giovedì 25 agosto 2016

Quando arriva Settembre

Quando cominci a desiderare settembre, pur avendo l'estate nel cuore, significa che stai diventando grande.

Ho sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti di questo mese.
Da un lato, ne sono affascinata per il richiamo all'ordine e alla manutenzione dell'anima, favorita dai buoni propositi da stilare, dall'altro nutro un forte odio per settembre che riporta tutto alla tranquillità, alla routine e alle cose di sempre, spegnendo i fuochi folli dell'estate.

Ma, mai come quest'anno, desidero che questo mese arrivi presto.

1.Sarò fuori per lavoro: Urbino, prima, Gerusalemme, poi, mi aspettano. E tra le due mete, potete immaginare quale sia la più ambita.
Saranno queste, per quanto sarà possibile, le mie vacanze.

2.Ho bisogno di ritrovare la mia dimensione giornaliera. Il treno, gli amici pendolari, la musica nelle orecchie, le conversazioni con gli sconosciuti, il caffè alla macchinetta con la collega, i libri, la palestra, il cinema, le serate in casa spalmata sul divano.
Tutte le cose semplici che ho lasciato da parte in questo mese.

3.Concentrarmi su me stessa. Sul lavoro, sui pazienti, sul futuro da progettare. Cosa farò?
Devo cominciare a pensarci seriamente. Tra un anno (quando il mio dottorato terminerà) vorrei avere le idee chiare.

4.Il silenzio. Che detta così sembra una sciocchezza. Ma io ho bisogno di silenzi e digiuni. Spogliarmi un po' di tutto il frastuono accumulato nei mesi estivi solo per distrarmi da una storia andata male e da altre neanche cominciate.

Insomma, di motivi buoni per cominciare serenamente questo mese ce ne sono. Ora spero solo di non cambiare idea.

lunedì 22 agosto 2016

Giornata amarcord.

Da un po' di tempo, FB utilizza un modo carino per ricordarti i post datati negli anni precedenti con l'app Accadde oggi
Devo dire che grazie a questa app mi sto rendendo conto di quanto negli anni sia passata dalla superficialità più becera a momenti di esibizionismo cosmico, passando per contenuti più o meno seri. La cosa mi diverte, ma allo stesso tempo mi fa riflettere tantissimo su come il modo di usare il social sia cambiato negli anni, non solo da parte mia.
Così stamattina, come ogni mattina, all'accesso FB mi ha proposto una foto di un anno fa.
Ero a Dublino, che mi accoglieva con il suo cielo plumbeo e quella pioggia tipica dei paesi anglosassoni. 
Ero al mio primo giorno di una vacanza organizzata in poco tempo e che prevedeva una sosta di qualche giorno in due capitali europee dove avrei passato il novanta per cento del tempo da sola.
Ero felice perché stavo mettendo ordine -per l'ennesima volta- alla mia vita.
Ero lontana da me, eppure allo stesso tempo così vicina e legata a quella me più intima e profonda che mi faceva stare male.

Oggi ho pensato spesso a quella vacanza, a quei 10 giorni passati come una barbona, macinando km e pensieri. Ci ho pensato e l'ho invidiata. Perché se c'è una cosa che quest'estate mi è mancata tantissimo è stata proprio partire da sola, dedicarmi del tempo, mettere ordine dentro.
Ho pensato al coraggio che ho avuto nel prenotarmi una camera singola in un palazzo di Parigi nel XIII arrondissement, alla solitudine un po' sofferta, a quanto carica e ricca sono tornata. A quello che ho saputo custodire nel cuore mentre mi sentivo cittadina del mondo per le strade di Dublino e Parigi.
Insomma....giornata amarcord.



 

domenica 7 agosto 2016

Tema: la mia prima settimana di ferie.

Ho passato la mia prima settimana di ferie in un clima di disperazione misto a voglia di suicidio. 
Ho provato a fermarmi, a fare le cose con calma. 
Risultato? Ho sfiorato la depressione almeno 10 volte al giorno. 
Non sono abituata a stare in modalità offline. Ma evidentemente il mio corpo ne aveva bisogno. 
Ho dormito tanto, consumato le lenzuola, adagiato le mie ossa su qualsiasi oggetto che prevedesse una posizione orizzontale. 
Poco mare. E poche uscite. Vita sociale pari a zero. Non ne avevo tantissima voglia. 
La verità è che, dopo il weekend scorso, dove mi sono ritrovata l'innominato, sulla stessa spiaggia in Salento, e dopo esserci ignorati a sufficienza, io sono ritornata con una tristezza immane che ho fatto fatica a togliermi di dosso. 
Non pensavo che un saputello cafone potesse condizionare a tal punto la mia vita e il mio umore.
Poi sono rinsavita. 
Ho un mese di ferie e non posso mica passarmelo così. Mi son detta. 
Mi dispiace solo di non essere riuscita, ancora una volta, a saper gestire un abbandono. Uno strappo. Un distacco. 
C'è qualcuno che ne è in grado?

Ogni volta mi chiedo come si può passare dallo stare insieme come i migliori amanti dei film americani alla totale indifferenza. E' una cosa a cui non mi abituerò mai.
Non mi aspetto un contratto di messaggistica che ci possa tenere legati in qualche modo, ma mi aspetto sempre che, prima di salutarsi in questo modo davvero infame, chi ha intenzione di interrompere, sia disposto almeno a cedere alla verità. A dirle, quelle parole scomode. Tipo non voglio sentirti più. Non mi piaci, ci ho provato ma niente. Non mi va più di passare del tempo con te. 
Non ho mica un fucile in borsa. Anzi, sarei contenta di avere un confronto così duro ma almeno veritiero. E non nascondo che mi farebbe male, ma almeno non mi farebbe vivere appesa.

Perché è così che mi sento adesso. Appesa.
In attesa di un possibile ritorno.
Perché alla fine tutti tornano. 

mercoledì 27 luglio 2016

C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo.



C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo. Lasciare andare tutto. Spogliarsi. Rimanere con se stessi. Anche se ci farai a cazzotti. Ti maledirai, forse ti benedirai. Dirai, in ogni caso, qualcosa di te. Ti racconterai, forse ti scoprirai. Ma dovrai fermarti. Condicio sine qua non.

Non riesco a fermarmi. Corro veloce. Fuggo. Da cosa non lo so. So solo che un moto perpetuo governa i miei stati d'animo. Vorrei fermarmi. Rimanere. Stare.
Ci provo. Costantemente. Adesso sta diventando un imperativo. Cercherò con le ferie di staccare sul serio da tutto.
Non sono felice, ma non so cosa mi rende tale. Non riesco a capire cosa mi manca quando, apparentemente, credo di avere tutto. Non riesco a capire cosa non va quando, apparentemente, credo che vada tutto bene.

E' un continuo collezionare di non so.
Non so come si fa a rilassarsi un attimo.
Non so non pensare al futuro, a cosa sarà di me tra un anno.
A come andrà questa mia vita, che si consuma tra lenzuola usate e parole non dette.
Non so cosa voglio sul serio.
Non so cosa farmene di tutti i buoni propositi che non ho mantenuto.
Non so dove incanalare tutte queste inquietudini che mi porto dentro.
Non so niente.

E mi viene in mente quella frase di Pessoa. Che magari c'entra ben poco.

Non sono niente. 
Non sarò mai niente. 
Non posso voler essere niente. 
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

E' che nonostante tutto, dentro mi porto dentro sogni grandi quanto una casa. E forse è per questo che ci sto male, per la mia incapacità di sporcarmi le mani, di mettere tutto in discussione e provare a realizzarli.
Vado avanti dicendomi che passerà, che questo non è altro che un periodo. Può essere, ma adesso comincio ad essere stanca. Colleziono distrazioni che mi tengono lontana dai problemi veri, ma la verità è che si può fare tutto quello che si vuole, ma nulla ci tiene lontano da quello che ci alberga nel cuore.
E adesso io nel mio cuore vedo un'enorme matassa che aspetta solo di essere sciolta.


mercoledì 13 luglio 2016

Stiamo vicini, amici pendolari e non.

Pensi che non possa succedere a te.
A te che prendi il treno ogni giorno alla stessa ora.
A te, pendolare seriale, maniaco nella scelta della carrozza. Che è sempre la stessa. Perché è quella dove incontrerai gli altri pendolari seriali come te, con i quali ti fermerai a parlare, a raccontare la tua giornata lavorativa, i tuoi problemi, le tue felicità momentanee. Magari con qualcuno ci flirterai pure. Poi uno scontro. Bam. E sei finito.
Rosso e nero. Non capisci più niente. Chi sei. Dove ti trovi. Cosa sta succedendo. Le voci, le urla, il sole che brucia la pelle e le ferite che ti ritrovi addosso.
Piangi. E preghi Dio che qualcuno ti venga a tirar fuori da lì.

Pensi che non possa succedere a te.
E infatti non è successo a me.
 A me che quella linea non la prendo.
 A me che oggi sono andata in macchina a lavoro.
 Però.
Però è come se su quel treno ci fossi salita anche io. Perché la voce mi trema. Così come le mani. Perché la disperazione e la paura si sono affacciate in questo pomeriggio afoso di metà luglio.
Perché su quel treno, ci sono persone che conosco e che viaggiano come me.
Perché è impensabile che due treni possano scontrarsi, non siamo mica in India, e invece.
Perché io non vorrei la mia vita spezzata così, per una tragica fatalità.
Perché io ci passo due ore della mia giornata su un treno.
Perché oggi sarà più dura tornare a casa, sapendo che a pochi km ci sono vite distrutte in mezzo a lamiere incandescenti.
E allora non riesco a non pensare a quello che è successo.
 A quel treno, sul quale potevo esserci anche io.
Stiamo vicini, amici pendolari e non.

giovedì 7 luglio 2016

Come si fa?

Pennac diceva che il tempo per leggere, come quello per amare, dilata il tempo per vivere.
Riformulerei la frase asserendo che il tempo per scrivere dilata quello per vivere. Perché scrivere è come vivere due volte quello che ci accade.

Nell'ultimo post mi portavo dentro un magone grande quanto una casa sul petto. Ho pianto come forse non succedeva da un po'.
Non riuscivo a trovare pace e più cercavo di calmarmi, più mi tormentavo.
Inutile dirvi che tutto questo frullare interiore era dovuto ad un uomo.
Uno sconosciuto.
L'ennesimo entrato nella mia vita.
Forse per sbaglio, forse perché doveva andare così.

Quest'uomo esiste ancora.
Ci vediamo. Ci sentiamo.
Quando stiamo insieme stiamo bene.
Niente di più. Niente di meno.

Un giorno siamo due estranei. Il giorno dopo ancora.
E poi i migliori amanti che si possano conoscere.

Nel frattempo io mi chiedo se tutto questo può bastarmi. Se può andarmi bene.
E mi tormento.

Qualcuno mi ha detto che dovrei fermarmi.
Chiudere la porta.
Pensare a me.

Poi ripenso a quegli occhi celesti, a come mi fanno sentire.
E a come non mi fanno sentire.

Vorrei essere arrabbiata. Trovare il coraggio di ribellarmi.
Ma come si fa?

lunedì 30 maggio 2016

Una pallina nella pancia.

Chi ha letto l'ultimo libro della Gamberale - Adesso- sa bene che c'è un fil rouge che ricorre in tutto il romanzo. E' questa pallina nella pancia che scuote le anime dei personaggi. E' questo adesso imperativo che muove le trame esistenziali di Lidia e Pietro. 
Leggetelo, se non l'avete ancora fatto.

Io l'ho fatto ormai da un bel po', ma ogni tanto mi piace pensare a quell' adesso. Alla mia pallina nella pancia. 
Pensavo che riprendermi da F. non sarebbe stato facile. In fondo, si sa, che quando viviamo qualcosa di bello è poi difficile lasciarlo andare.
Ma ho avuto degli anticorpi piuttosto aggressivi che hanno attivato subito le risposte immunitarie necessarie per dimenticare. 
Del resto, non potevo fare altro. La distanza non era dalla mia parte. E probabilmente, anzi sicuramente, quello che avevamo vissuto non era stato poi così forte da renderci invincibili.
Così sono ritornata alla mia solitudine, ai miei pensieri, al mio lavoro, alle mie ansie, al mio mare. 

Fino a quando, un pomeriggio di due settimane fa, ho accettato l'invito ad un caffé. E' stato un pomeriggio piacevole, che è diventato sera e poi notte. 
E poi dubbi e paure. 
Adesso è una pallina nella pancia che fa male insieme ai silenzi. 

Sono nuovamente sola, con una persona scomparsa nel nulla senza spiegazioni. 
E mi chiedo perché.
Perché finisce sempre tutto così. Senza un motivo. 

sabato 7 maggio 2016

Non avere un titolo per i pensieri del sabato pomeriggio.

Ho capito che posso dimenticare in fretta.
Che questa razionalità non mi piace. Ma mi serve. Mi aiuta. Ho messo da parte tutte le emozioni vissute con F. Non so neanche io come ho fatto a dimenticare la tempesta del mio stomaco che mi tormentava quando sono tornata da Lisbona. Però dovevo sopravvivere. E non con le sue non risposte. E così ho fatto da me, come sempre.
Mi sono affidata a quei due-tre neuroni che mi sono rimasti.
Ci sentiamo, certo. Ma non andiamo da nessuna parte insieme. Ci illudiamo che un telefono possa annullare le distanze e che poche parole possano farci sentire vicini.
Ci illudiamo.
Però io vado avanti. Faccio la mia vita.
E lascio che altri si affaccino sulla mia strada.
Non è bello chiudere così di botto in una scatola certe emozioni. E io mi sono accorta che, ormai, certi gesti mi vengono in automatico.
Ripeto: non è bello.
Perché quando diventi un automa in grado di gestire con perfezione le tue emozioni allora vuol dire che c'è qualcosa che non va. E nel mio microchip emozionale c'è sicuramente qualcosa che non va.
Ne sono sicura.
Non so dirvi cosa. Però se prima mi fissavo con qualcuno e trascinavo storie-non storie per mesi, adesso mi ritrovo a fare tutto il contrario. Quasi come se volessi archiviare subito il tutto senza che possa scalfirmi minimamente. Pensavo fosse un meccanismo di difesa, ma mi sto accorgendo che la difesa del mio cuore c'entra ben poco.
E' qualcosa di più profondo, qualcosa che era scritto già nel mio DNA prima che tutte le storie non andate a buon fine mi facessero male.
Sto andando leggermente sottovuoto per scoprirlo.
Forse troverò delle risposte e ve le racconterò.

venerdì 22 aprile 2016

Ancora con una valigia in mano.

Riparto. Vado a Firenze.
A meno di un mese da quello che è stato uno dei più bei viaggi che ho fatto.

Ripenso spesso a Lisbona.
In un periodo in cui dovrei pensare ad altro.

Dimenticherò anche lei e tutti gli effetti collaterali.

Nel frattempo stacco dal mondo con un'ennesima fuga.
Mi vado a prendere una boccata di ossigeno lontano da un quotidiano che mi sta spegnendo giorno dopo giorno.

giovedì 21 aprile 2016

Non scrivo da 18 giorni e.

Non scrivo da 18 giorni.
Che a me sembrano una vita se penso a tutto quello che è successo nel mentre.
Rileggo che ero felice. Sì, lo ero. Perché ero tornata da Lisbona, avevo conosciuto F e il mio cuore era un tantino più leggero.
Ma poi è subentrato il tormento. Quel mal de vivre che, fondamentalmente, non abbandonerà mai un'inquieta cronica come la sottoscritta.

F è diventato onnipresente nella mia vita.
Istantanee di momenti trascorsi insieme mi passavano (e lo fanno tuttora proprio mentre scrivo e mi si chiude lo stomaco) davanti gli occhi in ogni momento della giornata. I suoi messaggi arrivavano puntuali proprio quando non erano previsti dai miei disegni mentali.
Mi sono distratta parecchio a lavoro.
Ho pianto alcune sere.
Ho riflettuto molto sul da farsi.
Gli ho scritto come mi sentivo e cosa provavo.

Avrei preso un aereo.
Ma quello che ho presa è stato solo un onestamente non credo che farti prendere 4 aerei dicendoti "sarebbe bello vedersi senza aspettative, promesse, paure, progetti e altre manfrine" sia esattamente una cosa che mi viene da fare senza pensarci su.
E allora avrei voluto dirgli Pensaci allora.
Ma non gli ho detto niente.

Sono ritornata sui miei passi.
Nei miei silenzi.
Forse è meglio così. Meglio non incasinarsi la vita. E allora amici come prima. Teniamoci il bello di quello che è successo.
Però...però a me questa volta mica mi viene facile tenermi il bello e basta.
Perché questa filosofia mi ha pure un po' stancato. Non posso sempre accontentarmi nella vita.
Ma non ci sono soluzioni se non quella di prendere il bel capitoletto F e relegarlo in un cassetto.
Riusciremo in questa impresa?

sabato 2 aprile 2016

Pochi giorni.

Amore mio lo so che sono ancora pochi giorni
però mi manchi da morire
Non te lo dirò mai 
ma fino a che non torni io rischio di impazzire


Cari lettori, eccomi qui. 
Non sono sparita ma la mia vita ha subito una lieve impennata che non mi aspettavo. O forse sì.
Sono stata a Lisbona. E mi sono innamorata. Di Lisbona. Ma non solo. 
Però per fare le cose per bene, ora vi spiego tutto con calma cercando di essere il più breve possibile.

A inizio dicembre scorso, mentre un altro strappo mi bruciava i muscoli dell'anima, una mia amica mi ha parlato di un suo amico che era riapparso nella sua vita dopo anni di silenzio. 
Michi, lo devi conoscere. Secondo me ti piace e poi vive a Lisbona.

Coooosa?? 

Credo che in quel momento tutti i miei neuroni si siano svegliati di colpo alla parola Lisbona.
Insomma, per farla brevissima, lui in quell'istante mi ha chiesto l'amicizia su FB (su consiglio-ordine della mia amica) e abbiamo cominciato a scriverci. Niente papiri, niente ore passate al pc, ma solo fugaci scambi di battute. E tante risate. 
Nel giro di 2-3 giorni abbiamo scoperto di avere due passioni in comune: i viaggi e i libri. 
Dopo 4 giorni io ho comprato un biglietto A/R (purtroppo) per Lisbona. 
Un colpo di testa a cui non abbiamo creduto né io né lui. 
Mi sono autoinvitata a casa sua e l'ho costretto a sopportarmi per quasi 6 giorni. 

La partenza non è stata immediata, sebbene l'avessi voluto. 
Abbiamo passato quasi 4 mesi scrivendoci a giorni alterni e casuali. 
Non era un rapporto speciale ma neanche qualunque. 
Io non avevo la testa per impegnarmi in conversazioni virtuali e lui probabilmente non aveva il tempo.
Così capitava che ogni 2-3 giorni scappava qualche messaggio, commento, suggerimento letterario, foto o robe così. Niente di intimo. Niente di porno. Niente che potesse suscitare sentimenti, emozioni, reazioni. Non so se mi sono spiegata. 
Si parlava di Lisbona, libri, musica, uomini, padri e madri, film. Cose normali, forse a volte banali.

Poi è arrivato marzo. Il giorno del suo compleanno lui era qui. E io sono andata alla sua festa. 
Ci siamo visti. Ci siamo finalmente guardati negli occhi, abbracciati, toccati. Eravamo reali. 
Quel giorno ho ricevuto un regalo: un libro del suo autore preferito e una guida di Lisbona.
Sono tornata a casa tardissimo con un sorriso sul cuore e una dedica sul libro che mi ha lasciato senza parole. 

F. aveva, anzi ha, qualcosa di speciale. Una gentilezza fuori dal comune. Una sensibilità notevole. Una tenerezza spiccata che mi ha lasciato in apnea dialettica. L'ho osservato tutta la sera, contemplando quanto fosse bello nei gesti e nell'affetto che mostrava ai suoi amici e anche a me che, in fondo, non conosceva. 

Le sere seguenti le abbiamo passate insieme, con i miei e suoi amici. Bevendo e ridendo come se ci conoscessimo da sempre. 

Poi lui è ritornato in patria e qualche giorno dopo l'ho raggiunto. 

Credo di aver vissuto una breve parentesi cinematografica. A tratti illusoria.
F. è stato gentilissimo con me: mi ha riservato la sua stanza, mi preparava la colazione, il pranzo, la cena. Lo avrei sposato se solo me lo avesse chiesto. Ma non l'ha fatto, sigh!

Non mi ha fatto mancare nulla. 
Però c'era un problema: nonostante fosse affettuoso con me, mi abbracciasse, mi accarezzava in pubblico e in privato, non mi baciava. Non ci ha provato. 
Fino a quando una mattina è entrato nel mio letto. Così per scherzo. Per comodità.
E niente. Non ci siamo più staccati.
Abbiamo mandato all'aria i programmi della mattina e siamo rimasti a letto come la migliore coppia cinematografica americana. 
Io non credevo ai miei occhi. 
Peccato che tutto questo sia successo a due giorni dalla mia partenza. Ma non ci siamo negati nulla.
E io sono stata bene. Letteralmente in un'altra dimensione: LSD. La Sua Dimensione.

Non vivevo momenti così da anni. E non sto esagerando.
Tutto era magico: il modo in cui mi guardava, il modo in cui mi accarezzava la pancia, mi scompigliava i capelli, mi toccava il viso, mi stringeva i fianchi. 
Non sentivo il calore di mani estranee infondersi nelle mie cellule da tempo immemorabile.

In questi anni, non ho fatto altro che collezionare rapporti sempre fugaci di cui non riuscivo a godermi - a volte- neanche il momento e che mi lasciavano, il giorno dopo, sempre con un vuoto immenso dentro. 
Invece questa volta, per la prima volta dopo anni, ho sentito quasi il desiderio che un'altra persona rimanesse dentro me. Come Myriam che implora Yair di non uscire dal suo corpo dopo averlo fatto in Che tu sia per me il coltello di Grossman. 

Poi sono ripartita. 
Non ci siamo detti nulla. Non ho cercato promesse. Ho forse desiderato qualche parola in più. 
Ma alle 4 di notte l'unica cosa che potevamo dirci era un abbraccio al gusto di rimaniamo attaccati ancora un po'.
Gli ho scritto una lettera al mio ritorno. Mi bastava fargli sapere che ero stata bene. Che quello che avevo vissuto pensavo di non meritarlo e invece mi sono stupita nel trovare qualcuno che - fosse anche perché è nella sua natura- fosse disposto a farmelo vivere. 
Lui è rimasto senza parole, un po' come è scritto nel DNA della sua timidezza. 

Oggi, a 4 giorni dal mio ritorno, continuiamo a sentirci. 
Non ci sono progetti futuri, forse solo il desiderio di rivedersi. Che, con molta onestà, devo ancora capire se è reciproco. 
Ma confesso che mi importa poco. O meglio fingo che non mi importi.
Ho davvero tante belle emozioni dentro che tutto il resto, al momento, non conta.
Prenderei l'aereo anche in questo istante se me lo chiedesse.
Non l'ha ancora fatto e forse non lo farà.
Ma non ci voglio pensare.
Penso, invece, che ho conosciuto una persona bella che non conoscevo da tempo.
Che mi ha lasciato un cuore elastico che batte e che, forse, è ancora in grado di provare qualcosa. E mi basta questo. Perché per me, in un periodo di anoressia emotiva come quello che stavo attraversando, è davvero tanto.
Non so come finirà questa storia, se mai ci sarà un inizio. Non so neanche se vi parlerò ancora di F. però oggi vi dico che sono felice di questo viaggio e di quello che mi ha lasciato.

Non si torna mai uguali dopo un viaggio. Ma la verità è che si cambia ancor prima di partire.
E ora posso dire che è tutto vero.

martedì 8 marzo 2016

Come è andata.

Una decina di giorni fa vi scrivevo di un mio primo appuntamento.
Non ho risposto subito a chi mi aveva chiesto come fosse andata. Bene. Ora vi faccio una piccola sintesi: la serata è andata benissimo. Mi sono divertita, ho riso, ho bevuto, ho mangiucchiato qualcosa, mi sono ripassata il rossetto di fronte a lui senza provare disagio e sono tornata a casa serena. 
Io e V. sembravamo due amici di vecchia data senza esserlo effettivamente.
Il giorno dopo ci siamo sentiti e il giorno dopo ancora.
E' stato lui a chiamarmi e io ho risposto.
Ma non ho sentito l'esigenza di cercarlo.
E così dopo un po' di giorni lui deve essersene accorto di questo mio disinteresse che ha cominciato a scrivermi di meno. Fino a non farlo più.

Adesso rimane qualche battuta sporadica su whatsapp e niente di più.
Mi ha anche chiesto se l'avrei rivisto. E gli ho detto la verità: non avevo un motivo per dirgli di no, ma dirgli di sì mi metteva ansia.
Che ansia?
E' un'ansia mia e basta, legata al mio vissuto, al mio modo di relazionarmi...e tu mi rivedresti?
Sì, potrei. 
Insomma non eravamo entrambi pienamente convinti. E così gli ho detto che avrei preferito non vederlo. O meglio non mi sono sbilanciata.

Nel frattempo sono uscita con un altro tipo. Che non mi ha colpito per niente. Ma evidentemente la cosa è stata reciproca. Tant'è che non ci siamo scritti più. O meglio mi ha scritto poco fa per farmi gli auguri per la festa della donna.

Insomma, forse il problema sono io. Che non ci sto con la testa.
Che di fare la fidanzatina, la frequentante, la trombamica e tutte le declinazioni possibili di quelle figure che prevedono un'interazione con un essere maschile non ne ho proprio voglia. E non so perché.

Ho la testa sgombra da qualsiasi pensiero XY, o quasi. Ma la verità è che non so cosa voglio e tutto quello che mi sembra di volere, probabilmente non lo desidero fino in fondo.
E allora vivo in questo limbo senza farmi toccare più di tanto da quello che accade. E al tempo stesso senza attraversare, toccando, quello che vivo.
Reciprocità sostenibile tra me e il mondo.
Però non voglio farmi mancare nulla. O meglio voglio avere tutto. Per poi scegliere con calma.



mercoledì 2 marzo 2016

[Libri] Non avevo capito niente.

Sono qui, distesa su un divano Kivik, immobile davanti allo schermo del pc da una decina di minuti. Sto cercando - con tantissime difficoltà- di scrivere qualcosa sull'ultimo libro a cui ho detto, a malincuore,  in un orario imprecisato tra le 8.30 e le 9.30 di ieri, ciao.

Pochi libri sono in grado di creare legami profondi con i personaggi che abitano le pagine. Non avevo capito niente è uno di questi. 
Narrato in prima persona da una voce ironica, frizzante, leggera, ma al tempo stesso incoerente, inaffidabile, a volte pleonastica, questo romanzo di De Silva - scrittore scoperto solo pochi mesi fa e di cui mi sono innamorata follemente- presenta, in maniera minuziosa a volte, le riflessioni, profonde e superficiali, di un personaggio che si fa amare sin dalle prime battute: Vincenzo Malinconico
Se questo nome spassoso vi getta subito addosso qualche dubbio sulla sua personalità, teneteveli stretti ma siate pronti anche a lasciarvi stupire.

Malinconico è un giovane avvocato napoletano un po' sfigatello: appena lasciato dalla moglie, vive in un appartamento in completo stile Ikea- proprio a rimarcare il senso di provvisorietà che tutte le case targate Ikea evocano- in compagnia di un frigo vuoto e lezioni di coraggio e autostima. 
Un giorno viene nominato difensore d'ufficio di un mangiauomini di camorra detto "Mimmo 'o burzone" ma, abituato com'è a pratiche fallimentari e di poca rilevanza giuridica, deve ripassarsi il Bignami di diritto per poter portare a buon termine il suo compito. E ce la fa. Non solo. 

Al successo lavorativo si affianca anche quello nella sfera personale: Alessandra Persiano, la PM più gnocca del tribunale si innamora di lui e comincia a riempirgli la vita. E il frigo. Mentre sua moglie, la cara Nives, che farebbe di tutto per riprenderselo, dichiara finalmente che non vorrebbe nessun altro uomo accanto se non lui. 
Per un momento, uno solo, mi liquefaccio. Poi la materia che mi compone si reintegra. Mi viene da piangere, vaffanculo. E non perché sono felice, ma perché non so che farmene, adesso. Quante migliaia di volte ho sognato questo momento? Quante notti ho passato a vedere televendite in attesa di una frase del genere? Tanto ci voleva, a dirmela quando ne avevo bisogno? Ero qui, santo Dio, perché non mi hai visto?  
Proprio lui, un uomo outlet, come lui stesso si definisce, si ritrova così una moglie ex adorata che ora ritornerebbe con lui e una nuova fiamma che scalpita per una sua chiamata. 
E intanto Vincenzo riflette sull'amore, sulla vita, sugli sforzi di adattamento alla realtà, sulla camorra e sulla musica.
Non avevo capito niente è questo: una raccolta di istantanee di pensieri su un eroe post moderno che, per arrabattarsi un po' di felicità, racconta una vita che è un po' una commedia degli errori, per giungere ad una inconfutabile verità: non avevo capito niente.



giovedì 25 febbraio 2016

Primo appuntamento.

Non esco con un ragazzo da quest'estate.
Quelle cose della serie dai, ci prendiamo una birra e mangiamo qualcosa insieme.
Nel mezzo ci sono stati incontri casuali. Quelle cose usa e getta che non richiedono la fatica del parlare, ergo quella del conoscersi.

Mi sono sempre sentita inadeguata. Inadatta. Non pronta. E così ho detto un po' di no. Anche a ragazzi molto carini.
La situazione non è cambiata. Ma ho capito che non è un problema di chi ho di fronte. Ma mio.
E stasera ho deciso che devo affrontarlo.
Che quattro chiacchiere con la prossima persona che non rivedrò più non mi faranno male.

Sì, avete letto bene. Ho già deciso che non voglio rivederlo. Che non mi deve piacere e che non si deve in nessun modo legare a me.
Sono patologica, lo so.

Ma mai come in questo momento sento di aver alzato dei muri che non voglio abbattere.

Quando vi ho parlato delle lacrime versate per Perfetti sconosciuti, ho omesso di dirvi che quelle storie mi riguardano così da vicino, che non ho potuto non immedesimarmi in quel film.
Il mio telefono contiene un mondo segreto almeno quanto la mia anima.
Non ho più fiducia nel genere umano, soprattutto quello maschile, da almeno un annetto.
Non voglio nessuno al mio fianco.
Non ora.

Ma stasera sono egoista.
Faccio questo per me.
Per concedermi almeno il dubbio di credere che tutto quello che penso potrebbe essere in minima parte sbagliato.
Per vincere l'ostacolo del primo approccio.
Per provare a raccontarmi per quella che sono con uno sconosciuto senza lo stress di mettere l'ennesima maschera.

Non ci ho capito niente.

Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.
[Non avevo capito niente - Diego De Silva]

Vorrei trovare, ogni tanto, il coraggio di lasciare andare. 
Ho riflettuto molto in questi giorni su questo. E sapete una cosa? 
Non ci ho capito niente.

martedì 16 febbraio 2016

[FIlm] Perfetti sconosciuti

Torno a casa un po' sconvolta dopo aver visto questo film.
Devo asciugarmi ancora le lacrime, nonostante l'attesa dei titoli di coda (il momento migliore per piangere) e qualche km per tornare.

No, non mi aspettavo di piangere.
Sì, tra gli effetti collaterali di Perfetti sconosciuti c'è rischio apertura condotti lacrimali.

Tralascio sul film -che a tratti sembra monotono e lento, probabilmente dato dal fatto che ha un'unica ambientazione- e vi parlo subito di quelle considerazioni che mi hanno un po' scosso.

Perfetti sconosciuti. Siamo questo in un rapporto. Di qualunque natura esso sia. Amici, conoscenti, coniugi, trombamici, frequentanti, scambiatori di email, stimolatori di genitali, messaggeri cronici. Siamo degli sconosciuti.

Sconosciuti che si portano dentro una marea di cose che non diciamo. Che non mostriamo. Che non raccontiamo. Che facciamo fatica a nascondere. O che paradossalmente siamo così bravi a nascondere.

Non si può sapere tutto dell'altro. E delle volte è meglio non sapere. Perché non si è mai pronti di fronte alla verità.
Non si è mai pronti alla frangibilità dell''altro.
Ma forse si dovrebbe esserne consapevoli. Che non siamo integri. Che abbiamo tutti i nostri fantasmi che ci torturano l'anima e che ci fanno sbagliare. Di continuo. Anche quando crediamo di avere tutto.

Dobbiamo proteggerci.
Non dire per forza tutto.
Accettare la nostra frangibilità.
Cercare di conviverci.
Sforzarci di ricongiungere i pezzi, anche quando sembra che si scollano di nuovo.
Instillare tutta la verità di cui siamo capaci nei rapporti che costruiamo.
Essere noi stessi, sempre.






lunedì 15 febbraio 2016

Gli scritti del 2009.

Ieri mentre mettevo in ordine la mia scrivania/libreria, mi sono imbattuta in scritti risalenti al 2009, che un po' di tempo' fa avevo cominciato a stampare per rileggerli con calma.
La verità è che non li ho mai riletti, non ho fatto altro che spostarli da un lato all'altro della mia scrivania, evitando che prendessero tanta polvere.
Stamattina li ho messi in borsa con l'intenzione di leggerli in treno, ma niente.

Ci proverò domani, sempre che non venga risucchiata da Vincenzo Malinconico. O peggio ancora da un attacco di narcolessia.

Quello però che mi ha portato a riflettere, e di conseguenza a scrivere, è che io in quell'anno ho scritto tantissimo. Tipo che scrivevo 2-3 post al giorno.
Sicuramente non avevo un caiser da fare.
Sicuramente ero più triste e insoddisfatta di adesso.

O meglio, ero triste in modo diverso.
Perché non conoscevo ancora i problemi reali della vita e la rottura con l'invertebrato che mi portavo dietro mi sembrava una catastrofe esistenziale senza rimedio.
Ero una cretina, questo lo so.

Poi sono cresciuta, per fortuna.
Ho capito che i germi che mi contaminavano la serenità erano - sono- altri.

E niente.
Mi riprometto di leggere quello che ho scritto nel 2009. Ma anche negli anni successivi fino ad ora.
E mi riprometto di ritornare a scrivere. Sempre e comunque.
Per raccontare quella parte di me che non ha mai fine.

venerdì 12 febbraio 2016

TRENTA

Quindi, sì. Sono TRENTA. 
E io me li sento tutti. 
Perché sono stati anni intensi, anche se non ho girato il mondo o non ho vinto il Nobel (ci sto lavorando eh). 

Anni così intensi, pieni di ferite, ma anche feritoie, da dove è stato possibile-ogni volta- ricominciare. Sono cresciuta. 
Non sono più quella bambina con un caschetto fastidioso che si metteva in posa con una mano sotto il mento. 
Non sono più neanche quella mocciosa smorfiosetta nerd che non guardava i cartoni ma leggeva libri e ascoltava le canzoni in inglese con le musicassette.

E ancora, non sono neanche più quella ragazzina introversa e snob che se ne stava per i fatti suoi a scrivere pagine di diario, dedicate ad un fantomatico Luca.

Sono diventata più simpatica, insomma.

Ma ancora un po' snob. Un po' cinica. Un po' fredda. Sempre con una dose di razionalità a portata di mano. E quella sensibilità che mi fa piangere ancora mentre ascolto una canzone. 

Sicuramente un po' rotta dentro, ma del resto chi è integro me lo dica, che magari mi dà qualche consiglio.

La mia vita è uno spettacolo piena di affetti speciali. E io ne sono grata, perché nonostante le difficoltà, i travagli interiori, le pippe mentali che non mi abbandoneranno mai, le paure, ho dentro me una forza che mi fa amare quello che di più importante ho tra le mani: la vita stessa.




giovedì 11 febbraio 2016

Dal regionale 12504 è tutto.

Uno pensa che il treno sia un luogo anonimo dove la gente ama scambiarsi sguardi su sedili che sanno di umanità. E in effetti è così per chi sui treni ci sale ogni tanto. Ma per quelli che del treno fanno una seconda casa, quelli come me affetti da pendolarismo seriale, il treno diventa un posto dove si raccontano storie, ci si meraviglia delle abitudini, si osservano pregi e difetti, si presumono vizi e virtù, si scoprono tradimenti. 

Sì, tradimenti. Perché la gente tradisce e ormai non è più una novità. 

Qualche giorno fa fui colpita da una coppia che discuteva cercando di tenere bassa la voce. Ci riuscirono benissimo, perché il climax arrivò solo quando lui le disse SEI UNA STRONZA per tre volte. E io, nonostante i miei auricolari, non riuscii ad evitare di leggere il labiale e ascoltarne la pseudo pacata voce. 

Entrambi avevano la fede, quindi pensai subito ad un vacillamento coniugale, una di quelle solite discussioni che ogni tanto fa scricchiolare il talamo dell'amore sacro. Ma mi meravigliai quando lui scese ad una fermata diversa dalla sua. 
Non era una scenata della serie "Adesso ti mollo qui e te ne torni a casa da sola, STRONZA". 
No, perché io lui l'ho rivisto altre volte, scendere e salire alla stessa stazione. 

Quell'uomo non era il marito di quella donna che quel giorno cercava di tenere intatto il mascara. 
Era il suo collega. Il suo amante. 
E oggi, il freddo saluto che si sono scambiati i due davanti alla presenza di un terzo collega, ha regalato ai miei occhi indiscreti l'ennesima conferma. 

Ognuno può amare nel modo che può e vuole. 
Però ho pensato a quanti macigni dobbiamo portarci dentro quando in gioco c'è l'amore o la violazione di esso. 
Alle nostre doppie vite, ammesso che è possibile averle. E agli sforzi che facciamo per tenere incastrate tutte le parti di noi, anche quelle più depravate. 
Alla luce che dovremmo accendere per vederle meglio. 
Alle bugie che ti soffocano se non ci sei abituato, ma che diventano il tuo mare se impari a nuotarci dentro. 
Alla fatica che si fa in amore, quello vero. E al sesso che arriva a mettere tutto in discussione. Perché il brivido è bello e ci fa sentire vivi, a volte anche più dell'amore stesso. 
Allo stupore di fronte ad un tradimento, affetto ancora da quella ingenua domanda "ma come è possibile". Sì, ma come è possibile che sia diventato una normalità? 
Alle ferite che ha dentro chi tradisce e chi viene tradito. Perché non si è mai integri, anche quando sembra che tutto vada bene. 
Ai silenzi che dobbiamo sopportare, ma che nascondono chi siamo...e chi siamo di fronte all'amore?

domenica 7 febbraio 2016

Sulla panchina.

Non pensavo che sarei mai arrivata ad un punto in cui avrei tirato le somme della mia vita e ci avrei visto tutto nero.
Non ci siamo proprio. E' come se stessi tirando i fili della mia esistenza con i denti, trascinando tutto quello che sono con la sola forza della parte più fragile del mio corpo.

Sento che mi sono crollate addosso le torri gemelle dell'infelicità. 
Sono letteralmente sepolta da una forte insoddisfazione che mi sta togliendo, un sorso alla volta, tutta la gioia di vivere di cui ero portatrice sana. 
Sorrido, ma fingo. Perché è più semplice fingere che vada tutto bene. Del resto, nessuno capirebbe. Neanche tu, mio caro lettore o lettrice.
E non prendertela se ti dico che non puoi neanche lontanamente sapere cosa provo.
Perché l'insoddisfazione e l'infelicità sono le neoplasie dell'anima, di cui ognuno ha un modo tutto personale di provare e sentire.

Io pensavo che fossero curabili. Con lo sport, con il mare, con i tramonti, con il mi butto nel lavoro e non ci penso. Con gli affetti e gli amici. Con il cioccolato e le abbuffate di fronte al frigorifero. Con le chiacchierate con gli sconosciuti.

Tutti palliativi illusori. Droghe dall'effetto potente che mi facevano stare bene ore, a volte anche settimane. Endorfine di cui non potevo fare a meno. E non posso, neanche ora, farne a meno.

Però la vita non è questo. O almeno non è solo questo.
La vita è mettere in riga quello che ti porti dentro. 
Progettare algoritmi con soluzioni imprecise ma soddisfacenti. 
Considerare via di fuga. Soluzioni alternative. 
Arrendersi a quello che si è. 
Desiderare quello che si ha. 
Costruire e demolire per fare meglio. 
Superare gli ostacoli ignorando l'acido lattico che poi ti brucerà le fibre dell'anima. 
Rischiare. Ma soprattutto volere tutto questo. 
Volerlo così forte da non fermarsi. Mai. Neanche quando tutto sembra nero. Neanche quando tutto non ti piace ma te lo fai andare bene lo stesso. 

Ecco, io credo di essermi seduta un attimo alla panchina per riposarmi. 
Per pensare. 
Per riflettere su quello che voglio. 
Per cercare nella borsa, tra tutte le cose che porto, se c'è qualcosa che realmente mi serve. 
Per bere un sorso d'acqua e farmi passare quel bruciore che ti lascia senza fiato. 
Per guardarmi intorno. Vedere gli alberi e capire dove sono le radici. Sentire l'odore del mare e pensarlo dentro di me.
Per capire chi sono. E cosa ho tra le mani. 

Mi alzerò prima o poi. Perché mi piace correre. E' la metafora della mia vita. Non fermarmi, mai.
Ma adesso lasciatemi sulla panchina. Ché i miei muscoli hanno bisogno di riprendersi. 

sabato 23 gennaio 2016

Assente giustificato.

Sono assente.
Risucchiata totalmente dal lavoro. Che non mi piace. Che mi rende infelice.

Dal tempo che non ho. E che vorrei.

E' un periodo di merda e io mi sto dissolvendo piano piano nell'acido della mia infelicità.

Vorrei un biglietto di sola andata.
Ricominciare da un'altra parte.
Perché quando sai che hai tutto sbagliato non vorresti altro che una nuova pagina bianca su cui riscrivere la tua vita.


Forse tornerò.
Ma non so quando.

venerdì 15 gennaio 2016

Mai, mai, mai mi perdonerei.

Mai...ho tagliato i capelli (da sola).

Sì, ho avuto il coraggio. Un bel taglio netto. Non c'è più la coda lunga che mi rendeva apparentemente secsi. Non ci sono più le doppie punte. Non c'è più tutto quel baluardo di sicurezza racchiuso in una folta chioma.

Addio, femminilità. Chissà adesso dove sarai.

Credevo di non esserne capace, poi è bastato un pomeriggio di noia a farmi cambiare idea. E anche un po' di rabbia. Per tutti quelli che continuano a dirmi ti conosco bene, non cambierai mai.
Che palle che siete.
La verità è che alla gente piace dire agli altri quello che non riesce a dire a se stesso. O che magari ha paura di dire.
Nella noia di chi ti dice che non sei cambiato, c'è la consapevolezza che non è cambiato neanche lui.
Solo che è più facile dirlo degli altri, piuttosto che di se stessi.

E così ho tagliato i capelli. Quasi a voler partire da quelli. Consapevole che, in verità, un taglio non cambia nulla, se non i tuoi umori davanti allo specchio.


Però dentro c'è qualcosa che.
La mia amica Emme dice che sto crescendo. E in effetti tra meno di un mese è il mio compleanno.

T-R-E-N-T-A.
P-A-U-R-A.
E tante altre emozioni.

Quel 3 non mi fa impazzire, perché è denso di ansie.
Di passi indietro. Di binari deserti. Di occasioni perdute o mai arrivate.

E' un passaggio. Mi piace vederla così.
E anche questi capelli passeranno.


domenica 3 gennaio 2016

I buoni propositi che ho rispettato e quelli che rispetterò (forse).

L'anno scorso ho stilato una piccola lista di buoni propositi. Pochi ma buoni. 
Non avevo grandi pretese per il nuovo anno, volevo fissarmi piccoli obiettivi e raggiungerli. E ci sono riuscita.

Sono riuscita a cambiare la mia alimentazione e sono dimagrita. 
Rimango sempre la golosa ingorda di sempre, ma per fortuna ho imparato a controllarmi. Ho trovato la causa dei miei frequenti mal di testa e sono sempre più convinta che lo stile alimentare influenza tantissimo la nostra vita.
Mi piacerebbe continuare a dimagrire, impegnarmi di più a mangiare sano e ridurre drasticamente carboidrati e carne. 
Non sono riuscita a smettere di bere, ma se escludiamo le feste, le mie distrazioni alcoliche sono diventate rare puntate mensili dosate con molta attenzione. Per capirci, non supero i due calici di vino al mese e la birra è quasi sparita dal mio menu alcolico. 
Ho ridotto anche le sigarette, visti i miei problemi di salute. Sarebbe bello non fumarne più

Ho ripreso a fare sport. E anche con grandi risultati. 
E' grazie alle lezioni di spinning e alla corsa che adesso ho qualche chilo in meno e dei polpacci più scolpiti. Per non parlare dei quadricipiti che adesso sono come quelli di un camionista, ma pazienza. 
Mi piacerebbe persistere nella corsa e partecipare a qualche maratona.

Ho fatto il mio primo viaggio da sola. Per quest'anno non ho questa pretesa. Mi piacerebbe andare in vacanza, ma con un'amica.

Ho scritto. TANTO. E in varie forme. Ovviamente non posso smettere, la scrittura è la mia medicina. La mia terapia durante i momenti no. 

Non ho imparato a fare niente. A parte decorare qualcosa come bottiglie di vetro e vasetti con smalti di scarto. Belle schifezze da buttare direttamente nel cassonetto dell'immondizia.  

Ho letto. Una quindicina di libri. E sono strafelice. Perché io non ho mai letto così tanto in vita mia. E poi sono stata fortunata, perché ho scelto sempre libri perfetti che mi hanno lasciato qualcosa. Il proposito per il nuovo anno è alzare il tiro. Raddoppiare il numero dei libri letti. 

Altri propositi? L'inglese e il lavoro. Vorrei che tutto andasse per il meglio.
Spendere meno soldi ed essere felice senza tormentarmi per quello che mi manca.

Non voglio altro.


sabato 2 gennaio 2016

Pagina 2 di 366.

Innanzitutto Buon Anno a voi. Come padrona di casa sono stata abbastanza maleducata da darmi per latitante durante queste feste. Ma ZERO voglia di scrivere e UMORE quasi sempre sotto terra.
Ho avuto anche degli attacchi di ansia mista a panico per quanto sono stata male.

Sono fatta così. Il Natale non mi piace e non lo vivo affatto bene. Ecco perché decido sempre di passarlo fuori casa. E quest'anno sono andata nuovamente al pranzo Caritas con i poveri della mia città. Un'esperienza unica che ha dato un senso ai miei malesseri. O meglio, li ha ridimensionati tantissimo.

Mi sono chiesta perché. 
Perché stessi cosi male da non riuscire a trattenere le lacrime e non riuscire a dormire. 
Perché odio questa festa. 
Perché mi sento così indifesa quando invece dovrei sentirmi felice per l'aria di festa che gira intorno. 
Non ho trovato risposte. Ma so che sono stata così anche per una situazione in cui mi sono buttata con tutta me stessa e che, sebbene alzi il livello estemporaneo delle mie endorfine, il giorno dopo mi fa sentire uno straccio. 

Detto questo, sono sopravvissuta. E, in ogni caso, sono contenta. Perché ho comunque vissuto dei giorni pieni in cui mi sono lasciata sorprendere.
Ho rivisto il fratello di Uno, con il quale quest'estate era nata una bella amicizia. E mi sono ritrovata più volte a passarci del tempo insieme. Ignorando telefono e orologio. Una sensazione bella che non provavo da tempo. 

Ho passato un capodanno diverso. Prima alla marcia della pace e poi un improvviso cambio di rotta che mi ha portato in discoteca con una mia amica. Lì abbiamo incontrato un altro nostro amico e un tipo che avevo conosciuto quest'estate.

Io, il 31, non ero mai andata a ballare e non avevo idea della fauna che ci fosse. Non mi sono divertita cosi tanto in vita mia come l'altra sera.

Ora però ho un problema. 
C'è un tipo, quello di quest'estate, che mi ha chiamato già 7 volte in meno di 2 giorni. Vorrebbe uscire con me. Io temporeggio. Non che sia brutto, ma mi sento bloccata.
Ho paura. Perché non lo so. 

Forse perché non ci vedo conquista da parte mia. O forse perché non ci sto con la testa.
O forse perché non è periodo. 
Non lo so, ma stasera, per esempio, ho detto già due NO (a lui e ad un toyboy che vincerà un caffè con me solo per sfinimento). E non mi era mai capitato.
Quindi so che c'è qualcosa che non va.
Cosa, però, non lo so. 
Help. 






mercoledì 30 dicembre 2015

Bilanci.

E' sempre un gioco di guadagni e perdite, il fare bilanci a fine anno. 
Mettere il più o il meno per capire cosa si è perso e cosa si è guadagnato. 

A me, questo 2015 ha dato tanto. Ma ogni dono, porta dietro di sé anche qualche perdita.
E io ho perso. Tempo. Kg. Sonno. Occasioni. Un paio di perle (in realtà, qualcuno in più). Qualche libro che ho prestato. Le sicurezze di una vita. Abbracci che avrei potuto tenere per me, se solo mi fossi voluta un po' più bene. Lenti a contatto. Rossetti. Un po' di stupore. L'illusione del per sempre. La fiducia negli uomini. 

Ho guadagnato. Tanto, davvero. Ho le tasche piene di viaggi. Sorrisi. Pugni allo stomaco. Occhi e labbra nuove. Parole dette e non dette. Piccole soddisfazioni. Numeri di telefono. Libri. Consapevolezze. Amiche ritrovate. Poesie di Guido Catalano. 330 pagine di David Grossman. Canzoni di Levante. Incapacità del re-stare. Paure. Sfrontatezza nel dire quello che penso. Caffé ai distributori. Chiacchierate con gente che poi non ho rivisto più o che non ho mai visto. Email che vorrei rileggere tra 10 anni. 

Ho le tasche piene di me. Che contenermi tutta è davvero una fatica. Bella. 

Sono contenta così. Anche se questo giochetto dei bilanci mi mette sempre un po' di tristezza. Ma sono arrivata a pagina 364 del 29esimo capitolo della mia vita e sono pronta a leggere come andrà avanti la mia storia.

Buon anno a tutti!



martedì 15 dicembre 2015

Incontinenza dialettica.

Se c'è una cosa che so fare bene, o quasi, è raccontare. 
Parlare. Parlare. Parlare.

Per esempio, questa è una di quelle sere in cui mi attaccherei al telefono e comincerei a parlare. Oppure inviterei qualcuno a casa da me, e sdraiata sul divano, con le gambe incrociate, comincerei a sincronizzare i gesti delle mie mani con le parole che arieggiano nella testa. Mi toccherei i capelli, una, due, cento volte. 
Oppure mi farei venire a prendere e, con sneakers ai piedi, macinerei km al freddo. 

Che poi cosa dovrei raccontare?
Niente. Tutto.

Tutto quello che mi passa per la testa.
Per esempio che sono stressata, stanca e demotivata.
Che quando torno a casa, dopo una giornata di lavoro, vorrei solo sparire. Un paio di ore. Oppure fare l'amore, come quella volta in quella villa settecentesca, con quel tipo lì che mai mi sarei immaginata di incontrare.
Che ho prenotato un viaggio per Lisbona e non so se ho fatto bene. So solo che è stato l'ennesimo colpo di testa.
Che c'è uno studente a cui piaccio. Ma con i 20enni #ancheno.
E che ce n'è un altro che non fa che chiedermi quando ci vediamo.

Io li ammiro questi ragazzini. Ammiro la loro intraprendenza, la loro sfacciataggine, la loro caparbia. Che se fosse un po' dei trentenni che mi capita di incontrare, mi innamorerei ogni 10 secondi.

Racconterei, per esempio, di quanto il mio capo mi faccia sorridere. 
Di quanto sia indecifrabile, eppure così simile a me. 
Di come entrambi, oggi, ci siamo ritrovati a parlare del Natale e dei regali, facendo un pezzo di strada insieme. Di come odiamo le feste comandate. Di quanto, in fondo, ci sentiamo soli.

Racconterei altre cose. Cose inutili, stupide, così, giusto per incontinenza dialettica.
Ma poi mi rendo conto che è tardi. 
Che non posso chiamare chi vorrei. 
Che a casa ci sono i miei e il divano non è libero.
Che è tardi e dovrei andare a letto, altrimenti domani rischio l'ennesima figura di merda con il controllore che mi sveglia al capolinea.
Che ci sono cose che puoi dire e altre che puoi scrivere.

E allora ho scritto questo post, così, solo per incontinenza dialettica.


lunedì 14 dicembre 2015

Da sdraiati, forse, è meglio.

La vita è fatta di cose che non ti aspetti.
Le piace tradire i vostri pensieri, le vostre aspettative, i vostri sogni, le vostre attese.
Se sulla Moleskine della vostra immaginazione prendete appunti su tutti i vostri vorrei, arriva lei che scombina tutto.
Le piace scardinare tutte le porte dei vostri piani.
E voi non potete farci niente.

Niente.

In questo ultimo mese (o forse dovrei dire anno), la vita mi ha sorpreso.
Ha cominciato a giocare con il taccuino dei miei appunti esistenziali da un bel po'.
Con incontri inaspettati, con porte che si sono aperte da dentro, con universi che ho dovuto scoprire da sola e segretamente custodire, con cose che non avrei mai pensato di fare e invece, con parole mai dette e mai ascoltate, con tutta la lista di quelle cose che pensavo potessero succedere solo nei film o nei libri.
Mi sono arresa alla sua imprevedibilità, sentendomi una perdente, quando con la mia razionalità non sono riuscita a gestirla.
Però la vita è così. Delle volte, ti impone di arrenderti.
Di smetterla di combattere contro tutti gli schemi fissati nella tua testa.

E io mi sono arresa.

Adesso mi sento così.
Come una che si è arresa. Ma non mi sento una perdente.
Non si può essere sempre all'altezza di quello che accade. E allora meglio sdraiarsi e vaffanculo.

sabato 5 dicembre 2015

Nevischio. [On air #74]

Io non so perché ma ti muovi dentro me
e non so se tornerai
io non credo cambierai.
E non sai di gelosia nella mia mente
sei comunque mia
faccio come il nevischio lo sai
avermi non potrai.
Non cambierò mai di stile
non mi vedrai come adesso affondare nel terreno
che circonda il tuo viale già,
puoi restare senza
puoi restare senza.
Scoppiare potrei
noi insieme
così non c'è distinzione
vedi sognare vorrei
io ci spero e tu si.
Prova il vento a muoverci
finché ci muove il pensiero tuo sale
non è più ieri e tu non ci stare.
Mi dirai che senza un fine non ci riesco a stare.
Mi dirai che senza un fine non ci riesco a stare
senza un fine non ci riesco a stare.


 

martedì 24 novembre 2015

Presto.

Stamattina la sveglia è suonata prima del solito. 
Dovevo essere a lavoro prima delle 8 e ce l'ho fatta, per fortuna.
Ho guidato per più di un'ora, riflettendo sulle note degli Afterhours e distraendomi su quelle di Cremonini.
Mi aspetta una giornata lunghissima, tra laboratorio e partita allo stadio.
Sì, stasera vado al San Nicola di Bari a vedere l'Inter. E non sto più nella pelle.

Intanto ho aperto un po' di blog e:
1. Ho una voglia sconsiderata di leggervi;
2. Ho una voglia altrettanto sconsiderata di scrivere.

Aspetto solo che qualcuno mi doni un po' di tempo per farlo.

sabato 21 novembre 2015

Robe da donne che mi infastidiscono.

Sto pensando che dovrei inaugurare una rubrica su tutti gli atteggiamenti femminili che non sopporto. A partire da quelli delle mie amiche. E credo che la quantità di post aumenterebbe in maniera esponenziale nel periodo premestruo.

Premessa: io sono una persona abbastanza tranquilla, ma allo stesso tempo una rompicoglioni inside - lo ammetto. Cioè non faccio storie di nessun tipo, lascio sempre l'altro libero di comportarsi come vuole nei miei confronti, ma se vedo che tentenni, fai il vago, imbrogli, dici bugie o inventi scuse, divento uno yogurt scaduto. E metto il muso per almeno 24h.

Odiatemi, sì.

Ieri sera avevo appuntamento con le mie amiche per andare a bere vino in centro, in occasione di una manifestazione. All'appello mancava solo una ragazza che ci ha scritto vi raggiungo. Un vi raggiungo che è arrivato dopo, alla seconda domanda ci sei stasera?

Ora direte voi, Michi ma perchè sei così rompicoglioni?
Lo so.
Ma quello che mi ha infastidito è che la mia amica doveva vedersi con il suo tipo - di cui noi tutte siamo a conoscenza- quindi che bisogno c'era di fare la vaga? Era difficile dire mi vedo con il tipo, vi raggiungo dopo. Non lo so.

Però mi ha infastidito. Perché okay la privacy, okay che non vuoi far sapere i cazzi tuoi, i tuoi spostamenti però...questo ragionamento non dovrebbe valere sempre?

Non lo so, sono infastidita ecco. E in questo periodo ogni pretesto è valido per comportarmi come una zitella inacidita.

mercoledì 18 novembre 2015

Digitalism mode on.

Sono piuttosto abitudinaria nei miei momenti di pausa a lavoro (in realtà non si tratta di una vera e propria pausa, ma di due ore di incubazione del mio solito esperimento).

In ordine sparso:
1.coccolo un po' la macchinetta del caffè e le concedo di viziarmi a sua volta;
2.mando messaggi random su whatsapp;
3.accendo spotify e scrivo;
4.controllo la posta;
5.lavoro, ovvero leggo paper che potrebbero tornarmi utili per quello che sto facendo;
6.mangio (e a dismisura anche).

Lo so, sono degna di un Pulitzer del fancazzismo. 
Oggi, per esempio, sono arrivata al punto 3. Ho messo su musica elettronica, e non chiedetemi perché, ma ultimamente mi piace più del solito, e ho cominciato questo post. Che in realtà non doveva cominciare proprio così. Ma chi mi legge sa che io soffro di anoressia dialettica quando si tratta di cominciare un post. E se non lo sa, adesso ne sarà consapevole.

Che volevo dirvi? Niente. Che oggi sto messa male più del solito. E che la musica elettronica non basta. E neanche il sorriso che riesce a strapparmi il barista tatuato del bar che mi chiama la sua bbbiologa con un numero imprecisato di B. E neanche la brioche con noci e acero che oggi mi sono mangiata alla faccia della dieta. Niente.

Passerà, mi dico. Certo. E perché non dovrebbe passare? E' solo un giorno nero come mille altri. 
E invece, passerà è una frase del cazzo. Perché non passerà. 
Perché se qualcosa si è rotto dentro, non basta il tempo ad aggiustarlo. E allora quel passerà non vale niente. Non vale neanche un conforto momentaneo.


venerdì 13 novembre 2015

Altrimenti.

Non mi sono persa nel regno di Silent Hill.
Una risposta è arrivata, banale, ma è arrivata.

L'ho ignorata. Perché era una di quelle risposte inutili che avrei preferito non ricevere.

Io mantengo sempre le promesse. 

Peccato che quel sempre è durato meno di 12 ore.
Mi ha riscritto e mi sono ritrovata a leggere i suoi tormenti autocommiserativi mentre cercavo di sbrigare le mie cose a lavoro.

Bipolarismo? Forse.
Poi è ritornato in sé e ha rotto tutte le promesse di cui si era fatto paladino.

A quel suo a mai più - che devo ammettere mi ha ferito un po'- è seguito un vorrei vederti. 
Eccolo lì, pronto a rimangiarsi tutte le promesse che non sa mantenere.

E quindi niente. Non ci siamo ancora visti. Ma mi ha cercato in un numero indefinito di volte, compreso alle 2.55 di questa notte.

Forse domani saprò darvi delle risposte.

E sì, vorrei vederlo anch'io, altrimenti non gli avrei scritto.





martedì 10 novembre 2015

Gli ho scritto.

Negli ultimi anni ho scoperto di avere enormi problemi con la gestione dei sentimenti, i miei. Perché poi quando si tratta di quelli degli altri, dispenso consigli manageriali che Vanity fair - posta del cuore levati. E così oggi, presa dal dubbio amletico gli scrivo o non gli scrivo ho consultato una delle mie migliori amiche per avere una botta di irrazionalità e sbloccare un po' la mia rigidità cardiaca.

- Mary, vorrei scrivergli.
Lei mi risponde prontamente:e allora scrivigli! se c'è una cosa che ho imparato negli ultimi due mesi..è di fare e dire e comunicare tutto quello che abbiamo dentro. Tu gli "fai un regalo"...lui poi ne farà ciò che vuole...ma se hai voglia di comunicargli qualcosa...fallo, indipendentemente dalle sue reazioni.


Questo è il tipo di risposte che io odio. Perché quando io imploro aiuto su questioni sentimentali mi aspetto sempre che dall'altra parte ci sia una persona più razionale di me a dirmi di fare esattamente il contrario di ciò che vorrei. E invece no.

E invece ho amiche che hanno il cuore molto più elastico del mio e che, quindi, assecondano i miei desideri senza senso.

Così non ci ho pensato due volte e gli ho scritto.

E' auspicabile rompere- ogni tanto- qualche promessa...come per esempio quella di non sentirsi più?? Perché è da un paio di ore che navighi nei miei neuroni e volevo dirtelo.

Ovviamente nessuna risposta. Non sia mai che quando mi sbottono un po' ci sia qualcuno a dirmi di ricompormi. No. Mi lasciano sempre così, sbottonata. Scardinata. Esposta al vento e al freddo. 

E stasera ho freddo. E sento il vento in faccia e sul cuore. Che nel frattempo si irrigidisce ancora di più. Morirò di infarto, per le mie emozioni che non sapranno più irrorare il mio muscolo cardiaco.


Voglio rivederti ancora.

Uno sbaglio durato un paio di ore.
I magoni. Le lacrime.
Poi quegli occhi. E quell'uscita teatrale alla quale non voglio arrendermi.


venerdì 6 novembre 2015

12 km.

E' da un po' di notti che dormo male. Vado a letto stanca morta e alle 3 apro gli occhi manco avessi dormito 12 ore di fila. Mi sento carica, ma metto subito a tacere la mia adrenalina sotto le coperte. 
Se abitassi da sola, potrei dare sfogo a tutte le cose che mi vengono in mente di fare. 

Tipo l'altra notte avrei voluto sistemare i miei armadi, fare una lista di tutti gli abbinamenti possibili da indossare nei prossimi giorni (sì, siamo a livelli patologici, ormai scrivo anche cosa mettere giorno per giorno), scrivere e ascoltare musica.
Ma mi sono tristemente limitata a guardare la home di FB e controllare qualche conversazione su whatsapp senza rispondere. Ché la gente se rispondi ad orari inconsueti si fa mille film. 

La storia si è ripetuta per 2-3 notti di seguito. Credo sia dovuto al tanto sport che sto facendo in questi giorni. O mi piace pensarla così.
Ieri, per esempio, sono andata a correre. Nonostante avessi dormito poco la notte precedente. Nonostante sono tornata a casa in uno stato febbricitante e ho fatto lezioni private di matematica.
Ma alle 20 non sapevo cosa fare della mia vita, così ho messo la felpa e le Nike e sono andata a correre.
Sola, come sempre.
Io e il mare. Il mare e io. E l'umidità che nel frattempo mi è entrata nei polmoni e credo anche un po' nell'orecchio destro, visto che ho un leggero fastidio. 
 
Ho corso per 12 km, non so come ho fatto, ma mi sono resa subito conto che avevo una potenza insolita nelle gambe. 
Di solito comincio con un ritmo più o meno normale per i primi 30 minuti, per poi trascinarmi nei restanti altri 30. E 12 era solo il numero dei minuti dopo i quali cominciavo a bestemmiare per la fatica.
Ma ieri non so che avevo nelle gambe. E nella testa. Ho cominciato a correre a ritmo abbastanza sostenuto. Canticchiavo e sorridevo per una strana sensazione di libertà che avvertivo. 
Non saprei neanche spiegarvi perché mi sentivo così. Però ero soddisfatta, perché più alzavo l'asticella dei miei limiti e più stavo bene.
Sono tornata a casa e non contenta, ho corso intorno ad un paio di isolati per allungare il giro. 
Erano ormai passate le nove, ma non volevo rientrare. 
Poi ho deciso di fermarmi. Ho avuto un crollo. Non mi reggevo in piedi, vedevo tutto annebbiato. E lo so, non dovrei esagerare. Ma non mi importava di stramazzare al suolo.
Avevo un'insolita allegria in corpo.

Tornata a casa ho subito bevuto un succo. Mi sentivo la pressione bassissima, nonostante io soffri del problema opposto.  
Dopo la doccia continuavo a sentirmi debolissima, con le gambe che a malapena riuscivano a tenermi in piedi. Non ho avuto neanche le forze di cenare.

Sono andata a letto con i capelli bagnati, sprofondando in un sonno che è durato un paio di ore. 
Poi nuovamente sveglia. 
A raccontarmi storie impossibili. 
Ad ascoltare i miei demoni. Sì, quelli. Perché è inutile raccontarsi balle. 
Sono loro che non mi fanno dormire in queste notti. 
Sono loro che ieri mi hanno fatto correre, come se volessi evitarli. Allora correvo, anzi fuggivo per evitare che mi rimanessero in testa. 

Ma stamattina ho tristemente realizzato che quei 12 km non sono stati sufficienti.



venerdì 30 ottobre 2015

[Di quelle cose che succedono e...niente, sei contenta]

Ieri è successa una cosa strana. In realtà più di una. E poi, in verità, non così strana.
Sono successe delle cose così normali, eppure così estranee alla vita di tutti i giorni che mi hanno fatto pensare a fine giornata che...cazzo, la vita sa sempre come lasciarti senza parole.
E magari anche con un sorriso sulle labbra.

Ho ricevuto un grazie, nel caos di un ipermercato, che non mi aspettavo.

Ho passato una serata con delle persone care. Godendo del bene che un'amica può dimostrarti preparandoti da mangiare.

Ho ricevuto una piantina di violetta da un uomo. E no, nessun spasimante impazzito. Solo uno slancio di affetto che mi ha fatto intenerire il cuore.

Ho scovato una bugia nell'armadio delle sovrastrutture di un uomo. E allora mi sono chiesta che bisogno c'è di mentire. E che bisogno abbiamo di mostrarci per quello che non siamo se poi c'è comunque chi è disposto a sceglierci.

I miei primi dosaggi proteici hanno rivelato, dopo mesi, i risultati attesi. E ok, non frega niente a nessuno. Ma io posso sperare un pochino che il mio progetto di dottorato (forse) ha un senso.

E niente. Penso che alla fine non servono grandi cose per apprezzare la vita.
E che magari ha senso se le cose belle siano condivise, che di selfie e foto in compagnia non ce ne facciamo granché.

[Dopo questo momento di elevato tasso glicemico, rimetto a posto il cuore nella cassa toracica, buon weekend].

mercoledì 28 ottobre 2015

[Film] Io che amo solo te.

Brevi (almeno spero) considerazioni su IO CHE AMO SOLO TE (il film). 
Vi avevo già parlato del libro, di cui ricordo con molto piacere la storia ma butterei volentieri nel cesso tutto il resto. Sorry, Luca...ma non è che mi fa impazzire come scrivi. 

Comunque, ieri sono uscita contenta e allo stesso tempo con gli occhi umidi dal cinema. 
Contenta perché non avevo regalato inutilmente 5 euro all'UCI, avevo sorriso per gran parte del film e mi sono innamorata di Orlando, il fratello dello sposo, interpretato da Eugenio Franceschini (che sarà pure del '91 ma è un figo da paura). 
E con gli occhi umidi perché, Io che amo solo te, pur essendo un film leggero mi ha fatto riflettere un sacco, oltre che piangere un pochino. E questo per merito o colpa proprio di Orlando che durante il matrimonio fa un discorso che è vero e non c'è bisogno di aggiungere altro, se non andate a vedere il film. 

Quindi le mie brevi considerazioni sul film sono:
- esistono libri con storie belle ma scritti di merda e per fortuna ci fanno i film per farceli apprezzare, e questo è proprio il caso di Io che amo solo te;

-le mie ghiandole lacrimali funzionano ancora e, collegate al microchip emozionale, sono in grado di sgorgare come fontane (ebbene sì, anch'io ho un cuore); 

-il tradimento esiste. E tutti tradiscono. Facciamocene una ragione e non una malattia (astenersi ragazze convinte che diranno no, ma io non tradirò mai o il mio uomo mi ama così tanto che non mi tradirà mai; tornate sul pianeta terra e ammettete il vostro animo fragile - e porco; 

-l'amore vince su tutto. E sì, è una frase fatta, ma se trovi la persona che riesce a perdonare le tue fragilità (che sono poi le fragilità di tutti) allora forse hai conosciuto l'amore vero. Quello delle poesie e dei film. Che non è poi così impossibile;

-amo la mia terra con tutte le contraddizioni che ha;

-ci sono scene un po' grottesche, forse al limite del reale, ma dopo quello che ho vissuto in prima persona all'ultimo matrimonio, posso dire che davvero tutto può succedere;

-quanto è complicato amarsi?

Ora, bypassate il libro e andate a guardare il film.

domenica 25 ottobre 2015

Quando mi sento sola genero disastri.

Quando mi sento sola genero disastri.
Tipo mandare all'aria il mio regime alimentare dietetico. 
Tipo ficcare la testa nella dispensa alla ricerca spasmodica di qualcosa che abbia almeno l'odore del cioccolato.
Tipo comprare cose che non mi servono per poi pentirmene.
Tipo mandare messaggi a persone di cui non me ne frega un cazzo o perlomeno dovrebbe non fregarmene. 

Come l'altra sera. 
Pioveva e io mi sentivo tremendamente sola. 
La pioggia non aiutava il mio stato d'animo e nei miei neuroni aleggiava un desiderio malsano di rivedere una persona che non mi ha dato niente e che, con molta probabilità, mi ha tolto qualcosa. Come il tempo e un indefinito concetto di me. 
Ma in quel momento non ragionavo.
Vedevo la pioggia scendere sul vetro della macchina e tremavo per il freddo.
Nel mentre, continuavo a ripetere una sola frase. 
Stasera avrei voluto rivederti. 
Non era un desiderio di rivederlo, quanto più di non sentirmi sola in mezzo a quella pioggia.
Perché sapevo benissimo che se l'avrei visto, la mia solitudine non avrebbe comunque trovato giovamento. 

Ho cercato di resistere, ma tornata a casa ho preso il telefono e ho scritto quel messaggio.
L'ho scritto ad un orario in cui sapevo sarebbe stato impossibile incontrarsi. 
Avevo solo bisogno di comunicarlo, quel mio desiderio malsano.
Dopo circa un'ora è arrivata la sua risposta. Voleva rivedermi anche lui. 
E no, non perché anche lui celava questo desiderio. Credo fosse una risposta di circostanza. Altrimenti perché non dirmelo prima? 

Non ci siamo visti e dubito succederà.
Mi crogiolerò nell'illusione del potrebbe succedere. 
Potrebbe tenermi in vita nei prossimi giorni.
Così come potrebbe uccidermi lentamente.




giovedì 15 ottobre 2015

Sono andata al cinema per piangere e invece.

C'è che in questi giorni non voglio stare sola, come spesso succede, così sto facendo di tutto per riempire il tempo quando torno da lavoro. 
Lunedì e martedì ho fatto sport e ho visto le mie amiche, ieri, invece, ho deciso di andare a cinema. 

Per la sottoscritta, dovete sapere che guardare un film è un evento piuttosto raro. Ancor di più al cinema. Il problema non sono i film, che mi piacciono anche, ma il fatto che io, ferma, su una poltrona anche comoda, per due ore, NON CI SO STARE. Per di più in silenzio. 
No, se posso, evito volentieri il cinema. 

Ieri sera però avevo voglia di vedere il film di Muccino, Padri e Figlie. 
Uno di quei film che, stando al trailer, mi avrebbero fatto piangere un po'. Sì, perché ieri avevo voglia di piangere e dovevo trovare un motivo banale per svuotare un po' i dotti lacrimali, ostruiti da lacrime accumulate per precedenti situazioni.

Così ho chiamato una mia amica e le ho proposto il cinema. Tutto questo succedeva due giorni fa. Avevo controllato gli orari e il cinema. Ore 21.30 al cinema dell'ameno paesello. Perfetto, non ci si doveva neanche spostare.

Arriviamo con circa 30 minuti di anticipo per evitare di rimanere senza posto, visto la brillante idea dei #cinemadays. Ma il film non c'è. 

Come sarebbe a dire non c'è??? Sì, non c'è. Perché, proprio in occasione dei #cinemadays, avevano deciso di cambiare la programmazione di mercoledì e non di giovedì, come di solito succede. E io, genio, non avevo minimamente controllato su internet questo cambio di programmazione.

Momento di panico: io e la mia amica vediamo andare in frantumi l'organizzazione di una serata. E adesso? Mica possiamo tornarcene a casa? Cambiare città per un altro cinema? Non se ne parla nemmeno.

Soluzione? Vediamo Suburra, il film di Sollima, l'unica alternativa allettante che il cinema dell'ameno paesello offre.
Il film non è male, ma cristo...che angoscia! Per diverse scene del film ho dovuto mettermi le mani alle orecchie e abbassare la testa. E sì, io non pensavo che fossi così sensibile e fifona. Anzi, mi credevo pure quella che, allenata di fronte alle mille pozzanghere di sangue viste in Grey's Anatomy, non avrei battuto ciglio di fronte ad un petto traforato da un proiettile. E invece.
Per non parlare di quanta indignazione mi è venuta nel vedere Favino - che interpreta un politico corrotto- che scopava con due escort, di cui una minorenne. Giuro che, in quel momento, stavo per alzarmi e gridargli sei una merda. Poi mi sono accorta che ero a cinema e non nella sua camera d'albergo. 

Così, io che volevo andare a cinema per piangere un po', mi sono ritrovata ad essere indignata e a riflettere sui problemi dell'Italia corrotta. Ma parliamone come se ne parla dell'ultima collezione di scarpe Primadonna (eh sì, perché noi povere sfigate poverelle mica possiamo metterci a parlare delle suole rosse di Louboutin)!

Insomma, tutto questo per dirvi che:
- sono uscita dal cinema piuttosto scossa, forse non nel modo in cui volevo, ma tutta quella violenza mi ha scombussolato un po'.
- il film è carino, ma parliamo ancora di cinema medio;
- le donne vincono su tutto (guardate il film e poi mi dite);
- la prossima volta, se ho voglia di piangere, devo farlo senza la scusa del cinema.

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