sabato 5 agosto 2017

[13/345] Parto sola.

Se c'è una cosa che amo tantissimo fare è prenotare viaggi da sola. Non amo molto la compagnia durante i miei spostamenti anche se, spesso, quando sono in fila all'imbarco o in stazione in attesa del treno, rimpiango di non avere nessuno accanto.
Però nel mentre osservo tanto e scrivo nella mia mente pensieri favolosi.

Comunque dicevamo.
Domani parto. Sola. Raggiungo la mia coinquilina in Calabria. Poi di lì mi sposto, sola, in Sicilia dove re-incontrerò un blogger conosciuto qui anni fa.
Una cosa strana, però non ci sto più nella pelle.
Finalmente vado in Sicilia, sono anni che lo desidero.
Non ho ancora capito dove starò, però poi mi sono anche dedicata dei giorni solo per me.
Andrò a Siracusa e poi un po' più giù.
Il biglietto di ritorno non c'è ancora.
Lo farò ma non ho ancora deciso quando.

Lo scorso weekend sono stata a Milano. E' stato strano tornarci. Pensavo l'avrei presa peggio. 
In realtà, è stata la mia prova del nove. Ho capito che certe corde si sono spezzate, mentre altre sono così salde che non si spezzeranno mai.
E che certe cose possono scivolare dall'anima, mentre altre possono radicarsi così bene che nessuno potrà mai toglierle via.

Mi sono regalata del tempo. Di quello sano, che sa di cornetti al bar, di acqua fresca e caffè, di chiacchierate fino a tarda sera, di mattine passate sul letto a guardare la tv, di giri in centro, di occhi al cielo, di occhiali da sole e caldo sulla pelle, di poesie lette in metro. 
E' stato tutto bello e inaspettato.

E vorrei che fossero così anche questi giorni. 
Belli e inaspettati. 



mercoledì 26 luglio 2017

[12/365] La chiave della felicità è la disobbedienza a quello che non c'è.


#canzonedelgiorno

Nell'ultimo periodo ho affidato molti miei stati d'animo alla musica. 
Pensieri, emozioni, riflessioni, sono nati ascoltando semplicemente una canzone.
Ho scritto, pedalato, rivolto lo sguardo fuori da un finestrino, macinato km, senza mai abbandonare il mio lettore mp3 o le mie playlist di Spotify. 
E non posso nascondere che in molti casi la musica mi ha salvato. 

Stasera sono inciampata in questa canzone. Mi ricorda molto il mio passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Del resto ho conosciuto gli Afterhours quando ero ancora una bambina, per poi innamorarmene completamente durante la mia adolescenza. 

Ci sono tanti ricordi legati agli Afterhours. 

Il mio primo cd di musica alternative.
La prima canzone d'amore che mi è stata dedicata e che ascoltavo incessantemente mentre ero in Spagna. 
Il mio primo fidanzato serio. La sua batteria. Le sue lettere scritte a mano.
Un concerto a Conversano, dove abbiamo accompagnato a casa uno sconosciuto che era là fuori a fare l'autostop. 
Una vacanza in Salento, dove I milanesi ammazzano il sabato faceva da colonna sonora. 
Il concerto a Gallipoli e le foto con i musicisti incontrati per caso dopo.
Le notti passate a scrivere d'amore. E quelle, invece, in cui l'amore lo si faceva sul serio.
Voglio un pensiero superficiale cantato nei momenti più bui.
Verona e Milano.
Una maglia rossa e dei Rayban finti.

Gli Afterhours sono un po' la mia vita. Il mio passato, presente e forse futuro. Perché le loro canzoni non te le scordi facilmente.



lunedì 24 luglio 2017

[11/365] E.

Ieri è successa una cosa strana. Che poi tanto strana non è. Direi più piacevole, che strana. O forse piacevolmente strana.
Ho risentito E. Era da un paio di mesi che non lo facevamo, del resto FB mi informava che la sua vita sentimentale andava a gonfie vele, mentre la mia faceva fatica a decollare.
Gli unici tentativi di comunicazione erano legati a questioni lavorative, congressi, incontri, robe da medici insomma.

Ieri però, non so per quale motivo, abbiamo cominciato a scriverci con la scusa di una foto su IG. Mi sono ricordata subito di un’altra foto che mi aveva mandato quando abbiamo cominciato a frequentarci e che conservo ancora. Del resto, di uno in camice bianco super abbronzato non si butta niente. Si chiama devozione alla divisa ospedaliera. E poi non posso negare che è stato uno dei ragazzi più belli che abbia mai frequentato.

Abbiamo parlato di cazzate prima, di cose serie poi. E ho scoperto che la sua storia con la tipa del limone non va poi così tanto bene come FB ostenta(va).
Anzi pare che sia giunta al capolinea. Gli ho chiesto come mai le sue storie d’estate andassero tutte a puttane. Compresa quella con la sottoscritta. Ha cominciato a farfugliare discorsi ermetici, ma non ho insistito perché in fondo sapevo la risposta.
E so anche perché con questa ragazza le cose si siano bloccate. Non mi suonavano nuovi certi discorsi, del resto, E. rappresenta un prototipo di ragazzo che conosco benissimo.
Prevedibile nelle risposte, nei gesti, un po’ meno nei discorsi, ancor meno quando mi ha detto che mi vuole bene.
Sono scoppiata a ridere quando ho letto quelle tre parole. E non perché io non gliene voglia. Ma perché non mi sono mai posta veramente il problema. Quando esattamente un anno fa mi chiedevo cosa provassi per questa persona, non riuscivo a vederci sentimenti. Ma un forte attaccamento di natura sicuramente emotiva, che mi trascinava verso di lui senza grandi domande esistenziali. Ero attratta, ci facevo del gran e bel sesso (forse il migliore), mi incuriosiva e allo stesso tempo volevo incuriosirlo.
Certo, non posso nascondere che quando è finita, senza troppi giri di parole, anzi semplicemente con un’uscita di scena non troppo rumorosa, ci sono rimasta di merda.
Ho persino pianto.
Ho persino chiamato i miei amici maschi pretendendo da loro delle risposte. E non mi sono risparmiata nel dirgli che era stato un codardo. Ma del resto non mi doveva nulla, forse non doveva neanche darmi delle spiegazioni. Erano le nostre premesse. Non chiediamoci nulla, non aspettiamoci nulla, lasciamo solo che le cose accadano.
E poi come lo fai a giustificare un interesse che un giorno c’è e il giorno dopo svanisce? No, non si può spiegare. Ma forse, anzi sicuramente, si può ammettere. Si può ammettere che no, non mi piaci più. Che no, non ho più voglia di vederti. Che forse ho sbagliato tutto. Che non ci vedo un futuro. Che non ho voglia. Che del sesso anche basta.
Si possono dare miliardi di motivi, perché quelli ci sono.
Non possiamo spiegarli razionalmente, delle volte. Ma possiamo ammetterli. Possiamo dichiararli. Perché in fondo è questo che significa essere adulti. Ammettere che le cose non vanno e non possono andare. E che si sa che non sono cose belle da dire, ma se le diciamo, forse siamo delle persone migliori. Più coraggiose. Meno codarde.

Dopo quelle tre parole sono rimasta un po’ interdetta. Non gli ho nascosto che mi sembrava strano ma che comunque mi faceva piacere. Del resto non posso negare che grazie a lui si sono aperte alcune porte che credevo di aver chiuso a chiave.
Non posso negare che ho conosciuto la persona che più mi ha fatto sentire desiderata a letto. E tante altre emozioni che ho raccolto durante quei mesi estivi.
Poi ci avevo visto già una fine, forse sarà per questo che dopo il malessere per quel saluto mancato, non ci ho messo molto a girare pagina.

Mi sembra tutto leggero adesso, anche se, forse, leggendo vecchi post e pagine della mia Moleskine, potrebbe non risultare così.
La verità è che il tempo in questo caso ha fatto il suo dovere. Ha ridimensionato gli ardori, le passioni, le emozioni, le persone. Me e lui. Ci ha rimessi ognuno al proprio posto, nelle vite che ci spettano.

venerdì 21 luglio 2017

[10/365] Milano, ventricolo destro, piano di sopra.

Da quando sono rientrata da Milano, mi capita spesso di volgere i pensieri al contrario, di arrotolare il nastro di questa esperienza e rivivere i momenti che ho lasciato alla voce Milano, ventricolo destro, piano di sopra. 
Faccio questo esercizio più o meno tutti i giorni, mi basta guardare il calendario o l'agenda, guardare un numero e dirmi un mese fa ero qui, tre settimane fa stavo facendo questo. Insomma, l'app Accadde oggi di FB, ce l'ho anche io, nella mia testa.
(Ma per favore non ditemi che sono una persona che guarda al passato perché io nella mia vita riconosco di avere il problema opposto). 

Oggi, per esempio, è un giorno di quelli. Uno di quei giorni che mi hanno riportato violentemente indietro di un mese.
A quando ero seduta in un baretto sui Navigli a sorseggiare uno spritz. Con il sole alle spalle e di fronte una persona che non avrei più rivisto.
A quando, nonostante la mia jumpsuit fiorata, le zanzare si cibavano di me.
A quando sorseggiavo Falaghina in un giardinetto carino, pieno di gelsomini e zanzare. Sì, sempre loro.
Alla magia di Milano anche con l'afa alle 12 di sera. Ad una boccetta di Narciso Rodriguez. Alle canzoni scoperte tramite Shazam. A tante cose che frullavano nella mia testa.

Insomma, ad una serie di cose che sembravano farmi stare bene.

Non so se mi abituerò mai al tempo che passa, così in fretta, così violento a volte, così indifferente ai nostri cuori invertebrati, molluschi involontari, rossi buffoni. Lui passa e fa tutto da solo. Forma e deforma. Costruisce e demolisce.
Funziona così. E funzionerà così sempre.
Che arriviamo ad un punto. Lo viviamo, più o meno.
Poi andiamo avanti. E se rimaniamo fermi, è il tempo ad andare avanti per noi.
E' come un'onda: scompiglia, risucchia, leviga, butta via.
E tu sei lì, con il tuo cuore invertebrato, mollusco involontario, rosso buffone.
Che anche se è buffone non è detto che non si faccia male.
Non è detto che non si scompigli.
Non è detto che non venga risucchiato da chissà quale onda.
Non è detto che non venga levigato. Come una pietra.
Che si può spaccare. Perché anche le pietre si spaccano. O magari essere buttato via.

La scelta opportuna sarebbe non curarsene. Vivere e basta.
Perché tanto il tempo farà il suo dovere.

La mia testa è ancora lì, in quel giardinetto. Rivedo la scena perfettamente scolpita nella retina. Mi accendo una sigaretta mentre metto su una delle mie playlist preferite di Spotify. Mi distraggo così ultimamente.

Milano ha lasciato i suoi segni, se mi guardo dentro, vedo germogli in fiore.
E sono contenta. Perché adesso penso a quel giardinetto. E ci trovo tante domande. Ad alcune comincio a dare risposte, altre preferisco lasciarle lì.

E' il tempo, mi dico. E' lui che svela tutto.
Ed è lui che, anche questa volta, farà il suo dovere.


[#canzonedelgiorno]

lunedì 17 luglio 2017

[9/365] Una bugia.

Il brutto di chi non riesce a mentire è che glielo si legge in faccia. E se hai degli occhi che non passano inosservati, perché lo dico, lo ammetto e me ne vanto, io ho degli occhi così trasparenti, così grandi, così sinceri che delle menzogne non conoscono neanche il significato, capire che non stai bene viene facile.

Ed oggi è così.
Sarà per via del ciclo.
Sarà per via delle canzoni che sto ascoltando.
Sarà per via dei libri che sto leggendo.
Sarà per il lavoro che continua a non piacermi ma ad affascinarmi (questa poi un giorno ve la spiegherò).
Sarà per una serie di motivi che è presto scrivere, raccontare e sviscerare.
Ma oggi ho degli occhi gonfi, stanchi, distrutti, struccati, pieni di lacrime.

Perché sì, non mi vergogno a dirlo che proprio nel mezzo di una mattina che sembrava togliermi tutte le energie, sono scoppiata in un pianto senza freno.
E ho ringraziato lo schermo del pc dietro il quale mi sono nascosta.
Mi sono detta che passerà, perché tutto passa, del resto.
Che piangermi addosso non è la soluzione.
Che piangere può essere liberatorio, ma è da perdenti.
E io vorrei tenerle per me queste lacrime.
Perché ne riconosco il valore.
Perché non voglio che la parte più intima di me scivoli via così, poggiandosi sul viso e poi su pezzi di carta.

Vorrei un pulsante. Qualcosa da azionare per dire al mio cervello di smetterla ché una vacanza serve anche a lui.
Per dire al mio miocardio di darmi batticuore, piuttosto che tachicardia.
Per dire ai miei occhi che in momenti come questi dovrebbero chiudersi e riaprirsi a distanza di mesi.
E invece un pulsante non ce l'ho.

Ho un cervello con un ammasso di neuroni in lotta tra loro.
Ho un miocardio che fa rumore. E spinge per uscire dalla gabbia toracica.
Ho degli occhi aperti, vigili, lacrimanti.

Passerà. Lo dico davanti allo schermo. E mi nascondo pensando che questa bugia mi salverà.

[#canzonedelgiorno The Smiths - There is a light that never goes out]


lunedì 10 luglio 2017

[8/365] Di ritorni.

Il ritorno in Puglia è stato traumatico.

A dire il vero lo è stato anche la partenza da Milano, che mi ha lasciato un'amarezza in bocca e non solo.
Ho le ossa impregnate di delusione mista a stupore, ma va beh, è la vita, gli strappi non sono stati mai facili da sopportare, le distanze ancora meno. Del resto era tutto preventivato e altri luoghi comuni che continuo a ripetermi ormai da cinque giorni.

Ho disfatto la valigia il giorno dopo essere tornata, non avrei voluto farlo, non ero pronta. Era il gesto conclusivo di questa esperienza durata così poco per le innumerevoli emozioni che il mio muscolo cardiaco ha dovuto sopportare. E non volevo concludere proprio nulla. Ma dovevo.
Mi scorrevano in mente i momenti vissuti a Milano, più o meno intensamente, riponevo la roba nel mio armadio ricordando esattamente il momento in cui l'avevo indossata.
Ho chiamato qualche amica, chiedendo aiuto. Lo so, sono plateale quando devo affrontare il dolore. Ma la verità è che forse non ho le palle per farlo fino in fondo da sola.

Poi è arrivata l'ora del tramonto, ho preso la bici e sono andata al mare. E ho pensato che, in fondo, questo rientro in Puglia, nella stagione più bella dell'anno, non era poi così male.
Che avevo tante cose a cui pensare. Tante cose da scrivere. E allora ho cominciato a farlo sulla mia Moleskine, in una spiaggia deserta, cullata solo dalle onde del mare.
Ed è stato bellissimo. Ero in pace con me stessa.

E ho pensato che, forse, al momento mi bastava questo. Stare su una spiaggia da sola, scrivere, guardare il tramonto ed essere grata. Perché ero lì, a tenere insieme tutte le parti di me: quelle rotte, quelle più fragili, quelle più forti, quelle più insicure, quelle più battagliere.

Ero lì, e anche se mi sembrava la cosa più difficile da fare emotivamente in quel momento, io la stavo facendo. E anche con un bel sorriso sulle labbra.



domenica 9 luglio 2017

[7/365] Le parole sono solo parole.

Le parole sono solo parole. A volte speriamo che siano l’espressione dei sentimenti che desideriamo ricevere. Il racconto del mondo che gli altri ci regalano. Il dono di loro. Ma sono solo parole. Valgono del valore che hanno. Che è temporaneo ed effimero. Spesso non sono neanche opinioni articolate. Quando vengono scritte poi, valgono anche meno che dette. Perché le parole pronunciate sono anche fiato, la vibrazione di una corda, se non altro la difficoltà di intonarle e di muoverle attraverso le labbra. Sono un bacio dato all’aria che costa più fatica. 

E le persone sono solo persone. Non sono guide, non sono santi, non sono mostri, non sempre almeno. Solo Persone. Valgono il valore che li diamo, e neanche per tutto il tempo in cui glielo diamo. Le persone non sono i personaggi che dipingiamo su di loro. Non sono le presenze di cui abbiamo bisogno per riempire gli spazi della nostra vita. Non sono mezzi, ne fini, ne scopi, per dire a noi chi siamo noi. Non sono mai come saremmo noi al posto loro. E’ una legge esatta. Sono loro stessi, e normalmente molto meno di quello che potrebbero essere. 

Noi siamo tutti ossessionati dagli altri. Dal giudizio degli altri. Dalla riconoscenza degli altri. Dal bisogno che devono avere di noi. Dalla stima, la voglia, la speranza che nutrono in noi. Perché pensiamo che loro ci renderanno felici. Non è vero. Noi stessi ci rendiamo felici, da soli. Loro sono la compagnia con cui scegliamo di condividere la nostra stessa felicità. Invece viviamo di vanità e di insicurezze. Ed estendiamo il raggio di azione tanto più pubblici vogliamo essere. 

Gli altri sono solo gli altri. Possono farci ridere, e sarebbe già meraviglioso, forse tanto quanto farci piangere, ma non vivranno mai al posto nostro e possono in definitiva toglierci più di quello che sono in grado di darci. E lo tolgono perché ce lo strappiamo da soli per darglielo e sentirci dire grazie. Quindi smettiamo di chiedere di loro in misura maggiore di quanto sia necessario. Dovremmo essere felici, piuttosto, di ricevere il rimprovero di essere così come siamo. Che in quel rimprovero c’è la forza della nostra diversità. 

E le parole non contano. Dobbiamo misurare il tempo, non le parole. Il tempo è la moneta universale che abbiamo tutti nella stessa quantità. Ricchi, poveri, arroganti o vanitosi. 
Il tempo è il tempo. È l'unica cosa che vale misurare. Le parole, sono solo parole.

mercoledì 3 maggio 2017

[6/365] Libri: Attraversare i muri - un'autobiografia- Marina Abramovic

[Foto scattata dalla sottoscritta mentre aspettavo il solito treno in ritardo]

Non avrei mai potuto attraversare i muri da sola.
Comincia così l'autobiografia della grandmother della performance art, all'anagrafe Marina Abramovic, artista di origine serba. 
Il libro si apre con una pagina di ringraziamenti, in cui la stessa artista ringrazia coloro che l'hanno aiutata in questo percorso di riscoperta e lettura di sé, nero su bianco. 
Una storia fatta di racconti sorprendenti che si snodano a partire dall'infanzia di Marina, dal rapporto con la sua terra di origine -la Jugoslavia di Tito, a quello turbolento (e violento) con sua madre, partigiana estremista nel sangue, per poi abbracciare tutta la sua giovinezza, le storie più importanti della sua vita- quella con Ulay e quella con Paolo, fino a concludersi ai giorni nostri, che vedono l'artista ormai settantenne. Tutto definito e contornato dai successi (e insuccessi) artistici collezionati nel tempo: la traversata della Muraglia Cinese con il compagno di allora, Ulay, la vittoria del Leone D'Oro alla Biennale di Venezia, la grande performance al MoMA di New York, solo per citare alcuni dei suoi successi più famosi.

Sono rimasta affascinata dalla storia e dal percorso artistico di Marina Abramovic quando, non molti anni fa a dire la verità, mi sono imbattuta in un video su youtube, in cui l'artista incontrava Ulay durante la sua performance al MoMA. Nonostante non sia riuscita a comprendere subito la portata delle lacrime dell'artista di fronte al suo ex compagno, così come il perché di tanta gente che desiderava sedersi di fronte a lei, sono rimasta quasi folgorata dalla profondità di quel gesto, così banale e semplice, che mi ha spinto a cercare le ragioni di una tale performance, così come ad interessarmi alla vita di questa artista.
Ne è venuta fuori una ricerca, quasi spasmodica, di una vita sempre al limite del dolore, della sofferenza, della pazienza. Una vita fatta di tagli in cui non solo scorreva sangue (l'artista si è procurata sul serio dei tagli durante alcune sue performance) ma anche tutto il mistero di una mente umana così complessa e al tempo stesso ricca di sfaccettature razionalmente incomprensibili come è quella di Marina Abramovic.
Mi sono innamorata di lei, delle sue imperfezioni fisiche (amo il suo naso e i suoi lineamenti aspri, nonostante lei ci abbia messo una vita per accettarsi), delle sue continue sfide con il dolore, con il corpo, con l'anima. E così, quando a novembre in libreria mi sono imbattuta in questo libro (pubblicato in occasione dei suoi 70 anni), non ho potuto che dire di sì. Ci ho messo un bel po' per leggerlo (solo questione di pigrizia, tranquilli), ma ogni pagina era una scoperta e una fonte di continue domande. 
Una storia che affascina, non solo per la mole di dolore frazionata in parole, ma anche per la straordinaria forza che il suo corpo, ma soprattutto la sua testa, è in grado di trasmettere. 
Un'autobiografia che è una performance in fondo, dove l'artista, in maniera quasi ossessiva, mette a nudo attraverso parole e racconti tutta la disperazione, la fragilità, il desiderio di essere amata, la libertà e la sofferenza che hanno da sempre caratterizzato la sua vita.
Un libro che consiglio vivamente, amanti e non di arte contemporanea, perché racchiude in una vita così insolita, un'inspiegabile volontà e voglia di vivere fuori dal comune. 

giovedì 27 aprile 2017

[5/365] Milano a volte è un filtro che invecchia.

Cammino per le strade di Milano. Sola, con la musica nelle orecchie, sgattaiolando tra la gente qua e la, presa dalle vetrine, dalla fretta di prendere la metro, da quest’aria che sa di primavera, mista ad inverno, ad autunno scaduto, a estate lontana. 
Non mi lascio scalfire da questa atmosfera metropolitana, decadente e festaiola. 
Viaggio con la mia testa al mare, alle persone lontane, a te che hai qualcosa da dirmi ma non so cosa. 

Milano a volte è un filtro che invecchia e me ne accorgo quando, facendomi un selfie, osservo la mia pelle grigia e spenta. Sembra che abbia assorbito, oltre allo smog, tutti i pensieri di questi mesi.

Riguardo la foto, sono quasi compiaciuta dalla bellezza dei miei occhi. 
E’ stupido ammetterlo, lo so bene, ma riconosco che sono l’unico tesoro di cui posso andare fiera. Perché, in fondo, nascondono –forse non troppo bene- tutto quello che mi porto dentro. 

Continuo a camminare mentre penso che quella foto avrei potuto scattarla con qualcun altro se solo avessimo avuto modo di essere trasparenti nelle intenzioni e generosi nei sentimenti. 
Sorrido, da sola, perché in fondo è l’unica cosa che mi resta quando riguardo la pellicola del film del mio passato, non troppo passato. 

Forse è arrivato il momento di abbandonare l’armatura, ammettere che da sola non posso arrivare da nessuna parte. Che, in fondo, potrei essere solo triste per il resto della mia vita se non imparo a lasciarmi andare nel modo giusto. Abbandono anche questo pensiero. Milano, a volte, è uno psicoterapeuta troppo severo per il mio muscolo cardiaco. 

mercoledì 1 marzo 2017

[4/365] Ho detto NO al cioccolato.

Ho fatto un patto con la mia coinquilina: ho detto NO al cioccolato.

Premessa: io non sono credente. O meglio, sono in un periodo in cui non mi chiedo più se esiste un Dio o meno. Cerco di fare il mio meglio, di dare il massimo in quello che faccio e di essere una persona onesta. Poi se Dio esiste o meno, non lo so. 
Dopo anni passati tra i banchi di una chiesa, ho cominciato a rendermi conto che non era né la fede, né la religione a rendermi una persona migliore. 
E' un discorso complesso, magari ve ne parlo in un altro momento.

Anyway, oggi, per chi è cristiano, comincia la quaresima e io e la mia coinquilina abbiamo deciso di fare questo fioretto.
L'idea che ci sia qualcuno che con me condivide questa scelta mi stimola e mi spinge ad impegnarmi sul serio.

So che vi starete già chiedendo se sia matta o cosa. Però, per me rinunciare al cioccolato è grave. Credo che sia il cibo di cui sono più dipendente, roba che se non ne mangio un pezzettino al giorno rischio di andare di matto.
Però ho pensato che la mia rinuncia al cioccolato potesse essere un motivo per impegnarmi mentalmente in qualcosa. 

Di solito sono una persona disfattista, quando penso che non posso farcela, non mi impegno, lascio perdere dall'inizio. 
E' sempre stato così: con la dieta, con i libri, con tutte le passioni che ho coltivato all'inizio per entusiasmo e poi ho lasciato. Per non parlare delle relazioni. 

E allora mi sono detta che forse era il caso di rimettersi in gioco. Di provare ad allenare i miei neuroni alla rinuncia, all'attesa, alla pazienza. 
Di fare di questo stupido e semplice fioretto una palestra di vita. Qualcosa che mi indirizzasse a lavorare sulla mia persona, sulle mie volontà, sui miei desideri. 
In fondo, perché non provarci?
E allora da oggi ho detto NO al cioccolato. E per oggi ci sono riuscita!

martedì 14 febbraio 2017

[3/365] San Valentino.

E' San Valentino e nessuno mi ha portato a cena fuori.
Non ho ricevuto fiori, né regali. Neanche un ciondolo Pandora.
Che merda di fidanzato!, direi- se solo avessi qualcuno.
I social sono infestati di massime, per lo più banali, su questa festa, che dovrebbe ricordare l'amore e invece a me fa così tanta tristezza che sono venuta qui, a parlarne con voi.
Sediamoci ad un tavolino, vi offro una tisana, con dei pezzettini di mela e lavanda. Anche del cioccolato fondente, ché a me piace un sacco e non posso andare a letto senza.

Non sono così arida come qualcuno pensa.
Ho fatto anche io i miei pensieri sull'amore, oggi. Cosa credete!
Ho pensato a quegli amori inespressi. A quelli nascosti. A quelli che si nascondono nelle chat dei nostri telefoni. A quelli che vivono nei nostri sogni. Nelle nostre vite immaginarie. Nei nostri film mentali.
Agli amori lontani. A quelli che non abbiamo vissuto a pieno. A quelli dimenticati in fretta.
Agli amori che non proveremo mai. O peggio ancora che non vivremo mai.
Agli amori che ci fanno allontanare dalla realtà. O a quelli che ci fanno sentire così vicini ad essa da guardarla un po' distorta.
Ho pensato agli amori finiti. A quelli che cerchi di dimenticare. A quelli che invece, prepotenti, invadono la tua vita facendoti sentire vivo.
Ho pensato a quante vite servirebbero per vivere tutti gli amori possibili. Forse una non è abbastanza. Forse è troppo poco. O forse sì. Basta una vita per scegliere chi avere accanto. Una volta. Una che sia una vita intera.
E le paure. Ho pensato anche a quelle. Alla paura di non saper amare. Di non poterlo fare come vorremmo.
Alla paura che blocca i sentimenti. Che non ti fa essere te stesso. Che non ti fa vivere l'amore in tutte le sue forme possibili.

La tisana è bollente. Mangio un po' di cioccolata mentre immagino i vostri occhi sullo schermo.
Nella mia serata di San Valentino ideale, in questo momento sto sorseggiando del vino rosso con il mio compagno. Ho le guance rosse e la matita un po' sbavata. Mi sta facendo ridere troppo e non riesco a non lacrimare un po'.
Parliamo di libri, di film, di vacanze da progettare.
Ho il rossetto ancora intatto. Lui si stupisce di come io sia sempre così impeccabile con il mio Kiko rosso ciliegia. Trucchi del mestiere.
Stasera stiamo così bene insieme che anche il cameriere che ci chiede se vogliamo qualcos'altro ci infastidisce.
Finiamo la bottiglia e corriamo a casa. Non facciamo neanche in tempo a varcare la porta di casa che siamo già in camera da letto.
Il finale è uno di quelli più banali che succedono nei film d'amore. Uno di quelli in cui si passa già alla scena successiva, dove i due dormono avvolti da lenzuola sfatte in una camera da letto enorme.

Riavvicino la tazza alle labbra. La tisana è buona. Ma ho ancora voglia di cioccolato.
Devo consolarmi così ultimamente.
E' questo l'effetto dell'amore che manca? Attaccarsi morbosamente ad un cibo che provoca piacere?
Forse.
Mi manca l'amore?
Ne ho davvero bisogno?
Cosa è l'amore?

Ho mal di testa. Vado a letto.
[Il finale banale di quelle donne che dell'amore preferiscono parlarne in un altro momento].

sabato 7 gennaio 2017

[2/365] Di quando pensi di essere pronta e invece.

L'altra sera sono andata ad una festa di compleanno di una delle mie più care amiche.
Una bellissima festa in cui ho bevuto un po' troppo e mi sono divertita così tanto che a momenti mi sentivo io la festeggiata.
Mi hanno mandato un video in cui ballavo sulle sedie, e ho detto tutto.

Ero preparata a tutto: a divertirmi, a bere molto, a mangiare poco, a farmi selfie e foto a go go. Insomma, cose mainstream che si fanno durante le feste.
Ma dopo circa un'oretta che ero nel locale, la porta si è aperta ed è entrata una coppia.
Era E. con il suo nuovo cane da guardia.

Non me ne sono accorta subito e ci è voluto un bel po' affinché ci trovassimo vicini per i soliti convenevoli del ciao come stai. 
Ho fatto la brillante come mio solito. E ho affidato all'alcol tutto il mio disagio.

E. non era da solo, ma in compagnia di una tappetta bruna dai capelli lunghi e una personalità anonima, che non ha fatto altro che guardarmi per tutta la serata, mettendosi accanto a E. mentre io e lui parlavamo, senza presentarsi (mah).
E se io da un lato del locale mi divertivo come una matta, loro dall'altro erano due semplici invitati anonimi in un gruppo molto numeroso di persone.
Io e E. ci siamo lanciati qualche sguardo, niente di che. Niente che potesse dare spazio a qualche maliziosa suggestione.

Ad un certo punto li ho visti limonare. Ho sorriso e ballato, pensando che in fondo era giusto così.
Poi la festa (la loro) è finita, e sono andati via.
E finita anche la mia di festa e sono tornata a casa abbastanza sfatta.

Il giorno dopo avevo un cerchio alla testa dovuto al vino e un pensiero fisso, stampato sugli occhi.
E. che baciava un'altra. 
Pensavo di essere pronta a tutto questo. Infondo me lo aspettavo pure. Lo immaginavo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi come mai il giorno dopo, e quello dopo ancora, io sia rimasta con la testa a quest'estate e alle notti passate con lui.
E' come se quel bacio, che prima era mio, mi avesse fatto male.
Eppure so che E. non mi piace più, forse non mi è mai piaciuto fino in fondo, che non fa più parte della mia vita ormai da mesi.
Eppure mi è preso un magone che avrei volentieri evitato.

Ho cercato di non pensarci, come solo le persone razionali riescono a fare.
Ma il problema è che quando qualcosa si rompe nella nostra vita e rimane guasto, tu a quei pezzi rotti ci pensi. Perché vorresti aggiustarli. E non tanto per rimetterli insieme, ma perché aggiustando quei pezzi potresti aggiustare anche te.

Di tutte le storie vissute, importanti o meno, non mi sono mai piaciuti quei finali senza confini netti. Dove le parole non hanno fatto il loro e i gesti sono stati da meno.
Dove si è affidato tutto al caos, piuttosto che alla casualità.
Dove si è affidato al tempo, la cura delle ferite.
Con E. è stato così.
Un inizio e una fine indefinita. Ma oggi rileggendo il tutto, non riesco a immaginare qualcosa di diverso. E dico che va bene così.

Va bene incontrarlo in un locale e fare finta che non sia successo nulla, mentre nella testa ti passa quella canzone di Jovanotti che fa come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente, salutarci come due vecchi amici Ehi, ciao come stai.
Va bene vederlo limonare con un'altra, toccarle i fianchi e spostarle i capelli.
Va bene sorridere alle sue battute cretine che non fanno ridere neanche lui.

Va bene così.






martedì 3 gennaio 2017

[1/365] HNY 2017


Arrivo un po' in ritardo con gli auguri e con questo post.
Scusate. 
Ma il 2017 mi ha dato il benvenuto con una bella febbre di 38 gradi. Del resto, se la notte l'ho passata con un vestitino leggero e un super raffreddore, non potevo aspettarmi altro.

Sono contenta di questo 2017 che finalmente è arrivato. Per diversi motivi:
1. le vacanze di natale sono terminate e per un anno circa posso stare tranquilla
2. il 2016 non mi ha entusiasmato molto se non per i miei viaggi e qualche conoscenza che mi è rimasta nel cuore
3. sentivo la necessità fisica e spirituale di chiudere con un anno che mi ha dato parecchio filo da torcere
4. last but non least, tra 10 giorni mi trasferisco a Milano e questa, al momento, è la più grande novità del nuovo anno. 

Sono contenta ovviamente, ma non riesco ancora a metabolizzare tutto l'entusiasmo, misto a paura e ansia. E' come se avessi congelato il pensiero al giorno della partenza, anche se dentro di me sono davvero felice di questo capitolo che si sta aprendo nella mia vita. Le aspettative sono tante, forse molte di più di quelle che avevo riposto quando sono partita per Verona. Però da quella esperienza ne sono uscita un po' ferita, ecco perché rimango con i piedi per terra e spero solo il meglio per me.

Cosa ci vado a fare a Milano?
Al momento si tratta di un progetto che riguarda la mia tesi di dottorato. Starò via per circa 6 mesi. Sperando di trovare poi una collocazione più stabile nei mesi futuri. 
Milano mi piace e ci vivrei tranquillamente. 
Poi, questa partenza arriva proprio in un momento in cui avverto la necessità di potare un po' di rami secchi. E la lontananza dalla mia terra non può che farmi bene. 


Di nuovi propositi non ne ho. Sono molto concentrata sul lavoro e sul mio futuro.
Vorrei solo che la tenacia non mi abbandonasse mai. 
Poi sono sicura che la vita farà il suo corso. 

E i vostri buoni propositi?



giovedì 29 dicembre 2016

Books read in 2016.


Di questo 2016 ho amato soprattutto i libri che ho letto. De Silva e Gamberale sono stati i miei autori preferiti, ma sono stata catturata anche dall'amore ironico di Catalano e dal romanzo di formazione di Marco Missiroli (Atti osceni in luogo privato), che qui in foto manca. Dei libri che mi hanno strappato un sorriso e che allo stesso tempo mi hanno fatto riflettere tantissimo. 
Non ho ancora fatto una lista di libri da leggere per il prossimo anno, ma sul comodino ci sono Le ragazze di Emma Cline e la biografia di Marina Abramovic. 
Poi mi piacerebbe dedicarmi alla letteratura giapponese con Murakami e Banana Yoshimoto.
Vedremo.
E voi cosa avete letto in quest'anno?


mercoledì 14 dicembre 2016

La torretta.

Ci sono dei posti, più dell'anima che di altri luoghi, che riescono a conciliarti con te stesso. Una specie di assoluzione senza peccati e senza preti. Avvolta nella misericordia del dio delle piccole cose. Dove il rumore delle onde e il sole caldo fanno da cornice.

Sono i posti in cui mi piace andare, dove ci passerei le ore, rischiando persino di perdermi proprio con l'intento di trovarmi.
Per me questo posto è una torre che affaccia sul mare, si trova proprio sull'ultima spiaggia, quella che segna poi la fine della litoranea del mio ameno paesello.

E' un posto a cui mi sono affezionata negli ultimi anni, quando ho scoperto che di lì si vedono dei tramonti spettacolari e che molto spesso puoi goderti la vastità del mare in totale solitudine.

E' il posto dove spesso mi rifugio per riflettere, per buttare giù qualche riga, per fare qualche foto, per parlare con me stessa (sì, nei momenti di pazzia faccio anche questo), ma soprattutto per ascoltarmi.
E' il posto dove inspiro lasciando entrare tutta l'aria che posso nei polmoni, quasi fosse un gesto di purificazione e espiazione allo stesso tempo.

E' uno di quei posti che ha fondamenta nel mio cuore, salde e forti. Come una casa costruita sulla roccia. Ne conosco i confini, l'andamento del terreno, dove portano le strade che si arrampicano sulla scogliera oltre la torre.
E conosco a memoria tutte le strade che questo posto riesce a solcarmi dentro, seguendo i miei vasi sanguigni e rigenerando le mie cellule. 

Ogni volta che voglio stare con me stessa o che la vita mi supplica di fermarmi, prendo la bici e vengo qui. Ci passo una manciata di minuti, a volte ore. Mi sfilo gli auricolari, che ho sempre con me, e ascolto il mare. Lo ascolto entrarmi dentro, penetrarmi e coprire tutto il marcio che mi porto dietro.

Domenica scorsa, io e la mia ansia ci siamo fermate qui. Ci siamo sedute una di fronte all'altra. Ci siamo guardate negli occhi e abbiamo scelto di firmare un armistizio. 
Lo sappiamo benissimo che i giorni che si affacciano a questa vita capricciosa non saranno facili. 
Che io non ami il Natale, ormai credo sia un fatto risaputo anche dai muri della mia stanza che mi hanno visto per anni piangere e disperarmi in silenzio per questo periodo dell'anno che incombe in maniera pesante nella mia vita.

Non riesco ancora a capire come mai io viva così male un periodo che per tutti è magico. Forse perché il Natale è un tempo che invita alla riconciliazione ed è evidente che la prima che dovrebbe riconciliarsi (ma non ci riesce) sono io.
E mi sforzo, prego, faccio l'indifferente, osservo, penso, ripenso, scappo, ritorno, ma quelle luci, quegli alberi, quella magia che tutti vedono rimane lì e, dispettosa, mi ricorda che ho bisogno di riconciliarmi. Prima con me e poi con il Natale, che dopo tutto non mi ha fatto nulla di male.
E allora scappo al mare. E vengo qui. Ai piedi di questa torretta a fare pace con me stessa.

Listening to: Ex- Otago: La nostra pelle

giovedì 27 ottobre 2016

Prima o poi.

La vita mi ha messo a dura prova in questo ultimo periodo.
In realtà continua a farlo. La guardo in faccia, la osservo con attenzione e con aria di sfida le faccio capire che ci sono e che io sono più forte di lei.

Forse è cominciato tutto da quest'estate, quando ho disconnesso i neuroni prima e il cuore dopo, per E. Volevo lasciarmi andare. Ma con scarsi risultati.
Per l'ennesima volta ho sbagliato persona.

Sì, mi assumo tutte le responsabilità di questa scelta. Che a dire quanto sono stronzi gli uomini siamo brave tutte. Ma dire quanto siamo stupide noi è un po' più difficile.
Ho pensato, sbagliando, che il tempo potesse far evolvere le cose. Che la vita mi avrebbe dato una possibilità. Quella di ricredermi. Quella di crederci. Per davvero.
Non è stato così.

Ho faticato, tanto. Non ho dormito. Ho cercato mille modi per distrarmi. Per portare il mio corpo, e la mia mente, lontani. Weekend, fiumi di alcool, sole, viaggi, immersioni nei libri e a lavoro.
Niente.

Che se hai un fantasma che ti porti dentro ti devi abituare a conviverci. Non se ne andrà mai. Potrai ammazzarlo, forse, un giorno. Ma dovrai essere più furbo di lui.
E io in questo momento non lo sono.

Poi il lavoro. Il mio più grande problema dopo me stessa.
Che la vita di dottoranda non sarebbe stata facile lo sapevo. Ma volevo sfidarmi, come sempre.
Perché non voglio essere da meno, non voglio che le paure mi blocchino ancora una volta.
Ma con tutto quello che vivi, con quello che costruisci e demolisci, prima o poi devi farci i conti.

E sapevo che, prima o poi, sarebbe successo qualcosa.
Un terremoto della mia anima un po' più violento. Qualcosa che avrebbe fatto crollare i muri delle mie sicurezze: un attacco di panico.
In realtà siamo a quota due.

Mi sono sentita impotente.
Per la prima volta ho fatto i conti con la mia razionalità. Che mi ha abbandonato.
Mi sono arrabbiata, ho pianto, ho persino pensato che non avrei avuto possibilità di uscita. Che forse abbandonare la nave era la soluzione migliore.

Ma no. Non è da me.
E allora eccomi. Con questa nuova battaglia da affrontare.
E con l'imperativo di vincerla.

venerdì 21 ottobre 2016

Ciao sono Michi Volo.

Ciao, sono Michi Volo e un tempo avevo questo blog.
Mi piaceva scrivere e qui sopra ci passavo le ore, tirando fuori dalla mia pancia, ma anche dalla mia amigdala, tutto quello che mi attraversava.
Poi che cosa è successo non lo so.
Un po' il tempo.
Un po' la voglia.
Un po' la vita.
E ho cominciato a scrivere meno.
Anche se i pensieri non mi hanno mai abbandonato.
E lo stomaco ha continuato a fare i suoi giochi di contrazione.

Ritorno, datemi solo un po' di tempo. Perché la mia testa non fa altro che viaggiare ed è giusto che io vi racconti un po' dei suoi viaggi.

PS. Questo post è stato scritto dopo aver letto il commento di Magnolia al post precedente. Mi sono sentita in dovere di passare per un saluto.
Un abbraccio a tutti voi!

giovedì 15 settembre 2016

La mia malinconia è tutta colpa tua.

Che io abbia un problema con i cambi di stagione ormai è un dato di fatto. E di fatto, nei mesi di transizione come settembre, ma anche aprile, io e un mocio vileda abbiamo più o meno lo stesso aspetto.
E direi anche lo stesso destino.
Ora, non chiedetemi perché a me sia venuta in mente questa immagine. Sarà per via dei capelli che in questi mesi si sono letteralmente bruciati al sole che mi danno questo aspetto.
Anyway.

Sto male.

Non sopporto questo settembre del cazzo che sembrava cominciare con le migliori intenzioni del mondo e che invece si è rivelato un mese decisamente NO.

Mi salva solo l'idea che tra qualche giorno dovrò partire e tornare in Italia quando ormai sarà ottobre. Anzi a dir la verità non mi salva neanche questa idea, perché se penso che potrei tornare con un clima decisamente più autunnale, i magoni aumentano.

Ma so benissimo che non è solo questo. Settembre che scivola via, insieme agli ultimi strascichi estivi, si sta portando tutto quello che questa stagione mi ha regalato.
E non parlo di tramonti o bagni al mare, ma parlo di quello che mi è successo. Di come ho messo, forse, in gioco il mio cuore per poi trovarlo, adesso, in brandelli.

Non mi sono innamorata, ma forse mi sono messa in discussione più del solito.
E insomma, il riassunto di tutta questa entropia interiore è che mi manca. Lui mi manca. Anzi mi manca l’idea che avevo di lui. Le illusioni che avevo nutrito con i miei silenzi. E con i suoi baci.

E' che non mi piace chiudere le cose definitivamente senza avere la possibilità di un confronto, di portarmi dietro qualcosa, di avere una strada secondaria da percorrere.
Ogni volta che qualcosa si è interrotto nella mia vita, sono stata brava a metterci una pietra sopra. A volte in maniera così veloce che mi stupivo di come ero asettica nei confronti delle delusioni.
Questa volta mi sembra di star salendo dei gradini che non finiscono mai. E più salgo e più i gradini diventano alti, costringendomi a sforzi fisici che fanno uscire l’acido lattico persino dal cuore.

Dov’è il problema questa volta? Nella mia incapacità di gestire questo strappo.
Perché è così che mi sento. Strappata. Come se qualcuno si fosse portato via qualcosa di me in un modo così violento e distratto da lasciare lo strappo aperto e sanguinante.

Ogni mattina mi alzo e mi ripeto che passerà. Che, infondo, non è la prima volta che mi trovo ad affrontare questo genere di situazioni.
E invece no.
Ogni sforzo razionale mi sembra inutile. Perché la razionalità è tutto quello che adesso mi manca.
E vorrei tornare ad essere la stronza di sempre. Quella che si mette la maschera e finge che tutto va bene.
E invece no.
Mi fermo e ogni tanto scende qualche lacrima.

Sarà la fine dell’estate, che proprio non sopporto.


giovedì 25 agosto 2016

Quando arriva Settembre

Quando cominci a desiderare settembre, pur avendo l'estate nel cuore, significa che stai diventando grande.

Ho sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti di questo mese.
Da un lato, ne sono affascinata per il richiamo all'ordine e alla manutenzione dell'anima, favorita dai buoni propositi da stilare, dall'altro nutro un forte odio per settembre che riporta tutto alla tranquillità, alla routine e alle cose di sempre, spegnendo i fuochi folli dell'estate.

Ma, mai come quest'anno, desidero che questo mese arrivi presto.

1.Sarò fuori per lavoro: Urbino, prima, Gerusalemme, poi, mi aspettano. E tra le due mete, potete immaginare quale sia la più ambita.
Saranno queste, per quanto sarà possibile, le mie vacanze.

2.Ho bisogno di ritrovare la mia dimensione giornaliera. Il treno, gli amici pendolari, la musica nelle orecchie, le conversazioni con gli sconosciuti, il caffè alla macchinetta con la collega, i libri, la palestra, il cinema, le serate in casa spalmata sul divano.
Tutte le cose semplici che ho lasciato da parte in questo mese.

3.Concentrarmi su me stessa. Sul lavoro, sui pazienti, sul futuro da progettare. Cosa farò?
Devo cominciare a pensarci seriamente. Tra un anno (quando il mio dottorato terminerà) vorrei avere le idee chiare.

4.Il silenzio. Che detta così sembra una sciocchezza. Ma io ho bisogno di silenzi e digiuni. Spogliarmi un po' di tutto il frastuono accumulato nei mesi estivi solo per distrarmi da una storia andata male e da altre neanche cominciate.

Insomma, di motivi buoni per cominciare serenamente questo mese ce ne sono. Ora spero solo di non cambiare idea.

lunedì 22 agosto 2016

Giornata amarcord.

Da un po' di tempo, FB utilizza un modo carino per ricordarti i post datati negli anni precedenti con l'app Accadde oggi
Devo dire che grazie a questa app mi sto rendendo conto di quanto negli anni sia passata dalla superficialità più becera a momenti di esibizionismo cosmico, passando per contenuti più o meno seri. La cosa mi diverte, ma allo stesso tempo mi fa riflettere tantissimo su come il modo di usare il social sia cambiato negli anni, non solo da parte mia.
Così stamattina, come ogni mattina, all'accesso FB mi ha proposto una foto di un anno fa.
Ero a Dublino, che mi accoglieva con il suo cielo plumbeo e quella pioggia tipica dei paesi anglosassoni. 
Ero al mio primo giorno di una vacanza organizzata in poco tempo e che prevedeva una sosta di qualche giorno in due capitali europee dove avrei passato il novanta per cento del tempo da sola.
Ero felice perché stavo mettendo ordine -per l'ennesima volta- alla mia vita.
Ero lontana da me, eppure allo stesso tempo così vicina e legata a quella me più intima e profonda che mi faceva stare male.

Oggi ho pensato spesso a quella vacanza, a quei 10 giorni passati come una barbona, macinando km e pensieri. Ci ho pensato e l'ho invidiata. Perché se c'è una cosa che quest'estate mi è mancata tantissimo è stata proprio partire da sola, dedicarmi del tempo, mettere ordine dentro.
Ho pensato al coraggio che ho avuto nel prenotarmi una camera singola in un palazzo di Parigi nel XIII arrondissement, alla solitudine un po' sofferta, a quanto carica e ricca sono tornata. A quello che ho saputo custodire nel cuore mentre mi sentivo cittadina del mondo per le strade di Dublino e Parigi.
Insomma....giornata amarcord.



 

domenica 7 agosto 2016

Tema: la mia prima settimana di ferie.

Ho passato la mia prima settimana di ferie in un clima di disperazione misto a voglia di suicidio. 
Ho provato a fermarmi, a fare le cose con calma. 
Risultato? Ho sfiorato la depressione almeno 10 volte al giorno. 
Non sono abituata a stare in modalità offline. Ma evidentemente il mio corpo ne aveva bisogno. 
Ho dormito tanto, consumato le lenzuola, adagiato le mie ossa su qualsiasi oggetto che prevedesse una posizione orizzontale. 
Poco mare. E poche uscite. Vita sociale pari a zero. Non ne avevo tantissima voglia. 
La verità è che, dopo il weekend scorso, dove mi sono ritrovata l'innominato, sulla stessa spiaggia in Salento, e dopo esserci ignorati a sufficienza, io sono ritornata con una tristezza immane che ho fatto fatica a togliermi di dosso. 
Non pensavo che un saputello cafone potesse condizionare a tal punto la mia vita e il mio umore.
Poi sono rinsavita. 
Ho un mese di ferie e non posso mica passarmelo così. Mi son detta. 
Mi dispiace solo di non essere riuscita, ancora una volta, a saper gestire un abbandono. Uno strappo. Un distacco. 
C'è qualcuno che ne è in grado?

Ogni volta mi chiedo come si può passare dallo stare insieme come i migliori amanti dei film americani alla totale indifferenza. E' una cosa a cui non mi abituerò mai.
Non mi aspetto un contratto di messaggistica che ci possa tenere legati in qualche modo, ma mi aspetto sempre che, prima di salutarsi in questo modo davvero infame, chi ha intenzione di interrompere, sia disposto almeno a cedere alla verità. A dirle, quelle parole scomode. Tipo non voglio sentirti più. Non mi piaci, ci ho provato ma niente. Non mi va più di passare del tempo con te. 
Non ho mica un fucile in borsa. Anzi, sarei contenta di avere un confronto così duro ma almeno veritiero. E non nascondo che mi farebbe male, ma almeno non mi farebbe vivere appesa.

Perché è così che mi sento adesso. Appesa.
In attesa di un possibile ritorno.
Perché alla fine tutti tornano. 

mercoledì 27 luglio 2016

C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo.



C'è un tempo, nella vita, in cui bisognerebbe fermasi un attimo. Lasciare andare tutto. Spogliarsi. Rimanere con se stessi. Anche se ci farai a cazzotti. Ti maledirai, forse ti benedirai. Dirai, in ogni caso, qualcosa di te. Ti racconterai, forse ti scoprirai. Ma dovrai fermarti. Condicio sine qua non.

Non riesco a fermarmi. Corro veloce. Fuggo. Da cosa non lo so. So solo che un moto perpetuo governa i miei stati d'animo. Vorrei fermarmi. Rimanere. Stare.
Ci provo. Costantemente. Adesso sta diventando un imperativo. Cercherò con le ferie di staccare sul serio da tutto.
Non sono felice, ma non so cosa mi rende tale. Non riesco a capire cosa mi manca quando, apparentemente, credo di avere tutto. Non riesco a capire cosa non va quando, apparentemente, credo che vada tutto bene.

E' un continuo collezionare di non so.
Non so come si fa a rilassarsi un attimo.
Non so non pensare al futuro, a cosa sarà di me tra un anno.
A come andrà questa mia vita, che si consuma tra lenzuola usate e parole non dette.
Non so cosa voglio sul serio.
Non so cosa farmene di tutti i buoni propositi che non ho mantenuto.
Non so dove incanalare tutte queste inquietudini che mi porto dentro.
Non so niente.

E mi viene in mente quella frase di Pessoa. Che magari c'entra ben poco.

Non sono niente. 
Non sarò mai niente. 
Non posso voler essere niente. 
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

E' che nonostante tutto, dentro mi porto dentro sogni grandi quanto una casa. E forse è per questo che ci sto male, per la mia incapacità di sporcarmi le mani, di mettere tutto in discussione e provare a realizzarli.
Vado avanti dicendomi che passerà, che questo non è altro che un periodo. Può essere, ma adesso comincio ad essere stanca. Colleziono distrazioni che mi tengono lontana dai problemi veri, ma la verità è che si può fare tutto quello che si vuole, ma nulla ci tiene lontano da quello che ci alberga nel cuore.
E adesso io nel mio cuore vedo un'enorme matassa che aspetta solo di essere sciolta.


mercoledì 13 luglio 2016

Stiamo vicini, amici pendolari e non.

Pensi che non possa succedere a te.
A te che prendi il treno ogni giorno alla stessa ora.
A te, pendolare seriale, maniaco nella scelta della carrozza. Che è sempre la stessa. Perché è quella dove incontrerai gli altri pendolari seriali come te, con i quali ti fermerai a parlare, a raccontare la tua giornata lavorativa, i tuoi problemi, le tue felicità momentanee. Magari con qualcuno ci flirterai pure. Poi uno scontro. Bam. E sei finito.
Rosso e nero. Non capisci più niente. Chi sei. Dove ti trovi. Cosa sta succedendo. Le voci, le urla, il sole che brucia la pelle e le ferite che ti ritrovi addosso.
Piangi. E preghi Dio che qualcuno ti venga a tirar fuori da lì.

Pensi che non possa succedere a te.
E infatti non è successo a me.
 A me che quella linea non la prendo.
 A me che oggi sono andata in macchina a lavoro.
 Però.
Però è come se su quel treno ci fossi salita anche io. Perché la voce mi trema. Così come le mani. Perché la disperazione e la paura si sono affacciate in questo pomeriggio afoso di metà luglio.
Perché su quel treno, ci sono persone che conosco e che viaggiano come me.
Perché è impensabile che due treni possano scontrarsi, non siamo mica in India, e invece.
Perché io non vorrei la mia vita spezzata così, per una tragica fatalità.
Perché io ci passo due ore della mia giornata su un treno.
Perché oggi sarà più dura tornare a casa, sapendo che a pochi km ci sono vite distrutte in mezzo a lamiere incandescenti.
E allora non riesco a non pensare a quello che è successo.
 A quel treno, sul quale potevo esserci anche io.
Stiamo vicini, amici pendolari e non.

giovedì 7 luglio 2016

Come si fa?

Pennac diceva che il tempo per leggere, come quello per amare, dilata il tempo per vivere.
Riformulerei la frase asserendo che il tempo per scrivere dilata quello per vivere. Perché scrivere è come vivere due volte quello che ci accade.

Nell'ultimo post mi portavo dentro un magone grande quanto una casa sul petto. Ho pianto come forse non succedeva da un po'.
Non riuscivo a trovare pace e più cercavo di calmarmi, più mi tormentavo.
Inutile dirvi che tutto questo frullare interiore era dovuto ad un uomo.
Uno sconosciuto.
L'ennesimo entrato nella mia vita.
Forse per sbaglio, forse perché doveva andare così.

Quest'uomo esiste ancora.
Ci vediamo. Ci sentiamo.
Quando stiamo insieme stiamo bene.
Niente di più. Niente di meno.

Un giorno siamo due estranei. Il giorno dopo ancora.
E poi i migliori amanti che si possano conoscere.

Nel frattempo io mi chiedo se tutto questo può bastarmi. Se può andarmi bene.
E mi tormento.

Qualcuno mi ha detto che dovrei fermarmi.
Chiudere la porta.
Pensare a me.

Poi ripenso a quegli occhi celesti, a come mi fanno sentire.
E a come non mi fanno sentire.

Vorrei essere arrabbiata. Trovare il coraggio di ribellarmi.
Ma come si fa?

lunedì 30 maggio 2016

Una pallina nella pancia.

Chi ha letto l'ultimo libro della Gamberale - Adesso- sa bene che c'è un fil rouge che ricorre in tutto il romanzo. E' questa pallina nella pancia che scuote le anime dei personaggi. E' questo adesso imperativo che muove le trame esistenziali di Lidia e Pietro. 
Leggetelo, se non l'avete ancora fatto.

Io l'ho fatto ormai da un bel po', ma ogni tanto mi piace pensare a quell' adesso. Alla mia pallina nella pancia. 
Pensavo che riprendermi da F. non sarebbe stato facile. In fondo, si sa, che quando viviamo qualcosa di bello è poi difficile lasciarlo andare.
Ma ho avuto degli anticorpi piuttosto aggressivi che hanno attivato subito le risposte immunitarie necessarie per dimenticare. 
Del resto, non potevo fare altro. La distanza non era dalla mia parte. E probabilmente, anzi sicuramente, quello che avevamo vissuto non era stato poi così forte da renderci invincibili.
Così sono ritornata alla mia solitudine, ai miei pensieri, al mio lavoro, alle mie ansie, al mio mare. 

Fino a quando, un pomeriggio di due settimane fa, ho accettato l'invito ad un caffé. E' stato un pomeriggio piacevole, che è diventato sera e poi notte. 
E poi dubbi e paure. 
Adesso è una pallina nella pancia che fa male insieme ai silenzi. 

Sono nuovamente sola, con una persona scomparsa nel nulla senza spiegazioni. 
E mi chiedo perché.
Perché finisce sempre tutto così. Senza un motivo. 

sabato 7 maggio 2016

Non avere un titolo per i pensieri del sabato pomeriggio.

Ho capito che posso dimenticare in fretta.
Che questa razionalità non mi piace. Ma mi serve. Mi aiuta. Ho messo da parte tutte le emozioni vissute con F. Non so neanche io come ho fatto a dimenticare la tempesta del mio stomaco che mi tormentava quando sono tornata da Lisbona. Però dovevo sopravvivere. E non con le sue non risposte. E così ho fatto da me, come sempre.
Mi sono affidata a quei due-tre neuroni che mi sono rimasti.
Ci sentiamo, certo. Ma non andiamo da nessuna parte insieme. Ci illudiamo che un telefono possa annullare le distanze e che poche parole possano farci sentire vicini.
Ci illudiamo.
Però io vado avanti. Faccio la mia vita.
E lascio che altri si affaccino sulla mia strada.
Non è bello chiudere così di botto in una scatola certe emozioni. E io mi sono accorta che, ormai, certi gesti mi vengono in automatico.
Ripeto: non è bello.
Perché quando diventi un automa in grado di gestire con perfezione le tue emozioni allora vuol dire che c'è qualcosa che non va. E nel mio microchip emozionale c'è sicuramente qualcosa che non va.
Ne sono sicura.
Non so dirvi cosa. Però se prima mi fissavo con qualcuno e trascinavo storie-non storie per mesi, adesso mi ritrovo a fare tutto il contrario. Quasi come se volessi archiviare subito il tutto senza che possa scalfirmi minimamente. Pensavo fosse un meccanismo di difesa, ma mi sto accorgendo che la difesa del mio cuore c'entra ben poco.
E' qualcosa di più profondo, qualcosa che era scritto già nel mio DNA prima che tutte le storie non andate a buon fine mi facessero male.
Sto andando leggermente sottovuoto per scoprirlo.
Forse troverò delle risposte e ve le racconterò.

venerdì 22 aprile 2016

Ancora con una valigia in mano.

Riparto. Vado a Firenze.
A meno di un mese da quello che è stato uno dei più bei viaggi che ho fatto.

Ripenso spesso a Lisbona.
In un periodo in cui dovrei pensare ad altro.

Dimenticherò anche lei e tutti gli effetti collaterali.

Nel frattempo stacco dal mondo con un'ennesima fuga.
Mi vado a prendere una boccata di ossigeno lontano da un quotidiano che mi sta spegnendo giorno dopo giorno.

giovedì 21 aprile 2016

Non scrivo da 18 giorni e.

Non scrivo da 18 giorni.
Che a me sembrano una vita se penso a tutto quello che è successo nel mentre.
Rileggo che ero felice. Sì, lo ero. Perché ero tornata da Lisbona, avevo conosciuto F e il mio cuore era un tantino più leggero.
Ma poi è subentrato il tormento. Quel mal de vivre che, fondamentalmente, non abbandonerà mai un'inquieta cronica come la sottoscritta.

F è diventato onnipresente nella mia vita.
Istantanee di momenti trascorsi insieme mi passavano (e lo fanno tuttora proprio mentre scrivo e mi si chiude lo stomaco) davanti gli occhi in ogni momento della giornata. I suoi messaggi arrivavano puntuali proprio quando non erano previsti dai miei disegni mentali.
Mi sono distratta parecchio a lavoro.
Ho pianto alcune sere.
Ho riflettuto molto sul da farsi.
Gli ho scritto come mi sentivo e cosa provavo.

Avrei preso un aereo.
Ma quello che ho presa è stato solo un onestamente non credo che farti prendere 4 aerei dicendoti "sarebbe bello vedersi senza aspettative, promesse, paure, progetti e altre manfrine" sia esattamente una cosa che mi viene da fare senza pensarci su.
E allora avrei voluto dirgli Pensaci allora.
Ma non gli ho detto niente.

Sono ritornata sui miei passi.
Nei miei silenzi.
Forse è meglio così. Meglio non incasinarsi la vita. E allora amici come prima. Teniamoci il bello di quello che è successo.
Però...però a me questa volta mica mi viene facile tenermi il bello e basta.
Perché questa filosofia mi ha pure un po' stancato. Non posso sempre accontentarmi nella vita.
Ma non ci sono soluzioni se non quella di prendere il bel capitoletto F e relegarlo in un cassetto.
Riusciremo in questa impresa?

sabato 2 aprile 2016

Pochi giorni.

Amore mio lo so che sono ancora pochi giorni
però mi manchi da morire
Non te lo dirò mai 
ma fino a che non torni io rischio di impazzire


Cari lettori, eccomi qui. 
Non sono sparita ma la mia vita ha subito una lieve impennata che non mi aspettavo. O forse sì.
Sono stata a Lisbona. E mi sono innamorata. Di Lisbona. Ma non solo. 
Però per fare le cose per bene, ora vi spiego tutto con calma cercando di essere il più breve possibile.

A inizio dicembre scorso, mentre un altro strappo mi bruciava i muscoli dell'anima, una mia amica mi ha parlato di un suo amico che era riapparso nella sua vita dopo anni di silenzio. 
Michi, lo devi conoscere. Secondo me ti piace e poi vive a Lisbona.

Coooosa?? 

Credo che in quel momento tutti i miei neuroni si siano svegliati di colpo alla parola Lisbona.
Insomma, per farla brevissima, lui in quell'istante mi ha chiesto l'amicizia su FB (su consiglio-ordine della mia amica) e abbiamo cominciato a scriverci. Niente papiri, niente ore passate al pc, ma solo fugaci scambi di battute. E tante risate. 
Nel giro di 2-3 giorni abbiamo scoperto di avere due passioni in comune: i viaggi e i libri. 
Dopo 4 giorni io ho comprato un biglietto A/R (purtroppo) per Lisbona. 
Un colpo di testa a cui non abbiamo creduto né io né lui. 
Mi sono autoinvitata a casa sua e l'ho costretto a sopportarmi per quasi 6 giorni. 

La partenza non è stata immediata, sebbene l'avessi voluto. 
Abbiamo passato quasi 4 mesi scrivendoci a giorni alterni e casuali. 
Non era un rapporto speciale ma neanche qualunque. 
Io non avevo la testa per impegnarmi in conversazioni virtuali e lui probabilmente non aveva il tempo.
Così capitava che ogni 2-3 giorni scappava qualche messaggio, commento, suggerimento letterario, foto o robe così. Niente di intimo. Niente di porno. Niente che potesse suscitare sentimenti, emozioni, reazioni. Non so se mi sono spiegata. 
Si parlava di Lisbona, libri, musica, uomini, padri e madri, film. Cose normali, forse a volte banali.

Poi è arrivato marzo. Il giorno del suo compleanno lui era qui. E io sono andata alla sua festa. 
Ci siamo visti. Ci siamo finalmente guardati negli occhi, abbracciati, toccati. Eravamo reali. 
Quel giorno ho ricevuto un regalo: un libro del suo autore preferito e una guida di Lisbona.
Sono tornata a casa tardissimo con un sorriso sul cuore e una dedica sul libro che mi ha lasciato senza parole. 

F. aveva, anzi ha, qualcosa di speciale. Una gentilezza fuori dal comune. Una sensibilità notevole. Una tenerezza spiccata che mi ha lasciato in apnea dialettica. L'ho osservato tutta la sera, contemplando quanto fosse bello nei gesti e nell'affetto che mostrava ai suoi amici e anche a me che, in fondo, non conosceva. 

Le sere seguenti le abbiamo passate insieme, con i miei e suoi amici. Bevendo e ridendo come se ci conoscessimo da sempre. 

Poi lui è ritornato in patria e qualche giorno dopo l'ho raggiunto. 

Credo di aver vissuto una breve parentesi cinematografica. A tratti illusoria.
F. è stato gentilissimo con me: mi ha riservato la sua stanza, mi preparava la colazione, il pranzo, la cena. Lo avrei sposato se solo me lo avesse chiesto. Ma non l'ha fatto, sigh!

Non mi ha fatto mancare nulla. 
Però c'era un problema: nonostante fosse affettuoso con me, mi abbracciasse, mi accarezzava in pubblico e in privato, non mi baciava. Non ci ha provato. 
Fino a quando una mattina è entrato nel mio letto. Così per scherzo. Per comodità.
E niente. Non ci siamo più staccati.
Abbiamo mandato all'aria i programmi della mattina e siamo rimasti a letto come la migliore coppia cinematografica americana. 
Io non credevo ai miei occhi. 
Peccato che tutto questo sia successo a due giorni dalla mia partenza. Ma non ci siamo negati nulla.
E io sono stata bene. Letteralmente in un'altra dimensione: LSD. La Sua Dimensione.

Non vivevo momenti così da anni. E non sto esagerando.
Tutto era magico: il modo in cui mi guardava, il modo in cui mi accarezzava la pancia, mi scompigliava i capelli, mi toccava il viso, mi stringeva i fianchi. 
Non sentivo il calore di mani estranee infondersi nelle mie cellule da tempo immemorabile.

In questi anni, non ho fatto altro che collezionare rapporti sempre fugaci di cui non riuscivo a godermi - a volte- neanche il momento e che mi lasciavano, il giorno dopo, sempre con un vuoto immenso dentro. 
Invece questa volta, per la prima volta dopo anni, ho sentito quasi il desiderio che un'altra persona rimanesse dentro me. Come Myriam che implora Yair di non uscire dal suo corpo dopo averlo fatto in Che tu sia per me il coltello di Grossman. 

Poi sono ripartita. 
Non ci siamo detti nulla. Non ho cercato promesse. Ho forse desiderato qualche parola in più. 
Ma alle 4 di notte l'unica cosa che potevamo dirci era un abbraccio al gusto di rimaniamo attaccati ancora un po'.
Gli ho scritto una lettera al mio ritorno. Mi bastava fargli sapere che ero stata bene. Che quello che avevo vissuto pensavo di non meritarlo e invece mi sono stupita nel trovare qualcuno che - fosse anche perché è nella sua natura- fosse disposto a farmelo vivere. 
Lui è rimasto senza parole, un po' come è scritto nel DNA della sua timidezza. 

Oggi, a 4 giorni dal mio ritorno, continuiamo a sentirci. 
Non ci sono progetti futuri, forse solo il desiderio di rivedersi. Che, con molta onestà, devo ancora capire se è reciproco. 
Ma confesso che mi importa poco. O meglio fingo che non mi importi.
Ho davvero tante belle emozioni dentro che tutto il resto, al momento, non conta.
Prenderei l'aereo anche in questo istante se me lo chiedesse.
Non l'ha ancora fatto e forse non lo farà.
Ma non ci voglio pensare.
Penso, invece, che ho conosciuto una persona bella che non conoscevo da tempo.
Che mi ha lasciato un cuore elastico che batte e che, forse, è ancora in grado di provare qualcosa. E mi basta questo. Perché per me, in un periodo di anoressia emotiva come quello che stavo attraversando, è davvero tanto.
Non so come finirà questa storia, se mai ci sarà un inizio. Non so neanche se vi parlerò ancora di F. però oggi vi dico che sono felice di questo viaggio e di quello che mi ha lasciato.

Non si torna mai uguali dopo un viaggio. Ma la verità è che si cambia ancor prima di partire.
E ora posso dire che è tutto vero.

martedì 8 marzo 2016

Come è andata.

Una decina di giorni fa vi scrivevo di un mio primo appuntamento.
Non ho risposto subito a chi mi aveva chiesto come fosse andata. Bene. Ora vi faccio una piccola sintesi: la serata è andata benissimo. Mi sono divertita, ho riso, ho bevuto, ho mangiucchiato qualcosa, mi sono ripassata il rossetto di fronte a lui senza provare disagio e sono tornata a casa serena. 
Io e V. sembravamo due amici di vecchia data senza esserlo effettivamente.
Il giorno dopo ci siamo sentiti e il giorno dopo ancora.
E' stato lui a chiamarmi e io ho risposto.
Ma non ho sentito l'esigenza di cercarlo.
E così dopo un po' di giorni lui deve essersene accorto di questo mio disinteresse che ha cominciato a scrivermi di meno. Fino a non farlo più.

Adesso rimane qualche battuta sporadica su whatsapp e niente di più.
Mi ha anche chiesto se l'avrei rivisto. E gli ho detto la verità: non avevo un motivo per dirgli di no, ma dirgli di sì mi metteva ansia.
Che ansia?
E' un'ansia mia e basta, legata al mio vissuto, al mio modo di relazionarmi...e tu mi rivedresti?
Sì, potrei. 
Insomma non eravamo entrambi pienamente convinti. E così gli ho detto che avrei preferito non vederlo. O meglio non mi sono sbilanciata.

Nel frattempo sono uscita con un altro tipo. Che non mi ha colpito per niente. Ma evidentemente la cosa è stata reciproca. Tant'è che non ci siamo scritti più. O meglio mi ha scritto poco fa per farmi gli auguri per la festa della donna.

Insomma, forse il problema sono io. Che non ci sto con la testa.
Che di fare la fidanzatina, la frequentante, la trombamica e tutte le declinazioni possibili di quelle figure che prevedono un'interazione con un essere maschile non ne ho proprio voglia. E non so perché.

Ho la testa sgombra da qualsiasi pensiero XY, o quasi. Ma la verità è che non so cosa voglio e tutto quello che mi sembra di volere, probabilmente non lo desidero fino in fondo.
E allora vivo in questo limbo senza farmi toccare più di tanto da quello che accade. E al tempo stesso senza attraversare, toccando, quello che vivo.
Reciprocità sostenibile tra me e il mondo.
Però non voglio farmi mancare nulla. O meglio voglio avere tutto. Per poi scegliere con calma.



mercoledì 2 marzo 2016

[Libri] Non avevo capito niente.

Sono qui, distesa su un divano Kivik, immobile davanti allo schermo del pc da una decina di minuti. Sto cercando - con tantissime difficoltà- di scrivere qualcosa sull'ultimo libro a cui ho detto, a malincuore,  in un orario imprecisato tra le 8.30 e le 9.30 di ieri, ciao.

Pochi libri sono in grado di creare legami profondi con i personaggi che abitano le pagine. Non avevo capito niente è uno di questi. 
Narrato in prima persona da una voce ironica, frizzante, leggera, ma al tempo stesso incoerente, inaffidabile, a volte pleonastica, questo romanzo di De Silva - scrittore scoperto solo pochi mesi fa e di cui mi sono innamorata follemente- presenta, in maniera minuziosa a volte, le riflessioni, profonde e superficiali, di un personaggio che si fa amare sin dalle prime battute: Vincenzo Malinconico
Se questo nome spassoso vi getta subito addosso qualche dubbio sulla sua personalità, teneteveli stretti ma siate pronti anche a lasciarvi stupire.

Malinconico è un giovane avvocato napoletano un po' sfigatello: appena lasciato dalla moglie, vive in un appartamento in completo stile Ikea- proprio a rimarcare il senso di provvisorietà che tutte le case targate Ikea evocano- in compagnia di un frigo vuoto e lezioni di coraggio e autostima. 
Un giorno viene nominato difensore d'ufficio di un mangiauomini di camorra detto "Mimmo 'o burzone" ma, abituato com'è a pratiche fallimentari e di poca rilevanza giuridica, deve ripassarsi il Bignami di diritto per poter portare a buon termine il suo compito. E ce la fa. Non solo. 

Al successo lavorativo si affianca anche quello nella sfera personale: Alessandra Persiano, la PM più gnocca del tribunale si innamora di lui e comincia a riempirgli la vita. E il frigo. Mentre sua moglie, la cara Nives, che farebbe di tutto per riprenderselo, dichiara finalmente che non vorrebbe nessun altro uomo accanto se non lui. 
Per un momento, uno solo, mi liquefaccio. Poi la materia che mi compone si reintegra. Mi viene da piangere, vaffanculo. E non perché sono felice, ma perché non so che farmene, adesso. Quante migliaia di volte ho sognato questo momento? Quante notti ho passato a vedere televendite in attesa di una frase del genere? Tanto ci voleva, a dirmela quando ne avevo bisogno? Ero qui, santo Dio, perché non mi hai visto?  
Proprio lui, un uomo outlet, come lui stesso si definisce, si ritrova così una moglie ex adorata che ora ritornerebbe con lui e una nuova fiamma che scalpita per una sua chiamata. 
E intanto Vincenzo riflette sull'amore, sulla vita, sugli sforzi di adattamento alla realtà, sulla camorra e sulla musica.
Non avevo capito niente è questo: una raccolta di istantanee di pensieri su un eroe post moderno che, per arrabattarsi un po' di felicità, racconta una vita che è un po' una commedia degli errori, per giungere ad una inconfutabile verità: non avevo capito niente.



giovedì 25 febbraio 2016

Primo appuntamento.

Non esco con un ragazzo da quest'estate.
Quelle cose della serie dai, ci prendiamo una birra e mangiamo qualcosa insieme.
Nel mezzo ci sono stati incontri casuali. Quelle cose usa e getta che non richiedono la fatica del parlare, ergo quella del conoscersi.

Mi sono sempre sentita inadeguata. Inadatta. Non pronta. E così ho detto un po' di no. Anche a ragazzi molto carini.
La situazione non è cambiata. Ma ho capito che non è un problema di chi ho di fronte. Ma mio.
E stasera ho deciso che devo affrontarlo.
Che quattro chiacchiere con la prossima persona che non rivedrò più non mi faranno male.

Sì, avete letto bene. Ho già deciso che non voglio rivederlo. Che non mi deve piacere e che non si deve in nessun modo legare a me.
Sono patologica, lo so.

Ma mai come in questo momento sento di aver alzato dei muri che non voglio abbattere.

Quando vi ho parlato delle lacrime versate per Perfetti sconosciuti, ho omesso di dirvi che quelle storie mi riguardano così da vicino, che non ho potuto non immedesimarmi in quel film.
Il mio telefono contiene un mondo segreto almeno quanto la mia anima.
Non ho più fiducia nel genere umano, soprattutto quello maschile, da almeno un annetto.
Non voglio nessuno al mio fianco.
Non ora.

Ma stasera sono egoista.
Faccio questo per me.
Per concedermi almeno il dubbio di credere che tutto quello che penso potrebbe essere in minima parte sbagliato.
Per vincere l'ostacolo del primo approccio.
Per provare a raccontarmi per quella che sono con uno sconosciuto senza lo stress di mettere l'ennesima maschera.

Non ci ho capito niente.

Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.
[Non avevo capito niente - Diego De Silva]

Vorrei trovare, ogni tanto, il coraggio di lasciare andare. 
Ho riflettuto molto in questi giorni su questo. E sapete una cosa? 
Non ci ho capito niente.

martedì 16 febbraio 2016

[FIlm] Perfetti sconosciuti

Torno a casa un po' sconvolta dopo aver visto questo film.
Devo asciugarmi ancora le lacrime, nonostante l'attesa dei titoli di coda (il momento migliore per piangere) e qualche km per tornare.

No, non mi aspettavo di piangere.
Sì, tra gli effetti collaterali di Perfetti sconosciuti c'è rischio apertura condotti lacrimali.

Tralascio sul film -che a tratti sembra monotono e lento, probabilmente dato dal fatto che ha un'unica ambientazione- e vi parlo subito di quelle considerazioni che mi hanno un po' scosso.

Perfetti sconosciuti. Siamo questo in un rapporto. Di qualunque natura esso sia. Amici, conoscenti, coniugi, trombamici, frequentanti, scambiatori di email, stimolatori di genitali, messaggeri cronici. Siamo degli sconosciuti.

Sconosciuti che si portano dentro una marea di cose che non diciamo. Che non mostriamo. Che non raccontiamo. Che facciamo fatica a nascondere. O che paradossalmente siamo così bravi a nascondere.

Non si può sapere tutto dell'altro. E delle volte è meglio non sapere. Perché non si è mai pronti di fronte alla verità.
Non si è mai pronti alla frangibilità dell''altro.
Ma forse si dovrebbe esserne consapevoli. Che non siamo integri. Che abbiamo tutti i nostri fantasmi che ci torturano l'anima e che ci fanno sbagliare. Di continuo. Anche quando crediamo di avere tutto.

Dobbiamo proteggerci.
Non dire per forza tutto.
Accettare la nostra frangibilità.
Cercare di conviverci.
Sforzarci di ricongiungere i pezzi, anche quando sembra che si scollano di nuovo.
Instillare tutta la verità di cui siamo capaci nei rapporti che costruiamo.
Essere noi stessi, sempre.






lunedì 15 febbraio 2016

Gli scritti del 2009.

Ieri mentre mettevo in ordine la mia scrivania/libreria, mi sono imbattuta in scritti risalenti al 2009, che un po' di tempo' fa avevo cominciato a stampare per rileggerli con calma.
La verità è che non li ho mai riletti, non ho fatto altro che spostarli da un lato all'altro della mia scrivania, evitando che prendessero tanta polvere.
Stamattina li ho messi in borsa con l'intenzione di leggerli in treno, ma niente.

Ci proverò domani, sempre che non venga risucchiata da Vincenzo Malinconico. O peggio ancora da un attacco di narcolessia.

Quello però che mi ha portato a riflettere, e di conseguenza a scrivere, è che io in quell'anno ho scritto tantissimo. Tipo che scrivevo 2-3 post al giorno.
Sicuramente non avevo un caiser da fare.
Sicuramente ero più triste e insoddisfatta di adesso.

O meglio, ero triste in modo diverso.
Perché non conoscevo ancora i problemi reali della vita e la rottura con l'invertebrato che mi portavo dietro mi sembrava una catastrofe esistenziale senza rimedio.
Ero una cretina, questo lo so.

Poi sono cresciuta, per fortuna.
Ho capito che i germi che mi contaminavano la serenità erano - sono- altri.

E niente.
Mi riprometto di leggere quello che ho scritto nel 2009. Ma anche negli anni successivi fino ad ora.
E mi riprometto di ritornare a scrivere. Sempre e comunque.
Per raccontare quella parte di me che non ha mai fine.

venerdì 12 febbraio 2016

TRENTA

Quindi, sì. Sono TRENTA. 
E io me li sento tutti. 
Perché sono stati anni intensi, anche se non ho girato il mondo o non ho vinto il Nobel (ci sto lavorando eh). 

Anni così intensi, pieni di ferite, ma anche feritoie, da dove è stato possibile-ogni volta- ricominciare. Sono cresciuta. 
Non sono più quella bambina con un caschetto fastidioso che si metteva in posa con una mano sotto il mento. 
Non sono più neanche quella mocciosa smorfiosetta nerd che non guardava i cartoni ma leggeva libri e ascoltava le canzoni in inglese con le musicassette.

E ancora, non sono neanche più quella ragazzina introversa e snob che se ne stava per i fatti suoi a scrivere pagine di diario, dedicate ad un fantomatico Luca.

Sono diventata più simpatica, insomma.

Ma ancora un po' snob. Un po' cinica. Un po' fredda. Sempre con una dose di razionalità a portata di mano. E quella sensibilità che mi fa piangere ancora mentre ascolto una canzone. 

Sicuramente un po' rotta dentro, ma del resto chi è integro me lo dica, che magari mi dà qualche consiglio.

La mia vita è uno spettacolo piena di affetti speciali. E io ne sono grata, perché nonostante le difficoltà, i travagli interiori, le pippe mentali che non mi abbandoneranno mai, le paure, ho dentro me una forza che mi fa amare quello che di più importante ho tra le mani: la vita stessa.




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