venerdì 27 febbraio 2015

Due-tre cose. Anzi quattro.

1.
Sono stanca. Ma stanca stanca.
In questa settimana ho stravolto la mia vita. E ogni giorno mi chiedo se ho fatto la cosa giusta. Ma va beh.
Non ho avuto una sera libera. E mi sto seriamente chiedendo per quanto tempo posso mantenere questi ritmi.
Sveglia presto-fare la pendolare-passare una giornata fuori-teatro e palestra non sono associazioni vincenti.
Vorrei avere risposte entro martedì, data di scadenza dell'abbonamento in palestra, così decido se rinnovarlo e andare con una flebo a lavoro, oppure no.



2.
Mi sono innamorata di Giovanni Caccamo.
Sì, lui, il vincitore di Sanremo Nuove Proposte.
Ah, ora che ci penso avevo scritto un post che non ho ancora pubblicato. E che non pubblicherò.
Qui si dice passato il santo, passata la festa.



3.
Ho ricevuto i primi due mesi di borsa. Yuppi. Ho già prenotato un weekend a Firenze per il Van Gogh Alive, e ne sto progettando un altro.



4.
Oggi sono riuscita a parlare con Rosso Malpelo ed è stata la mia dose di serotonina giornaliera.
Chi è Rosso Malpelo? Una storia lunga e un ragazzo bello.


PS. Ho attivato una pagina FB, per chi ha voglia di venirsi a prendere un caffé anche lì è ben accetto.


domenica 22 febbraio 2015

50 sfumature di minchiate bis

Diciamo le cose come stanno: il film fa cagare, forse ancor più del libro (se volete, ho scritto qualcosa anche sul libro qui). Non ci sono mezzi termini, il mio è proprio un NO. Ma vedetelo se siete curiosi, lasciate perdere gli intellettualismi di coloro che dicono “non leggo libri così”, “non regalo soldi per un filmetto del genere” e tante altre amenità.

Il film è al di sotto di qualsiasi aspettativa: non ci sono scene di sesso eclatanti, anzi in commedie tipicamente italiane ho visto fare di peggio. Non solo, il film è di una banalità assoluta che rasenta il ridicolo.

Ma partiamo dalle cose positive: la sceneggiatura e la colonna sonora. Beyoncé ha finalmente fatto una versione degna della sua Crazy in love…ne sentivamo l’esigenza vero? Altri punti positivi non ce ne sono. Ah, Dakota come si chiama lei, in arte Anastasia Steele, figa come non mai nella sua bellezza acqua e sapone, ma di una stupidità incredibile. Piccolo particolare: la prossima volta, qualora ci fosse un sequel, compriamole una spazzola per favore, facciamole fare la ceretta anche sulla coscia e regaliamole un paio di scarpe che non assomiglino a quelle di Aladino.

Ecco, primo punto negativo. Lei è una svampita, non che nel libro appaia diversa, ma nel film dà il meglio di sé in fatto di rincoglionimento precoce da colpo di fulmine. Non solo, è sciatta, ingenua, una cretina con una laurea decorativa in letteratura, una studentessa insignificante che non accenna ad una frase di senso logico e compiuto in tutto il film ma che guarda caso, toh!, riesce ad attirare le attenzioni del giovanissimo milionario, figo q.b., Christian Grey.
I motivi per i quali un uomo figo e ricco possa interessarsi ad una studentessa la cui esistenza non era annoverata prima nel libro della vita non sono pervenuti.
Ma in questo si sa, i film sono maestri a farci credere che tutto è possibile, che i sogni si avverano, che i miracoli esistono e che gli asini volano. Ragazze, dunque, tranquille. Se una come Anastasia è riuscita a catturare le attenzioni di un uomo come Christian Grey c’è speranza per tutte.

Ma non è finita qui. Troppo semplice se Christian fosse solo un figo plurimiliardario dalle discutibili fantasie sessuali. La nostra brava E.L.James ha pensato di costruirgli una personalità che potesse dare, in un certo senso, spessore e significato al libro, e quindi al film. Christian è anche uno stalker, un dominatore anaffettivo, un maniaco del controllo, un uomo dal passato oscuro dal quale tutte dovremmo stare lontane e invece. E va beh.

Ora, uno pensa che unendo questi due personaggi complessi quanto un’equazione matematica di primo grado, ne venga fuori una storia bellissima, che ti tiene con il fiato sospeso per due ore…e invece, miei cari, la verità è che non succede proprio un cazzo. Tutto il film ruota intorno ad un punto: a lui piace il BDSM (termine per indicare pratiche e relazioni sessuali basate sulla dominazione e sottomissione, wikipedia docet) e lei, da brava crocerossina, vuole guarirlo per avere una relazione normale. Eh no! Ti piacerebbe, cara Anastasia. (E care ragazze che leggete). Qualsiasi ragazza un pochino più intelligente di Anastasia Steele si sarebbe allontanata da uno così, al massimo gli avrebbe fregato un po’ di soldi e poi ciao.

E invece assistiamo ad una storia che non è assolutamente credibile per un sacco di motivi, ad un film che lancia il femminismo nel cesso dove la donna non è altro che una marionetta nelle mani di un uomo malato che la tratta come un interruttore on/off. 
E magari fosse solo questo. Due le cose sconcertanti: 
1) il film è scritto e diretto da una donna (il che è ancora peggio) ed è uscito alla vigilia di San Valentino-bel modo di celebrare l’amore, vero?! 
2) i commenti delle ragazze che hanno affermato di volere uno come Christian si sprecano. Ora capiamoci: i soldi non ci fanno schifo, le attenzioni (se non troppo invadenti) neanche…ma siete davvero sicure di volere un uomo pronto a farvi un fisting anale e vaginale? Io credo proprio di no.


PS. Se non sapete cosa è un fisting, meglio per voi.

PPS. Da qualche giorno sono attiva su una pagina FB, L'officina dell'Amigdala, potete trovarmi anche lì.

venerdì 20 febbraio 2015

INFARTO.

Sono letteralmente sconvolta. Devo riprendermi un attimo.
Calma. Ora mi spiego.
Sto scrivendo di getto mentre chatto su FB con una mia amica che è a Dublino.

Ho conosciuto l'architetto tramite lei. Un ragazzo bruttino ma che con la sua riservatezza mi ha conquistato sin da subito. Ci siamo rincontrati in discoteca (dove mezzi brilli ci siamo scambiati un po' di mucose) e poi in palestra dove abbiamo avuto modo di parlare un po' di più.
Niente di ché, i soliti discorsi che si fanno.

Poi ho smesso di andare in palestra e non ci siamo più visti, se non sporadicamente in giro.
Ho ripreso l'attività fisica solo qualche settimana fa e l'ho rincontrato. Abbiamo parlato come al solito e poi siamo ritornati ai nostri esercizi.
Ultimo incontro il giorno del mio compleanno, nel locale dove ho festeggiato.

Oggi parlando con la mia amica scopro che l'architetto è partito per l'Australia. Mi è preso un colpo.
Comeeee?? Ma se una settimana fa era qui!
Ci sono rimasta di merda perché non mi ha detto nulla. Ma non è questo, ci sono rimasta ancor più di merda perché è l'ennesima storia di miei coetanei che fanno le valigie e vanno via.

Poi l'Australia, mica Londra a due ore di volo. No, l'A-U-S-T-R-I-A-L-I-A.

Non so descrivervi ciò che sta accadendo dentro di me all'altezza dello stomaco. Ma sento come uno strappo, misto ad una sensazione di rabbia.
Non se ne possono andare tutti. Non ce ne possiamo andare da questo paese che per me è bellissimo, nonostante le numerose ferite sanguinanti.

Sono visibilmente scossa, tant'è che mi è venuto un mal di testa assurdo e devo drogarmi di paracetamolo prima di finire attaccata alla tazza del water.

Difficile da spiegare, ma queste storie mi toccano profondamente.




giovedì 19 febbraio 2015

CRISTINA



Era il 18 settembre. Ricordo bene quel giorno, uno stupido giovedì di metà mese, con l’estate che ormai salutava la nostra pelle e l’autunno che si affacciava nelle nostre vite.
40 scatoloni, un sacco di soldi spesi per impacchettare una storia durata due anni, le lenzuola sfatte dopo l’ultima notte passata insieme.
Fumavo quella che avevo deciso essere l’ultima Camel light della mia vita, mentre, distratto, guardavo fuori dalla finestra la città svegliarsi.
Raccoglieva i suoi vestiti con i capelli che le scendevano sui seni. Quei seni che avevo stretto e baciato per tutta la notte. Sentivo ancora il dolce sapore della sua pelle mischiato al fumo nella mia bocca. Lo avrei tenuto stretto nella mia saliva per tutta la vita.
Non avevo il coraggio di guardarla andare via. Avrei voluto fare ancora una volta l’amore con lei, sentirla mia, entrare dentro la sua anima, penetrarle i pensieri, il cuore, la mente.
La valigia era già pronta vicino alla porta, quasi ad implorarle di portarla fuori in fretta. Di farla salire su quel treno che l’avrebbe riportata a casa.

Cristina, perché vai via da me?
Glielo avrei voluto chiedere, ancora una volta. Ma non aveva senso.
Nel manuale distruzione, a pagina 19 c’erano tutte le risposte. Avevamo meticolosamente messo in pratica tutti i principi distruttivi di cui eravamo capaci. Non potevamo rimanere legati per un semplice affetto, non sarebbe stato giusto per le nostre vite. Lei era una pura, mi avrebbe amato in eterno, portandomi in un pezzo del suo cuore che però adesso non faceva parte della sua vita. E’ difficile spiegare il disamore.

Cristina, ci metterò altre due vite a farmi piacere una come te. Amavo la tua pelle bianca stesa su quella terra rossa dove per la prima volta abbiamo fatto l’amore. Amavo la matita nera sbavata sotto i tuoi occhi. L’anello che mettevi sempre all’indice. Quella gonna bianca che usavi d’estate per andare al mare. Amavo persino quei pessimi libri che leggevi prima di andare a letto. Amavo tutto di te. Anche quel tatuaggio sulla caviglia di cui tanto ti pentivi.
E adesso? Ti amo ancora ed ecco perché non sopporto saperti non mia. Ecco perché non sopporto ritornare a quel 18 settembre, a quella porta chiusa frettolosamente mentre ancora fumavo la mia Camel light.


Guardo fuori dalla finestra. Sono ancora a letto. E’ un giovedì di metà mese, la città si sveglia e io sono ancora qui con la mia Camel light e il profumo di te, che ormai non ci sei più, nei miei pensieri.

[Grazie a Mi. per avermi ispirato]

domenica 15 febbraio 2015

My Bob.

Ho conosciuto Roberto Angelini. Non poteva esserci San Valentino migliore.
Il concerto era alle ore 22 in un circolo Arci. Sono andata lì alle 21.30 circa quando ancora stavano facendo il soundcheck.
Non c'era nessuno a parte gli organizzatori e Bob ci ha salutato con un ciao a 32 denti. Dopo mi ha confessato che pensava fossimo dello staff. E va beh.

Il concerto è iniziato 3 ore dopo. Rendiamoci conto.
Per fortuna l'attesa non è stata così noiosa: ci siamo dilettate in chiacchiere femminili, ho conosciuto una tipa che promuove eventi culturali in Puglia e in Italia (in genere presentazione di libri), e abbiamo ascoltato qualche pezzo della Municipal, che ha aperto il concerto di Bob.

Alle 12.30 ha cominciato a cantare lui. Un metro e 90 di pura bellezza, di testosterone raffinato e di una bravura fotonica. 
Un concerto molto intimo che mi sono goduta stando in prima fila con lui di fronte. Lui è un mostro con le chitarre e la cosa bella è che fa tutto da solo sul palco: lui, la sua voce, le sue chitarre e il looper.
Ad un certo punto ha chiesto se qualcuno di noi conoscesse Dicembre, ovviamente nessuno la conosceva a parte me. E così mi sono ritrovata a fare la corista su sinceramente, che onore!




A fine concerto ci siamo conosciuti. E' stato lui a presentarsi con quei suoi due occhioni a palla. Siamo rimasti a parlare un po', gli ho raccontato del mio aneddoto di novembre e ovviamente ci siamo scattati la foto di rito. 
Nel mentre io ero un'inebetita.
Mi chiedo dove finisca a volte la mia sfacciataggine. E va beh, ma di fronte a tanta bellezza, il mio asse ipotalamo-ipofisi-gonadi si è proprio alterato. 

Ora senza sminuire la sua bravura, che per carità, è fuori discussione, lui E' PROPRIO FIGO. E' TANTA ROBA. E basta, che sennò perdo tutta la mia dignità femminile.




sabato 14 febbraio 2015

Canzoni tristi per un San Valentino triste.

A San Valentino io non ci ho mai creduto.
Ricordo che il mio primo 14 febbraio da non single lo passai a casa mentre il mio ragazzo andò a giocare a calcetto (ovviamente dopo il mio consenso).
I successivi furono più o meno simili. A 'ste cazzate non ho mai dato peso.
Anche perché l'ammmore, quello vero, non ha bisogno di un giorno particolare per essere ricordato.

Va beh. Lasciamo stare i pipponi, che oggi è sabato e bisogna essere leggeri.

Stasera vado al concerto del mio Bob. Ho gli ormoni in fibrillazione.
Quell'uomo mi fa proprio perdere il controllo. Mi istiga alla barbaria.
Ma tanto lo so, perché è già successo, che quando lo vedrò rimarrò in silenzio come un pesce. Muta e immobile per l'imbarazzo.

Sto perdendo il senso di questo post.
Voglio delle canzoni tristi per un San Valentino triste.
Tipo I love you di Cremonini. Una bellissima canzone, però...

Un giorno, non so dirti quando, ci rincontreremo io e te! 
Tu per la strada coi dischi e la spesa, 
io ancora ubriaco a un caffè. 
Occhi negli occhi, diremo qualcosa sul tempo che va, 
senza il coraggio di chiederci quanto è costata la felicità... 
Non so piu chi sei....
Sai, certe volte ci passo il mio tempo a invecchiare con te, 
vivere per le abitudini come due inglesi all’ora del the. 
Pensare per un attimo di averti ancora, 
se avessimo una vita in più, 
chiamarti prima di dormire come allora, 
solo per dirti una volta in più: 
I love you!

E' un po' nosrtalgica, ecco. E a me mette un po' il magone.

Mi viene in mente anche io che non vivo più di un'ora senza te, come posso stare più di un'ora senza te...Insomma canzoni del genere. Da #dammiunalamettachemitagliolevene.

Canzoni tristi, d'amore struggente, impossibile, passionale. Tutto quello che volete. L'importante che siano d'ammmore.

Si ma cosa ci fai con le canzoni tristi che ti suggeriamo? Creo una playlist su Spotify. Chiaro!

[Poi se magari qualcuno mi dice come posso metterla qui sopra ve la passo!]

giovedì 12 febbraio 2015

mercoledì 11 febbraio 2015

Classe 1986 (ultima parte)

Gli anni dell’università sono stati atipici.
Ricordo di aver abbandonato l’aula del liceo, dicendo in seduta d’esame che avrei fatto ingegneria gestionale. Lanciai uno sguardo di sfida alla mia professoressa di matematica e andai via.
In realtà ad ingegneria non mi sono mai iscritta. Ho avuto paura. E Jacques, studente di ingegneria all’ennesimo anno fuori corso, non mi era proprio di aiuto.
E così scelsi Biotecnologie.
Il perché me lo sto chiedendo ancora oggi.

Non ho grandi imprese da raccontarvi, se non qualche prestazione ironica a qualche esame, le mie degenze in diversi ospedali pugliesi e le fatiche per conquistarmi la laurea triennale.
In tutto questo ormai Jacques non c’era più. Abbandonato nella sua Lancia Delta Bordeaux.

Ero single, potevo divertirmi. Ero libera. Cazzate. La rottura della storia con J mi buttò uno sconforto addosso che levati.
Lui nel frattempo aveva trovato consolazione tra le braccia di una mia amica.
Dimagrii tantissimo (ecco, forse dovrei soffrire per amore più spesso, unica dieta efficace che funziona sul mio corpo) e trovai conforto in diverse attività, ovviamente non sessuali.
La bici, la corsa, poi il mare…cose banali alle quali mi sono sempre aggrappata.

Fu mister X ad avvicinarmi al mondo della corsa. Mi bastò uno sguardo che mi lanciò mentre correva sul lungomare a convincermi in questa impresa.
Quell’estate la passai in fissa con lui. Senza nessuna vergogna, mi presentai a lui e gli manifestai tutto il mio interesse.
A volte mi chiedo che cavolo mi passa per la testa. E va beh.
Mister X era un imbecille patentato e a fine estate uscì con una mia amica. Meno male, fu lei a far da cavia e ad accorgersi di quanto la mia mira fosse stata sbagliata.

Poi conobbi Siamosoloamici. Un uomo molto più grande di me, del quale mi invaghii, ma dopo averlo baciato decisi che era meglio se rimaneva mio amico, piuttosto che farlo diventare il mio fidanzato.
Dopo un periodo decisamente no, di una durata non quantificabile, riuscii a laurearmi. Mi sentivo felice, la vita non era poi tutta contro di me.
Dopo due giorni la laurea, senza chiedermi se lo volessi veramente, mi iscrissi alla specialistica.
Non volevo pensarci troppo. Volevo studiare e basta. Mi sentivo Wonder Woman (dei poveri).
Tra un esame e l’altro, mi concedevo qualche viaggio, tanto mare, qualche storia impossibile e cose sempre nuove da fare, pensare, vedere, gustare, improvvisare.

In meno di due anni ho fatto 14 esami, scritto una tesi e svolto un tirocinio a Verona.
Verona, croce e delizia per nove mesi della mia vita. Un parto per capire che è bello stare lontani da casa, ma è anche bello ritornarci e provare a viverci.
Ed eccoci qui. Da qualche mese laureata, con un passato tutto sommato normale (????), un presente entropico e un futuro che è un mistero.
O quasi.

Domani è il mio compleanno, in questi ultimi giorni penso molto alla mia vita. Ecco il senso di questi post.
Un famoso scrittore di provincia mi ha detto che sono autocelebrativa.
Vero, non posso negarlo e non posso farne a meno. Sono questa: mi piaccio e mi maledico allo stesso tempo. Sono tutto e sono niente. La mia vita, con molte difficoltà, mi piace e voglio celebrarla per quanto questo mi è possibile.

Oggi ho quasi 29 anni, non so se assomiglio all'idea che avevo di me quando il mio corpo ha cominciato a cambiare nella forma, nei sentimenti e nei pensieri. Però mi piaccio.

Sono una mangiatrice seriale di biscotti, un' appassionata di medicina e scienza, un' innamorata folle di Fabio Volo e Michael Fassbender, una divoratrice di musica di ogni genere, una pensatrice professionista, una vittima perenne del colpo di fulmine, un' utopista logorroica paranoica, una minchiona di professione ma più di tutto…una precaria sentimentale.
Sono tutto quello che ho. Tutto quello che penso. Tutto quello che amo.

Ho un sogno nel cassetto che ogni giorno, o quasi, rispolvero: avere una vita vergognosamente libera e felice, anzi serena (perché la felicità è un'emozione effimera).
Ah, dimenticavo una cosa importantissima: scrivo per tenere a bada il caos. Siete ancora in tempo per fuggire.

martedì 10 febbraio 2015

Classe 1986 (parte 2)

....Scelsi il liceo scientifico (stessa scuola di Paolo), dove ebbi modo di conoscere nuove persone, con le quali non mi legai mai realmente.
Avevo rapporti convenevoli con tutti, anche con quelli che in classe erano i più emarginati.
La mia vita era fuori: frequentavo la parrocchia e fu proprio lì che conobbi Jacques.
Jacques, 5 anni più grande di me (che vi posso assicurare a quei tempi per una sedicenne erano tanti), era l’obiettore di coscienza della parrocchia. Attraverso giochi di magia che non vi sto qui a spiegare, riuscii ad avere il suo numero. Cominciai così a mandargli dei messaggi fino a quando non fu lui a propormi di uscire.
Lui era fidanzato da 5 anni, ma la sera stessa che uscì con me, lasciò la sua ragazza. Quel gesto mi spaventò molto: Jacques mi piaceva, ma cosa voleva dire questo?
Dopo una settimana io e Jacques stavamo insieme, contro il volere di molte persone. Il parroco, che conosceva molto bene Jacques, i miei genitori che all’inizio mi ostacolarono tanto, alcuni miei amici, che non riuscirono a mandar giù il fatto che io mi fossi allontanata un po’ da loro per stare con lui. E la sua ex ovviamente, che per i primi mesi fu un incubo nella vita di Jacques, ma mai nella mia. Forse perché, anche io, in fondo, non ero del tutto convinta di questa storia e mi interessava poco se qualcuno potesse minare la nostra stabilità.


Jacques veniva da una famiglia difficile, era un mantenuto che voleva fare il ribelle. Ma con i soldi di papà è facile fare i ribelli. Però mi voleva bene e mi riempiva di attenzioni, fin troppe direi.
Solo quasi sei anni dopo mi accorsi che, effettivamente, non avevo tutti i torti.
Il sesso con Jacques era stupendo, ma tutto il resto faceva cagare. La mia vita faceva cagare se c’era lui. E così una sera, all’ennesimo litigio, senza pensarci troppo, uscii sbattendogli la portiera della macchina e ciao per sempre.

Per questa mia incapacità di legarmi a qualcuno, cambiai spesso compagni di banco. Ma la verità era che non avevo nessun pretesto per legarmi a qualcuno di loro. Li trovavo lontani dal mio essere, così tanto, che ogni tentativo di cercare un punto in comune falliva.
Avevo il mio mondo fuori: gli amici della parrocchia, loro sì che mi capivano. E poi con loro mi divertivo sul serio.
E avevo un universo dentro che arricchivo e scoprivo con la musica, le letture, la scrittura. Fondamentalmente ero una snob, una presuntuosa, un’antipatica che si credeva chissà chi solo perché aveva un fidanzato figlio di un noto medico dell’ameno paesello, leggeva libri di letteratura straniera e ascoltava musica di nicchia.
Non a caso, gli amici della parrocchia, mi chiamavano Principessa.

Loro, che adesso sono sparsi in diverse parti di Italia, mi hanno voluto bene sul serio (e me ne vogliono ancora oggi per fortuna), nonostante non fossi come loro, nonostante avevo questo mio lato ribelle che non esitavo a tirar fuori, nonostante ai campiscuola dovevo rompere costantemente le palle per qualcosa che non era come dicevo io.
In tutto questo, riuscii a vivermi quegli anni in maniera più o meno tranquilla, cercando di mantenere l’etichetta di brava ragazza che mi era stata affidata.
Jacques era il mio porto sicuro, anche se con lui litigavo spesso. Passammo diversi momenti di crisi, tutti per colpa mia. Ogni tanto sparivo, lasciandolo sospeso.
Per alcuni mesi, quelli che precedettero la maturità, lo “tradii” con un maresciallo della marina che avevo conosciuto in chat. Che brutta persona che ero con e per lui.

Studiavo tanto, ma per i miei professori non era abbastanza. Riuscii comunque a diplomarmi con un voto alto (95), che non mi aspettavo assolutamente.
Dopo la maturità, ripresi in maniera stabile la mia storia con Jacques, nonostante, ormai, si fossero create delle rotture tra di noi....

lunedì 9 febbraio 2015

Classe 1986 (parte 1)

Classe 1986. Fin da quando lo spermatozoo di mio padre e l’ovocita di mia madre si incontrarono, tutti pensarono che io fossi un maschio. Persino il ginecologo più famoso dell’ameno paesello in cui sono nata e cresciuta.
Al via l’acquisto delle tutine celesti e delle scarpine senza fiocchi. 
Poi, il giorno della mia nascita, esattamente il 12 febbraio di tanti, ma tanti, ma tanti anni fa, l’ostetrica uscì dalla sala operatoria esclamando con giubilo a mio padre: è una femmina
La delusione di essere nata con una farfalla al posto di un pesce fu, per fortuna, subito rimpiazzata dalla gioia della mia nascita. 
Una bella bambina di 3,5 kg, con una folta chioma nera, di pelle color cioccolato e le guance rosse come due ciliegie. 
Mia madre dice sempre che io mangiavo, bevevo e dormivo. Funzioni primarie ed essenziali che ho mantenuto con una certa costanza per il resto della mia vita. Diciamo che non ero per lo spreco di energie, ecco.

I primi anni di vita li ricordo grazie alle fotografie che vagano per casa. Avevo degli occhioni che si impossessavano di tutto e di tutti. Ero vanitosa, terribilmente vanitosa. 
Alla scuola materna, la mia maestra mi faceva fare, durante le recite, dei balletti terribili, roba da seppellire la testa, ma anche tutto il corpo, sotto la sabbia per la vergogna. 
Rossetto rosso e ombretto blu, gonne svolazzanti…insomma, meglio se non continuo. Però ero una bambina che non passava inosservata. Soprattutto agli occhi di Giovanni, il primo “uomo” della mia vita che feci subito fuori a colpi di indifferenza.

Fui un talento incompreso. Volevo fare la ballerina (unica nota positiva rimasta di quei balletti che la maestra mi insegnò), ma mia madre mi iscrisse al corso di ginnastica correttiva. 
Mi piaceva disegnare e colorare, ma la maestra mi insegnò (oltre ai balletti, è chiaro) a leggere e scrivere a 5 anni. Arrivai in prima elementare snobbando i miei compagni che faticavano a scrivere le vocali.

Di quegli anni non conservo ricordi molto nitidi. Guardavo Non è la Rai e imitavo Ambra Angiolini davanti allo specchio.
Una volta mia madre mi beccò che facevo la cretina in camera sua e io da quel giorno smisi di atteggiarmi, considerato che ormai mezzo paese conosceva le mie doti da soubrette davanti allo specchio. Non solo, fare la cretina mi era costato una caduta e cinque punti dietro alla testa, all’altezza del cervelletto. Sarà stato per quello che adesso sono così.

Avevo una compagna, Isabella, con la quale passavo molti pomeriggi, facendo i compiti insieme. Poi c’era Natale, che ogni tanto si univa a noi e dal quale mi piaceva farmi prestare i rollerblade, Antonella, che ricordo per il tragico destino che le capitò (perse sua madre malata di cancro in quinta elementare), Mauro, di cui ricordo il rosso vivo dei suoi capelli, Roberto, ancora oggi innamorato di me, e poi Cicciopalla, la bella dagli occhi azzurri e tanti altri.

In quegli anni ero una bambina piuttosto tranquilla, portavo sempre la frangetta, i capelli raccolti, frequentavo una ludoteca con altri miei coetanei, dove riuscii a conquistarmi la simpatia di Maurizio, uno degli animatori. Un bellissimo ragazzo che non ho mai più rivisto, mah. 

Ero la prima della classe, quella che le maestre coccolavano senza troppo ritegno. 
Sempre in quinta elementare ebbi il mio primo fidanzatino, Luigi, lo stesso Luigi che rivedo ancora oggi perché vicino di casa di mia nonna.
Luigi mi voleva bene, come sanno volerti bene i bambini di 10 anni, ma io no. Non so neanche perché misi la croce sul SI, quando mi scrisse la classica frase Ti vuoi mettere insieme? 
Insomma, per farla breve, io mi vergognavo e per sembrare quella forte, finii col fargli un sacco di dispetti. Per fortuna, lui mi ha sempre perdonato.
Non ricordo bene come impiegassi il mio tempo oltre la scuola. 
So che mia madre mi iscriveva ogni anno in palestra per questa benedetta ginnastica correttiva, che guardavo pochi cartoni animati, che ero ligia al mio dovere di studentessa e che l’estate mi trasformavo in un maschiaccio, intenta a giocare in cortile con i miei vicini di casa.

Alle medie conservai il mio stampo di ragazzina seria, meticolosa studentessa che se ne stava sempre per i fatti suoi. 
Amavo il mio prof di matematica perché aveva un modo ironico e leggero di insegnare, ma amai anche quello di italiano, che lodava i miei temi, leggendoli davanti a tutti in classe, e che con scarsi risultati cercava di convincermi ad iscrivermi al magistrale. 
Fu così che imparai l’arte della scrittura sui diari di Mafalda e su delle vecchie agende, per poi perfezionarla su quelli della Smemoranda ai tempi del liceo.

In quegli anni mi avvicinai al mondo della musica, quella vera. 
Ricordo che ogni volta che andavo da mia nonna, mi intrufolavo di nascosto in camera di mio zio, e leggevo i giornali di musica che lui comprava. 
Fu allora che ascoltai per la prima volta gli Afterhours, gruppo che avrei poi apprezzato per tutta la vita, ma che i miei coetanei non sapevano manco chi fossero.
Erano gli anni delle Spice Girls e dei Backstreet Boys. Ascoltavo anche loro, in particolare le Spice, che avrei voluto imitare tutte, perché tutte mi piacevano: la mascolinità di Mel C, il lato baby di Emma, l’aggressività di Mel B, l’eleganza di Victoria, la tamarraggine di Geri.  

In seconda media, conobbi Paolo, quello che sarebbe stata la mia prima cotta adolescenziale, trasformandosi poi in un amore non corrisposto che è durato anni.
Paolo era il fratello maggiore di un mio compagno di classe, mi innamorai dei suoi occhi color verde acqua e poi perché era proprio bello. 
Con Paolo non successe mai nulla, salvo ritrovarlo 5 anni dopo, in estate, per caso in un locale, e cominciare una relazione virtuale intensa che però, per uno strano gioco del destino, non si riuscì mai a concretizzare (io che ero fidanzata, il giorno dopo averlo visto, partii per le vacanze e quando ritornai, lui partì per Milano, dove studiava). 
Rimanemmo così due che continuarono a sentirsi di nascosto per messaggi, fino a quando lui non andò in Erasmus. 
Oggi Paolo è solo un bel ricordo adolescenziale. Si è sposato, si è imbruttito, vive in Canada e aspetta una figlia.

Nonostante Paolo, onnipresente nei miei pensieri, Fabio, riuscì a rubarmi il tempo, più che il cuore, per una manciata di giorni estivi, prima dell’inizio del liceo. Fu il mio primo bacio, il mio primo ragazzo ufficiale, il mio primo non amore. 
La fine dell’estate segnò anche la fine della nostra storia. Lui ritornò nel suo paese e io rimasi nel mio, con la Smemoranda che mi regalò affinché io mi ricordassi di lui. 
Ma la verità è che io lo dimenticai subito, e nonostante le promesse di vederci durante l'anno, non ci vedemmo mai, ma ci rincontrammo l’estate successiva, e quella successiva ancora. Stessa spiaggia, stesso mare.
Ma durante quelle estati il mio cuore era già stato dato in affido ad altri ragazzi....

(to be continued...)

domenica 8 febbraio 2015

...

Scrivo e cancello. Riscrivo e cancello.
Scrivo ancora, rileggo e cancello.

Vorrei giocare con le parole. Stenderle e vedere che effetto mi fanno.
Dare un nome alle emozioni. Leggerle e rileggerle fino allo sfinimento.

Però le tengo per me.
Strette. Strette.

Ci saranno tempi migliori per farle venire fuori.

sabato 7 febbraio 2015

Pessimismo cosmico.

Sto per puntarmi una pistola alla tempia e uccidermi.
Sono intrattabile, vulnerabile, un'inguaribile insoddisfatta. 
Che brutta persona.
Non mi sopporto neanche io oggi.


giovedì 5 febbraio 2015

Acidità.

Devo leggere di meno la sera e trombare di più.
Sì, dovresti.

Ho risposto così ieri sera ad una teatrante che frequenta il corso con me e che proprio non sopporto. Non sopporto, grrrrrrr. Cioè, a dirla tutta MI STA PROPRIO SUL CAZZO. Anche se un cazzo non ce l'ho.
Raramente provo fastidio per un essere umano. Poi capitano questi ammassi di cellule dalle sembianze simili alle mie e tirano fuori tutto il peggio di me.
Scusate, ma io proprio non ce la faccio. Con lei mi viene facile essere cattiva.

Innanzitutto è una che deve parlare sempre. Ma sempre, anche quando non serve. Anche quando il suo fiato farebbe bene ad uscire dal naso. Anche quando bisogna stare zitti. Lei deve per forza emettere un suono.

Poi ha un nome del cazzo. Si chiama come la Madonna (ecco, così se passa di qui, legge di lei e capisce quanto mi infastidisce. Sì, perché è così stupida che quella manco l'ha capito che quando le rido in faccia è perché la sto prendendo per il culo!). 
Dicevamo si chiama come la Madonna, ma si fa chiamare con un nome del cazzo. Un nome che è tropan-alcaloide (ora la sto sputtanando proprio), ma che secondo me lei manco lo sa. Leggo su Wikipedia, che in somministrazione elevata provoca paralisi letale del sistema nervoso centrale. Beh, in effetti, un po' le si addice come nome.

E' una che non tromba e si vede. Ora per carità, manco la sotto scritta tromba chissàché. Però non sono frustrata, ecco. E se lo sono, mica lo comunico agli altri.

Scrive in continuazione su whatsapp. Si mangia un kinder Bueno e lo scrive, comunicandoci la sua carenza d'affetto. E ci credo cara, chi vuoi che voglia bene ad una scassamaroni come te? 
Non sa che film guardare la sera e lo chiede nel gruppo su whatsapp. 
Guardati un bel film porno, avrei voluto risponderle tutte le volte che ha scritto.
Devo continuare? Meglio di no, che se no mi esce tutta la cattiveria di cui sono capace.

Ieri sera, prima di andare a letto, sfoglio la home di Instagram. Becco l'ennesimo selfie del cazzo del toyboy. E va beh. E' pure carino, per carità. 
Leggo il suo commento alla foto. Una frase sulla mafia e primavera, della serie...potranno abbattere la mafia, ma non la primavera. Una cavolata del genere. Ora (nervi saldi)...che cazzo c'entra? 
Io non mi sono trattenuta. E gliel'ho scritto. A meno che quella frase non fosse stata messa per far ridere, non ne vedevo proprio il senso. Così come non ci vedevo tutto sto lato ironico, a parte la sua stupidità.
Oggi ritorno sul suo profilo, e non trovo né la sua frase, né il mio commento. Ma la sua faccia del caiser, sì. Che demente.
Mi vergogno di come i miei neuroni per una manciata di giorni abbiano perso le loro connessioni dietro un lattante del genere. E va beh. Errori di poca lucidità.

Stamattina, una mia amica - che vive in una città del cazzo, provinciale quanto l'ameno paesello, anzi di più- (avete notato quante volte dico la parola cazzo? no? Meglio così)- mi contatta chiedendomi se sabato sera c'è qualche serata in giro. 
L'espressione qualche serata è un espressione che vuol dire tutto e niente, ma di solito lei si riferisce a concerti o gruppi che suonano dal vivo, non certo vernissage di arte contemporanea o reading di poesia esistenzialista, eh. 
Ora, la domanda è lecita, però tu vieni da una città del cazzo in un'altra città del cazzo. Torni al tuo paesello, ché non è New York, né Londra, né Roma. 
Di cose da fare ce ne saranno, ma non faccio la pr. 
E poi cosa chiedi a fare se hai già una cena? Sì, ma dopo sono libera. E chi se ne frega.
Odio. 
Ma la cosa che più mi infastidisce oltre la costante espressione che devo subirmi ad ogni suo ritorno, è questa spasmodica ricerca della serata. Voglio dire: se tu torni una tantum all'ameno paesello, che te ne frega della serata? Le tue priorità dovrebbero essere quelle di incontrare gli amici, non dove passare la serata, ché se la compagnia è quella di cui hai bisogno e che ti fa stare bene, la serata puoi passartela anche nel peggiore bar di Caracas. Va beh, il discorso è più complesso. E in questo momento sono poco lucida per poterlo spiegare per bene. 
Però che tristezza questa gente così. Questa gente che ha sempre bisogno di fare qualcosa, di vedere qualcosa, di riempire il tempo con un qualcosa. Ma viversi la vita così, senza fare programmi, lasciandosi cullare dagli imprevisti, lasciandosi affascinare dagli incontri casuali, dalle parole e dalle storie che ne potrebbero derivare no eh?! Non vi piace proprio eh?!

In tutto questo vasetto di acidità che sono oggi, mi è venuta un'idea. Vorrei realizzare un bookeater club. L'idea è nata dal blog di Zelda was a writer
Se queste cose vengono realizzate a Milano, perché non possiamo farle anche in una piccola città del sud? 
E così ho comunicato subito l'idea ad una mia amica e domani sera ci incontriamo per mettere su il progetto. Basta con queste idee che passano per la testa e vanno a finire direttamente nel cimitero delle idee non realizzate.
Non abbiamo grandi pretese, ma solo creare un circolo di lettori che diventi un pretesto per conoscere nuova gente, scambiarsi idee, farle circolare e magari metterle anche in pratica, perché no?

Per l'acidità oggi è tutto, per le idee invece è un work in progress.

mercoledì 4 febbraio 2015

Di gennaio.

Mi piacciono i bilanci. Quelli che però sono lontani da un tirare le somme. 
Diciamo che mi piacciono i bilanci che non sono veri e propri bilanci, ma solo carte ben spiegate sul tavolo della vita.
Fogli e storie da leggere, osservare, studiare, ricordare. Per un gioco che si chiama manutenzione dell'anima, ma che in parole povere vuol dire vita.
Avere davanti agli occhi il semplice fluire di tutto e poterlo così avere sotto controllo e a debita distanza, ma non perché non voglia farlo mio, anzi. Semplicemente perché voglio che sia mio. Qui, ora e per sempre. 
E così ho deciso, sperando che l'incostanza non prenda il sopravvento, di dedicare un post al mese, che sia un po' un riassunto di quello che ho vissuto, visto, sperimentato, conosciuto, annusato, letto, percepito e tutto quello che con i sensi si può fare. Così, per stendere un nitido ricordo in questa sterile pagina bianca.




Di gennaio, mi ricorderò il lunedì 5. Di quando stavo scegliendo un paio di scarpe in un grande magazzino, distratta da messaggi che mi arrivavano sulla chat di Facebook.

Dei tre film visti, un record per una che non sa star ferma su una sedia per più di 30 minuti. Soprattutto de L'amore bugiardo, che mi è piaciuto un sacco, pur avendo alcune scene da vomito. Ma che bello vedere tanto sgorgare di sangue. Sì, lo so. Certe volte ho un gusto per l'orrido che non ha bisogno di commenti. Per la cronaca, gli altri due sono The water diviner (una vera cagata) e Universitari, molto più che amici (film di Moccia, se non erro - va beh, non si può sempre essere profondi su tutto).

Di Avrò cura di te, libro a quattro mani scritto dalla Gamberale e Gramellini. Un libro che ho aperto per caso e che per caso mi ha aperto un mondo.

Della boccetta di smalto rossa caduta per terra nella mia stanza, di cui si notano ancora le tracce nelle incalanature tra un mattone e l'altro. Dei completini intimi che ho comprato e che non hanno ancora avuto modo di essere apprezzati (e chissà se lo saranno). Di un profumo che avevo smesso di usare e che ho rimesso con molto piacere.

Della partenza di Emme. Delle pause pranzo al mare, stese sullo scoglio a morire di freddo, ma a riscaldarci con le poesie di Neruda e dello schifosissimo the caldo che ho buttato.

Del weekend romano con uno sconosciuto e della sua tenerezza. Della mostra Body Worlds e di quella di Escher che non ho fatto in tempo a vedere. 

Dell'arrivo inaspettato nell'ameno paesello del mio amico che sta in Inghilterra, delle preoccupazioni per la sua salute, delle sue bestemmie per averlo portato a teatro a vedere uno spettacolo che io non ho capito.

Delle canzoni da aperitivo milanese di cui ormai non posso fare a meno. Della distanza che ho voluto mettere tra me e il resto di tutto. Delle playlist su Spotify e delle lunghe email che ho scritto alla mia amica (blogger) sarda. Alla sua vicinanza, ossimoro della distanza che ci separa.

Dei tanti papers letti, del successo di un mio studente passato magicamente da un 2 e mezzo ad un 6 e mezzo in inglese, del mio primo monologo a teatro.

Del barista all'aeroporto di Ciampino che mi ha detto "Te posso dire una cosa? Sei bella come er sole". Del mio sorriso timido e del mio Tu no, nella mia mente (scusate ma era un metro e ho tanta voglia di crescere!). 

Di un paio di scarpe rosse, tacco 12, che ho visto e che voglio assolutamente comprarmi.

Della bellezza delle anime affini alla mia. Del mistero della vita e del nostro affannarci a voler trovare sempre un senso a tutto. Di Pirandello, che è tornato prepotente nella mia vita. 



martedì 3 febbraio 2015

Chi. Filastrocca sconclusionata.

Chi ama qualcuno. Chi si sente nessuno. Chi impara l’arte e chi la mette da parte. Chi si illude inutilmente e chi gioca spassionatamente. Chi è solo e chi cerca compagnia. Chi resta e chi va via. Chi litiga per le stesse ragioni. Chi è schiavo di inutili prigioni. Chi ha scarpe per camminare. Chi ha una valigia per viaggiare. Chi non ha soldi per amare. Chi invece ha il cuore per odiare. Chi con la vita gioca. Chi si chiede se è un’oca. Chi beve il caffè. Chi fa a meno di te. Chi si addormenta con i pensieri. Chi muore per il passato di ieri. Chi va a scuola, chi allo stadio a far la ola. Chi diventa succube delle passioni. Chi rompe sempre i coglioni. Chi danza sotto la pioggia. Chi vorrebbe a Roma una loggia. Chi mette un punto a tutto. Chi sta bene soprattutto. Chi l’altro non vuol lasciare. Chi non vuol farsi amare. Chi si ribella per niente. Chi è negligente. Chi scrive sulla sabbia. Chi scrive Castelli di rabbia. Chi legge sopra le righe. Chi a giugno raccoglie le spighe. Chi odia le suore. Chi suona per ore. Chi muore lentamente. Chi vive specialmente. Chi si ammazza per poco. Chi appicca il fuoco. Chi tradisce per vizio. Chi è abbandonato in un ospizio. Chi non ha voglie. Chi trema come foglie. Chi vorrebbe una moglie. Chi pretende rispetto. Chi fa a pugni sotto un tetto. Chi dice sì su un altare. Chi scappa prima di rischiare. Chi aspetta il treno. Chi alla sua vita non mette freno. Chi si innamora dei viaggiatori. Chi regala fiori. Chi non ha successo. Chi è sempre depresso. Chi non segue mai il vento. Chi si sente scontento. Chi è sospeso. Chi sente la vita come un peso. Chi non arriva a fine mese. Chi ha troppe spese. Chi si mette in vetrina. Chi non si sveglia la mattina. Chi fuma troppe sigarette. Chi paga con le mazzette. Chi applaude gli attori. Chi è sempre fuori. Chi augura la buonanotte. Chi nasconde il vino buono nella botte. Chi coltiva progetti. Chi fa salti nei letti. Chi consuma la vita. Chi si rende attore di una commedia infinita. Chi pulisce le scale. Chi lavora in ospedale. Chi lecca il sangue delle ferite. Chi guarda le partite. Chi cerca la donna della sua vita. Chi l’abbandona, tradita. Chi prega su un altare. Chi non sa più chi aspettare. Chi si masturba sotto una doccia. Chi assomiglia ad una goccia. Chi nasconde gli scheletri negli armadi. Chi va ai concerti negli stadi. Chi ruba le caramelle di nascosto. Chi dà a tutto un costo. Chi scioglie la neve al sole. Chi dice troppe parole. Chi ha sete di conoscenza. Chi ha poca pazienza. Chi mette il replay. Chi pensa che al mondo ci siano ancora i plebei. Chi rimpiange il passato. Chi non è ancora tornato. Chi spezza gli incantesimi. Chi conta i centesimi. Chi mette in rodine i suoi progetti. Chi legge libri a fumetti. Chi mette il cuore a tacere. Chi è amante del sapere. Chi si guarda dentro. Chi non fa mai centro. Chi non ha rimorsi. Chi supera concorsi. Chi è solo con se stesso. Chi non è più lo stesso. Chi scatta fotografie. Chi azzarda filosofie. Chi accartoccia fogli. Chi aspetta che spuntino i germogli. Chi asciuga il sudore dalla fronte. Chi prende il sole sopra un monte. Chi sogna il mare. Chi non ha paura di amare. Chi si consuma sotto le lenzuola. Chi ci resta per non andare a scuola. Chi dipinge i muri di blu. Chi di soffrire non ne vuole più. Chi va in Spagna per sposarsi. Chi cerca un figlio per realizzarsi. Chi la politica non capisce. Chi con le bugie tradisce. Chi sogna ad occhi aperti. Chi sistema i sogni nei cassetti. Chi cerca un sorriso. Chi è sempre deriso. Chi fa l’amore sopra un prato. Chi non ha ancora consumato. Chi si assenta a lavoro. Chi accumula oro. Chi non ha religione. Chi si nasconde sotto l’ombrellone. Chi è pellegrino. Chi a Dio si sente vicino. Chi guarda gli uomini sposati. Chi ha i sensi alterati. Chi legge ad alta voce. Chi ha messo su una croce. Chi si trucca davanti ad uno specchio. Chi si sente più vecchio. Chi incolla pagine bianche. Chi paga puttane stanche. Chi costruisce con le mani. Chi aspetta il domani. Chi è deluso. Chi si è per troppo tempo illuso. Chi non ha prezzo e chi compra con il disprezzo. Chi scrive poesie. Chi non riesce ad abbandonare le sue manie. Chi sogna la carriera. Chi fa la cameriera. Chi si getta da una scogliere. Chi fa tutto alla stessa maniera. Chi sogna un ragazzo. Chi si comporta come un pazzo. Chi si dimentica i compleanni. Chi ha tanti affanni. Chi si tinge i capelli. Chi perde gli ombrelli. Chi fa l’amore in cucina. Chi fa i capricci come una bambina. Chi aspetta una telefonata. Chi si sente abbandonata. Chi si abbatte per nulla. Chi dondola una culla. Chi muore di fame. Chi si chiede chi è la più bella del reame. Chi vuole cambiare. Chi non sa disegnare. Chi si perde nei baci di un amante. Chi crede alle cazzate di una cartomante. Chi sogna. Chi invece è alla gogna. Chi vede e chi provvede. Chi scrive e chi vive.

domenica 1 febbraio 2015

Cose del weekend e riflessioni serissime.

Ho passato un weekend da sballo. Roba da impasticcati doc. Sì, ma di paracetamolo, al massimo.
Non sono uscita se non per un caffè con un amico che dovevo salutare prima che ritornasse in Inghilterra. Non avevo tantissima voglia di incontrare laggente.
E così mi sono rifugiata tra le mie cose: il pc, il divano, Spotify, i libri e Sky Arte.

Ho finito di leggere Avrò cura di te di Gramellini&Gamberale e ho cominciato Gli amori difficili di Calvino. Ho scritto tantissimo, ma non sul blog ovviamente.

Nel mio cervello alberga una nuova idea, che per ora è stata solo condivisa con la mia Minnie Moleskine, qualche file word e il mio amico che è ritornato in Inghilterra.

Ho visto qualche puntata di Fargo che avevo lasciato in sospeso, un documentario su Veermer e uno su Ciampi (Piero).

Conoscevo Ciampi solo di nome, la sua fama di artista maledetto ed ubriacone mi è stata resa nota in seguito ad una canzone dei Baustelle (Baudelaire). Non conoscevo i suoi testi e sapevo pochissimo, se non nulla, della sua vita professionale e privata.

In seguito allo speciale, andato in onda su SkyArte lo scorso 19 gennaio e che io ho visto ieri sera, Piero Ciampi-poeta, anarchico, musicista, mi sono accorta di essermi persa per anni un genio, più che della musica, della poesia. Io azzarderei anche un genio della vita.

Piero Ciampi non era una persona facile. Amante fedele della bottiglia, un irrequieto di natura, aveva tutte le carte in regola per essere un artista: aveva un carattere melanconico, beveva come un irlandese, se incontrava un disperato non chiedeva spiegazioni (cit. Ha tutte le carte in regole dello stesso Ciampi).
Un poeta maledetto, vagabondo rissoso, un'anima inquieta e tormentata alla quale era difficile avvicinarsi, stragista di cuori (le sue due donne, l'irlandese Moira e la romana Gabriella, lo lasciarono - credo per disperazione), che però fu in grado di scrivere dei testi forti e affascinanti, in grado di dare una via di fuga a tutti i suoi tormenti interiori.
Fondamentalmente Piero era un uomo come noi, semplicemente con una più forte insofferenza nei confronti dell'esistenza, un'indigestione che lo rendeva inquieto, folle e allo stesso tempo profondo.

Oggi ho consacrato la mia giornata al cazzeggio. Non ho fatto niente se non andare a messa.
Sì, sono ritornata tra i banchi della mia parrocchia, dopo averci messo piede l'ultima volta il giorno di Natale.
C'era un prete che era tutto un programma. Un po' gaio, a dire la verità, che ha fatto un'omelia assurda, grottesca e della quale ricordo ben poco. E va beh. Diciamo che mi sono distratta facilmente perché alle mie spalle c'era un 20enne superfigo, che ho rivisto dopo circa 6-7 anni.

Ecco, ora la mia riflessione, serissima, è questa: perché quando avevo io 20 anni, ma anche qualcosa in meno, i miei coetanei erano tutti dei cessi? Ma proprio tutti eh. Tant'è che io ho avuto sempre ragazzi molto più grandi di me.

E invece adesso assisto, impotente, a questo trionfare di giovani bronzi di riace dal capello selvaggio- che vorresti metterci le mani subito, il baffetto bohèmienne e lo stile (sottolineo lo stile, che i miei coetanei all'epoca manco sapevano cosa fosse) da intellettualoide maledetto.
Perché? I miei ormoni vorrebbero tanto delle risposte.

Insomma, mi sono fatta distrarre piacevolmente da questo post-adolescente, che mi ricordava tanto il toyboy, che la messa è passata in secondo piano.

Però la domanda resta. Ed è un'ingiustizia, tutto questo.




venerdì 30 gennaio 2015

Pensieri al volante.

Ogni tanto mi piace allungare la strada prima di ritornare a casa. Mi piace guidare di sera.
Gustarmi la via del ritorno nel silenzio della notte. 
Mettere su un cd qualsiasi e cantare ad alta voce oppure rimanere in silenzio ad ascoltare.
Farmi inglobare dall'atmosfera buia, dalle luci in lontananza, dalle nuvole che non si vedono.
Raschiare l'asfalto con la mia macchina e sentirmi padrona della strada deserta.
Girare in tondo per godermi il più possibile la solitudine e la pace che solo la notte può regalarti.

E' così bella la notte. Vorrei gustarmela tutta. Guidare fino a quando non diventa giorno. 
Potrei provarci. Macinare km senza una meta. Sarebbe bellissimo.
E invece mi fermo in una piazzola di sosta. E scrivo. Sono qui che scrivo, sullo schermo piccolissimo del mio telefono.
Qualcuno mi avrà preso per matta, non capendo cosa ci faccia alle 11 di sera in una piazzola di sosta di una statale buia e deserta.

Scrivo. E assaporo la notte. Il suo profumo, il suo silenzio, il suo tutto e il suo niente.

Chissà quanti avranno fatto l'amore, clandestini, in questa piazzola.
Chissà quanti si saranno fermati per chiedere soccorso.
E chissà quanti si saranno fermati, invece, per scrivere.

Fuori piove. Questa sosta mi fa apprezzare persino questa pioggia leggera che sporca i vetri.
Forse dovrei avere paura a rimanere qui sola, e invece no. 
Mi sento così libera che non me ne frega niente di avere paura.

Ci sono io e la strada ai miei piedi. Il mondo e la vita.
Ci sono io e i miei silenzi, le mie parole e i miei pensieri. Sono così sicuri in questa scatola metallica.
Mi sento padrona di luoghi che non esistono se non nella mia mente e di altri che invece esistono eccome.

Guardo in lontananza le luci della città. Mi entrano negli occhi così in profondità che conosco la distanza tra un punto luminoso e l'altro.
Mi arrendo al silenzio e alla bellezza.
Anche oggi mi sono rubata la mia fetta di vita.

giovedì 29 gennaio 2015

Anna C

Il mio monologo su Agrado ha avuto uno scarso successo. Ho recitato di merda, presa dall'ansia, ma non solo.
Maloet alla fine mi ha detto testuali parole si vede che non ti sei divertita nel farlo, non c'eri proprio. E non è dovuto all'ansia. Ti sei dimenticata che sei un trans (Agrado è un trans). 

Se ci fosse stata una lavagna, mi sarei nascosta dietro per la vergogna. Non solo, avrei pianto a dirotto, perché il pensiero era unico: come posso provare le emozioni di un altro, se non sono in grado di provare le mie? 
Sono tornata a casa con un senso enorme di sconforto, ripetendomi come un mantra che il teatro non fa per me e che è meglio lasciar perdere.

Però sono testarda e questa cosa mi sta piacendo troppo per abbandonarla.
Lunedì scorso l'ho rifatto e mi sono presa i complimenti del maestro. 
Questa volta è andata molto meglio, stando a quello che ha detto lui. E in effetti sul palco ero più sciolta, ho cercato di impostare la voce alla giusta tonalità e di divertirmi pensando di essere un trans.

Si è divertito anche lui che adesso mi ha affidato una nuova sfida....ANNA CAPPELLI. Chi è? 
Una pazza. Anche se io non la vedo come tale, nonostante il gesto che ha fatto non è proprio all'ordine del giorno. 

Anna Cappelli (opera ultima di Annibale Ruccello del 1986), è un lungo monologo di una giovane donna attraverso le tappe di un percorso lungo quattro anni. Si trasferisce a Latina da Orvieto, dove si innamora del suo capo Tonino Scarpa (siciliano), iniziando con lui una storia irregolare. Infatti pur di stare accanto al suo uomo, decide di andare a convivere con lui (in un' Italia degli anni 60) e la sua cameriera Maria. La vita di coppia però si rivela al di sotto delle aspettative, complicata dall'incompatibilità con Maria (vera padrona della vita di Tonino), fino al paradossale epilogo in cui Anna, appreso che Tonino ha ottenuto un trasferimento in Sicilia, lo uccide e decide di mangiarselo pezzo per pezzo fino a morirne. Bello eh??

La parte che mi spetta preparare vede Anna al capezzale di un letto che parla a Tonino che ha appena ucciso.

Ho odiato un po' Maloet, quando ho letto la trama dell'opera. Ancor più perché l'avevo pregato di non affidarmi parti drammatiche, perché sono una cippa in quelle comiche, figuriamoci in quelle tragiche. 
Ma adesso sono gasata per questa nuova parte (vi invito alla mia disfatta lunedì prossimo). 

Ok, Anna è pur sempre una cannibale (e io non lo sono, non ancora ahhahahah)...però...è il suo amore folle che mi affascina. E che forse inconsapevolmente mi appartiene. Così come mi appartengono i compromessi a cui è dovuta arrendersi, pur di viversi questa storia fuori dalle righe. 

Non puoi essere mio? Allora ti uccido. Troppo banale come semplificazione del gesto di Anna. 
C'è un desiderio di possessione completa nel suo folle gesto che la ragione umana, quella sana, mai potrà comprendere. Eppure è un desiderio così affascinante che è scevro di giudizi da parte mia, ma si nutre solo del mio immenso spirito di curiosità. 
Era necessario uccidere un uomo per averlo tutto per sé? No. E Anna se ne accorgerà dopo. Con allucinata disperazione, si renderà conto dell'irraggiungibilità dell'altro anche dopo la sua morte. 

Adesso non mi resta che leggere e rileggere. E pensare a tutte le Anna, che ci portiamo dentro. Compresa la mia. 
La bellezza del teatro sta proprio in questo, un po' come la storia di Pirandello che citavo nel mio post di ieri. Ti permette di essere uno, nessuno e centomila...persone distanti da te, o forse talmente simili da sorprenderti. 

In quasi 29 anni di vita credo di non essermi fatta regalo più grande, e anche se continuo a sostenere che non sarò mai un'attrice valida neanche per la sagra della porchetta di uno sperduto paese del sud, poco importa. 
L'universo (interiore) che mi si è aperto è talmente bello che basta ad abbandonare qualsiasi velleità artistica.

mercoledì 28 gennaio 2015

Hemingway

Hemingway si chiedeva se fosse necessario essere emotivamente stabili affinché la scrittura fosse buona. Non so se ha trovato risposte alla sua domanda, so solo che io per scrivere devo essere emotivamente instabile (viziata ed insensibile, giusto per rimanere baustelliana). Come lo sono adesso e come lo ero ieri, quando ho riaperto il mio vecchio blog. 

Ho riletto solo gli ultimi mesi prima di chiuderlo per un senso inspiegabile di angoscia. 
Minchia ma quanto ero pesante da 1 a blocco di cemento armato? 
Ero, sicuramente, fortemente instabile a livello emotivo. 
Il 99% dei miei post erano monotematici: questo amore non corrisposto per siamosoloamici. Io, lui, la sua indifferenza, io che sguazzavo nel dolore, lui che spargeva il suo seme nell'interland dell'ameno paesello.

Poi stop. Zac! Un bel taglio. Chiuso il blog, chiuso questo rapporto marcio, che inspiegabilmente e per fortuna è diventata una sana amicizia.
Ricordo che all'epoca, per entrare nella parte della depressa affetta da un'insensato mal de vivre, mi comprai i Fiori del male di Baudelaire, e passavo ore e ore sulle panchine in pieno centro a Bari a crogiolarmi nei miei moti esistenziali. Mah.

Non che adesso le cose siano cambiate, ma di certo non mi affliggo pensando ai poeti maledetti. O forse sì, visto che sono passata agli artisti. Comunque.

E' cambiata la mia scrittura, così come sono cambiata io. Ho cominciato a scavare sul serio, ci ho visto mille me, le ho viste lottare tra loro, fare la pace, prendersi a parolacce, ignorarsi e abbracciarsi. E' stato uno spettacolo bellissimo. Ma doloroso. Che non sempre ho potuto raccontare. Ma sono sicura che qualcosa è venuto fuori, attraverso questo blog e tutti i file che ho sparso ovunque.

Continuo a guardarmi dentro e vedo un fluttuare di personalità che cercano di trovare un accordo, con scarsi risultati. Ma...è davvero necessario? 
E' davvero necessario mettere d'accordo quello che siamo dentro, i nostri innumerevoli io
Non sarebbe meglio lasciare che la nostra o le nostre anime scelgano la strada più congeniale alla loro essenza, lasciando la razionalità fuori dalla porta? 

Pirandello aveva ragione. Siamo uno, nessuno e centomila. Possiamo avere la fortuna di sentirci unici agli occhi di chi ci ama o a chi semplicemente ci sorride al semaforo. E un secondo dopo essere nessuno nel caos di un ipermercato, nel traffico di città o dietro la scrivania a lavoro. E poi siamo centomila, anime fluttuanti, disconnesse da qualsiasi luogo o cosa che possa regalarci un senso di appartenenza. Vaghiamo alla ricerca di un'identità, magari tra quelle stesse maschere che ci siamo scelti con cura. Chi sono io? Ha davvero importanza saperlo? Perché mettersi necessariamente un'etichetta? 
Sei tu, la tua vita, la tua verità, la tua profondità. Non ti basta? Essere se stessi ha un costo esagerato che non possiamo sempre permetterci, ma in ogni caso vale sempre la pena farsi qualche debito quando in gioco c'è la vita.

Come sono finita da Hemingway a Pirandello, passando per Baudelaire? Non lo so. E' tutto merito della mia instabilità emotiva (o mentale).

E' necessario vivere
bisogna scrivere
all'infinito tendere
ricordati Baudelaire


L'ultima pagina che hai letto 
è stata un toro in mezzo al petto
ma stai tranquilla non è niente
è solo vita che entra dentro
il fuoco che ti brucia il sangue
quella è l'anima.
Può anche non piacerti il mondo
o forse a lui non piaci te
comunque questa è un'altra storia,
questa è Hemingway

martedì 27 gennaio 2015

Body Worlds

Come ben sapete, lo scorso weekend sono andata a Roma per la mostra Body Worlds
Sì, ci sono andata appositamente per quello, approfittando di un biglietto molto economy offerto da Ryanair.

Body Worlds è una mostra scientifica, realizzata grazie al lavoro di un anatomopatologo tedesco che ha inventato la tecnica della plastinazione, ovvero una tecnica attraverso la quale i corpi, di coloro che donano appunto il loro corpo alla scienza, vengono resi immortali. 

E' un processo molto lungo, circa 1500 ore di lavoro, quindi un annetto, basato essenzialmente sulla fissazione degli organi e tessuti con formalina. 
Una tecnica fighissima a mio parere.

E' una mostra, secondo me, per addetti ai lavori o per appassionati del corpo umano, ovvero non puoi presentarti lì se non sai l'ABC dell'anatomia. Devi sapere che forma ha un fegato e dove si trova. O cosa è una fibra muscolare, la ghiandola pituaria e l'osso spugnoso. Se non lo sai, però, puoi impararlo lì, correndo il rischio però di annoiarti o uscire con un mal di testa fotonico, come è successo, per esempio, al mio accompagnatore, che ha abbandonato l'audioguida alla seconda sala. Beh in realtà l'ho fatto anch'io, ma solo perché sapevo già tutto quello che diceva. 
Diciamo che la mia formazione scientifica, con l'ausilio delle didascalie accanto ai preparati, era sufficiente a comprendere la mostra.
Anche se, alla mostra, ho incontrato intere famiglie con bambini (che dopo 10 minuti erano lì con le balls abbondantemente piene). E questa cosa mi ha stupito. Perché se da un lato la mostra è abbastanza pesante per un bambino (giuro di aver visto una mamma che spiegava alla figlia la cellula uovo, i gameti ecc...io le avrei spiegato trofoblasto e blastocisti, visto che c'ero!), dall'altro ammiro questi genitori che si preoccupano del sapere dei loro figli, incuranti della loro età.

La mostra è dedicata al cuore e al sistema cardiovascolare. Ci sono più di 200 preparati e circa 20 corpi plastinati, anche se in realtà a me sembravano di meno. 
Il percorso della mostra non è altro che un viaggio alla scoperta di quello che si nasconde sotto la pelle. A partire da quando non siamo altro che un ammasso di cellule fino all'età adulta. 
L'aspetto interessante è il costante confronto tra organo sano e organo malato, e la spiegazione chiara delle più comuni patologie.
Impressionanti le masse tumorali all'interno degli organi e i polmoni anneriti dal fumo, ma ancor di più la sezione dedicata all'embriologia e alla vita intrauterina. Infatti, per quella sezione, c'è un avviso che consiglia agli stomaci deboli di proseguire oltre se lo desiderano. 
Ad essere sincera, la mostra in sé ha un forte impatto emotivo e non solo, ma quella sezione è abbastanza toccante, perché se pensi che quegli esserini piccolini sono morti ancor prima di venire al mondo...beh, la pelle un po' ti si accappona. 

Non credo sia una mostra per tutti, però consiglio vivamente di vincere il blocco dell'impressionabilità, perché quello che si può imparare è tanto. E non solo in termini scientifici. 
Del resto, la mostra non è altro che un inno alla vita. Mostra quello che succede dentro di noi in seguito ad errate abitudini alimentari, abuso di alcool o fumo, con il solo scopo di infondere amore per il proprio corpo e la propria vita.
Quindi se siete a Roma, o nei paraggi, fino al 15 febbraio...perché non andarci?

Questa foto rappresenta tre giocatori d'azzardo. La foto non è mia, ma i corpi sono esposti alla mostra. 



venerdì 23 gennaio 2015

Le tragedie del venerdì sera.

Domani parto. Starò due giorni nella capitale. Obiettivo: la mostra Body Worlds. Se non sapete di cosa tratti, visitate il sito. Ma attenzione: vale solo per stomaci forti.

Ho messo giusto due-tre cose nel mio bagaglio a mano. Ma è crisi profonda. Non so se vestirmi da barbona o da fighetta. Al momento ho messo una gonna, una maglia, un abito per la cena di domani sera, ma partirò con jeans e maglione XXXXL.

Con chi vado? Eh. Mistero.

Nel frattempo mi è appena caduta una boccetta di smalto rosso, il mio preferito, sul pavimento.
No comment. Non innervosiamoci, please.

Avevo deciso di non uscire stasera e invece Lord, che vive a Nottingham, mi ha invitato a cinema.
Lord, hai sbagliato persona. Gli ho scritto quando mi ha contattato su vuozzapp.
Non sono scemo, sono nell'ameno paesello.

Cambio di programma. Ho rilanciato con il teatro. Lo porto a vedere uno spettacolo, "una parabola moderna che racconta i conflitti interiori scaturiti nell'animo di un uomo qualunque, una sorta di rilettura del concetto di dannazione del mito di Don Giovanni che pone al centro non più il grande seduttore di donne bensì un uomo che si perde in un unico amore confuso e malato . Un comune cittadino, onesto lavoratore, affabile con tutti, rivive il suo passato in un sogno creato da frammenti visivi, ricordi che riaffiorano, emozioni intense che tornano a prendere vita ed ammissioni di colpa".

Niente è casuale.


giovedì 22 gennaio 2015

Una musica può fare.

Ballare.
Pensare.
Scrivere.

C'è una musica per tutto nella mia vita. Non solo per quelle tre azioni che mi vengono in mente adesso. Mi chiedo se potrei esistere davvero senza che una canzone mi accompagni.

Ora, per esempio, ho un velo di tristezza a solleticarmi il cuore. E ascolto Amy Winehouse. Lei mi piace, perché mi rilassa. Però, allo stesso tempo, mi fa galleggiare in questa tristezza.
Basti pensare al suo talento volato così, perso chissà dove. Chissà se in cielo diletta gli angeli con la sua voce. Mah.

Avrei bisogno di scrivere tante cose. Ma credo che questo non sia lo spazio adatto. Preferisco tenermele dentro per un po'. Al caldo. Lontano da tutto e da tutti.

In questi giorni, penso spesso alla mia vita a Verona. In un certo senso ero anestetizzata. Mi aggrappavo a quello che mi mancava, ma per il resto mi sentivo protetta tra le tre-quattro cose che riempivano le mie giornate. 
Il tirocinio, la spesa, il pranzo e la cena da preparare, il bucato, il restauro igienico alla mia stanza, quando avevo voglia, la corsa, lo shopping il fine settimana. Che vita noiosa. Eppure mi sentivo sicura. Incurante, in realtà, di una vita che aspettava solo di manifestarsi.

Mi faceva bene stare lontano da me. Anche se poi, con quella me, quando ero su, ho dovuto litigarci un bel po'.

Sono una piagnona, lo so. Non mi va mai bene niente. Ero su e mi lamentavo, sono qui e mi lamento. Se mi chiedono se sono insoddisfatta rispondo di no. E in fondo, perché dovrei esserlo? Mi sembra che nella nella mia vita non manchi nulla. Funzioni tutto. O almeno così sembra. 
Eppure c'è comunque un senso di insoddisfazione latente. Forse è solo inadeguatezza. Sì, credo sia quello. INADEGUATEZZA. 

Mi sento così inadeguata a volte. 
Perché io non sono mai stata una che si applica. Se qualcosa mi veniva subito bene, proseguivo, altrimenti ciao. Non perdevo tempo. In fondo, fuggire è sempre stato il verbo che mi ha accompagnato per tutti questi anni.
E invece adesso mi piacerebbe imparare la dimensione dello stare, perché penso che ci sia un disegno (divino??) anche lì. Anche in quella parola che non mi è mai stata cara.

Che poi se la pronuncio suona anche bene. Stare. Stare come rimanere. Stare come fermarsi. Stare come attendere. Attendere, voce del verbo amare. Potrebbe essere bello tutto questo (....ma cosa c'entra con la musica?!)





Non ho voglia di pensare ad un titolo.

Esistono giorni in cui non ho voglia di fare niente. Più degli altri giorni. Eh. 
Soffro di questa patologia, ahimé. Ma credo di non essere l'unica su questo pianeta.

Lavorare da casa non fa che peggiorare le cose. Mi distraggo facilmente, rimando, messing about, poi faccio seriamente, poi arriva la sera e la frase Non ho concluso un caiser.
In realtà concludo qualcosa, il problema è che vorrei arrivare sempre a depennare tutte le cose che mi prefiggo di fare alle 9 del mattino di ogni giorno. Senza rimandarle all'indomani. 

Stamattina mi sono svegliata presto. 
Io non sogno quasi mai, ma stanotte è successo. Credo di aver sognato un bel po'. 
Che poi erano perlopiù sogni angosciosi. 
Tipo ho sognato una cosa assurda, che può essere verissima.
Come non trovare un posto dove dormire a Roma il prossimo weekend. O non riuscire a guardare la mostra Body Worlds perché perdo tempo a capire come arrivarci.

Poi mi sono svegliata per fortuna. 
Ma ci ha pensato una canzone a tirarmi in un nuovo vortice angoscioso: tra indefiniti giorni, che non sono poi così indefiniti, è il mio compleanno.
Ovviamente non festeggerò, o forse sì. Sto pensando che il mio compagno di compleanni, quest'anno compie 30 anni. E non credo riuscirò a sfuggire al pepereperepé. Anche perché lui è un prete e sono sicura che qualcuno penserà al suo compleanno. Ad una festa. A della roba da mangiare.

Io invece sto pensando ad un viaggio. Accredito della borsa di studio sulla mia carta permettendo.
Devo scappare, assolutamente. Un weekend. Almeno due giorni di fuga in qualsiasi città che non sia l'ameno paesello.

Per ora mi consolo con la musica, come al solito.
Buona giornata!




PS. Ho trovato i remix fatti da questi deejay o non so che. Mi piacciono un sacco e mia madre sta già pensando di cacciarmi di casa perché alzo troppo il volume dello stereo. Però...come si fa a non farlo?

lunedì 19 gennaio 2015

Agrado.

Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri. Oltre che gradevole, sono molto autentica 
[Tutto su mia madre - film di Almodovar]

Comincia così il monologo che dovrò recitare stasera. Che vergogna
Ho avuto una settimana di tempo per impararlo, ma in realtà ho cominciato a studiarlo solo un'ora fa.
Lunedì scorso, Maloet ha proposto diversi monologhi. Ognuno era libero di sceglierne uno.

Ho scelto questo senza sapere cosa realmente dicesse, ma solo perché tra quelli proposti era l'unico film che avevo visto. Cioè mi ricordavo solo questa frase e ho pensato che, in un certo senso, potesse essere fatta su misura per me.

Per la prima volta mi sto cimentando con un copione (escludiamo per favore le pessime recite scolastiche). Non solo. Devo emulare alla perfezione tutto: timbro di voce, gesti, sguardo. 
Peccato che io non abbia le tette rifatte. Non che le voglia per carità, ma nel video alla tizia si vedono. A me no. Stasera metterò un sostegno. I famosi reggiseni push-up. Che poi servissero veramente a pushare qualcosa.
A parte le tette, non ho neanche il resto e il fatto che mi sia impegnata poco, accentuerà le mie mancanze. 
Non solo. Consacrerà l'odio reciproco tra me e Maloet. 

Perché secondo me c'è un velato odio. Eh.

Non so, ma ho questa impressione. Altrimenti non si spiegherebbe perché mi ha puntato una pistola vera alla tempia, rischiando di farmi piangere. 

Non ve l'ho detto? Beh sì. Una volta mi ha fatto raccontare un aneddoto con una scacciacani carica puntata alla tempia. Voleva lavorare sulla mia memoria emotiva. Li mortacci sua
Io sono tornata a casa sconvolta. 
Sono stata convincente sul palco, ma per un pelo ho rischiato di piangere per la paura.

Perché vogliamo parlare della lezione scorsa in cui ci ha fatto cadere ripetutamente sul palco? 
Il fantastico gioco prevedeva di imitare al meglio una caduta. Ognuno ne doveva fare una. Eravamo in otto, quindi otto cadute diverse. E se sbagliavi ripetevi. Inutile dirvi come sono tornata a casa. Perché io, come al solito, ho sbagliato. E non una volta. 
Mancava poco e mi dovevano mettere una protesi per ogni osso malridotto. 

Ovviamente questo è far teatro. Il resto poco importa. Che mi odi o no, intendo. 
Io lo odio quanto basta. Perché deve mettermi sempre in discussione. E io odio chi mi mette fastidiosamente in discussione. Solo per il gusto di farlo. Detto così Maloet sembra un mostro. Un po' lo è, ma di bravura ovviamente.

Comunque, non è di questo che voglio parlarvi. Anzi, vi do un consiglio. Fate un corso di teatro.
Vi sentirete dei minchioni sul palco (a volte sarete anche costretti a farlo), ma tutto quello che scoprirete di portare dentro sarà un enorme dono. Difficile anche da gestire.
Penso di essermi fatta un bel regalo con questo corso, altro che sedute dallo psicanalista. Anche se arriveranno pure quelle a breve. Restate sintonizzati.

Dicevamo del monologo. Di Agrado. Di questa donna che per tutta la sua vita ha cercato di rendere la vita gradevole agli altri. La domanda me la sono posta. Mi sono chiesta se ho reso gradevole la vita alle persone che ho incontrato e che incontro.

Non so se ho reso gradevole la vita ai miei genitori. Se provo a chiedere a mia madre qualcosa, ne viene fuori un papiro di lamentele. Salvo poi compiacersi che sono proprio la figlia che voleva: la prima della classe, la laureata da 110 e lode, quella che non è stata bene ma ha fatto tutto alla perfezione (o quasi), quella di cui prova a fidarsi, quella che sa che le risolve qualcosa al pc o al telefono. Poi fa niente se rompe i coglioni per tutto il resto. 

Mia sorella risponderebbe di no. Che ho reso la sua vita un inferno. Sì, a volte sono pessima. Anche se questa è una situazione così delicata che è meglio sorvolare.

I miei ex si lamenterebbero un po'. Soprattutto il mio ex storico. 
Sapesse quanto ha reso uno schifo la mia vita quando ero con lui. Ma gli dico grazie. 
Meno male che l'ho incontrato e che l'ho lasciato.
Gli altri potrebbero anche elogiarmi. In fondo non sono stata una cattiva compagna. Altrimenti adesso non sarebbero miei amici e miei confidenti.

Emme mi direbbe che nonostante la diversità abissale mi vuole bene. E se uno ti vuole bene, vuol dire che a te ci tiene e che, in fondo, gli rendi gradevole la vita. 
Non so se rendo tale la sua, mi rimprovera spesso il fatto di essere egoista, poco tenera, ecc. ecc. però lei di sicuro rende più gradevole la mia, di vita.

I miei amici si lamenterebbero (come gli ex). Ma sarebbero poco umani se non lo facessero. Sono sicura che anche per loro sono Agrado, altrimenti non mi starebbero accanto, per quanto permetto loro di farlo.

Ma oltre che gradevole sono molto autentica. 

Magari non so rispondere al dubbio che mi assale quando provo ad essere Agrado. Ma di una cosa sono sicura. Sono molto autentica. O almeno mi sforzo di essere tale.

Costa molto essere autentiche, e in questa cosa non si deve essere tirchie. Perché una è più autentica quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stessa.

E forse è proprio questo che rende la mia vita gradevole, e che per riflesso potrebbe renderla agli altri, il mio essere autentica.
Ho lavorato parecchio per esserlo, e devo rifinire ancora alcune cose. Non sarà un quadro perfetto, ma ci provo.

Ok, sono presuntuosa nel pensare questo. Quanto me la tiro a volte. O sempre.
Ma facciamo che per oggi me lo concedete. 



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