giovedì 24 ottobre 2013

Worl(d)s #4

Credo che la scrittura tiri fuori il meglio di noi. E grazie al progetto di Camilla, sento di metter fuori cose di me che non avrei mai pensato di dover raccontare.
Nei 900 caratteri ci sono cose di me, alcune reali, altre di pura invenzione, ma sono comunque mie.
Ecco il secondo scritto per il progetto Worl(d)s che trovate nel pdf di Zelda was a writer. E voi che aspettate a partecipare?

L'orologio segnava ancora le 10. Aveva tra le mani la sua Moleskine, come sempre. Sulle labbra, un rossetto rosso e degli orecchini che sua nonna aveva fatto appositamente per lei con dei vecchi bottoni. Avrebbe rivisto Edoardo, in ritorno da Istanbul, ed era felice per quello. L'aeroporto era deserto. Chi poteva esserci il giorno di Natale? Solo intrepidi innamorati le cui geografie del cuore non conoscono confini. Sedeva impaziente davanti ad un caffè, mentre scriveva poesie d’amore per il suo Edo. Gliele avrebbe lette durante il viaggio verso casa. L’attesa, a volte, è madre di piacevoli pensieri che prendono vita negli angoli nascosti del cuore. Come una chioccia che custodisce uova non ancora dischiuse, la vita che rimane segreta nel calore di un abbraccio. Qualcuno diceva che attendere è l’ infinito del verbo amare. Forse aveva ragione. E mentre lei ricamava parole su carta bianca, una mano le sfiorò la fronte: era il suo Edo.

mercoledì 23 ottobre 2013

In palestra (di nuovo)

Tra le ultime novità della mia rocambolesca vita c'è che mi sono iscritta in palestra. 

Dopo tanti tentennamenti ma sarà proprio il caso di spendere questi soldi?[Vi ricordo che devo partire!] 
Devo proprio andarci, visto che ho una litoranea che posso sfruttare per andare a correre? 
Ma se mi iscrivo, cosa faccio? 
No, la sala attrezzi no. Mi annoio. 
Zumba? Naaaaaaaaaa.
GAG? Mmmmm....direi anche no.
Pump? Ecco...così magari vedranno quanto sono un tronco di legno.
Walking? Ehhhh?? Mi vuoi morta?
Spinning? Yes. Decisamente. Nessun dubbio. Che spinning sia.

E poi guarda che fianchi, e la pancia...sì, Michi, se non vuoi diventare una vacca prima di natale, l'imperativo è unico: ISCRIVITI IN PALESTRA.

Proprio quando il mio cervello si era abituato all'idea di mettersi seriamente a lavoro...è sorto un altro problema.
Dovete sapere che io abito in un ameno paesello di circa 60 mila abitanti. Non siamo pochi, ma non siamo neanche tanti. Il problema non è questo. Il problema è che se cerchi qualcosa di diverso, come ogni paese di provincia che si rispetti, la diversità non è proprio una consuetudine. E trovare palestre attrezzate, dove si faccia spinning con personale qualificato non è proprio una passeggiata. Diciamo che non è neanche una passeggiata trovare palestre che siano degne di essere chiamate tali.

Oltre questo, dovete metterci il fatto che, per quanto possa essere espansiva, estroversa, solare [sì lo so, sono una bellissima persona! :-) ], quando si tratta di approcciarmi a nuovi ambienti faccio un po' di fatica.
Ritornare nella vecchia palestra, quella che ho frequentato fino a giugno, non era possibile:
a) perché il corso di spinning non si sarebbe più tenuto
b) perché non volevo fare brutti incontri
c) perché l'abbonamento è troppo caro.

Panico. E adesso che faccio? Presa dallo sconforto, ho deciso di contattare il mio ex istruttore di spinning, quello che mi ha seguito fino a giugno. 
Se mi dai il tuo numero di telefono, ti chiamo e ti spiego.
Mmmm. Vabbù. Che mai l'avessi fatto.

Allora lun-merc-ven ore 19.30, 20.30, 21.30 in paesello x, martedì-giovedi 18.30-19.30 paesello y. Però aspetta, devo controllare la disponibilità delle bike. 15 meno 2, lun 12, merc no, sì 20.30, no per due persone, magari riesco ad inserirti in questo turno, o forse in questo. Ma tu vuoi venire 2 o tre volte a settimana? No , perché sai...

Insomma, dopo varie peripezie habemus corso di spinning!
Ovviamente non mi sono accontentata di farlo 2 volte a settimana, e mi sono iscritta per le 3 lezioni. Abbonamento trimestrale. Poi vi farò vedere il fisicaccio...sempre che la smetti di mangiare dolci nel frattempo.

Cosa significa tutto questo?

- Non sono felicissima dell'orario del corso. Andare in palestra alle 21.30 significa arrivare il 90% delle volte svogliata e distrutta. Per fortuna sono riuscita a trascinarmi in questa folle impresa una mia amica. Però se penso alla riduzione della cellulite (giuro funziona!) e al miglioramento della circolazione, mi ritorna un po' di buona volontà!

- Andare via stanca e rientrare tardi. Se considerate che la palestra si trova in un altro paesello, questo significa non rientrare prima delle 23. Non solo, quando torno mi tocca almeno la doccia --> non vado a letto prima di mezzanotte.

- Tornare a casa affamat(t)a, ma non poter cenare perché altrimenti è come se avessi faticato inutilmente (però ogni tanto sgarro...e si vede!).

- Crollare non appena poggio il mio misero corpo sul letto, ma aprire gli occhi 3h dopo per effetto dell'adrenalina che mi costringe a fare acrobazie nel letto, manco fossi Moira Orfei, prima di riprendere il sonno, quando, ahimé, è troppo tardi e devo alzarmi per studiare.
Quindi immaginate come sto il giorno dopo. Per fortuna il mio corpo piano piano si sta abituando. Ma le prime volte è stata davvero dura: alla fatica fisica, si aggiungeva la stanchezza per non aver dormito.

- Avere gli occhi dell'istruttore puntati addosso che, anche se non ve l'ho detto [ma forse chi mi legge su twitter lo sa], ha una certa simpatia per me. 
Allora sarai fortunata! Magari è un figo della madonna!! Ecco...non proprio. Come ho già scritto qui, i topini di laboratorio sono più carini. Però non lo diciamo a nessuno eh! :-)

- Ultima, ma non meno importante, a lezione viene un tipo. Affascinante. Tenebroso. Per ora mi limito a guardarlo. Poi chissà!

In ogni caso, quello che sento di consigliarvi è...fate sport! Perché io da quando ho ripreso, sto decisamente meglio, nonostante le poche ore di sonno.


sabato 19 ottobre 2013

Apatia portami via.

Cominciano i weekend di scazzo. Quelli in cui non ho voglia di fare nulla, sono tremendamente asociale, pigra, ma soprattutto apatica.
Fondamentalmente il problema è uno: MI ANNOIO. Ma di brutto eh.
Non so che fare. Magari vorrei fare tante cose, ma niente. Riesco solo a pensare che potrei farmi un giro in bici o un giro per negozi, poi se penso che devo vestirmi o semplicemente lavarmi i denti, infilarmi la giacca e uscire mi prende una sconfidenza che ciao.
Magari ho anche da studiare, ma è da sfigati studiare il sabato pomeriggio. Così come è da sfigati rimanere a casa. E io che faccio? Rimango a casa e faccio finta di studiare. Semplice, no?! Elementare Watson. 
O cosa peggiore...passo ore davanti al pc. Impassibile. A leggere tweet e ascoltare musica. Che tristezza infinita.
Però oggi ho fatto una cosa diversa. Ho preso il tappetino e ho fatto 9 serie di addominali (3 alti, 3 bassi, 3 laterali). Quanto sono triste??
Domani, prometto, mi invento qualcosa di più allegro.

venerdì 18 ottobre 2013

Se il bruco diventa farfalla, fa un po' paura [e cose belle dal web #2]

Ho paura. Tanta eh. Che poi non è neanche paura, ma insomma...voi esperte paladine del romanticismo, sapete bene cos'è quel sentimento che ci/vi prende all'altezza dello stomaco.
Perché l'amore fa paura?
Fa paura persino scriverlo. Forse usare la parola amore mi sembra un tantino esagerato. Però...nel mio stomaco qualche bruco comincia a diventare farfalla. E io non provo questa sensazione da...boh. E' passato così tanto tempo che mica me lo ricordo. Me lo dite voi cos'è?

Sono confusa. Uno è sempre meno chiaro con me e ormai è palese a tutti che il nostro rapporto non è solo amicizia. Forse è chiaro a tutti tranne a noi due che ci ostiniamo a credere il contrario.
Scherziamo, sorridiamo, ci abbracciamo, velatamente ci cerchiamo, ci guardiamo, ci annusiamo e poi ci allontaniamo. Io non so se ce la faccio a continuare così. Perché sono mesi che mi ripeto che non può nascere nulla, che devo partire, che merito di più, che siamo diversi, che meglio lasciar perdere le cose come stanno. 
Tutti pensieri che adesso cominciano a vacillare, perché mi sto sciogliendo poco a poco. E se fino a qualche settimana fa ero del tutto impassibile alle sue carezze, adesso invece divento una 14enne instabile e dall'ormone sveglio.

Ieri sera ci siamo incontrati per caso in un locale, stavo andando via quando l'ho beccato all'ingresso. Il tempo di un ciao (come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente... Jovanotti is on my mind) e qualche battuta, le solite che ci scambiamo quando ci incontriamo in quei posti che odiamo, ma che ci ostiniamo a frequentare per sentirci un po' come gli altri. Stavo andando via, quando mi prende per il braccio e mi tira a sé.
Dove vai? Vieni qui, resta con me.
Ecco, questo mi sembra che non sia un atteggiamento da amico.
Non ho opposto resistenza. Sono rimasta lì con lui e i suoi amici, incurante dell'orario e delle miei amiche rimaste fuori ad aspettarmi. Gli ho fissato le labbra mentre mi parlava. Le ho guardate bene questa volta e quando ho sognato di averle vicino alle mie sono fuggita. 
Persino alcuni sogni fanno paura. Perché io davvero non so cosa fare, se preservare l'amicizia e rinunciare ad andare oltre o se farlo rischiando di rovinare tutto.
Come al solito sto andando molto oltre anche con i pensieri. Ma ho paura di trovarmi impreparata. Non so neanche perché vi racconto tutto questo, le mie pippe mentali...si diventa così stupidi delle volte. Ecco: io mi sento TREMENDAMENTE STUPIDA. Quindi la prossima volta che parlo di Uno siete autorizzati a non leggermi più.

Ma parliamo di altro. Questa volta ho partecipato anche io al progetto di Zelda was a writer. Se scaricate il pdf, ci trovate 900 mie battute che adesso vi riporto.

Dove sei? Roma mi sembra così vuota in questo momento. Eppure ti perdo. Non ti trovo. La neve ricopre tutto, mi sento così piccola. Mi stringo nel mio cappotto, raccolgo i capelli e cerco nel cuore le risposte. Sembrano spine, pungono. Mi manca il mare in questi momenti. L’estate è passata così in fretta, rimane solo il rumore di conchiglie infrante, lasciate nelle scatole di latta sugli scaffali della mia stanza blu. Ci sono anche delle vecchie fotografie, libri di quando mia madre era giovane, lettere d’amore che non ti ho mai dato, piccole calamite, bustine di zucchero che rubavo sempre al bar la mattina. Ricordi? Avevi anche tu quella mania di infilarti bustine di zucchero nelle tasche. Mi leggevi le frasi scritte sopra. Poi mi davi un bacio sulla fronte e scappavi al lavoro. E io ti rincorrevo perché dimenticavi sempre le chiavi sul bancone. Quanto erano belle le tue distrazioni. 

E' un progetto semplicissimo ma allo stesso tempo molto entusiasmante perché mi (ti) permette di dare sfogo alla fantasia con gli strumenti più belli: qualche oggetto e 10 righe in totale libertà.
Perciò vi invito non solo a dare un'occhiata, ma anche a partecipare.
Cosa mi abbia ispirato nella stesura non lo so. Ho pensato ad alcuni avvenimenti del mio passato, guardando gli oggetti mi è venuto in mente il secondo viaggio a Roma fatto con il mio ex, proprio mentre qui in Puglia nevicava. Le spine che la nostra storia ha lasciato nel mio cuore, l'estate appena passata, le bustine di zucchero che collezionavo fino a qualche tempo fa, le distrazioni mie e della mia migliore amica. Ho mescolato un po' il tutto e ho scritto. Se non avessi avuto il limite dei 900 caratteri avrei continuato a scrivere, ma è bello anche così. Lasciare dei segni, piccole frasi e lasciare poi che sia il lettore ad interpretare e ad aggiungerci tutto quello che vuole.
La geografia delle parole e quella dell'immaginazione non ha confini...quindi lasciatevi andare!





[Ecco che, tutto è così incredibile. 
Basta lasciarsi andare
è l'amore che viene.
Sorridigli tu, sorridigli bene]


sabato 12 ottobre 2013

Io e te.

Eravamo perfetti io e te stasera. Avevamo tutti gli ingredienti per essere felici. I nostri sguardi, i nostri sorrisi, le nostre parole magicamente interrotte da fragorose risate.
Eravamo proprio io e te stasera. Senza maschere, senza tante scuse, senza tutte quelle parentesi inutili che ci sforziamo di precisare.
E' stato bello intrecciare le mie mani nelle tue, poggiare il mio naso sul tuo collo e sentirne l'odore, farmi piccola tra le tue braccia.
Cazzo, ma non lo vedi anche tu quanto stiamo bene insieme?
Non lo vedi che non ci manca nulla? Che non dobbiamo spiegarci nulla, perché capiamo già tutto di noi?
Non lo vedi che ci manchiamo ma continuiamo a fare i duri negando che non è così?
E lo so che la mia partenza blocca tutto, che forse non sono quella che ti aspettavi di incontrare, che delle volte vado troppo di fretta e altre ancora troppo oltre. Ma perché hai paura di vivermi?
Infondo...lo sai anche tu che se ci vivessimo un po' di più non avremmo nulla da perdere.




mercoledì 9 ottobre 2013

Cose belle [dal web] #1

Se c'è una cosa che mi piace di me è la curiosità.
Io sono curiosa, a volte troppo. E non mi importa se qualcuno mi troverà invadente, ritengo che la curiosità sia un mezzo per dimostrare agli altri che li vuoi bene. E' una strana teoria, ma se non fossimo curiosi...saremmo indifferenti. Che brutta cosa! Non solo, curiosità è sinonimo di interesse, di conoscenza, di passione. Ingredienti che per me sono fondamentali. Soprattutto quando di mezzo c'è l'arte, in ogni sua forma. Non credo sia nuova a chi mi segue la mia passione per la musica, in particolare quella di nicchia, quella cantautoriale, quella indie, quella che difficilmente passano in radio.
Però oggi ho fatto una scoperta che mi ha entusiasmato. 
Conoscete Levante? Avevo postato un suo video in un non vecchissimo post [Che vita di merda]. Ma se non l'avete letto, credo che la sua canzone l'avrete sicuramente sentita in radio. E scommetto che anche voi vi sarete trovati in mezzo al traffico a canticchiare che vita di merdaaaaaaahhh.
Bene, lei è tornata. Con un nuovo singolo bellissimo. Molto genuina, semplice, fresca. Io l'adoro. E tanto. 
Ho visto il video del nuovo singolo. E subito ho pensato che fosse stato scritto per me. E ok, ho pensato troppo, ma non vi nascondo che sembrava fatto apposta. Inutile scacciare i pensieri quando l'ascolti, perché entra fino in fondo, fino al midollo. Ed è bello per questo, perché racconta, infondo qualcosa di noi.
E così mi è venuta un'idea. Ovvero quella di raccogliere tutte le cose belle che trovo nel world wide web e creare una nuova rubrica qui sul blog.
Per ora comincio proprio con il video di Levante. Poi quello a cui ho pensato quando ho ascoltato la sua canzone, magari ve lo racconto un'altra volta.


Rituale della felicità.





martedì 8 ottobre 2013

L'ultimo primo giorno.



Mi chiedo perché cominciare un post sia la cosa più difficile. E vi svelo un segreto. Se non scrivo spesso è perché mi mancano gli inizi. Parto sempre da metà, arrivo al dunque subito. Ma non pensate che nella vita di tutti i giorni lo faccio per davvero. Anzi, vivo di inizi, ma lascio molto spesso andare i finali. Li perdo, a volte li ignoro, altre li dimentico, altre ancora li ometto.
Comunque questo è un altro discorso. La verità è che cercavo qualcosa di creativo per raccontarvi che oggi è stato il mio ultimo primo giorno di lezioni all'università. Che sensazione strana. E adesso che ci ripenso mi prende un magone. Perché significa che sto diventando grande per davvero. E mentre succedeva tutto questo, il mio tutor mi ha comunicato quando dovrò cominciare a lavorare. Ancora più magone. Se provo a guardarmi dentro, sprofondo. Mi perdo. Mi confondo. Però sono felice, perché qualcosa si muove. Le paure sono normali, ma questa volta non vincono. Mi sento forte, perché mi sto mettendo in gioco, perché, ancora una volta, sto rischiando. E questo mi fa sentire viva. E cosa c'è di più bello?
 

lunedì 7 ottobre 2013

E' stata una bella domenica.

Sì lo so. E' tardi. Mia madre mi chiede perché ho deciso di accendere il pc, proprio ora.
Le dico di starsene al suo posto. Non mi va di darle troppe spiegazioni. Sono stanca, vorrei andare a letto, ma mi sono imposta di scrivere adesso, perché domani potrebbe essere tardi.
Tardi per dire che oggi, tutto sommato è stata una bella domenica. 
Anche se ha un po' piovuto. Anche se per un attimo ho rischiato il baratro ascoltando Masini, Carboni e Venditti con mia sorella. Anche se ho deciso di andare all'outlet per guardare la gente camminare, come me, per inerzia, tra gli scaffali dei negozi.
E' stata una bella domenica perché quando la passi con le persone a cui vuoi bene, te ne freghi se fuori il tempo fa schifo, se la musica non è quella giusta, se i tuoi ormoni ti dicono lascia stare, se ti senti in colpa per aver mangiato un po' troppo.
Negli ultimi mesi della mia vita ho imparato a dire alla gente come sto per davvero. Soprattutto alle persone che vedo spesso, a quelle che sento di più, a quelle che condividono pezzetti di strada insieme.
Emme è una di queste. E io sono davvero contenta di aver conosciuto una persona come lei. Di averla accanto, nonostante abitiamo su due pianeti completamente diversi.
E oggi le ho detto che mi sarebbe piaciuto uscire nel pomeriggio, che ci saremmo depresse insieme visto il tempo, sarebbe stato meno doloroso. 
Dai, Emme. Dopo pranzo vengo da te, così ci mangiamo un dolce, guardiamo il cielo e ci deprimiamo un po'. Perché è anche bello essere tristi no? 
Ma poi i programmi sono un po' cambiati, abbiamo preso la macchina siamo andate all'outlet alla ricerca di quelle cose che costano poco ma possono renderti felici per un po'.
Magari ci compriamo uno di quegli slip da Intimissimi ad 1 euro, qualche cioccolatino dalla Lindt, qualche ombretto da Kiko e così siamo felici.
L'ho detto scherzando al telefono. Ma poi l'abbiamo fatto per davvero. E se dentro alla Lindt abbiamo riso come due sceme cercando di mangiare qualche cioccolatino senza farci beccare dal commesso, poi per davvero siamo andate alla ricerca degli slip da Intimissimi e dei cosmetici da Kiko. 
E ne siamo uscite con i nostri sacchetti, i portafogli più leggeri e quel solito sorriso ebete che ci scambiamo quando ci capiamo al volo. Anche quando su un piccolo particolare ci ricamiamo storie degne di un Nobel per la fantasia.
Sai Emme, ieri sono andata ad una festa reggae. E ad un certo punto sarà per via della musica assordante, dell'odore di canne che ormai aveva preso il mio cervello, del caldo...io mi sono allontanata e Uno è venuto subito da me. Era così vicino a me...ma perché non mi ha portato fuori e baciato come succede nei film? E siamo scoppiate a ridere. 
Ed è stato bello, perché abbiamo continuato a raccontarci, come facciamo sempre, senza peli sulla lingua. E proprio mentre parlavamo dello stronzo di turno, ce lo siamo ritrovate davanti. 
Non ho mai visto Emme stare male per un uomo. E' sempre così composta, anche nel suo dolore. E l'ammiro per questo. E allora ho cominciato ad inveire contro di lui quando se ne è andato, a dire tutte le parole più volgari che mi venivano in mente, tutte le offese che si possono riservare ad un uomo che ti scopa dimenticandosi il giorno dopo, e poi quello dopo ancora, di te. Ridevamo, perché una di queste parole ci riusciva bene, veniva fuori tutto il senso che volevamo dargli.
Poi lei mi ha detto una cosa bella.
Hai una ragione che funziona bene, che ti salva. Dovresti solo lasciar andare il cuore.
E magari dovrei piangere, perché mi dice spesso che devo aprire il mio cuore, che devo essere meno cinica, che devo provare ad avere un po' più di speranza. E invece no. E mica perché sono contenta di avere un cuore di pietra. No, per quello mi dico che ci sarà tempo. Che la ragione lo aiuterà a guarire. 
Sono contenta perché ho delle amiche preziose come lei che sono lì ad ascoltarmi, a ridere con me, a fare le sceme tra gli scaffali dei negozi, a dirmi cose come queste. Belle, sincere, senza troppi giri di parole.
E io dico grazie alla vita, perché avere accanto persone come lei, che mi fanno ridere, che mi fanno scoprire ogni giorno parti nuove di me, con le quali confrontarmi e scontrarmi, è davvero un bel dono.
Ecco perché questa domenica, nonostante il tempo di merda, nonostante Masini, Carboni e Venditti, nonostante i sensi di colpa per aver mangiato troppo e l'inerzia che ci ha spinto in un outlet, è stata bella.
E anche se troppo tardi, mi sono voluta fermare per scriverlo.



venerdì 4 ottobre 2013

Non aveva il coraggio.



Nina aspettava quella chiamata. Dall'ultima volta che si erano sentiti, era passato più di un mese. Ricorda persino il momento in cui il telefono squillò. Era in treno. Ritornava in Puglia per il fine settimana.

Di fronte aveva una ragazza un po' matta. Parlava da sola, poi guardava nella sua borsa e continuava a parlare. 
Ricorda che quando tirò fuori dalla tasca il telefono che squillava con una canzone dei Kasabian, la ragazza nello stesso istante tirò fuori dalla borsa una vaschetta con una tartaruga.
- Pron....ahahhahahahahahahahah. 
Scoppio in una forte risata, qualcuno si girò, sorpreso da quella risata fresca e leggermente isterica. 
- Pronto?
- Scusami. Non volevo scoppiarti a ridere in faccia. E' che di fronte a me ho...
Cominciò a raccontargli di tutta quella situazione irreale che aveva intorno a sé. Logorroica più del solito, incurante di quello che lui aveva da dirle. Non si chiese neanche perché l'avesse chiamata, in quella sera di fine estate, proprio in quell'istante.
Parlava, parlava, parlava. Poi ad un certo punto rimase in silenzio. Si scusò per avergli rubato del tempo con le sue cazzate, con le sue parole di troppo, con tutte quelle storie che avrebbe potuto anche risparmiarsi. 
Lui non disse nulla, aveva bisogno solo di sentire la sua voce. Avrebbe voluto dirle che stava male, che il lavoro lo annientava, che l'ennesima storia era finita male. Ma non lo fece. Preferì accontentarsi di quella voce, stare bene così. Con quelle parole vuote di una lei che avrebbe voluto al suo fianco, e con le sue, troppo piene, troppo pesanti, che invece ingombravano il suo stomaco. Come un macigno che solo una gru avrebbe potuto spostare.
Si lasciarono così. Entrambi con un sorriso leggero sulle labbra. E mentre riponevano il telefono rispettivamente sulla scrivania, uno, nella borsa, l'altra, si chiesero perché si cercarono.
Non si diedero una risposta. Forse avevano bisogno di qualcosa di bello. Di un balsamo che potesse lenire le mancanze che si portavano dentro.
Nina continuò il suo viaggiò, raggiunse la sua famiglia, mentre lui passò tutta la notte dietro una scrivania, preso dalle mille scartoffie. Ogni tanto si fermava, fumava una sigaretta e guardava dalla finestra la città addormentarsi a poco a poco.
Dopo quel giorno sembrò che entrambi si fossero dimenticati l'uno dell'altro. Eppure lei aspettava la sua chiamata. 
Ma perché non prendeva lei l'iniziativa? Perché non lo chiamava? Perché non aveva il coraggio di dirgli che gli mancava? Già...non aveva il coraggio. E così il telefono non squillò.




[Foto dal web]

giovedì 3 ottobre 2013

[Libri] Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Jack Frusciante è uscito dal gruppo è un libro adolescenziale. 
Ora non chiedetemi perché alla veneranda età di xxx anni, quando ormai ho passato la fase adolescenziale da un bel po', io abbia deciso di leggere questo libro. 
Sicuramente quel giorno i miei estrogeni erano in subbuglio. Forse anche i miei neuroni. Quello che è certo è che non sono rimasta indifferente a questo passo: 

"Ho paura che il nostro rapporto sarebbe troppo esclusivo, e io ti voglio tantissimo bene ma ho paura di dare". Potrebbe dirmelo. Perché lei ha un altro passato, un altro alfabeto, altre rime la fanno sorridere. Siamo irrimediabilmente diversi, ed è bello incontrare gente diversa, ma forse è impossibile capirla fino in fondo. Come in quella canzone incredibile dei Cure dove lei è bellissima e il povero la guarda ammirato e lei si sente offesa e Robert Smith dice "ecco perché ti odio".

Quando l'ho letto sulla mia home di FB sono rimasta leggermente interdetta. Sembrava che qualcuno, Brizzi, mi avesse aperto il petto e tirato fuori quello che sentivo. Avvertivo quelle parole mie, più di altre. Non mi interessava la storia. Sentivo che di sicuro avevo qualcosa in comune con il protagonista.
E' difficile spiegare quali sensazioni ho provato.
Avete presente quando entrate in un negozio, trovate un vestito che vi piace, non esitate a provarlo e vi sta a pennello? Ecco, credo che quando ho letto queste frasi la sensazione sia stata proprio questa. Un po' banale come paragone. Ma  più o meno è andata così.
Sono scesa giù in garage, ho rovistato nelle scatole, l'ho trovato e ho cominciato a leggerlo subito. 

A volte trovo esagerato il mio modo di appassionarmi ad un libro. Ci entro dentro con tutta me stessa, delle volte faccio finta di essere io quella che scrive o quella che racconta (non avrò mai la penna di Brizzi o di chiunque altro, ma va bene così, non sono nata per fare la scrittrice), però a me piace così. Piace farmi attraversare dalle storie che leggo, entrare nella parte, mettermi allo stesso livello dei personaggi, pensare cosa avrei fatto o detto io al loro posto.
Con Jack Frusciante sono ritornata un po' indietro negli anni (sono giovane dentro!!) ma allo stesso tempo sentivo che tutto ciò che accadeva ad Alex, accadeva a me per davvero, nonostante non fossi più così giovane.

Alex D. è un 17enne bolognese, dapprima ragazzo perbenista, ordinato,diligente, preciso, poi un po' anarchico, ribelle, anticonformista. Improvvisamente nella sua vita compare Aidi. Da parte di Alex è subito amore, per Aidi invece le cose sono un po' più complicate. A breve l'aspetta una partenza per l'America. Se questo diventa un limite ad una possibile storia d'amore tra i due, non lo è, invece, per un'intensa amicizia. Nasce così tra i due un bellissimo rapporto, una tenera storia di non amore (mi piace mettere quel non in corsivo, perché gli occhi possano ignorarlo leggendo in fretta...per me è una storia d'amore che ha scelto altre modalità per mostrarsi), sul cui sfondo si collocano tutta una serie di vicende tipiche della vita adolescenziale: la scuola, gli amici, i litigi con i genitori. Fino a quando, Martino, uno degli amici di Alex, si suicida per la vergogna di essere stato sorpreso con della droga. Questo episodio segna in maniera forte non solo tutto il romanzo, ma anche la vita del protagonista, dando sfogo ad un'ampia riflessione che segnerà il passaggio di Alex alla vita adulta.
Nel frattempo arriva giugno, il mese del distacco: Aidi parte per l'America e Alex si ritrova, ancora una volta, solo, inutile e triste come una birra senza alcool.

La storia è carina, io l'ho trovata esaltante, ma solo perché, ripeto, sembrava che in alcuni momenti fossi io a viverla. 
Se non l'avete letto, ve lo consiglio. Sì lo so...sono arrivata troppo tardi, l'avete letto tutti! :)

martedì 1 ottobre 2013

Mentre sfogliavo il quaderno rosso di filosofia.

Quanto è strano riprendere in mano vecchi quaderni del liceo. 

Oggi mentre sfogliavo il quaderno rosso di filosofia, quello del 5 anno, dove c'erano gli appunti su Hegel, Nieztsche, Freud, mi chiedevo perché avessi avuto tanta cura nel conservarlo. Infondo non lo avrei più ripreso in considerazione. Neanche consultato. Sarebbe stato soltanto un piacevole ricordo di una delle materie che amavo di più. 
Magari l'avrei fatto leggere ai miei figli, quando anche loro sarebbero stati alle prese con l'esame di maturità. Chissà cosa mi sarà venuto in mente quando passando dal liceo all'università ho deciso di archiviare tutti i quaderni nella libreria che ho giù in garage. 

Quando oggi ci sono tornata per sistemare alcuni libri e ho ripreso in mano reperti liceali, ho deciso che forse era meglio buttarli via.

Adesso c'è internet...se ho bisogno di qualcosa posso fare sempre una ricerca.
E poi...e poi quando avrò una casa mia che me ne farò di questi quaderni?
Figuriamoci se mi rimetto a leggere tutto quello che scrivevo...non avrò mai il tempo.

E così ho deciso di buttare tutto. I miei quaderni di filosofia, quelli di italiano, gli appunti di storia. Ché se conservo tutto finisce che non avrò più un briciolo di spazio. Ho persino buttato un libro di scienze. 

Le uniche cose rimaste sono i temi del biennio, la prova scritta di biologia con un 8 e mezzo segnato in rosso, e tutte le riflessioni che scrivevo durante le mie vacanze estive. Non le ho rilette per paura di confrontarmi con una me che non mi appartiene più.
Chissà perché il passato ci fa così paura.

Avrei dovuto continuare, ho ancora i cassetti con le lettere d'amore che io e il mio ex ci scambiavamo, quelle che ho scritto per le persone a cui volevo bene e che non ho mai avuto il coraggio di spedire, i biglietti di auguri dei miei compleanni, le foto di quando ero adolescente e non c'erano le digitali.
E poi ancora tutti i biglietti dei concerti, le brochure dei musei che ho visitato, le cartoline dei posti in cui sono stata.

E' davvero così necessario conservare tutto questo? Non ho voluto chiedermelo. Ho aperto il cassetto e l'ho richiuso subito. Mi sono portata dietro solo un libro di matematica e una corda per saltare. Che strano eh. 
Ho ripromesso a me stessa che ci ritornerò. Per continuare a fare spazio.
Quando non è dato sapere.


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