venerdì 3 luglio 2015

Da quell'invito....[continua dal post precedente]

Il pomeriggio afoso mi ha dato tempo di riorganizzare i pensieri.

Dopo quell'invito, ho mollato il lavoro e sono tornata a casa.
Non so perché reagisco così male quando qualcuno mi posa gli occhi addosso.

Non sto esagerando, ma se avessi avuto caffè e sigarette a portata di mano mi sarei drogata.
Mi si è chiuso lo stomaco e non per uno sciocco invito.
Nella mia testa si sono districate ragnatele di pensieri.

Forse non dovevo flirtare, forse dovevo mettere più distanze di quante non ne abbia già messe.
Dove sbaglio e perché.
Cosa c'è in me che non va. 
Perché non sono come tutte le altre.

Forse devo smetterla anche con tutte queste pippe? 
Sì, sto andando oltre come al solito.

Il problema è che forse non mi piace abbastanza.

Ma chi l'ha detto che deve piacermi?
Ci posso uscire tranquillamente, marcando un'eventuale friendzone.

E se invece scoprissi che mi piace sul serio?
Ecco, lì sarebbero cazzi. Non in quel senso eh.
Perché se di testa, il tipo mi ha già fatto partire qualche neurone, di fisico non ci siamo.
Non è brutto, ma non rientra nei tipi che sbatterei al muro pretendendo un bacio (viva l'ormone animalesco).
In ogni modo, non do nulla per scontato.

Come se non bastasse, oggi un altro tipo si è autoinvitato da me.

Forse, l'estate mi predispone ad una certa socievolezza verso cessi di quartiere.

Oh, mai uno figo, bello, intelligente e ricco. No eh.
Neanche sto tipo mi prende più di tanto (Devo ammettere, però, che non è brutto. -Solo un po' basso).
E infatti gli ho detto di non nutrire speranze.
Acida e cattivella. Ma quanno ce vo', ce vo'.
Forse ci vedremo, forse no. Mi sono presa del tempo per pensarci.

Probabilmente non ci sto con la testa, troppo concentrata su di me da non vedere nient'altro.
Mi spaventa tutta questa libertà e solitudine che continuo ad alimentare.
Forse è l'ennesima via di fuga.
Ma in questo continuo fuggire, in fondo, non sto così male.

Un invito a cena.

Ho ricevuto un invito a cena da un tipo con il quale flirto da un mesetto.
Amico e compagno di viaggio di ragazzotreno.

[è una storia lunga, magari un giorno ve la racconto]

Mi è venuta l'ansia. Ma non ho detto di no.
Ora sono nel pallone più totale.
Perché non voglio complicazioni.
Perché avverto il desiderio di fuggire senza dare spiegazioni.
Perché io non sono abituata ad uscire con un uomo a cui piaccio.

E tanti altri perché.

domenica 28 giugno 2015

Di quelle albe che non ti aspetti.


Le persone normali vanno a letto ad un orario consentito per legge e, dopo 7-8h di sonno, si svegliano per affrontare le loro vite. 

Io vado a letto alle 6.30 e dopo 3 ore sono in cucina che preparo la mia colazione rigorosamente bio.

Crollerò, ne sono certa, perché non posso restare con 3h di sonno durante il giorno. 
Non so cosa mi tiene sveglia, ormai ho smesso di litigare con il mio orologio biologico da un bel po'.


Stamattina ho visto l'alba, e non solo sul display del cellulare.
In un posto bellissimo, nuovo, che credo sarà il mio angolo di solitudine per i prossimi mesi. 
Mi ci ha portato testadic

Come non lo so neanche io. 
Se ci fossimo dati appuntamento, avremmo trovato ognuno delle scuse per rimandare. O forse no.

Comunque, io non lo sentivo dal 12 aprile
Lo ricordo benissimo quel giorno, perché dopo esserci salutati in aeroporto, ho cancellato tutti i riferimenti che potessero ricondurmi a lui. 
Peccato che non ho potuto cancellare quelli della memoria e del cuore. Lui, il cuore intendo, deve fare sempre di testa sua. Anyway.

Ero amareggiata per come si era comportato e non volevo più concedermi la possibilità di avere un contatto con lui.
Avrei lasciato decidere al caso il nostro incontro e non ai miei ormoni e umori.


E il caso ha deciso bene di farci incontrare ieri nella bolgia infernale di un locale sul mare. Qui, in Puglia, nella nostra terra.
Niente....Ci siamo ritrovati labbra contro labbra, senza poi doverci dire molto sui silenzi di questi due mesi.

Abbiamo visto l'alba e abbiamo chiamato per nome e cognome quello che ci porta, poi, a doverci scambiare anima, pelle e ossa.

Mentre lui ha paura che io possa provare qualcosa, io lo rassicuro che, per l'aridità che mi porto dentro, non è tempo di sentimenti. E sorrido. Riesco a fingere, o forse no. 
No, sono così serena mentre glielo dico, che ci credo sul serio. Ed è, in fondo, poi così.

Ma c'è qualcosa tra noi che ci spinge a finire a letto insieme. 
E' la chimica della testa, ancor prima di quella del corpo. 
Le nostre congetture mentali si incastrano alla perfezione. E di questo continuiamo a compiacerci senza trovare soluzioni.
Forse, quando le troveremo, non saremo poi così attratti l'uno dall'altro e finiremo con il dimenticarci presto di quello che ci doniamo senza pretese. 

In ogni caso, quest'alba non sarà dimenticata così facilmente.









venerdì 19 giugno 2015

Oggi Verona mi manca più del solito.

Di quanto mi manca Verona credo di averlo scritto un paio di volte. Forse qualcuna in più. 
Poco importa, oggi lo ribadisco.

Verona mi manca. Penso a lei ogni giorno. 
E non esagero quando dico che non appena metto piede in laboratorio mi viene in mente il caschetto austero della mia ex capo. 

Oggi Verona mi manca più del solito.

Nella pausa pranzo ho chiamato la ricercatrice più grande del mio ex lab che oggi ha compiuto gli anni. Una donna con molte ferite da raccontare: dall'abbandono del suo paesino del Friuli ad un matrimonio in giovane età andato male, da un uomo che per anni l'ha tradita ad un figlio che non è mai arrivato, da una mamma lontana e malata a tante spese da affrontare. 
Eppure, sempre con il sorriso, con quella voce così dolce e quell'aria svampita che riuscivano sempre a mettermi di buon umore.

Poche parole al telefono -perché con quelli del Nord non ci si lascia andare a tante smancerie- eppure in grado di aprirmi un varco nel cuore. 

Quando qualcuno o qualcosa lascia un segno nella tua vita, prima o poi, finisci per sentirne la mancanza. Finisci per volerne ancora, nonostante l'irreversibilità del tempo andato. 
E io oggi, ma anche domani, desidero Verona. 
Desidero ritornare in quel laboratorio, nutrirmi del calore che sentivo graffiare la mia solitudine ogni giorno, perdere le forze tra i mille esperimenti ma essere grata alla vita per le cose che stavo imparando.

Ma non si può, e allora curo la mia mancanza con i ricordi più belli che mi porto dentro.

mercoledì 10 giugno 2015

[Scrivo e rubo tempo al lavoro]

L'inizio di un post è sempre un po' traumatico, soprattutto quando hai tante cose da dire, che- con molta probabilità- alla fine non dirai.
Domani parto. Vado a Creta per un congresso.
Come al solito, aspettavo questa partenza da tempo, anche se sarà stressante affrontare il viaggio: 3 voli e 1h e mezza di autobus per raggiungere il posto del congresso. 
Quanto sono intelligenti gli organizzatori: scelgono posti bellissimi ma in culonia. Eh va beh.
In ogni caso, sento l'esigenza di staccare, questa evasione- seppure "lavorativa"-è balsamo per la mia salute precaria.

Come sto? Sono IPERTESA. La diagnosi pare essere definitiva, ma vogliamo capire la causa. Stiamo escludendo via via quelle peggiori. Ma al momento non posso dir nulla. Al ritorno mi aspettano ulteriori analisi e controlli.

Non ho neanche 30 anni e ho immaginato di morire più volte tra una decina di anni.
Sì, perché non prendiamoci in giro, ma le probabilità che io tra qualche anno muoia stroncata da un infarto, possono essere alte [questa è una mia convinzione, sia chiaro eh. Nessun medico mi ha detto una cosa del genere].
Nel frattempo cercherò di scrivere il più possibile, magari senza sfracellarvi i marons per questa mia condizione, e di curarmi come meglio posso.

Oltre alla salute precaria, ho i muscoli dell'anima un po' atrofizzati. In questi giorni ho spesso pensato di essere una brutta persona, arida dentro e senza possibilità di cambiamento.
Sono uscita con un tipo (che non mi piaceva), ma prima di uscirci ho rimuginato su quanto l'ingresso di un altro essere nella mia vita mi destabilizza. Ho sempre il cartello EXIT lampeggiante che mi spinge alla fuga. Poi razionalizzo, provo a restare, ma niente.
Per fortuna, trovo sempre tipi che non mi piacciono abbastanza, tanto da facilitare le mie fughe.

Ma se da certe situazioni mi viene quasi naturale fuggire, in altre-ancora più complicate- mi ci ritrovo senza fare grandi sforzi e mi piace restare. E' un gioco complesso che tiene in movimento i fili della mia vita. Ci costruisco trame complicate, aggrovigliate, a volte inesistenti, altre volte fragili. E mi ci perdo dentro. Mi dissolvo con tutta me stessa. 

Sono sicura che il cuore, prima o poi, si arrenderà a questa mia natura.







giovedì 4 giugno 2015

Figlia

Nascere FEMMINA non è facile. Nascere FEMMINA al SUD non è facile bis.
Diciamo che non è facile e basta. Non è facile qui, non è facile ovunque. Non è facile soprattutto perché sei figlio e lo sarai sempre. E il compito di essere figlio a volte diventa più oneroso di quello di essere genitore.

Non sono una figlia perfetta, non lo sono mai stata e non ho pretese di diventarlo.
Ma infondo chi lo è? Solo qualche povero sfigato che per una vita intera si sarà sforzato di piacere ai suoi genitori barattando la sua felicità con la loro. Eh sì, perché bisogna dirla la verità, che i figli perfetti non esistono, così come non esistono i genitori perfetti. E quelli che vi sembrano perfetti sono solo farse tristi che recitano nella commedia sociale della vita. Esistono solo uomini e donne, padri e madri, figli e figlie, che dovrebbero comportarsi da esseri umani come dio comanda, o come la loro natura comanda (a seconda delle loro convinzioni) e se, per quella natura, non hai l’istinto materno o paterno è meglio che le porcate le fai con la protezione, o con fede, e parimenti, se proprio il ruolo di figlio non ti si addice, almeno ricordati di quei due esseri umani, che con uno scambio di mucose, ti hanno dato la vita.

Non sono una figlia perfetta. Non sono neanche la figlia che mia madre aveva immaginato di avere durante i suoi nove mesi di gravidanza. Tutti i suoi desideri sono andati in frantumi durante le mie fasi di crescita, ancor più adesso che non sono quella che lei avrebbe voluto che fossi. E non mi dispiace... anzi ringrazio di non esser diventata quella che lei aveva in mente, di non essermi fatta condizionare fino in fondo dal suo modo di essere.
Però.
Però, da figlia, rimango ferita quando in maniera subdola lei rivendica tutto ciò che non è stata e dunque avrebbe voluto che io fossi. O ciò che lei è stata e che si aspettava che, per osmosi, fossi anche io:
La casa che non sono riuscita a comprare; la realizzazione professionale in giovane età che non è mai arrivata e che non arriverà; un futuro marito che non sono riuscita ancora a presentargli.

Perché una mamma –come la mia- non te lo dirà mai esplicitamente, ma quel genero lo sogna. Sogna che la propria figlia si sposi con l’abito bianco e che la gente le faccia i complimenti per quanto è bella. Sogna un nipotino, perché le hanno insegnato che la felicità è un po’ come quella che si vede nelle pubblicità del Mulino Bianco, con la famiglia perfetta che alle 8 fa colazione tutta insieme.
Sogna un mondo patinato come le copertine dei giornali che legge dal parrucchiere, come il mondo che ha sognato per lei quando era ragazzina perchè, con molta probabilità, non è riuscita a realizzare.
Sogna un mondo a misura della sua felicità piuttosto che a misura di quella di sua figlia.
Felicità.
Chissà, invece, se mia madre mi immagina sovvertire un po’ questo concetto di felicità, come quando passo la notte tra lenzuola di cui non sentirò più l’odore o quando mi abbandono a chat erotiche, quando vomito nei cessi delle discoteche o quando mi sfilo gli slip con disinvoltura al primo appuntamento, , quando prenoto un viaggio senza badare a spese o compro l’ennesimo paio di scarpe che le nascondo, oppure, ancora, quando sfioro  le mie solitudini sotto la doccia.
Chissà.
Sarebbe bello raccontare tutto questo a mia madre, raccontarle le mie fragilità, senza aspettarmi un rimprovero, ma un cuore aperto compagno di braccia aperte. Perché non sono  la figlia che immagina e non lo sarò mai: ho le mie mancanze, i miei punti di forza, le mie difese, i miei desideri e il MIO concetto di felicità, del tutto personale, che mi porto dentro al cuore. 
Sarebbe bello, ma devo fare i piatti, che sono sporchi nel lavello di mia madre.


sabato 30 maggio 2015

Buona la prima.

Ieri ho de-buttato a teatro. Diciamo che alle elementari recitavo meglio, ma ieri mi sono presa in ogni caso i complimenti. Chissà se sinceri. 
Però io e i miei compagni siamo stati bravi, perché non abbiamo sbagliato niente, anzi siamo stati così bravi che abbiamo anche improvvisato. 
Anyway.
Ieri ho chiuso questo capitolo. 
A teatro credo non ci tornerò più. Ho capito che non fa per me. Ho capito che il corpo non è il modo attraverso cui far fluire le mie emozioni. 
Del resto, chi fa teatro deve essere così bravo a saper vivere le proprie emozioni da poter vivere quelle di un altro. E io non ne sono stata capace.

E' stato un percorso di liberazione, di scoperta, di confronto. Un' esperienza diretta con i miei limiti. Dolorosa, difficile ma allo stesso tempo bella, perché il teatro ti permette di venire a contatto con parti di te che non pensavi di essere
Togli una maschera e ne trovi un'altra sotto. Scopri anche quella e ne trovi un'altra o ne metti tu una per coprire quella che c'è. Un gioco di mille sé che scorrono senza interruzioni. Devi solo capire quale ti sta meglio addosso.

Ieri quando sono andata a letto, ho pensato che non ho nessuna foto di me sul palco. 
Un po' mi dispiace, ma allo stesso tempo ho pensato che, anche senza una fotografia, quel momento è stato così forte che lo ricorderò lo stesso. 

Il teatro è come un taglio all'altezza del petto che apre in profondità fino a far uscire le grinze dell'anima. Fa un pochino male, ma poi prende le tue grinze e le distende fino a farti vedere la parte vera di te.
Provateci, almeno una volta nella vita.

giovedì 28 maggio 2015

Un pensiero ridicolo.

Avete mai pensato di morire? 

Io sì, in questi giorni ci ho pensato, ci penso ancora e ci scherzo su. 
Sono serena, se muoio nelle prossime ore o nei prossimi mesi ho fatto più o meno tutto quello che volevo. 
Non potrei dire il contrario, anzi vorrei dirlo tanto, vorrei dire che tante cose che avrei voluto fare non le ho ancora fatte e probabilmente non le farò mai. Anyway. 

Lunedì mi sono svegliata come se fossi appena scesa da una giostra. Non una qualsiasi, una di quelle che riproducono l'effetto di una lavatrice. Non ricordo bene se ero io a girare o se vedevo le cose girare, in ogni caso non mi reggevo in piedi.
Sono finita in pronto soccorso perché avevo la pressione a 180. 
Ma arrivata lì, è rientrata nella norma. 
Poi nuovamente alta per tutto il giorno successivo. 
Ho fatto degli accertamenti, aspetto il responso.
[Incrociamo le dita]

Ho pensato alla morte, sì a quella cosa che va beh sono giovane, non mi riguarda. 
Ho pensato che tra dieci anni o forse anche meno potrei morire per un infarto o che i miei organi saranno così compromessi che farò una vita di merda. Che pensieri positivi eh. 
E allora ho pensato che devo tenermi stretta questa vita, che ci sono cose che non mi piacciono, cose che vorrei cambiare, cose che vorrei e basta, ma che in ogni caso va bene così, perché tutto sommato la mia vita mi piace. 

Mi piace perché è dinamica, fluttuante, piena, sorridente, strabordante, disordinata. 
E va beh, sto esagerando. Ma è così. Ché a lamentarci siamo bravi tutti, me compresa.
Ché le paure ce le porteremo anche nella tomba, e allora metterle lì direttamente già da adesso.

Potrei morire, ora, domani, tra 10 anni o forse mai. 
Ma in questo momento, con la mia salute un po' precaria, mi sento così viva che anche la morte mi sembra un pensiero ridicolo.

martedì 26 maggio 2015

GNUT.

Ogni tanto Spotify mi regala qualche canzone così bella che mi si appiccica addosso per un po’ di giorni e non va più via. Anzi, diventa quasi una colonna sonora della mia banale vita, facendomi vivere in una sorta di cortometraggio in loop.
Questa volta è capitato con la canzone di GNUT, artista che non conoscevo, ma che adesso adoro fino al midollo. E’ come se avesse dato musica alle parole che ogni tanto scrivo qui. Si chiama Fiume Lento e dovete ascoltarla.
La sua voce, un po’ graffiante, mi ha fatto innamorare al primo ascolto.
Inutile scrivere che ho pensato a quell’odore sulle mie dita e a tutti quegli odori annidati nelle narici che non ho cancellato.

Fuori piove, rubo tempo al lavoro scrivendo.
Ogni tanto mi affaccio alla finestra controllando se passa ragazzotreno. Non passerà, né oggi e né forse nei prossimi giorni.
Era una bella distrazione di cui ho dovuto privarmi senza troppi sforzi.
Forse sulle mie dita ci deve essere anche il suo odore, perché nei miei occhi rivedo la forma delle sue mani, il colore dei polpastrelli, il polso largo.
E allora penso che deve essere rimasto qualcosa anche sulle mani. Le annuso ma riconosco solo l’odore dei guanti in lattice che ho tolto qualche minuto fa. Forse il suo odore si è mescolato al marcio di questo laboratorio, allo scarto chimico di un guanto usa e getta. Come i suoi baci, come il suo sorriso, come le sue mani. Usate e gettate.


domenica 24 maggio 2015

Scrivere ad cazzum.

Ho comprato un vestito bianco e nero lungo bellissimo. 
Non dovevo, mi sento un po' in colpa perché negli ultimi mesi ho comprato così tanta roba che non so più dove metterla. Ma il vestito è bello, è stata la commessa a propormelo e potrei anche sfruttarlo per un matrimonio, qualora fossi invitata. 

Peccato che la commessa mi abbia guardato male quando ho fatto questo pensiero ad alta voce. 
La sposa ti ucciderebbe. 
Quanto trovo patetiche queste osservazioni. E quanto sono patetiche quelle spose che pensano alla forma e non alla sostanza. Ma va beh, questo è un altro discorso che è meglio lasciar perdere.

Il vestito è bello, non ci dovrebbe essere nel mio armadio, ma ormai c'è e gli altri vestiti se ne faranno una ragione. Anche il mio conto si farà una ragione quando capirà che sono affetta da shopping compulsivo.

Negli ultimi tre mesi ho davvero comprato il mondo e credo che dovrei darmi una calmata se non vorrò finire a fare la barbona alla stazione di Foggia.

In ogni caso non era del mio vestito che volevo parlarvi. Né di questa malattia che ho da sempre ma che adesso sta dando il meglio di sé.
Non so neanche più di cosa volevo parlarvi, ho cominciato a scrivere così. 
Forse avrei dovuto scrivervi del risveglio acneico sul mio viso, segno di una gioventù che, ahimé, non tornerà più se non in queste subdole forme.
O della sociopatia che mi è presa durante questo weekend.
O ancora della nostalgia di certe cose non vissute.
Ma è tardi e io ho sonno, come sempre.

giovedì 21 maggio 2015

Chissà come mai dimentichiamo in fretta gli occhi di chi abbiamo amato anche solo per una notte.

Sono ubriaca di pensieri oggi. Mi si è attaccato addosso uno spesso strato di parole ascoltate, dette, non dette, sospirate, nascoste. Difficile starci sotto.

Chissà come mai dimentichiamo in fretta gli occhi di chi abbiamo amato anche solo per una notte.
Eppure quegli occhi li ho visti diverse volte. Forse troppo poco per fissarli bene.

Ci si sente nudi e inerti davanti alla vita che ci cambia senza che lo vogliamo veramente e così finiamo a scambiarci pezzi di noi che poi, infondo, non valgono forse niente.
Vorremmo essere qualcosa per chi sappiamo di aver perso o per chi ci ha perso, diventiamo goffi nel tentativo di lasciare un'impronta nell'esistenza di chi ci ha camminato accanto, anche solo per un istante. Eppure ripetiamo sempre lo stesso copione, gli stessi gesti che ci donano l'illusione di essere unici per chi incrocia le nostre vite. Ma è impossibile in questo mondo avere e godere il dono dell'unicità, siamo 7 miliardi. Uomini e donne sparsi nel mondo che condividono il nostro stesso destino.

Sviluppiamo gli anticorpi dell'oblio per continuare a fare le stesse cose di sempre, regalandoci l'illusione di sentirci diversi. 
E diverso finisci per sentirti realmente, chissà se perché hai dimenticato o perché hai vissuto quello che poi hai dimenticato. 
A volte ho come l'impressione che il mio sistema immunitario non sia così forte da cercare le difese giuste, come se preferisce aggredirsi piuttosto che essere aggredito. Una malattia autoimmune che rovescia l'ordine delle cose, abbassa alcune barriere e ne alza altre.
Fondamentalmente io non riesco a dimenticare, non riesco a far finta di niente. Devo elaborare difese tutte mie, regalarmi un margine di sopravvivenza che riesca a contenere tutto quello che ho vissuto, persino quello che i miei anticorpi fagociterebbero al primo incontro. Ma puntualmente incontro chi ha un sistema immunitario più furbo del mio e finisce per fagocitare me. 


giovedì 14 maggio 2015

Momento amarcord.

Quando ero giovane e bella (e aggiungo magra che male non fa) impazzivo per gli Afterhours (anche ora a dir la verità, ma un po' meno rispetto alla cotta ormonale di anni e anni fa). 
Li scoprii per caso, grazie ad un cd che mio zio trovò in un giornale di musica e che, senza pensarci, scartò. 

Ascoltai La sinfonia dei topi, dissi oh che bella e mi appassionai a questo gruppo che nessuno ascoltava alla mia età. Era il 2001 e io avevo 15 anni. 
Gli Afterhours li conoscevo solo io e qualche sfigato come me.

Poi arrivò il mio ex storico che li amava alla follia, mi dedicò Bianca e consacrai il mio amore a loro.
Da perfetta devota, andavo ai loro concerti e pogavo come una matta. 

Non solo. In tutti i periodi della mia vita, anche quelli più insignificanti, le loro canzoni mi hanno sempre dato delle risposte.
Come oggi, giornata apparentemente insignificante, che ho pensato a tutte le mie sovrastrutture. 
A tutti i miei credo messi alla ribalta dalle mie emozioni.
Mi sono venuti in mente loro con una frase che credo dovrei tatuarmi.
Pensi di avere un credo, poi lo adatti a quello che sei.

Sto adattando il mio credo a quello che sono. Senza vergognarmene. Senza stare lì a rimproverarmi se qualcosa va storto o è sbagliato.
Sono io, sono questa. E credo che devo imparare a volermi solo un po' più bene.




mercoledì 13 maggio 2015

Distorta.

Ho distorto la mia immagine. 
L'ho distorta tramite i tuoi occhi. 
Sono diventata quella donna che ti scrive ogni giorno. 
Che vorrebbe morire tra le tue labbra ancor prima che tra le tue gambe. 

Desiderata, sì vorrei sentirmi così. Vorrei sentirmi così nonostante tutte le mie paure.
Ma non mi desiderare. Perché io non sono quello che tu vedi. Non lo sono affatto. E non lo sono nemmeno con la mia maschera migliore.

Perdo il controllo e non esisto più. 
Non esisto nel vortice dei pensieri che ci scambiamo senza neanche dircelo. 
Non esisto e mi sento felice. 
Perché non sono io. 
Perché mi perdo senza chiedermi dove sono. 
Mi perdo e basta. 
Poi me ne pento qualche secondo e da strafottente quale sono dimentico in fretta. Dimentico in fretta la ragione che mi tiene distante da te.

E mi avvicino. 
Abbatto le barriere della razionalità e mi affido a te. Al tuo self control che non c'è.

Mi piace questo gioco. Vorrei non farne a meno. 
Vorrei che fosse il pezzettino di cioccolato fondente che mi rende dolce il palato. 
Vorrei che fosse quel bicchiere alcolico che allenta la mia inibizione. 
Vorrei che fosse quell'anelito di vita che mi smuove le cellule dell'intestino quando ho bisogno di distrarmi.

Ma sappi che sono distorta. Sappi che non sono io. 
Neanche attraverso quei tuoi occhi, che non sono tuoi.
Non siamo noi.
Siamo i nostri desideri nascosti. I nostri lati oscuri.
I nostri inconsci consci.
Siamo quello che vogliamo e che cancelliamo.
Con un click. Con un ciao.
Con un lavaggio nella scatola cranica delle nostre esistenze inesistenti.

martedì 12 maggio 2015

Nel frattempo.

Dicono che i viaggi portano con sé tante risposte. 
Sono tornata da Londra (per fortuna nessun aereo è caduto) ma senza risposte. Anzi, oggi ho accumulato così tante domande che mi fa male il cuore. 

Ho rivisto ragazzotreno e ho abbandonato tutta la razionalità che avevo deciso di tenermi stretta quando l'avrei rivisto (e sì perché non si scappa, almeno per ora). 
E invece niente. E invece mi sono fatta piccola piccola nei suoi abbracci. Io, che agli abbracci sono allergica. Mi sono presa un po' di vita, nell'illusione di emozioni facili. 
E mentre lo guardavo, mentre ci scambiavo le mie mucose poco sterili mi chiedevo cosa stessi facendo, io, che di uno così non so cosa farmene. Ma volevo illudermi per una quarantina di minuti che vivere con i neuroni spenti e lo stomaco acceso fosse cosa buona e giusta. Che fosse addirittura bello. E invece no. 

Che vita di merda che facciamo. Noi e le nostre maschere. La dottoressa precisina, la ragazza strafottente, la laureata snob, la quasi trentenne ansiosa. 
E' che a volte non riesco a contenermi, non riesco a tenere sotto controllo tutto quello che sono e cedo. E mi abbandono a quello che non sono. O a quello che credo di non essere. 

Non pensavo che capirsi, e soprattutto essere se stessi, fosse così difficile. Pensavo che bastasse un po' di consapevolezza, una manciata di silenzi, tempo a sufficienza e poi la vita avrebbe fatto il resto. Mi avrebbe dato lei le risposte. Magari.
Io sono ancora qui che le cerco. E nel frattempo scrivo. 


mercoledì 6 maggio 2015

Prima di partire per un lungo viaggio.

Nessun lungo viaggio mi attende, ma una valigia è pronta sul mio letto per essere riempita. 
Questo weekend volerò per la seconda volta a Londra. Ho un sacco di paure perché parto sola e dovrò arrivare sola, in piena notte, a casa della mia amica che mi ospiterà. Ma sì, cosa sarà mai, direte voi. Eh no, perché io l'inglese lo so alla ad cazzum e in più ho una paura fottuta di non riuscire a trovare un taxi che mi porterà a destinazione. 

Va beh, se mi dovesse succedere qualcosa, se non tornerò più qui a scrivervi, sappiate che 
1) pur non conoscendovi tutti, vi ho voluto bene; 
2) sono a favore della donazione degli organi, ditelo ai miei, e se nel caso non si possano donare, che li donassero alla scienza;
3) pur essendo un mostro con le sembianze da femmina, ho un cuore pure io. 

Però, siccome noi siamo ottimisti, l'aereo non cadrà, io riuscirò a prendere il taxi, arriverò sana e salva a casa della mia amica e vi racconterò di questo weekend lungo in quel di Londra.

Detto questo, spero arrivi presto venerdì. Sono irrequieta più che mai. Il motivo apparente è il toyboy, ovvero ragazzotreno, ma la verità è che la mia vita è un casino e che sono un'anima che non troverà mai pace. 
Sono giorni che cambio umore nel giro di nanosecondi: sono felice, poi triste, poi depressa, poi ottimista, poi peace&love, poi nuovamente depressa, poi positiva, poi spacco il mondo, poi arrabbiata, nuovamente depressa, depressa, depressa, e ancora ormonale, lunatica, paranoica, logorroica.
E tenere a bada tutto questo scorrere interiore è difficile; a lavoro la mia collega ogni mezzora mi chiede "Michi che c'è? Ti vedo irrequieta." Eh grazie, mettiti tu a lavorare sapendo che al piano di sotto c'è un tipo che ti salta addosso ogni volta che ti vede e poi arrivederci e grazie.

Ma è lui la causa reale di tutto questo mio dissidio interiore (come sono poetica)? Certo che no. 
Le cause sono altre. Ma non ho la testa per cercarle, non ho gli umori e gli ormoni al punto giusto per mettermi a cercare risposte.
E allora non dormo, e allora fumo, e allora mi consumo tra i miei caffè, e allora preparo la valigia e parto. Again. 

domenica 3 maggio 2015

[Pour parler]

Non chiedetemi perché non sono manco le nove e io sono già sveglia.
E' iniziata ufficialmente la stagione in cui combatterò con il mio orologio biologico, che funziona così male che sembra un modello made in China scrauso (scrauso= neologismo imparato in Veneto, scarso, ndr).
Alle 6.42 ho aperto gli occhi dopo essere andata a dormire alle 2 passate, con lo stomaco in subbuglio e una matriciana che, come un carro armato, ha schiacciato il mio intestino fino a farlo aggrovigliare di più.
Forse sto accumulando ansie inutili che funzionano da campanellino d'allarme. Le ignoro, ma loro, prepotenti, mi ricordano che sono lì. 
Le ignorerò anche oggi, cercando di godermi il sole e l'aria bucolica che ho prenotato per le prossime ore. 





venerdì 1 maggio 2015

Primomaggio.

Erano belli i tempi in cui si beveva il vino rosso insieme ai sinistroidi e i puzzabestia al concertone del primo maggio a Roma.

Oggi sono nostalgica. In verità non solo oggi, ma avere a che fare con un ragazzino comporta seri effetti collaterali. Uno è proprio questo: dosi massicce di nostalgia da schiacciare i polmoni e togliere il fiato.

Invidio la sua età, la sua leggerezza, il suo essere superficiale e rimpiango per non essere stata abbastanza testa di cazzo alla sua età. Ma va beh. Lasciamo perdere, ché oggi è primo maggio e di pensieri pesanti ne abbiamo già tanti.

In ogni caso, se vi state chiedendo come sia andata a finire ve lo dico subito: io e ragazzotreno ci siamo baciati. Sul treno, nei corridoi del dipartimento, sui binari e non ricordo più dove.

Poi io ho rimesso il camice e lui il suo zainetto. 
Io ho cancellato il suo numero e lui avrà avuto un'illuminazione e mi ha scritto per farmelo ricordare.

Insomma, come qualcuno aveva già scritto nei commenti, questa storia è partita a razzo e finirà a cazzo. Il perché non me lo voglio chiedere, ma credo che uno così non possa interessarmi abbastanza da farmi perdere la testa. 


mercoledì 22 aprile 2015

Updating

Sono qui di passaggio. Forse ho ancora qualche minuto prima di uscire e raccontarvi tutto.
Allora con ragazzotreno ci stiamo vedendo, sia in facoltà sia sul treno.
Lui è molto tenero con me ma sono cosciente che la sua dolcezza potrebbe essere un escamotage per portarmi a letto. Ecco, sì, parliamoci chiaro.
Questo gioco è bello, i nostri corpi parlano prima dei nostri cervelli, ed è bellissimo sentire dopo tanto tempo che ci sono bozzoli di farfalle che rumoreggiano nello stomaco.
Ma questo gioco è anche pericoloso, perchè io non sono abituata a ricevere tante attenzioni e poi vedermele tolte in due nanosecondi. E con ragazzotreno è così.
Non mi cerca, ma quando ci vediamo mi salta addosso e devo tenerlo a debita distanza con la mia freddezza.
In tutto questo mi sento una 15enne in preda all'ormone frivolo.
Non so dove mi porterà tutto questo, ma non riesco a privarmi dei suoi abbracci, dei suoi baci sul collo, delle sue mani intrecciate alle mie, dei suoi occhi che si incontrano con i miei. 
Mi farò male o forse no.
Ma per il momento vivo di pancia, che a vivere di testa faccio sempre in tempo.

domenica 19 aprile 2015

Come in un film [pt.2]

Dai commenti dell'ultimo post deduco che la storia tra me e il ragazzotreno [nome con il quale l'ho memorizzato sul mio telefono] ha suscitato particolare interesse.
Ebbene sì, dopo dieci minuti in cui ho pensato, o meglio farfugliato, cosa scrivergli, mi sono decisa a farlo.
Abbiamo cominciato a scriverci, prima con sms che fanno molto anni duemila, poi su whatsapp. Questo dalle 17.30 circa fino alle 00.30, con un intervallo di un paio di ore.

Il ragazzotreno è uno studente di 22 anni, alto quasi due metri, fisico da urlo, bagnino e pallavolista. Un figo senza altro da aggiungere.

Io sono un tappo che si diletta a fare sport e che il fisico da urlo se lo sogna. Ah, e ho 29 anni. E sono la collaboratrice di un suo professore. Dettagli?!

A parte questi limiti, il giorno dopo io e il ragazzotreno (so come si chiama, e ha un nome bellissimo) ci siamo presi un caffè alle macchinette. Poi è andato a lezione, io sono tornata al mio lavoro e dopo aver finito sono corsa in stazione. Lui anche, avvisandomi che stava prendendo il mio stesso treno. 
Volevamo rimanere su due vagoni separati? Ma anche no.
E così ci siamo fatti il viaggio insieme. Vicini vicini.

Stesso copione il giorno successivo. Con qualche variante, tipo che lui è arrivato in dipartimento e non mi ha avvisato. Ho cominciato a svalvolare. Perché non sono abituata a ricevere attenzioni e poi vedermele tolte di colpo. 

E niente. Ci siamo ripresi un altro caffè, ma entrambi abbiamo messo un po' di distanze.
Quando siamo insieme si percepisce l'attrazione, ma allo stesso tempo ci sono troppi freni.
Io sono più grande di lui. Lui è più piccolo di me.
Io sono una dottoressa, lui uno studente.
Lui vorrà giocare, io non lo so.

Come finirà? Non lo so.
Per il momento non ci scriviamo, ma per forza di cose ci incontreremo. Domani e dopodomani ancora. E così fino alla fine delle sue lezioni.

giovedì 16 aprile 2015

Come in un film.

Martedì pomeriggio. 
Esco dal lavoro al solito orario. Corro per prendere l'autobus e mi accorgo che alla fermata c'è un tipo con il quale ci eravamo scambiati intense occhiate una decina di giorni prima in treno.
Lo riconosco subito, ma faccio finta di nulla.
Saliamo sull'autobus. Io avanti, lui dietro con due suoi amici.
Arriviamo in stazione e ci ritroviamo nello stesso vagone, uno di fronte all'altro ma un po' distanti.
Sguardi su sguardi. 
Alcuni insistenti, altri invadenti, altri ancora piacevoli (e forse anche troppo imbarazzanti).
Ma non ci stacchiamo gli occhi di dosso. 
Ad un certo punto lui prende un foglio, ci stacca un pezzettino e scrive qualcosa.
Continuo a guardarlo.
Il treno si ferma, lui attraversa tutto il vagone per arrivare da me e lasciarmi questo fogliettino di carta.
Dentro il suo numero.

A volte mi sento davvero come in un film.

domenica 12 aprile 2015

[Eravamo così soli, di quella solitudine che germoglia disastri]*

Sono appena tornata da un weekend intenso passato tra Pisa, Firenze e Lucca. 
Non ho la forza fisica di scrivere, né tanto meno di pensare, ma il magone che si è posizionato all'altezza dello stomaco mi obbliga, prepotente, a sviscerarlo e raccontarlo.

A Firenze ci sono finita per la mostra multimediale di Van Gogh, mentre a Pisa mi sono fermata per dormirci. Non ho scelto un albergo, ma un letto comodo che già conoscevo e che, in un certo senso, era a me già familiare: quello di testadic

Adesso potete capire benissimo perché ho questo groviglio nello stomaco che mi spinge a scrivere. 

Pensavo che entrambi ci fossimo messi il cuore in pace - e non solo - quando a dicembre siamo usciti per l'ultima volta insieme da semplici amici. 
E invece forse mi sbagliavo. Forse ho sottovalutato qualcosa, se poi con molta tranquillità siamo finiti a letto insieme senza che nessuno dei due l'avesse programmato. 
Non c'è niente di male nel fare l'amore con una persona che un tempo ti piaceva e che forse ti piace ancora. Ma si sa, in certi momenti il come è importante. Come ci siamo arrivati a scambiarci mucose, baci e tanto altro non lo so. Ma di sicuro, questa volta, la nostra solitudine ha generato disastri. 
Mi sono sentita per l'ennesima volta parole come siamo distanti, io e te non possiamo stare insieme, non siamo caratterialmente compatibili, c'è un'attrazione fisica e mentale ma bla bla bla, tu mi regali emozioni ma bla bla bla. Un copione che pensavo non avrei sentito più e invece.

La notte è passata in fretta, stanca e silenziosa oltre il cigolio del letto, ma il giorno è trascorso lento con le inquietudini che ci siamo portati dentro e che, con molto imbarazzo, ci siamo silenziosamente raccontati. 
Non riusciremo mai a capirci, mai a leggerci per intero. Rimarremo sempre ancorati all'idea che ognuno ha dell'altro senza fare nessun passo per andarsi incontro. 
Siamo riusciti ad ammetterlo e forse questa è una gran cosa. Ma è arrivato il momento di dirsi addio sul serio, senza ricadere in fallimentari tentativi di rimanere amici nonostante tutto.
Ho salutato Pisa con indifferenza, sperando che questo distacco non sia poi così doloroso. Chissà se un giorno ci ritornerò, ma per adesso ho depennato questa città dalla cartina.

*Il titolo è tratto dal libro Emmaus di Baricco


venerdì 27 marzo 2015

Se vi facessi controllare la mia cartella bozze.

Se vi facessi controllare la mia cartella bozze, vi rendereste conto che nonostante la mia latitanza dal blog non ho smesso di scrivere. 
Ho scritto 4-5 cose tutte lasciate a metà. Ho delle idee brillanti che però muoiono non appena tento di svilupparle. Eh va beh.
Però diciamo seriamente le cose come stanno. 
Ho una vita piena. Piena di cose e piena di nulla.
Il lavoro assorbe gran parte della mia giornata e sebbene ho qualche momento in cui potrei scrivere preferisco cazzeggiare dal telefonino, visto che il pc sulla mia scrivania è condiviso. 

Qualcuno di voi, non molti in realtà - lo so, si sarà chiesto che fine abbia fatto. Bene, sono viva. Con qualche chilo in meno, i neuroni stressati, tante paure e tanti desideri.
Ma con calma.
Dicevamo...il lavoro assorbe gran parte della mia giornata. Esco di casa intorno alle 8.20 per essere quasi due ore dopo in università e torno a casa più o meno intorno alle 18. 
Per il momento i ritmi sono abbastanza normali, ma prevedo periodi di fuoco dopo Pasqua.
Ogni giorno, dal lunedì al giovedì, non appena torno a casa mi cambio velocemente e vado in palestra dove faccio spinning. Inutile dirvi come il mio televisore 32 pollici ora stia su con qualche inestetismo in meno. 
Donne, se volete risultati visibili in poco tempo, lo spinning, fatto seriamente, è quello che fa per voi.
A questo aggiungeteci il corso di teatro che -detto tra noi- mi ha francamente rotto le balls, ma non posso tirarmi indietro. Oltre al lavoro su me stessa, ecc. ecc. c'è una cosa che questo corso mi ha insegnato: che se una cosa non mi convince, è inutile che me la imponga per vedere quanto riesca ad essere brava, costante, diligente. Tanto prima o poi arriva la noia e manda tutto a puttane.

Il weekend, in teoria, dovrebbe essere fatto per rilassarsi ma delle 48 ore disponibili per il relax, io ne riesco a godere forse un quarto. Ho un orologio biologico che è un modello made in Switzerland per cui mi sveglio presto anche di sabato e domenica. E secondo voi che faccio? Vado in palestra.
No, tranquilli che non divento un grissino. Ma lo sport mi rilassa, mi fa stare bene e poi mi fa distrarre.
E solo Dio sa di quante distrazioni io abbia bisogno in questo periodo.

Ma passiamo a fatti più interessanti.
Credo di avervi accennato di Rosso Malpelo. Beh, lui è un figo. Ci becchiamo in palestra il lunedì, e il giorno dopo in treno. Parliamo, parliamo, parliamo. 
Ah, sono riuscita a farmi offrire un caffè ma non credo andrò oltre. E' fidanzato. Che poi come faccia a stare con quella quando io sono più bella e intelligente non lo so. A parte gli scherzi, si lasceranno perché sono troppo piccoli per decidere di passare una vita insieme. 
Ok, la smetto e faccio la seria. E' fidanzato e non si tocca. Stop.

Viaggiando incontro un sacco di gente, pendolari come me per la maggior parte. C'è un tipo che becco sempre al ritorno. Era figo fino a quando non ha deciso di tagliarsi la barba. Ora devo pensarci se mi piace veramente. 

Sono entrata in fissa con il cibo. 
Non una dieta, ma ho deciso di eliminare, o meglio ridurre, tutto ciò che è confezionato. 
Qualche weekend fa sono stata male, non so per quale motivo ma ho vomitato l'anima e nel mentre ho avuto allucinazioni della serie morirò a causa dell'alimentazione, delle porcherie che mettono nelle cose che mangiamo, ecc....e così ho deciso di ridurre tutto ciò che è incartato. Non solo, sto eliminando tutto ciò che contiene burro o prodotti raffinati come farine e zucchero. 
E' difficilissimo perché richiede sacrificio, costanza, impegno, ma se uno non ha grosse pretese si può fare. 
Un esempio: ho cominciato a preparare le merende (con farina integrale, zucchero di canna, no burro) per la colazione, a ridurre il pane (troppa farina) e ad aumentare frutta e verdura. Niente più alcolici o bibite gassate (non che prima ne bevessi tante). 
Insomma, ho un po' il terrore e questo mi aiuta ad essere più ligia nello scegliere quello che mangio. Poi fa niente se mi capita la tentazione e mi compro le patatine o la barretta del cioccolato al distributore. Una tantum ci sta.

Ora che vi ho aggiornato sulla mia vita di cui non frega niente a nessuno posso correre in palestra.
Adieu. 








sabato 7 marzo 2015

Di febbraio.

Questo post arriva un po' in ritardo, ma ne approfitto di questo sabato sera triste e freddo per mettere in fila qualche parola e dedicarmi alla manutenzione della mia anima.

Febbraio è stato un mese particolare. Non saprei come definirlo perché ho vissuto sull'onda di un'emotività piuttosto instabile che mi ha portato a fare un po' di cazzate, ma va beh. 
Ora sono felice di aver ripreso in mano la mia razionalità e me la tengo stretta stretta. Guai a chi si avvicina!

E' stato il mese del mio compleanno, vissuto in maniera molto sobria, con pochi amici e tante risate. Mi ricorderò gli auguri di Lui, che ha deciso di rifarsi vivo proprio quel giorno, con la sua ennesima falsa promessa, freddamente da me cestinata. 
Mi ricorderò gli auguri che non ho ricevuto e quelli che sono arrivati in ritardo. E' un copione che si ripete da qualche anno a questa parte, sempre con lo stesso mio intento di non darci troppa importanza. E invece sono lì a capire come colmare il vuoto che mi accorgo di portare dentro e tutta la tristezza che ne consegue. Scusate, ma io al giorno del mio compleanno ci tengo tantissimo.

Mi ricorderò di Bob, i suoi occhioni, la sua barba, il suo profumo, il suo accento romano, la chiacchierata che ci siamo fatti dopo il suo concerto e le dita sulla sua chitarra.

Di quanto fa male uno strappo, di come sono incapace di curare le ferite e di quanto mi piace invece lasciarle sanguinare. 
Di quanto sia priva di rabbia anche quando dovrei averla.
Della miseria umana, tutta, compresa anche la mia.

Del mio primo stipendio, del mio nuovo gruppo di lavoro e di quanto mi manchi Verona ogni volta che entro in laboratorio.

Di un invito a prendere un treno a cui ho detto per tre volte NO. 

Di quanto è bello passare una serata con gli amici di sempre e sentirsi dire ti voglio bene.




venerdì 27 febbraio 2015

Due-tre cose. Anzi quattro.

1.
Sono stanca. Ma stanca stanca.
In questa settimana ho stravolto la mia vita. E ogni giorno mi chiedo se ho fatto la cosa giusta. Ma va beh.
Non ho avuto una sera libera. E mi sto seriamente chiedendo per quanto tempo posso mantenere questi ritmi.
Sveglia presto-fare la pendolare-passare una giornata fuori-teatro e palestra non sono associazioni vincenti.
Vorrei avere risposte entro martedì, data di scadenza dell'abbonamento in palestra, così decido se rinnovarlo e andare con una flebo a lavoro, oppure no.



2.
Mi sono innamorata di Giovanni Caccamo.
Sì, lui, il vincitore di Sanremo Nuove Proposte.
Ah, ora che ci penso avevo scritto un post che non ho ancora pubblicato. E che non pubblicherò.
Qui si dice passato il santo, passata la festa.



3.
Ho ricevuto i primi due mesi di borsa. Yuppi. Ho già prenotato un weekend a Firenze per il Van Gogh Alive, e ne sto progettando un altro.



4.
Oggi sono riuscita a parlare con Rosso Malpelo ed è stata la mia dose di serotonina giornaliera.
Chi è Rosso Malpelo? Una storia lunga e un ragazzo bello.


PS. Ho attivato una pagina FB, per chi ha voglia di venirsi a prendere un caffé anche lì è ben accetto.


domenica 22 febbraio 2015

50 sfumature di minchiate bis

Diciamo le cose come stanno: il film fa cagare, forse ancor più del libro (se volete, ho scritto qualcosa anche sul libro qui). Non ci sono mezzi termini, il mio è proprio un NO. Ma vedetelo se siete curiosi, lasciate perdere gli intellettualismi di coloro che dicono “non leggo libri così”, “non regalo soldi per un filmetto del genere” e tante altre amenità.

Il film è al di sotto di qualsiasi aspettativa: non ci sono scene di sesso eclatanti, anzi in commedie tipicamente italiane ho visto fare di peggio. Non solo, il film è di una banalità assoluta che rasenta il ridicolo.

Ma partiamo dalle cose positive: la sceneggiatura e la colonna sonora. Beyoncé ha finalmente fatto una versione degna della sua Crazy in love…ne sentivamo l’esigenza vero? Altri punti positivi non ce ne sono. Ah, Dakota come si chiama lei, in arte Anastasia Steele, figa come non mai nella sua bellezza acqua e sapone, ma di una stupidità incredibile. Piccolo particolare: la prossima volta, qualora ci fosse un sequel, compriamole una spazzola per favore, facciamole fare la ceretta anche sulla coscia e regaliamole un paio di scarpe che non assomiglino a quelle di Aladino.

Ecco, primo punto negativo. Lei è una svampita, non che nel libro appaia diversa, ma nel film dà il meglio di sé in fatto di rincoglionimento precoce da colpo di fulmine. Non solo, è sciatta, ingenua, una cretina con una laurea decorativa in letteratura, una studentessa insignificante che non accenna ad una frase di senso logico e compiuto in tutto il film ma che guarda caso, toh!, riesce ad attirare le attenzioni del giovanissimo milionario, figo q.b., Christian Grey.
I motivi per i quali un uomo figo e ricco possa interessarsi ad una studentessa la cui esistenza non era annoverata prima nel libro della vita non sono pervenuti.
Ma in questo si sa, i film sono maestri a farci credere che tutto è possibile, che i sogni si avverano, che i miracoli esistono e che gli asini volano. Ragazze, dunque, tranquille. Se una come Anastasia è riuscita a catturare le attenzioni di un uomo come Christian Grey c’è speranza per tutte.

Ma non è finita qui. Troppo semplice se Christian fosse solo un figo plurimiliardario dalle discutibili fantasie sessuali. La nostra brava E.L.James ha pensato di costruirgli una personalità che potesse dare, in un certo senso, spessore e significato al libro, e quindi al film. Christian è anche uno stalker, un dominatore anaffettivo, un maniaco del controllo, un uomo dal passato oscuro dal quale tutte dovremmo stare lontane e invece. E va beh.

Ora, uno pensa che unendo questi due personaggi complessi quanto un’equazione matematica di primo grado, ne venga fuori una storia bellissima, che ti tiene con il fiato sospeso per due ore…e invece, miei cari, la verità è che non succede proprio un cazzo. Tutto il film ruota intorno ad un punto: a lui piace il BDSM (termine per indicare pratiche e relazioni sessuali basate sulla dominazione e sottomissione, wikipedia docet) e lei, da brava crocerossina, vuole guarirlo per avere una relazione normale. Eh no! Ti piacerebbe, cara Anastasia. (E care ragazze che leggete). Qualsiasi ragazza un pochino più intelligente di Anastasia Steele si sarebbe allontanata da uno così, al massimo gli avrebbe fregato un po’ di soldi e poi ciao.

E invece assistiamo ad una storia che non è assolutamente credibile per un sacco di motivi, ad un film che lancia il femminismo nel cesso dove la donna non è altro che una marionetta nelle mani di un uomo malato che la tratta come un interruttore on/off. 
E magari fosse solo questo. Due le cose sconcertanti: 
1) il film è scritto e diretto da una donna (il che è ancora peggio) ed è uscito alla vigilia di San Valentino-bel modo di celebrare l’amore, vero?! 
2) i commenti delle ragazze che hanno affermato di volere uno come Christian si sprecano. Ora capiamoci: i soldi non ci fanno schifo, le attenzioni (se non troppo invadenti) neanche…ma siete davvero sicure di volere un uomo pronto a farvi un fisting anale e vaginale? Io credo proprio di no.


PS. Se non sapete cosa è un fisting, meglio per voi.

PPS. Da qualche giorno sono attiva su una pagina FB, L'officina dell'Amigdala, potete trovarmi anche lì.

venerdì 20 febbraio 2015

INFARTO.

Sono letteralmente sconvolta. Devo riprendermi un attimo.
Calma. Ora mi spiego.
Sto scrivendo di getto mentre chatto su FB con una mia amica che è a Dublino.

Ho conosciuto l'architetto tramite lei. Un ragazzo bruttino ma che con la sua riservatezza mi ha conquistato sin da subito. Ci siamo rincontrati in discoteca (dove mezzi brilli ci siamo scambiati un po' di mucose) e poi in palestra dove abbiamo avuto modo di parlare un po' di più.
Niente di ché, i soliti discorsi che si fanno.

Poi ho smesso di andare in palestra e non ci siamo più visti, se non sporadicamente in giro.
Ho ripreso l'attività fisica solo qualche settimana fa e l'ho rincontrato. Abbiamo parlato come al solito e poi siamo ritornati ai nostri esercizi.
Ultimo incontro il giorno del mio compleanno, nel locale dove ho festeggiato.

Oggi parlando con la mia amica scopro che l'architetto è partito per l'Australia. Mi è preso un colpo.
Comeeee?? Ma se una settimana fa era qui!
Ci sono rimasta di merda perché non mi ha detto nulla. Ma non è questo, ci sono rimasta ancor più di merda perché è l'ennesima storia di miei coetanei che fanno le valigie e vanno via.

Poi l'Australia, mica Londra a due ore di volo. No, l'A-U-S-T-R-I-A-L-I-A.

Non so descrivervi ciò che sta accadendo dentro di me all'altezza dello stomaco. Ma sento come uno strappo, misto ad una sensazione di rabbia.
Non se ne possono andare tutti. Non ce ne possiamo andare da questo paese che per me è bellissimo, nonostante le numerose ferite sanguinanti.

Sono visibilmente scossa, tant'è che mi è venuto un mal di testa assurdo e devo drogarmi di paracetamolo prima di finire attaccata alla tazza del water.

Difficile da spiegare, ma queste storie mi toccano profondamente.




giovedì 19 febbraio 2015

CRISTINA



Era il 18 settembre. Ricordo bene quel giorno, uno stupido giovedì di metà mese, con l’estate che ormai salutava la nostra pelle e l’autunno che si affacciava nelle nostre vite.
40 scatoloni, un sacco di soldi spesi per impacchettare una storia durata due anni, le lenzuola sfatte dopo l’ultima notte passata insieme.
Fumavo quella che avevo deciso essere l’ultima Camel light della mia vita, mentre, distratto, guardavo fuori dalla finestra la città svegliarsi.
Raccoglieva i suoi vestiti con i capelli che le scendevano sui seni. Quei seni che avevo stretto e baciato per tutta la notte. Sentivo ancora il dolce sapore della sua pelle mischiato al fumo nella mia bocca. Lo avrei tenuto stretto nella mia saliva per tutta la vita.
Non avevo il coraggio di guardarla andare via. Avrei voluto fare ancora una volta l’amore con lei, sentirla mia, entrare dentro la sua anima, penetrarle i pensieri, il cuore, la mente.
La valigia era già pronta vicino alla porta, quasi ad implorarle di portarla fuori in fretta. Di farla salire su quel treno che l’avrebbe riportata a casa.

Cristina, perché vai via da me?
Glielo avrei voluto chiedere, ancora una volta. Ma non aveva senso.
Nel manuale distruzione, a pagina 19 c’erano tutte le risposte. Avevamo meticolosamente messo in pratica tutti i principi distruttivi di cui eravamo capaci. Non potevamo rimanere legati per un semplice affetto, non sarebbe stato giusto per le nostre vite. Lei era una pura, mi avrebbe amato in eterno, portandomi in un pezzo del suo cuore che però adesso non faceva parte della sua vita. E’ difficile spiegare il disamore.

Cristina, ci metterò altre due vite a farmi piacere una come te. Amavo la tua pelle bianca stesa su quella terra rossa dove per la prima volta abbiamo fatto l’amore. Amavo la matita nera sbavata sotto i tuoi occhi. L’anello che mettevi sempre all’indice. Quella gonna bianca che usavi d’estate per andare al mare. Amavo persino quei pessimi libri che leggevi prima di andare a letto. Amavo tutto di te. Anche quel tatuaggio sulla caviglia di cui tanto ti pentivi.
E adesso? Ti amo ancora ed ecco perché non sopporto saperti non mia. Ecco perché non sopporto ritornare a quel 18 settembre, a quella porta chiusa frettolosamente mentre ancora fumavo la mia Camel light.


Guardo fuori dalla finestra. Sono ancora a letto. E’ un giovedì di metà mese, la città si sveglia e io sono ancora qui con la mia Camel light e il profumo di te, che ormai non ci sei più, nei miei pensieri.

[Grazie a Mi. per avermi ispirato]

domenica 15 febbraio 2015

My Bob.

Ho conosciuto Roberto Angelini. Non poteva esserci San Valentino migliore.
Il concerto era alle ore 22 in un circolo Arci. Sono andata lì alle 21.30 circa quando ancora stavano facendo il soundcheck.
Non c'era nessuno a parte gli organizzatori e Bob ci ha salutato con un ciao a 32 denti. Dopo mi ha confessato che pensava fossimo dello staff. E va beh.

Il concerto è iniziato 3 ore dopo. Rendiamoci conto.
Per fortuna l'attesa non è stata così noiosa: ci siamo dilettate in chiacchiere femminili, ho conosciuto una tipa che promuove eventi culturali in Puglia e in Italia (in genere presentazione di libri), e abbiamo ascoltato qualche pezzo della Municipal, che ha aperto il concerto di Bob.

Alle 12.30 ha cominciato a cantare lui. Un metro e 90 di pura bellezza, di testosterone raffinato e di una bravura fotonica. 
Un concerto molto intimo che mi sono goduta stando in prima fila con lui di fronte. Lui è un mostro con le chitarre e la cosa bella è che fa tutto da solo sul palco: lui, la sua voce, le sue chitarre e il looper.
Ad un certo punto ha chiesto se qualcuno di noi conoscesse Dicembre, ovviamente nessuno la conosceva a parte me. E così mi sono ritrovata a fare la corista su sinceramente, che onore!




A fine concerto ci siamo conosciuti. E' stato lui a presentarsi con quei suoi due occhioni a palla. Siamo rimasti a parlare un po', gli ho raccontato del mio aneddoto di novembre e ovviamente ci siamo scattati la foto di rito. 
Nel mentre io ero un'inebetita.
Mi chiedo dove finisca a volte la mia sfacciataggine. E va beh, ma di fronte a tanta bellezza, il mio asse ipotalamo-ipofisi-gonadi si è proprio alterato. 

Ora senza sminuire la sua bravura, che per carità, è fuori discussione, lui E' PROPRIO FIGO. E' TANTA ROBA. E basta, che sennò perdo tutta la mia dignità femminile.




sabato 14 febbraio 2015

Canzoni tristi per un San Valentino triste.

A San Valentino io non ci ho mai creduto.
Ricordo che il mio primo 14 febbraio da non single lo passai a casa mentre il mio ragazzo andò a giocare a calcetto (ovviamente dopo il mio consenso).
I successivi furono più o meno simili. A 'ste cazzate non ho mai dato peso.
Anche perché l'ammmore, quello vero, non ha bisogno di un giorno particolare per essere ricordato.

Va beh. Lasciamo stare i pipponi, che oggi è sabato e bisogna essere leggeri.

Stasera vado al concerto del mio Bob. Ho gli ormoni in fibrillazione.
Quell'uomo mi fa proprio perdere il controllo. Mi istiga alla barbaria.
Ma tanto lo so, perché è già successo, che quando lo vedrò rimarrò in silenzio come un pesce. Muta e immobile per l'imbarazzo.

Sto perdendo il senso di questo post.
Voglio delle canzoni tristi per un San Valentino triste.
Tipo I love you di Cremonini. Una bellissima canzone, però...

Un giorno, non so dirti quando, ci rincontreremo io e te! 
Tu per la strada coi dischi e la spesa, 
io ancora ubriaco a un caffè. 
Occhi negli occhi, diremo qualcosa sul tempo che va, 
senza il coraggio di chiederci quanto è costata la felicità... 
Non so piu chi sei....
Sai, certe volte ci passo il mio tempo a invecchiare con te, 
vivere per le abitudini come due inglesi all’ora del the. 
Pensare per un attimo di averti ancora, 
se avessimo una vita in più, 
chiamarti prima di dormire come allora, 
solo per dirti una volta in più: 
I love you!

E' un po' nosrtalgica, ecco. E a me mette un po' il magone.

Mi viene in mente anche io che non vivo più di un'ora senza te, come posso stare più di un'ora senza te...Insomma canzoni del genere. Da #dammiunalamettachemitagliolevene.

Canzoni tristi, d'amore struggente, impossibile, passionale. Tutto quello che volete. L'importante che siano d'ammmore.

Si ma cosa ci fai con le canzoni tristi che ti suggeriamo? Creo una playlist su Spotify. Chiaro!

[Poi se magari qualcuno mi dice come posso metterla qui sopra ve la passo!]

giovedì 12 febbraio 2015

mercoledì 11 febbraio 2015

Classe 1986 (ultima parte)

Gli anni dell’università sono stati atipici.
Ricordo di aver abbandonato l’aula del liceo, dicendo in seduta d’esame che avrei fatto ingegneria gestionale. Lanciai uno sguardo di sfida alla mia professoressa di matematica e andai via.
In realtà ad ingegneria non mi sono mai iscritta. Ho avuto paura. E Jacques, studente di ingegneria all’ennesimo anno fuori corso, non mi era proprio di aiuto.
E così scelsi Biotecnologie.
Il perché me lo sto chiedendo ancora oggi.

Non ho grandi imprese da raccontarvi, se non qualche prestazione ironica a qualche esame, le mie degenze in diversi ospedali pugliesi e le fatiche per conquistarmi la laurea triennale.
In tutto questo ormai Jacques non c’era più. Abbandonato nella sua Lancia Delta Bordeaux.

Ero single, potevo divertirmi. Ero libera. Cazzate. La rottura della storia con J mi buttò uno sconforto addosso che levati.
Lui nel frattempo aveva trovato consolazione tra le braccia di una mia amica.
Dimagrii tantissimo (ecco, forse dovrei soffrire per amore più spesso, unica dieta efficace che funziona sul mio corpo) e trovai conforto in diverse attività, ovviamente non sessuali.
La bici, la corsa, poi il mare…cose banali alle quali mi sono sempre aggrappata.

Fu mister X ad avvicinarmi al mondo della corsa. Mi bastò uno sguardo che mi lanciò mentre correva sul lungomare a convincermi in questa impresa.
Quell’estate la passai in fissa con lui. Senza nessuna vergogna, mi presentai a lui e gli manifestai tutto il mio interesse.
A volte mi chiedo che cavolo mi passa per la testa. E va beh.
Mister X era un imbecille patentato e a fine estate uscì con una mia amica. Meno male, fu lei a far da cavia e ad accorgersi di quanto la mia mira fosse stata sbagliata.

Poi conobbi Siamosoloamici. Un uomo molto più grande di me, del quale mi invaghii, ma dopo averlo baciato decisi che era meglio se rimaneva mio amico, piuttosto che farlo diventare il mio fidanzato.
Dopo un periodo decisamente no, di una durata non quantificabile, riuscii a laurearmi. Mi sentivo felice, la vita non era poi tutta contro di me.
Dopo due giorni la laurea, senza chiedermi se lo volessi veramente, mi iscrissi alla specialistica.
Non volevo pensarci troppo. Volevo studiare e basta. Mi sentivo Wonder Woman (dei poveri).
Tra un esame e l’altro, mi concedevo qualche viaggio, tanto mare, qualche storia impossibile e cose sempre nuove da fare, pensare, vedere, gustare, improvvisare.

In meno di due anni ho fatto 14 esami, scritto una tesi e svolto un tirocinio a Verona.
Verona, croce e delizia per nove mesi della mia vita. Un parto per capire che è bello stare lontani da casa, ma è anche bello ritornarci e provare a viverci.
Ed eccoci qui. Da qualche mese laureata, con un passato tutto sommato normale (????), un presente entropico e un futuro che è un mistero.
O quasi.

Domani è il mio compleanno, in questi ultimi giorni penso molto alla mia vita. Ecco il senso di questi post.
Un famoso scrittore di provincia mi ha detto che sono autocelebrativa.
Vero, non posso negarlo e non posso farne a meno. Sono questa: mi piaccio e mi maledico allo stesso tempo. Sono tutto e sono niente. La mia vita, con molte difficoltà, mi piace e voglio celebrarla per quanto questo mi è possibile.

Oggi ho quasi 29 anni, non so se assomiglio all'idea che avevo di me quando il mio corpo ha cominciato a cambiare nella forma, nei sentimenti e nei pensieri. Però mi piaccio.

Sono una mangiatrice seriale di biscotti, un' appassionata di medicina e scienza, un' innamorata folle di Fabio Volo e Michael Fassbender, una divoratrice di musica di ogni genere, una pensatrice professionista, una vittima perenne del colpo di fulmine, un' utopista logorroica paranoica, una minchiona di professione ma più di tutto…una precaria sentimentale.
Sono tutto quello che ho. Tutto quello che penso. Tutto quello che amo.

Ho un sogno nel cassetto che ogni giorno, o quasi, rispolvero: avere una vita vergognosamente libera e felice, anzi serena (perché la felicità è un'emozione effimera).
Ah, dimenticavo una cosa importantissima: scrivo per tenere a bada il caos. Siete ancora in tempo per fuggire.

martedì 10 febbraio 2015

Classe 1986 (parte 2)

....Scelsi il liceo scientifico (stessa scuola di Paolo), dove ebbi modo di conoscere nuove persone, con le quali non mi legai mai realmente.
Avevo rapporti convenevoli con tutti, anche con quelli che in classe erano i più emarginati.
La mia vita era fuori: frequentavo la parrocchia e fu proprio lì che conobbi Jacques.
Jacques, 5 anni più grande di me (che vi posso assicurare a quei tempi per una sedicenne erano tanti), era l’obiettore di coscienza della parrocchia. Attraverso giochi di magia che non vi sto qui a spiegare, riuscii ad avere il suo numero. Cominciai così a mandargli dei messaggi fino a quando non fu lui a propormi di uscire.
Lui era fidanzato da 5 anni, ma la sera stessa che uscì con me, lasciò la sua ragazza. Quel gesto mi spaventò molto: Jacques mi piaceva, ma cosa voleva dire questo?
Dopo una settimana io e Jacques stavamo insieme, contro il volere di molte persone. Il parroco, che conosceva molto bene Jacques, i miei genitori che all’inizio mi ostacolarono tanto, alcuni miei amici, che non riuscirono a mandar giù il fatto che io mi fossi allontanata un po’ da loro per stare con lui. E la sua ex ovviamente, che per i primi mesi fu un incubo nella vita di Jacques, ma mai nella mia. Forse perché, anche io, in fondo, non ero del tutto convinta di questa storia e mi interessava poco se qualcuno potesse minare la nostra stabilità.


Jacques veniva da una famiglia difficile, era un mantenuto che voleva fare il ribelle. Ma con i soldi di papà è facile fare i ribelli. Però mi voleva bene e mi riempiva di attenzioni, fin troppe direi.
Solo quasi sei anni dopo mi accorsi che, effettivamente, non avevo tutti i torti.
Il sesso con Jacques era stupendo, ma tutto il resto faceva cagare. La mia vita faceva cagare se c’era lui. E così una sera, all’ennesimo litigio, senza pensarci troppo, uscii sbattendogli la portiera della macchina e ciao per sempre.

Per questa mia incapacità di legarmi a qualcuno, cambiai spesso compagni di banco. Ma la verità era che non avevo nessun pretesto per legarmi a qualcuno di loro. Li trovavo lontani dal mio essere, così tanto, che ogni tentativo di cercare un punto in comune falliva.
Avevo il mio mondo fuori: gli amici della parrocchia, loro sì che mi capivano. E poi con loro mi divertivo sul serio.
E avevo un universo dentro che arricchivo e scoprivo con la musica, le letture, la scrittura. Fondamentalmente ero una snob, una presuntuosa, un’antipatica che si credeva chissà chi solo perché aveva un fidanzato figlio di un noto medico dell’ameno paesello, leggeva libri di letteratura straniera e ascoltava musica di nicchia.
Non a caso, gli amici della parrocchia, mi chiamavano Principessa.

Loro, che adesso sono sparsi in diverse parti di Italia, mi hanno voluto bene sul serio (e me ne vogliono ancora oggi per fortuna), nonostante non fossi come loro, nonostante avevo questo mio lato ribelle che non esitavo a tirar fuori, nonostante ai campiscuola dovevo rompere costantemente le palle per qualcosa che non era come dicevo io.
In tutto questo, riuscii a vivermi quegli anni in maniera più o meno tranquilla, cercando di mantenere l’etichetta di brava ragazza che mi era stata affidata.
Jacques era il mio porto sicuro, anche se con lui litigavo spesso. Passammo diversi momenti di crisi, tutti per colpa mia. Ogni tanto sparivo, lasciandolo sospeso.
Per alcuni mesi, quelli che precedettero la maturità, lo “tradii” con un maresciallo della marina che avevo conosciuto in chat. Che brutta persona che ero con e per lui.

Studiavo tanto, ma per i miei professori non era abbastanza. Riuscii comunque a diplomarmi con un voto alto (95), che non mi aspettavo assolutamente.
Dopo la maturità, ripresi in maniera stabile la mia storia con Jacques, nonostante, ormai, si fossero create delle rotture tra di noi....

lunedì 9 febbraio 2015

Classe 1986 (parte 1)

Classe 1986. Fin da quando lo spermatozoo di mio padre e l’ovocita di mia madre si incontrarono, tutti pensarono che io fossi un maschio. Persino il ginecologo più famoso dell’ameno paesello in cui sono nata e cresciuta.
Al via l’acquisto delle tutine celesti e delle scarpine senza fiocchi. 
Poi, il giorno della mia nascita, esattamente il 12 febbraio di tanti, ma tanti, ma tanti anni fa, l’ostetrica uscì dalla sala operatoria esclamando con giubilo a mio padre: è una femmina
La delusione di essere nata con una farfalla al posto di un pesce fu, per fortuna, subito rimpiazzata dalla gioia della mia nascita. 
Una bella bambina di 3,5 kg, con una folta chioma nera, di pelle color cioccolato e le guance rosse come due ciliegie. 
Mia madre dice sempre che io mangiavo, bevevo e dormivo. Funzioni primarie ed essenziali che ho mantenuto con una certa costanza per il resto della mia vita. Diciamo che non ero per lo spreco di energie, ecco.

I primi anni di vita li ricordo grazie alle fotografie che vagano per casa. Avevo degli occhioni che si impossessavano di tutto e di tutti. Ero vanitosa, terribilmente vanitosa. 
Alla scuola materna, la mia maestra mi faceva fare, durante le recite, dei balletti terribili, roba da seppellire la testa, ma anche tutto il corpo, sotto la sabbia per la vergogna. 
Rossetto rosso e ombretto blu, gonne svolazzanti…insomma, meglio se non continuo. Però ero una bambina che non passava inosservata. Soprattutto agli occhi di Giovanni, il primo “uomo” della mia vita che feci subito fuori a colpi di indifferenza.

Fui un talento incompreso. Volevo fare la ballerina (unica nota positiva rimasta di quei balletti che la maestra mi insegnò), ma mia madre mi iscrisse al corso di ginnastica correttiva. 
Mi piaceva disegnare e colorare, ma la maestra mi insegnò (oltre ai balletti, è chiaro) a leggere e scrivere a 5 anni. Arrivai in prima elementare snobbando i miei compagni che faticavano a scrivere le vocali.

Di quegli anni non conservo ricordi molto nitidi. Guardavo Non è la Rai e imitavo Ambra Angiolini davanti allo specchio.
Una volta mia madre mi beccò che facevo la cretina in camera sua e io da quel giorno smisi di atteggiarmi, considerato che ormai mezzo paese conosceva le mie doti da soubrette davanti allo specchio. Non solo, fare la cretina mi era costato una caduta e cinque punti dietro alla testa, all’altezza del cervelletto. Sarà stato per quello che adesso sono così.

Avevo una compagna, Isabella, con la quale passavo molti pomeriggi, facendo i compiti insieme. Poi c’era Natale, che ogni tanto si univa a noi e dal quale mi piaceva farmi prestare i rollerblade, Antonella, che ricordo per il tragico destino che le capitò (perse sua madre malata di cancro in quinta elementare), Mauro, di cui ricordo il rosso vivo dei suoi capelli, Roberto, ancora oggi innamorato di me, e poi Cicciopalla, la bella dagli occhi azzurri e tanti altri.

In quegli anni ero una bambina piuttosto tranquilla, portavo sempre la frangetta, i capelli raccolti, frequentavo una ludoteca con altri miei coetanei, dove riuscii a conquistarmi la simpatia di Maurizio, uno degli animatori. Un bellissimo ragazzo che non ho mai più rivisto, mah. 

Ero la prima della classe, quella che le maestre coccolavano senza troppo ritegno. 
Sempre in quinta elementare ebbi il mio primo fidanzatino, Luigi, lo stesso Luigi che rivedo ancora oggi perché vicino di casa di mia nonna.
Luigi mi voleva bene, come sanno volerti bene i bambini di 10 anni, ma io no. Non so neanche perché misi la croce sul SI, quando mi scrisse la classica frase Ti vuoi mettere insieme? 
Insomma, per farla breve, io mi vergognavo e per sembrare quella forte, finii col fargli un sacco di dispetti. Per fortuna, lui mi ha sempre perdonato.
Non ricordo bene come impiegassi il mio tempo oltre la scuola. 
So che mia madre mi iscriveva ogni anno in palestra per questa benedetta ginnastica correttiva, che guardavo pochi cartoni animati, che ero ligia al mio dovere di studentessa e che l’estate mi trasformavo in un maschiaccio, intenta a giocare in cortile con i miei vicini di casa.

Alle medie conservai il mio stampo di ragazzina seria, meticolosa studentessa che se ne stava sempre per i fatti suoi. 
Amavo il mio prof di matematica perché aveva un modo ironico e leggero di insegnare, ma amai anche quello di italiano, che lodava i miei temi, leggendoli davanti a tutti in classe, e che con scarsi risultati cercava di convincermi ad iscrivermi al magistrale. 
Fu così che imparai l’arte della scrittura sui diari di Mafalda e su delle vecchie agende, per poi perfezionarla su quelli della Smemoranda ai tempi del liceo.

In quegli anni mi avvicinai al mondo della musica, quella vera. 
Ricordo che ogni volta che andavo da mia nonna, mi intrufolavo di nascosto in camera di mio zio, e leggevo i giornali di musica che lui comprava. 
Fu allora che ascoltai per la prima volta gli Afterhours, gruppo che avrei poi apprezzato per tutta la vita, ma che i miei coetanei non sapevano manco chi fossero.
Erano gli anni delle Spice Girls e dei Backstreet Boys. Ascoltavo anche loro, in particolare le Spice, che avrei voluto imitare tutte, perché tutte mi piacevano: la mascolinità di Mel C, il lato baby di Emma, l’aggressività di Mel B, l’eleganza di Victoria, la tamarraggine di Geri.  

In seconda media, conobbi Paolo, quello che sarebbe stata la mia prima cotta adolescenziale, trasformandosi poi in un amore non corrisposto che è durato anni.
Paolo era il fratello maggiore di un mio compagno di classe, mi innamorai dei suoi occhi color verde acqua e poi perché era proprio bello. 
Con Paolo non successe mai nulla, salvo ritrovarlo 5 anni dopo, in estate, per caso in un locale, e cominciare una relazione virtuale intensa che però, per uno strano gioco del destino, non si riuscì mai a concretizzare (io che ero fidanzata, il giorno dopo averlo visto, partii per le vacanze e quando ritornai, lui partì per Milano, dove studiava). 
Rimanemmo così due che continuarono a sentirsi di nascosto per messaggi, fino a quando lui non andò in Erasmus. 
Oggi Paolo è solo un bel ricordo adolescenziale. Si è sposato, si è imbruttito, vive in Canada e aspetta una figlia.

Nonostante Paolo, onnipresente nei miei pensieri, Fabio, riuscì a rubarmi il tempo, più che il cuore, per una manciata di giorni estivi, prima dell’inizio del liceo. Fu il mio primo bacio, il mio primo ragazzo ufficiale, il mio primo non amore. 
La fine dell’estate segnò anche la fine della nostra storia. Lui ritornò nel suo paese e io rimasi nel mio, con la Smemoranda che mi regalò affinché io mi ricordassi di lui. 
Ma la verità è che io lo dimenticai subito, e nonostante le promesse di vederci durante l'anno, non ci vedemmo mai, ma ci rincontrammo l’estate successiva, e quella successiva ancora. Stessa spiaggia, stesso mare.
Ma durante quelle estati il mio cuore era già stato dato in affido ad altri ragazzi....

(to be continued...)

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