dei polpacci più scolpiti. Per non parlare dei quadricipiti che adesso sono come quelli di un camionista, ma pazienza. 
Mi piacerebbe persistere nella corsa e partecipare a qualche maratona.

Ho fatto il mio primo viaggio da sola. Per quest'anno non ho questa pretesa. Mi piacerebbe andare in vacanza, ma con un'amica.

Ho scritto. TANTO. E in varie forme. Ovviamente non posso smettere, la scrittura è la mia medicina. La mia terapia durante i momenti no. 

Non ho imparato a fare niente. A parte decorare qualcosa come bottiglie di vetro e vasetti con smalti di scarto. Belle schifezze da buttare direttamente nel cassonetto dell'immondizia.  

Ho letto. Una quindicina di libri. E sono strafelice. Perché io non ho mai letto così tanto in vita mia. E poi sono stata fortunata, perché ho scelto sempre libri perfetti che mi hanno lasciato qualcosa. Il proposito per il nuovo anno è alzare il tiro. Raddoppiare il numero dei libri letti. 

Altri propositi? L'inglese e il lavoro. Vorrei che tutto andasse per il meglio.
Spendere meno soldi ed essere felice senza tormentarmi per quello che mi manca.

Non voglio altro.


sabato 2 gennaio 2016

Pagina 2 di 366.

Innanzitutto Buon Anno a voi. Come padrona di casa sono stata abbastanza maleducata da darmi per latitante durante queste feste. Ma ZERO voglia di scrivere e UMORE quasi sempre sotto terra.
Ho avuto anche degli attacchi di ansia mista a panico per quanto sono stata male.

Sono fatta così. Il Natale non mi piace e non lo vivo affatto bene. Ecco perché decido sempre di passarlo fuori casa. E quest'anno sono andata nuovamente al pranzo Caritas con i poveri della mia città. Un'esperienza unica che ha dato un senso ai miei malesseri. O meglio, li ha ridimensionati tantissimo.

Mi sono chiesta perché. 
Perché stessi cosi male da non riuscire a trattenere le lacrime e non riuscire a dormire. 
Perché odio questa festa. 
Perché mi sento così indifesa quando invece dovrei sentirmi felice per l'aria di festa che gira intorno. 
Non ho trovato risposte. Ma so che sono stata così anche per una situazione in cui mi sono buttata con tutta me stessa e che, sebbene alzi il livello estemporaneo delle mie endorfine, il giorno dopo mi fa sentire uno straccio. 

Detto questo, sono sopravvissuta. E, in ogni caso, sono contenta. Perché ho comunque vissuto dei giorni pieni in cui mi sono lasciata sorprendere.
Ho rivisto il fratello di Uno, con il quale quest'estate era nata una bella amicizia. E mi sono ritrovata più volte a passarci del tempo insieme. Ignorando telefono e orologio. Una sensazione bella che non provavo da tempo. 

Ho passato un capodanno diverso. Prima alla marcia della pace e poi un improvviso cambio di rotta che mi ha portato in discoteca con una mia amica. Lì abbiamo incontrato un altro nostro amico e un tipo che avevo conosciuto quest'estate.

Io, il 31, non ero mai andata a ballare e non avevo idea della fauna che ci fosse. Non mi sono divertita cosi tanto in vita mia come l'altra sera.

Ora però ho un problema. 
C'è un tipo, quello di quest'estate, che mi ha chiamato già 7 volte in meno di 2 giorni. Vorrebbe uscire con me. Io temporeggio. Non che sia brutto, ma mi sento bloccata.
Ho paura. Perché non lo so. 

Forse perché non ci vedo conquista da parte mia. O forse perché non ci sto con la testa.
O forse perché non è periodo. 
Non lo so, ma stasera, per esempio, ho detto già due NO (a lui e ad un toyboy che vincerà un caffè con me solo per sfinimento). E non mi era mai capitato.
Quindi so che c'è qualcosa che non va.
Cosa, però, non lo so. 
Help. 






mercoledì 30 dicembre 2015

Bilanci.

E' sempre un gioco di guadagni e perdite, il fare bilanci a fine anno. 
Mettere il più o il meno per capire cosa si è perso e cosa si è guadagnato. 

A me, questo 2015 ha dato tanto. Ma ogni dono, porta dietro di sé anche qualche perdita.
E io ho perso. Tempo. Kg. Sonno. Occasioni. Un paio di perle (in realtà, qualcuno in più). Qualche libro che ho prestato. Le sicurezze di una vita. Abbracci che avrei potuto tenere per me, se solo mi fossi voluta un po' più bene. Lenti a contatto. Rossetti. Un po' di stupore. L'illusione del per sempre. La fiducia negli uomini. 

Ho guadagnato. Tanto, davvero. Ho le tasche piene di viaggi. Sorrisi. Pugni allo stomaco. Occhi e labbra nuove. Parole dette e non dette. Piccole soddisfazioni. Numeri di telefono. Libri. Consapevolezze. Amiche ritrovate. Poesie di Guido Catalano. 330 pagine di David Grossman. Canzoni di Levante. Incapacità del re-stare. Paure. Sfrontatezza nel dire quello che penso. Caffé ai distributori. Chiacchierate con gente che poi non ho rivisto più o che non ho mai visto. Email che vorrei rileggere tra 10 anni. 

Ho le tasche piene di me. Che contenermi tutta è davvero una fatica. Bella. 

Sono contenta così. Anche se questo giochetto dei bilanci mi mette sempre un po' di tristezza. Ma sono arrivata a pagina 364 del 29esimo capitolo della mia vita e sono pronta a leggere come andrà avanti la mia storia.

Buon anno a tutti!



martedì 15 dicembre 2015

Incontinenza dialettica.

Se c'è una cosa che so fare bene, o quasi, è raccontare. 
Parlare. Parlare. Parlare.

Per esempio, questa è una di quelle sere in cui mi attaccherei al telefono e comincerei a parlare. Oppure inviterei qualcuno a casa da me, e sdraiata sul divano, con le gambe incrociate, comincerei a sincronizzare i gesti delle mie mani con le parole che arieggiano nella testa. Mi toccherei i capelli, una, due, cento volte. 
Oppure mi farei venire a prendere e, con sneakers ai piedi, macinerei km al freddo. 

Che poi cosa dovrei raccontare?
Niente. Tutto.

Tutto quello che mi passa per la testa.
Per esempio che sono stressata, stanca e demotivata.
Che quando torno a casa, dopo una giornata di lavoro, vorrei solo sparire. Un paio di ore. Oppure fare l'amore, come quella volta in quella villa settecentesca, con quel tipo lì che mai mi sarei immaginata di incontrare.
Che ho prenotato un viaggio per Lisbona e non so se ho fatto bene. So solo che è stato l'ennesimo colpo di testa.
Che c'è uno studente a cui piaccio. Ma con i 20enni #ancheno.
E che ce n'è un altro che non fa che chiedermi quando ci vediamo.

Io li ammiro questi ragazzini. Ammiro la loro intraprendenza, la loro sfacciataggine, la loro caparbia. Che se fosse un po' dei trentenni che mi capita di incontrare, mi innamorerei ogni 10 secondi.

Racconterei, per esempio, di quanto il mio capo mi faccia sorridere. 
Di quanto sia indecifrabile, eppure così simile a me. 
Di come entrambi, oggi, ci siamo ritrovati a parlare del Natale e dei regali, facendo un pezzo di strada insieme. Di come odiamo le feste comandate. Di quanto, in fondo, ci sentiamo soli.

Racconterei altre cose. Cose inutili, stupide, così, giusto per incontinenza dialettica.
Ma poi mi rendo conto che è tardi. 
Che non posso chiamare chi vorrei. 
Che a casa ci sono i miei e il divano non è libero.
Che è tardi e dovrei andare a letto, altrimenti domani rischio l'ennesima figura di merda con il controllore che mi sveglia al capolinea.
Che ci sono cose che puoi dire e altre che puoi scrivere.

E allora ho scritto questo post, così, solo per incontinenza dialettica.


lunedì 14 dicembre 2015

Da sdraiati, forse, è meglio.

La vita è fatta di cose che non ti aspetti.
Le piace tradire i vostri pensieri, le vostre aspettative, i vostri sogni, le vostre attese.
Se sulla Moleskine della vostra immaginazione prendete appunti su tutti i vostri vorrei, arriva lei che scombina tutto.
Le piace scardinare tutte le porte dei vostri piani.
E voi non potete farci niente.

Niente.

In questo ultimo mese (o forse dovrei dire anno), la vita mi ha sorpreso.
Ha cominciato a giocare con il taccuino dei miei appunti esistenziali da un bel po'.
Con incontri inaspettati, con porte che si sono aperte da dentro, con universi che ho dovuto scoprire da sola e segretamente custodire, con cose che non avrei mai pensato di fare e invece, con parole mai dette e mai ascoltate, con tutta la lista di quelle cose che pensavo potessero succedere solo nei film o nei libri.
Mi sono arresa alla sua imprevedibilità, sentendomi una perdente, quando con la mia razionalità non sono riuscita a gestirla.
Però la vita è così. Delle volte, ti impone di arrenderti.
Di smetterla di combattere contro tutti gli schemi fissati nella tua testa.

E io mi sono arresa.

Adesso mi sento così.
Come una che si è arresa. Ma non mi sento una perdente.
Non si può essere sempre all'altezza di quello che accade. E allora meglio sdraiarsi e vaffanculo.

sabato 5 dicembre 2015

Nevischio. [On air #74]

Io non so perché ma ti muovi dentro me
e non so se tornerai
io non credo cambierai.
E non sai di gelosia nella mia mente
sei comunque mia
faccio come il nevischio lo sai
avermi non potrai.
Non cambierò mai di stile
non mi vedrai come adesso affondare nel terreno
che circonda il tuo viale già,
puoi restare senza
puoi restare senza.
Scoppiare potrei
noi insieme
così non c'è distinzione
vedi sognare vorrei
io ci spero e tu si.
Prova il vento a muoverci
finché ci muove il pensiero tuo sale
non è più ieri e tu non ci stare.
Mi dirai che senza un fine non ci riesco a stare.
Mi dirai che senza un fine non ci riesco a stare
senza un fine non ci riesco a stare.


 

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