venerdì 30 gennaio 2015

Pensieri al volante.

Ogni tanto mi piace allungare la strada prima di ritornare a casa. Mi piace guidare di sera.
Gustarmi la via del ritorno nel silenzio della notte. 
Mettere su un cd qualsiasi e cantare ad alta voce oppure rimanere in silenzio ad ascoltare.
Farmi inglobare dall'atmosfera buia, dalle luci in lontananza, dalle nuvole che non si vedono.
Raschiare l'asfalto con la mia macchina e sentirmi padrona della strada deserta.
Girare in tondo per godermi il più possibile la solitudine e la pace che solo la notte può regalarti.

E' così bella la notte. Vorrei gustarmela tutta. Guidare fino a quando non diventa giorno. 
Potrei provarci. Macinare km senza una meta. Sarebbe bellissimo.
E invece mi fermo in una piazzola di sosta. E scrivo. Sono qui che scrivo, sullo schermo piccolissimo del mio telefono.
Qualcuno mi avrà preso per matta, non capendo cosa ci faccia alle 11 di sera in una piazzola di sosta di una statale buia e deserta.

Scrivo. E assaporo la notte. Il suo profumo, il suo silenzio, il suo tutto e il suo niente.

Chissà quanti avranno fatto l'amore, clandestini, in questa piazzola.
Chissà quanti si saranno fermati per chiedere soccorso.
E chissà quanti si saranno fermati, invece, per scrivere.

Fuori piove. Questa sosta mi fa apprezzare persino questa pioggia leggera che sporca i vetri.
Forse dovrei avere paura a rimanere qui sola, e invece no. 
Mi sento così libera che non me ne frega niente di avere paura.

Ci sono io e la strada ai miei piedi. Il mondo e la vita.
Ci sono io e i miei silenzi, le mie parole e i miei pensieri. Sono così sicuri in questa scatola metallica.
Mi sento padrona di luoghi che non esistono se non nella mia mente e di altri che invece esistono eccome.

Guardo in lontananza le luci della città. Mi entrano negli occhi così in profondità che conosco la distanza tra un punto luminoso e l'altro.
Mi arrendo al silenzio e alla bellezza.
Anche oggi mi sono rubata la mia fetta di vita.

giovedì 29 gennaio 2015

Anna C

Il mio monologo su Agrado ha avuto uno scarso successo. Ho recitato di merda, presa dall'ansia, ma non solo.
Maloet alla fine mi ha detto testuali parole si vede che non ti sei divertita nel farlo, non c'eri proprio. E non è dovuto all'ansia. Ti sei dimenticata che sei un trans (Agrado è un trans). 

Se ci fosse stata una lavagna, mi sarei nascosta dietro per la vergogna. Non solo, avrei pianto a dirotto, perché il pensiero era unico: come posso provare le emozioni di un altro, se non sono in grado di provare le mie? 
Sono tornata a casa con un senso enorme di sconforto, ripetendomi come un mantra che il teatro non fa per me e che è meglio lasciar perdere.

Però sono testarda e questa cosa mi sta piacendo troppo per abbandonarla.
Lunedì scorso l'ho rifatto e mi sono presa i complimenti del maestro. 
Questa volta è andata molto meglio, stando a quello che ha detto lui. E in effetti sul palco ero più sciolta, ho cercato di impostare la voce alla giusta tonalità e di divertirmi pensando di essere un trans.

Si è divertito anche lui che adesso mi ha affidato una nuova sfida....ANNA CAPPELLI. Chi è? 
Una pazza. Anche se io non la vedo come tale, nonostante il gesto che ha fatto non è proprio all'ordine del giorno. 

Anna Cappelli (opera ultima di Annibale Ruccello del 1986), è un lungo monologo di una giovane donna attraverso le tappe di un percorso lungo quattro anni. Si trasferisce a Latina da Orvieto, dove si innamora del suo capo Tonino Scarpa (siciliano), iniziando con lui una storia irregolare. Infatti pur di stare accanto al suo uomo, decide di andare a convivere con lui (in un' Italia degli anni 60) e la sua cameriera Maria. La vita di coppia però si rivela al di sotto delle aspettative, complicata dall'incompatibilità con Maria (vera padrona della vita di Tonino), fino al paradossale epilogo in cui Anna, appreso che Tonino ha ottenuto un trasferimento in Sicilia, lo uccide e decide di mangiarselo pezzo per pezzo fino a morirne. Bello eh??

La parte che mi spetta preparare vede Anna al capezzale di un letto che parla a Tonino che ha appena ucciso.

Ho odiato un po' Maloet, quando ho letto la trama dell'opera. Ancor più perché l'avevo pregato di non affidarmi parti drammatiche, perché sono una cippa in quelle comiche, figuriamoci in quelle tragiche. 
Ma adesso sono gasata per questa nuova parte (vi invito alla mia disfatta lunedì prossimo). 

Ok, Anna è pur sempre una cannibale (e io non lo sono, non ancora ahhahahah)...però...è il suo amore folle che mi affascina. E che forse inconsapevolmente mi appartiene. Così come mi appartengono i compromessi a cui è dovuta arrendersi, pur di viversi questa storia fuori dalle righe. 

Non puoi essere mio? Allora ti uccido. Troppo banale come semplificazione del gesto di Anna. 
C'è un desiderio di possessione completa nel suo folle gesto che la ragione umana, quella sana, mai potrà comprendere. Eppure è un desiderio così affascinante che è scevro di giudizi da parte mia, ma si nutre solo del mio immenso spirito di curiosità. 
Era necessario uccidere un uomo per averlo tutto per sé? No. E Anna se ne accorgerà dopo. Con allucinata disperazione, si renderà conto dell'irraggiungibilità dell'altro anche dopo la sua morte. 

Adesso non mi resta che leggere e rileggere. E pensare a tutte le Anna, che ci portiamo dentro. Compresa la mia. 
La bellezza del teatro sta proprio in questo, un po' come la storia di Pirandello che citavo nel mio post di ieri. Ti permette di essere uno, nessuno e centomila...persone distanti da te, o forse talmente simili da sorprenderti. 

In quasi 29 anni di vita credo di non essermi fatta regalo più grande, e anche se continuo a sostenere che non sarò mai un'attrice valida neanche per la sagra della porchetta di uno sperduto paese del sud, poco importa. 
L'universo (interiore) che mi si è aperto è talmente bello che basta ad abbandonare qualsiasi velleità artistica.

mercoledì 28 gennaio 2015

Hemingway

Hemingway si chiedeva se fosse necessario essere emotivamente stabili affinché la scrittura fosse buona. Non so se ha trovato risposte alla sua domanda, so solo che io per scrivere devo essere emotivamente instabile (viziata ed insensibile, giusto per rimanere baustelliana). Come lo sono adesso e come lo ero ieri, quando ho riaperto il mio vecchio blog. 

Ho riletto solo gli ultimi mesi prima di chiuderlo per un senso inspiegabile di angoscia. 
Minchia ma quanto ero pesante da 1 a blocco di cemento armato? 
Ero, sicuramente, fortemente instabile a livello emotivo. 
Il 99% dei miei post erano monotematici: questo amore non corrisposto per siamosoloamici. Io, lui, la sua indifferenza, io che sguazzavo nel dolore, lui che spargeva il suo seme nell'interland dell'ameno paesello.

Poi stop. Zac! Un bel taglio. Chiuso il blog, chiuso questo rapporto marcio, che inspiegabilmente e per fortuna è diventata una sana amicizia.
Ricordo che all'epoca, per entrare nella parte della depressa affetta da un'insensato mal de vivre, mi comprai i Fiori del male di Baudelaire, e passavo ore e ore sulle panchine in pieno centro a Bari a crogiolarmi nei miei moti esistenziali. Mah.

Non che adesso le cose siano cambiate, ma di certo non mi affliggo pensando ai poeti maledetti. O forse sì, visto che sono passata agli artisti. Comunque.

E' cambiata la mia scrittura, così come sono cambiata io. Ho cominciato a scavare sul serio, ci ho visto mille me, le ho viste lottare tra loro, fare la pace, prendersi a parolacce, ignorarsi e abbracciarsi. E' stato uno spettacolo bellissimo. Ma doloroso. Che non sempre ho potuto raccontare. Ma sono sicura che qualcosa è venuto fuori, attraverso questo blog e tutti i file che ho sparso ovunque.

Continuo a guardarmi dentro e vedo un fluttuare di personalità che cercano di trovare un accordo, con scarsi risultati. Ma...è davvero necessario? 
E' davvero necessario mettere d'accordo quello che siamo dentro, i nostri innumerevoli io
Non sarebbe meglio lasciare che la nostra o le nostre anime scelgano la strada più congeniale alla loro essenza, lasciando la razionalità fuori dalla porta? 

Pirandello aveva ragione. Siamo uno, nessuno e centomila. Possiamo avere la fortuna di sentirci unici agli occhi di chi ci ama o a chi semplicemente ci sorride al semaforo. E un secondo dopo essere nessuno nel caos di un ipermercato, nel traffico di città o dietro la scrivania a lavoro. E poi siamo centomila, anime fluttuanti, disconnesse da qualsiasi luogo o cosa che possa regalarci un senso di appartenenza. Vaghiamo alla ricerca di un'identità, magari tra quelle stesse maschere che ci siamo scelti con cura. Chi sono io? Ha davvero importanza saperlo? Perché mettersi necessariamente un'etichetta? 
Sei tu, la tua vita, la tua verità, la tua profondità. Non ti basta? Essere se stessi ha un costo esagerato che non possiamo sempre permetterci, ma in ogni caso vale sempre la pena farsi qualche debito quando in gioco c'è la vita.

Come sono finita da Hemingway a Pirandello, passando per Baudelaire? Non lo so. E' tutto merito della mia instabilità emotiva (o mentale).

E' necessario vivere
bisogna scrivere
all'infinito tendere
ricordati Baudelaire


L'ultima pagina che hai letto 
è stata un toro in mezzo al petto
ma stai tranquilla non è niente
è solo vita che entra dentro
il fuoco che ti brucia il sangue
quella è l'anima.
Può anche non piacerti il mondo
o forse a lui non piaci te
comunque questa è un'altra storia,
questa è Hemingway

martedì 27 gennaio 2015

Body Worlds

Come ben sapete, lo scorso weekend sono andata a Roma per la mostra Body Worlds
Sì, ci sono andata appositamente per quello, approfittando di un biglietto molto economy offerto da Ryanair.

Body Worlds è una mostra scientifica, realizzata grazie al lavoro di un anatomopatologo tedesco che ha inventato la tecnica della plastinazione, ovvero una tecnica attraverso la quale i corpi, di coloro che donano appunto il loro corpo alla scienza, vengono resi immortali. 

E' un processo molto lungo, circa 1500 ore di lavoro, quindi un annetto, basato essenzialmente sulla fissazione degli organi e tessuti con formalina. 
Una tecnica fighissima a mio parere.

E' una mostra, secondo me, per addetti ai lavori o per appassionati del corpo umano, ovvero non puoi presentarti lì se non sai l'ABC dell'anatomia. Devi sapere che forma ha un fegato e dove si trova. O cosa è una fibra muscolare, la ghiandola pituaria e l'osso spugnoso. Se non lo sai, però, puoi impararlo lì, correndo il rischio però di annoiarti o uscire con un mal di testa fotonico, come è successo, per esempio, al mio accompagnatore, che ha abbandonato l'audioguida alla seconda sala. Beh in realtà l'ho fatto anch'io, ma solo perché sapevo già tutto quello che diceva. 
Diciamo che la mia formazione scientifica, con l'ausilio delle didascalie accanto ai preparati, era sufficiente a comprendere la mostra.
Anche se, alla mostra, ho incontrato intere famiglie con bambini (che dopo 10 minuti erano lì con le balls abbondantemente piene). E questa cosa mi ha stupito. Perché se da un lato la mostra è abbastanza pesante per un bambino (giuro di aver visto una mamma che spiegava alla figlia la cellula uovo, i gameti ecc...io le avrei spiegato trofoblasto e blastocisti, visto che c'ero!), dall'altro ammiro questi genitori che si preoccupano del sapere dei loro figli, incuranti della loro età.

La mostra è dedicata al cuore e al sistema cardiovascolare. Ci sono più di 200 preparati e circa 20 corpi plastinati, anche se in realtà a me sembravano di meno. 
Il percorso della mostra non è altro che un viaggio alla scoperta di quello che si nasconde sotto la pelle. A partire da quando non siamo altro che un ammasso di cellule fino all'età adulta. 
L'aspetto interessante è il costante confronto tra organo sano e organo malato, e la spiegazione chiara delle più comuni patologie.
Impressionanti le masse tumorali all'interno degli organi e i polmoni anneriti dal fumo, ma ancor di più la sezione dedicata all'embriologia e alla vita intrauterina. Infatti, per quella sezione, c'è un avviso che consiglia agli stomaci deboli di proseguire oltre se lo desiderano. 
Ad essere sincera, la mostra in sé ha un forte impatto emotivo e non solo, ma quella sezione è abbastanza toccante, perché se pensi che quegli esserini piccolini sono morti ancor prima di venire al mondo...beh, la pelle un po' ti si accappona. 

Non credo sia una mostra per tutti, però consiglio vivamente di vincere il blocco dell'impressionabilità, perché quello che si può imparare è tanto. E non solo in termini scientifici. 
Del resto, la mostra non è altro che un inno alla vita. Mostra quello che succede dentro di noi in seguito ad errate abitudini alimentari, abuso di alcool o fumo, con il solo scopo di infondere amore per il proprio corpo e la propria vita.
Quindi se siete a Roma, o nei paraggi, fino al 15 febbraio...perché non andarci?

Questa foto rappresenta tre giocatori d'azzardo. La foto non è mia, ma i corpi sono esposti alla mostra. 



venerdì 23 gennaio 2015

Le tragedie del venerdì sera.

Domani parto. Starò due giorni nella capitale. Obiettivo: la mostra Body Worlds. Se non sapete di cosa tratti, visitate il sito. Ma attenzione: vale solo per stomaci forti.

Ho messo giusto due-tre cose nel mio bagaglio a mano. Ma è crisi profonda. Non so se vestirmi da barbona o da fighetta. Al momento ho messo una gonna, una maglia, un abito per la cena di domani sera, ma partirò con jeans e maglione XXXXL.

Con chi vado? Eh. Mistero.

Nel frattempo mi è appena caduta una boccetta di smalto rosso, il mio preferito, sul pavimento.
No comment. Non innervosiamoci, please.

Avevo deciso di non uscire stasera e invece Lord, che vive a Nottingham, mi ha invitato a cinema.
Lord, hai sbagliato persona. Gli ho scritto quando mi ha contattato su vuozzapp.
Non sono scemo, sono nell'ameno paesello.

Cambio di programma. Ho rilanciato con il teatro. Lo porto a vedere uno spettacolo, "una parabola moderna che racconta i conflitti interiori scaturiti nell'animo di un uomo qualunque, una sorta di rilettura del concetto di dannazione del mito di Don Giovanni che pone al centro non più il grande seduttore di donne bensì un uomo che si perde in un unico amore confuso e malato . Un comune cittadino, onesto lavoratore, affabile con tutti, rivive il suo passato in un sogno creato da frammenti visivi, ricordi che riaffiorano, emozioni intense che tornano a prendere vita ed ammissioni di colpa".

Niente è casuale.


giovedì 22 gennaio 2015

Una musica può fare.

Ballare.
Pensare.
Scrivere.

C'è una musica per tutto nella mia vita. Non solo per quelle tre azioni che mi vengono in mente adesso. Mi chiedo se potrei esistere davvero senza che una canzone mi accompagni.

Ora, per esempio, ho un velo di tristezza a solleticarmi il cuore. E ascolto Amy Winehouse. Lei mi piace, perché mi rilassa. Però, allo stesso tempo, mi fa galleggiare in questa tristezza.
Basti pensare al suo talento volato così, perso chissà dove. Chissà se in cielo diletta gli angeli con la sua voce. Mah.

Avrei bisogno di scrivere tante cose. Ma credo che questo non sia lo spazio adatto. Preferisco tenermele dentro per un po'. Al caldo. Lontano da tutto e da tutti.

In questi giorni, penso spesso alla mia vita a Verona. In un certo senso ero anestetizzata. Mi aggrappavo a quello che mi mancava, ma per il resto mi sentivo protetta tra le tre-quattro cose che riempivano le mie giornate. 
Il tirocinio, la spesa, il pranzo e la cena da preparare, il bucato, il restauro igienico alla mia stanza, quando avevo voglia, la corsa, lo shopping il fine settimana. Che vita noiosa. Eppure mi sentivo sicura. Incurante, in realtà, di una vita che aspettava solo di manifestarsi.

Mi faceva bene stare lontano da me. Anche se poi, con quella me, quando ero su, ho dovuto litigarci un bel po'.

Sono una piagnona, lo so. Non mi va mai bene niente. Ero su e mi lamentavo, sono qui e mi lamento. Se mi chiedono se sono insoddisfatta rispondo di no. E in fondo, perché dovrei esserlo? Mi sembra che nella nella mia vita non manchi nulla. Funzioni tutto. O almeno così sembra. 
Eppure c'è comunque un senso di insoddisfazione latente. Forse è solo inadeguatezza. Sì, credo sia quello. INADEGUATEZZA. 

Mi sento così inadeguata a volte. 
Perché io non sono mai stata una che si applica. Se qualcosa mi veniva subito bene, proseguivo, altrimenti ciao. Non perdevo tempo. In fondo, fuggire è sempre stato il verbo che mi ha accompagnato per tutti questi anni.
E invece adesso mi piacerebbe imparare la dimensione dello stare, perché penso che ci sia un disegno (divino??) anche lì. Anche in quella parola che non mi è mai stata cara.

Che poi se la pronuncio suona anche bene. Stare. Stare come rimanere. Stare come fermarsi. Stare come attendere. Attendere, voce del verbo amare. Potrebbe essere bello tutto questo (....ma cosa c'entra con la musica?!)





Non ho voglia di pensare ad un titolo.

Esistono giorni in cui non ho voglia di fare niente. Più degli altri giorni. Eh. 
Soffro di questa patologia, ahimé. Ma credo di non essere l'unica su questo pianeta.

Lavorare da casa non fa che peggiorare le cose. Mi distraggo facilmente, rimando, messing about, poi faccio seriamente, poi arriva la sera e la frase Non ho concluso un caiser.
In realtà concludo qualcosa, il problema è che vorrei arrivare sempre a depennare tutte le cose che mi prefiggo di fare alle 9 del mattino di ogni giorno. Senza rimandarle all'indomani. 

Stamattina mi sono svegliata presto. 
Io non sogno quasi mai, ma stanotte è successo. Credo di aver sognato un bel po'. 
Che poi erano perlopiù sogni angosciosi. 
Tipo ho sognato una cosa assurda, che può essere verissima.
Come non trovare un posto dove dormire a Roma il prossimo weekend. O non riuscire a guardare la mostra Body Worlds perché perdo tempo a capire come arrivarci.

Poi mi sono svegliata per fortuna. 
Ma ci ha pensato una canzone a tirarmi in un nuovo vortice angoscioso: tra indefiniti giorni, che non sono poi così indefiniti, è il mio compleanno.
Ovviamente non festeggerò, o forse sì. Sto pensando che il mio compagno di compleanni, quest'anno compie 30 anni. E non credo riuscirò a sfuggire al pepereperepé. Anche perché lui è un prete e sono sicura che qualcuno penserà al suo compleanno. Ad una festa. A della roba da mangiare.

Io invece sto pensando ad un viaggio. Accredito della borsa di studio sulla mia carta permettendo.
Devo scappare, assolutamente. Un weekend. Almeno due giorni di fuga in qualsiasi città che non sia l'ameno paesello.

Per ora mi consolo con la musica, come al solito.
Buona giornata!




PS. Ho trovato i remix fatti da questi deejay o non so che. Mi piacciono un sacco e mia madre sta già pensando di cacciarmi di casa perché alzo troppo il volume dello stereo. Però...come si fa a non farlo?

lunedì 19 gennaio 2015

Agrado.

Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri. Oltre che gradevole, sono molto autentica 
[Tutto su mia madre - film di Almodovar]

Comincia così il monologo che dovrò recitare stasera. Che vergogna
Ho avuto una settimana di tempo per impararlo, ma in realtà ho cominciato a studiarlo solo un'ora fa.
Lunedì scorso, Maloet ha proposto diversi monologhi. Ognuno era libero di sceglierne uno.

Ho scelto questo senza sapere cosa realmente dicesse, ma solo perché tra quelli proposti era l'unico film che avevo visto. Cioè mi ricordavo solo questa frase e ho pensato che, in un certo senso, potesse essere fatta su misura per me.

Per la prima volta mi sto cimentando con un copione (escludiamo per favore le pessime recite scolastiche). Non solo. Devo emulare alla perfezione tutto: timbro di voce, gesti, sguardo. 
Peccato che io non abbia le tette rifatte. Non che le voglia per carità, ma nel video alla tizia si vedono. A me no. Stasera metterò un sostegno. I famosi reggiseni push-up. Che poi servissero veramente a pushare qualcosa.
A parte le tette, non ho neanche il resto e il fatto che mi sia impegnata poco, accentuerà le mie mancanze. 
Non solo. Consacrerà l'odio reciproco tra me e Maloet. 

Perché secondo me c'è un velato odio. Eh.

Non so, ma ho questa impressione. Altrimenti non si spiegherebbe perché mi ha puntato una pistola vera alla tempia, rischiando di farmi piangere. 

Non ve l'ho detto? Beh sì. Una volta mi ha fatto raccontare un aneddoto con una scacciacani carica puntata alla tempia. Voleva lavorare sulla mia memoria emotiva. Li mortacci sua
Io sono tornata a casa sconvolta. 
Sono stata convincente sul palco, ma per un pelo ho rischiato di piangere per la paura.

Perché vogliamo parlare della lezione scorsa in cui ci ha fatto cadere ripetutamente sul palco? 
Il fantastico gioco prevedeva di imitare al meglio una caduta. Ognuno ne doveva fare una. Eravamo in otto, quindi otto cadute diverse. E se sbagliavi ripetevi. Inutile dirvi come sono tornata a casa. Perché io, come al solito, ho sbagliato. E non una volta. 
Mancava poco e mi dovevano mettere una protesi per ogni osso malridotto. 

Ovviamente questo è far teatro. Il resto poco importa. Che mi odi o no, intendo. 
Io lo odio quanto basta. Perché deve mettermi sempre in discussione. E io odio chi mi mette fastidiosamente in discussione. Solo per il gusto di farlo. Detto così Maloet sembra un mostro. Un po' lo è, ma di bravura ovviamente.

Comunque, non è di questo che voglio parlarvi. Anzi, vi do un consiglio. Fate un corso di teatro.
Vi sentirete dei minchioni sul palco (a volte sarete anche costretti a farlo), ma tutto quello che scoprirete di portare dentro sarà un enorme dono. Difficile anche da gestire.
Penso di essermi fatta un bel regalo con questo corso, altro che sedute dallo psicanalista. Anche se arriveranno pure quelle a breve. Restate sintonizzati.

Dicevamo del monologo. Di Agrado. Di questa donna che per tutta la sua vita ha cercato di rendere la vita gradevole agli altri. La domanda me la sono posta. Mi sono chiesta se ho reso gradevole la vita alle persone che ho incontrato e che incontro.

Non so se ho reso gradevole la vita ai miei genitori. Se provo a chiedere a mia madre qualcosa, ne viene fuori un papiro di lamentele. Salvo poi compiacersi che sono proprio la figlia che voleva: la prima della classe, la laureata da 110 e lode, quella che non è stata bene ma ha fatto tutto alla perfezione (o quasi), quella di cui prova a fidarsi, quella che sa che le risolve qualcosa al pc o al telefono. Poi fa niente se rompe i coglioni per tutto il resto. 

Mia sorella risponderebbe di no. Che ho reso la sua vita un inferno. Sì, a volte sono pessima. Anche se questa è una situazione così delicata che è meglio sorvolare.

I miei ex si lamenterebbero un po'. Soprattutto il mio ex storico. 
Sapesse quanto ha reso uno schifo la mia vita quando ero con lui. Ma gli dico grazie. 
Meno male che l'ho incontrato e che l'ho lasciato.
Gli altri potrebbero anche elogiarmi. In fondo non sono stata una cattiva compagna. Altrimenti adesso non sarebbero miei amici e miei confidenti.

Emme mi direbbe che nonostante la diversità abissale mi vuole bene. E se uno ti vuole bene, vuol dire che a te ci tiene e che, in fondo, gli rendi gradevole la vita. 
Non so se rendo tale la sua, mi rimprovera spesso il fatto di essere egoista, poco tenera, ecc. ecc. però lei di sicuro rende più gradevole la mia, di vita.

I miei amici si lamenterebbero (come gli ex). Ma sarebbero poco umani se non lo facessero. Sono sicura che anche per loro sono Agrado, altrimenti non mi starebbero accanto, per quanto permetto loro di farlo.

Ma oltre che gradevole sono molto autentica. 

Magari non so rispondere al dubbio che mi assale quando provo ad essere Agrado. Ma di una cosa sono sicura. Sono molto autentica. O almeno mi sforzo di essere tale.

Costa molto essere autentiche, e in questa cosa non si deve essere tirchie. Perché una è più autentica quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stessa.

E forse è proprio questo che rende la mia vita gradevole, e che per riflesso potrebbe renderla agli altri, il mio essere autentica.
Ho lavorato parecchio per esserlo, e devo rifinire ancora alcune cose. Non sarà un quadro perfetto, ma ci provo.

Ok, sono presuntuosa nel pensare questo. Quanto me la tiro a volte. O sempre.
Ma facciamo che per oggi me lo concedete. 



sabato 17 gennaio 2015

Intermezzo soft-porno. E anche soft-incazzato.


Milano, Parco Lambro. Festival del "Re nudo" - Bambina nuda tra la folla
Gabriele Basilico (1976)

FB non mi fa mettere questa foto come immagine di copertina. La ritiene offensiva. Con chiari riferimenti sessuali. Mah.
Io la trovo irriverente. Ma non abbastanza da crederla offensiva. Sfacciata. Non convenzionale.

Mi ricorda tanto quando ero piccola. Non che andassi in giro nuda. Sia chiaro eh. Però quando andavo al mare ed ero piccola piccola, credo che mia madre non mi facesse mettere il costume. Credo. Perché poi i miei primi ricordi sono con un costume azzurro intero. E delle orrende stampe fluo, esplicitamente anni 80. 

Per colpa di questa foto non posso pubblicare e taggare foto per 7 giorni. Non solo. Se ci riprovo (visto che l'ho fatto già due volte) mi bloccano. Aiutoooo. Pauuuuraaaa.

Provo a consolarmi con la musica. Quella gran figacciona di Banks. La mia musica soft-porno preferita.
Mi si blocca Spotify. Diventa inaccessibile (#ecchecazz). Ops. Scusate. 
Chiamo il mio informatico preferito che mi dice come procedere. Ti ringrazio per questa fiducia smisurata nelle mie doti intellettuali, ma credo che tu sopravvaluti alla grande il mio lato geek-nerd.

E così adesso sono senza Spotify e senza foto su FB (traggggedia con 10 mila g, della serie...FB, credi di indispettirmi?).
Mi tocca ritornare ad ascoltare la musica su youtube. Ma guarda un po'. 

Un grande uffa.




venerdì 16 gennaio 2015

Via Brioschi 62.

A Natale, un mio amico mi ha regalato un libro.
L'ho lasciato sulla mia scrivania per tutto questo tempo, a nutrirsi e sporcarsi di polvere.
L'ho solo ogni tanto spostato per fargli credere che potesse avere un senso.
Il titolo mi faceva paura, perché è una promessa potente e, per certi versi, dolorosa.

Due giorni fa l'ho preso e aperto casualmente. Ci ho trovato due o tre frasi convincenti a tal punto da risucchiarmi per un'ora.
Ho letto un po' di pagine senza interrompermi. Con evidenziatore e matita alla mano. Non solo.

Sembrava che qualcuno mi stesse rispondendo. Che quel libro non fosse altro che la raccolta dei pensieri della mia vita. Di questo blog. Delle mie relazioni o pseudotali. Delle mie giornate e del mio passato. Ovviamente scritte con una penna impeccabile.

Non l'ho ancora terminato. Lo sto leggendo lentamente, sto studiando attentamente quello che c'è scritto. Vorrei tatuarmelo addosso. Perché so che potrebbe appartenermi in eterno.

E poi stamattina mi sono svegliata con una canzone in testa. Prima del solito. Con un mal di testa fotonico che credo non mi passerà senza che io non mi droghi di paracetamolo. Ormai sono assuefatta anche di quello.

Cosa prendere o lasciare.
Vorrei prendere un po' di coraggio. Lasciare le paure.
Vorrei prendere qualche consapevolezza, un po' di razionalità, qualche ti voglio bene da dedicarmi, un po' di sole, qualche rischio. Vorrei lasciare la noia, una dose piccola piccola di follia, l'inerzia, questo senso di indecisione troppo invadente.

Sono molto "un po'", "a volte", "ogni tanto". E invece vorrei non avere queste parole a definirmi. Vorrei essere e basta.

Puoi cambiare casa o città
colore di capelli
ma rimani e ti senti tu
sei sempre uguale
voglio conoscere che cosa c'è
in fondo a quel posto
con le luci, le pareti rosse.

 Ma cosa prendere o lasciare? 
Fammi rischiare
rimandare poi
voglio salvarmi
voglio buttarmi ancora.

Ma va bene, forse è giusto così,
tu riprenditi i tuoi sogni
ma perché dovrei aspettare in silenzio
dammi un senso
dammi un senso.
Ché non c'è niente che dura per sempre
tu sai fingere
fingere bene.

Ma cosa prendere o lasciare? 
Fammi rischiare
rimandare poi
voglio salvarmi
voglio buttarmi ancora.

Ricordi di te che oramai non ho più.

Ma cosa prendere?
Ricordi di te che oramai non ho più.
Cosa lasciare?
Ricordi di te che oramai non ho più.




martedì 13 gennaio 2015

Un anno fa e i magoni che non sono spariti.

Viaggio spesso con i ricordi. 
Oggi è stato ancora tutto più facile. Ho letto la data sul calendario e con la mente sono volata subito ad un anno fa. 
Al 13 gennaio del 2014.
Alle 9.30 di quel lunedì mattina uggioso, mi presentai in laboratorio. Un laboratorio che non conoscevo affatto e che avevo visto solo di sfuggita, qualche mese prima, quando ero andata per fare il colloquio con quello che sarebbe poi diventato il mio capo.

Fu un giorno particolare. Me lo ricordo ancora. Era il PhDay, ovvero il giorno in cui tutti i dottorandi presentavano i loro progetti e i risultati conseguiti all'intero dipartimento. 
9h di full immersion in conversazioni scientifiche e in inglese
Passai l'intera giornata accanto a quello che si sarebbe rivelato il collega più scorbutico e orso del laboratorio, ma anche (forse) il più bravo. 
Tornai a casa con un mal di testa allucinante e, chissà per quale motivo, i nervi a fior di pelle. 
Ora che ricordo, dopo il laboratorio, andai in centro per vedere una casa.
Cenai con i miei genitori e li pregai di sparire subito dalla mia nuova stanza perché volevo sprofondare tra le coperte. 

Non ricordo se quella notte piansi, ma di sicuro mi feci tante domande. 
Ero felice ma allo stesso tempo mi portavo dentro un sacco di magoni. 
Bastava affacciarsi un po' nelle mie viscere per osservare pericolosi buchi neri. 
I motivi, che erano chiari per me, credo di averveli raccontati. Più o meno.

Oggi, a distanza di un anno, posso dire che: quei magoni non sono spariti, ma nel cuore mi porto tutte le persone che ho conosciuto quel giorno e che avrebbero fatto del 2014 uno degli anni più belli della mia vita.

When you feel my heat 
look into my eyes
 it's where my demons hide

 

lunedì 12 gennaio 2015

Comunque, anch'io non ho molte parole.

Comunque, anch'io non ho molte parole, anche perchè noi due ne consumiamo già tante, se non che ti voglio bene e che quindi non cambierà nulla, se non le modalità con cui ci romperemo i coglioni vicendevolmente :-)
Bacio scema

Ciao Emme. Io non ho avuto il coraggio di dirtelo. Che ti voglio bene. 
Non ho avuto neanche il coraggio di dirti quello che penso. Anche se lo sai. 
Oggi le mie parole erano strozzate, ma credo tu abbia fatto scorta dei miei occhi umidi. 
Magari ritornerai qui, come è successo quella volta tramite una banale ricerca google. 
E se passerai, troverai scritto che ti voglio bene anch'io. Ma nel frattempo, spero di avertelo detto anche di persona.
Buon viaggio.


domenica 11 gennaio 2015

Questo.

Selfie alternativi

Sembrava una giornata di primavera. E lo era.
Sono uscita con il giubbino di pelle, quello nero comprato a Verona e un maglioncino di cotone rosa shock. Mi sentivo una 16enne, ma mi piacevo un sacco.
Per una volta, mi sono guardata allo specchio soddisfatta dell'abbinamento rockettaro dei miei capi.
Sono andata al mare, a farmi baciare dal sole.
A respirare attimi di solitudine. A farmi accarezzare dalla bellezza naturale. Dal silenzio dei miei pensieri.
Ho portato con me un libro, ma ho abbandonato subito l'idea.
Il mare mi ha richiamato con tutta la sua forza e non ho saputo dirgli di no.
Avevo anche la mia Moleskine, ma ho preferito lasciarmi incantare piuttosto che abbassare lo sguardo su delle pagine bianche.

Che cosa mi serve per essere felice? Questo. Le guance rosse. Il mare. Il vento tra i capelli. La pelle accaldata. La libertà. La solitudine di certi momenti. Cantare a squarciagola in macchina e lasciare che gli altri mi guardino storto. Mangiare cioccolato fino alla nausea.
Fa niente se poi domani mi lamenterò dei miei fianchi troppo larghi e comincerò l'ennesima dieta della durata di 12h.

Domani dovrò salutare anche Emme. Parte. E io non voglio.
E non per un atto egoistico, perché la vorrei con me quando sono giù.
No. Non voglio che parte perché è troppo bella per infliggersi l'ennesima punizione.
Ha scelto un posto sperduto dove passare i suoi prossimi mesi. La chiama espiazione. Io la chiamo follia.
Sa che non la porterà da nessuna parte se non a mettersi qualche soldo da parte. E questo lo so anche io. Ma chi se ne frega dei soldi, io vorrei che fosse felice. E questa volta vorrei davvero avere una soluzione a portata di mano. Vorrei davvero passarle la ricetta della felicità. Quella giusta. Quella che la faccia stare bene sul serio.
Ma ho capito che non posso fare niente se non rimanerle accanto. Mi sento così impotente e non mi era mai successo.




venerdì 9 gennaio 2015

So fingere benissimo.

Michi hai messo tutto in valigia?
Questo può servirti? E questo?
Aspetta, ma tutti questi libri dove li metto? E gli smalti? E i trucchi? E tutti i completini intimi? 
E le scarpe con il tacco, servono sul serio?

Un anno fa le valigie si chiudevano. E io mi preparavo per partire. Il treno delle 23.36, quello che avrei preso almeno una volta al mese nel periodo successivo, mi aspettava al binario 2.

Era un periodo di merda. Ma ne sono uscita vincente. Ero tutto sommato felice, anche se avevo il cuore a pezzi. La partenza è stata una benedizione. 
Quanto ho odiato il Natale. I sorrisi della gente, il mio recitare senza pudore. 
Testadic, responsabile di tutti buchi neri che mi portavo dentro. Che stronzo. E pensare che adesso siamo diventati pure ottimi confidenti. 

Eppure vorrei tornare tanto a quella sera di gennaio in cui ho salutato la mia stanza, abbracciato gli amici, versato qualche lacrima e sono andata via. Vorrei riprendere quel treno, quello delle 23.36, rannicchiarmi nel mio sedile ad ascoltare musica a manetta. Guardare fuori il buio e non avere paura. 

Ho una dose di tristezza infinita addosso. E si sente. Perché, non lo so. Sono i miei magoni. 
E' un diritto essere tristi, condividerlo no. Ma per me è quasi impossibile non farlo.
Lasciatemi fare, anche se poi fingo e la tristezza non si nota.

Che poi sono lì a chiedermi cosa non va.

E il problema è che non c'è nulla che non va. Anzi, funziona tutto perfettamente. 
Il lavoro (ho promesso di non lamentarmi!), gli amici, i miei svaghi, i miei progetti. Le mie paranoie e le mie esaltazioni. Funziona tutto perfettamente bene.

Ho passato il pomeriggio a prendere in giro i commessi dell'outlet. 
Ho rubato due palle di Mozart alla Lindt, ho riso come una matta con Emme mentre sceglievamo l'intimo che non faremo mai vedere a nessuno. 
Ho comprato l'ennesimo rossetto rosso. 
Mi sono truccata dentro Kiko, approfittando di tutti i tester a disposizione, versata litri di profumo di nascosto.
Che bello sentirsi adolescenti. 

Ero triste mentre facevo tutto questo?
Sì, immensamente triste. Ma io so fingere benissimo. O almeno credo.

Vado ad affogare la tristezza in un boccale di birra. Anzi no, stasera esagero. Vino rosso.




[Giusto per non farsi mancare nulla, una delle canzoni più stracciapalle che ci sia]

giovedì 8 gennaio 2015

Fade into you.


Chissà quante domande ci portiamo dentro a cui non diamo risposte. 
Oppure tante risposte a cui non siamo in grado di affidare una domanda.
Rompicapi. Curiose voragini dentro le quali ci si immerge. E ci si perde.
E' il rischio che si corre. E' pericoloso, ma ne vale la pena. Forse non sempre. Ma è il metro di misura della nostra volontà di vivere per davvero.

Mi piace immergermi nelle cose, nella vita che scorre e si manifesta nelle sue più svariate forme. E' un pericolo costante, mi faccio male, ma riesco a guardarmi i lividi soddisfatta. 
E' un paradosso, una contraddizione per una che non si lascia scrutare minimamente. Che lascia sempre gli altri sulla soglia della sua anima.
Sono egoista. Lo so.
Non lascio mai le chiavi di casa a nessuno, nessuno ha il diritto di entrare nei miei angoli bui. 
L'interruttore lo conosco io e le mie parole. Questo angolo così tremendamente pubblico e pure strettamente mio. Un paradosso anche questo.
Un'intimità condivisa che pochi conoscono. O forse troppi. Ma non quelli che contano. Non me ne vogliate. Ma questo è il libro della mia vita, quello che non conosce nessuno nella realtà. Le persone con cui investo o spreco il mio tempo, quelle che spesso ignoro, quelle con cui faccio l'amore, quelle con cui passo le ore a parlare, quelle con cui vado al cinema o al mare, loro non ci entrano. Ed è un bene. 
E' uno spazio che custodisco gelosamente. E mi compiaccio. Perché mi permette di essere uno, nessuno e centomila dietro la maschera della mia esistenza.

Ho fermato la macchina sulla strada. Ho guardato dal finestrino la gente normale che tornava a casa dopo il lavoro. 
Le luci della tangenziale accarezzavano i miei pensieri. Tristemente soli. Come lo ero io, ferma in quella piazzola di sosta. Avevo un desiderio fottuto di scrivere. 
Non potevo aspettare il rientro a casa. Lì non avrei avuto il coraggio di isolarmi per fare l'amore con i miei pensieri.
Mi masturbo così ultimamente. E mi piace. Oh, se mi piace. 
Le parole hanno un effetto terapeutico. Una dose di piacere che placa tutte le inquietudini. O forse non fa che sollecitarle.
Non lo so. E' una domanda a cui non so dare una risposta.
O forse è una risposta con la domanda sbagliata. O semplicemente una domanda che si è persa. Dimenticata.

Ho acceso una sigaretta, aperto un po' il finestrino e ho lasciato che l'aria gelida mi entrasse nei polmoni. Ho guardato le luci della città brillare da lontano. Che belle che erano. 
Ho pensato a tutte le storie racchiuse nelle case illuminate. 
A quelli come me chiusi in una macchina a guidare, a fumare, magari a farci l'amore.
A quella gente normale che tornava a casa dopo il lavoro.
A quelle luci visibili che l'avrebbero accolta.
Agli universi nascosti dietro i vetri delle finestre che si intravedevano da lontano.

C'è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente ( Magritte). Mi è venuta in mente questa frase di Magritte a proposito del quadro Les amants. Che strana digressione.
Amanti che si baciano con un lenzuolo bianco a coprirne il volto. 
Deve essere pazzesco. Eppure mi hanno sempre insegnato che per baciare uno, devi prima guardarlo negli occhi per capire se c'è chimica. Ma la chimica non sempre riesce a spiegare reazioni naturali. 
Non sempre la scienza ha risposte per tutto. 

Il bacio delle menti è quello più pericoloso. Un bacio senza nessuna reazione chimica plausibile. Uno scambio di molecole che sono pensieri. 
E' il bacio di quegli amanti. Mi piace pensarlo così. Infondo l'autore non ha mai voluto dare un'interpretazione convincente. 
E l'arte non pretende interpretazioni troppo convincenti. Ti lascia libero. Libero di non trovare conclusioni definitive.

Ho pensato a quanto sarebbe bello baciarsi così. In senso figurato ovviamente. 
A quanto sarebbe bello andare oltre il contatto fisico, innamorarsi dei pensieri, entrare nella testa dell'altro, nello stomaco e sviscerarlo. Vedere cosa c'è dentro e prenderne fino a non saziarsi mai. Dissolversi nell'altro.
Essere ingordi, voraci. Alimentare senza fine quel senso di sete. 
Godere di momenti che odorano di infinito. 
E invece molto spesso ci si accontenta di piaceri che puzzano di finito. Che poi non è neanche giusto chiamarli piaceri.
Ci si illude che siano felicità momentanee. Appaganti momenti di benessere. Illusorie serenità.
Semplicemente momenti di vita che non amano poi così tante definizioni. 
Felici, belli, sereni, tristi, complicati, non sempre basta una parola a definirli. La vita non ama avere catene quando si manifesta. Devi solo accoglierla senza metterle per forza un'etichetta.

Ho guardato di nuovo fuori dal finestrino. Ho visto la gente normale tornare a casa dal lavoro. 
Ho invidiato la loro normalità. La consuetudine dei loro gesti quotidiani privi di inquietudine. 
Sarebbe bello nutrirsi di vita così. Senza apparenti moti interiori che ti scombussolano l'anima. 
Già, sarebbe davvero bello. Ma non poi così tanto da volerlo per sempre.

mercoledì 7 gennaio 2015

Vaneggiamenti.

Lei avrebbe voluto chiamarlo. 
Lo desiderava a tal punto da prendere un aereo e presentarsi a casa sua. Anche se non sapeva dove abitava. 
Ma non importava. Bastava il suo cuore a darle una meta. Una destinazione. 
Gli avrebbe scritto un messaggio. Un indirizzo preso a caso dalla cartina. Si sarebbe fatta trovare lì, nel suo vestito migliore, con le labbra rosse rivestite di desiderio. 
Il desiderio di sorridergli, di corrergli incontro e baciarlo. 
Fantasticava questo mentre cercava di scrivere il report per il suo capo. Non era riuscita neanche questa volta a finirlo. 
Era lui il suo chiodo fisso. Era lui la presenza che si era infilata nei suoi pensieri, senza chiedere permesso, senza chiedere uno spazio che fosse lecito. 
Un pensiero prepotente che inglobava i suoi neuroni e piano piano si sarebbe fatto spazio anche tra le pieghe del suo cuore.

martedì 6 gennaio 2015

Nel fantastico mondo delle chat.


Qualche pomeriggio fa ero annoiata e in preda ai sensi di colpa. Avrei potuto spendere il mio tempo in miglior modo, ma una strana apatia mi pervadeva i sensi.
Avrei dovuto studiare, per esempio, cominciare a stilare il report dei miei primi (quasi) due mesi di dottorato. E invece mi sono piazzata davanti al pc, sperando che il monitor mi ispirasse qualcosa di logico. Dopo una mezz'oretta passata inutilmente su FB, a pregare che qualcuno mi considerasse mentre andavano in sottofondo i video di Fabi su youtube, ho avuto la brillante idea di entrare in chat (ovviamente rincarando la dose dei sensi di colpa per il fancazzismo dilagante).

Ve le ricordate le chat dei primi anni 2000? Io quasi. Le usavo pochissimo. All'epoca non avevo il tutto illimitato e neanche il wi-fi (credo non esistesse tra l'altro). La navigazione in internet era a consumo e per evitare bollette salate, mi limitavo all'indispensabile: ricerche su wikipedia, email e ogni tanto qualche chattata su msn. Che tempi.
Ogni tanto quando mi facevo prendere la mano, andavo sulla chat di yahoo, che non so sinceramente se esiste ancora oggi. Non ricordo di aver conosciuto (virtualmente si intende) gente di particolare rilievo, se non un 40enne che avevo fatto invaghire raccontandogli un sacco di balle e un ragazzo poco più grande di me, con il quale passavo ore a chattare e che poi alla fine ho incontrato sul serio (c'è stato un bacio, se può interessarvi).
Ah, ora che ricordo, mi innamorai follemente di un certo Marco, tarantino, ingegnere (Marco dove sei?), che però nel momento in cui tutto si stava concretizzando, decise intelligentemente di sparire.
Forse era un cesso, e tutte quelle foto che mi faceva vedere erano, in realtà, di suo fratello. O magari, semplicemente, ero io a non piacergli.
Correva l'anno 2005. Io ero fidanzata, ma tristemente in crisi e mi ritagliavo il mio angolo di evasione in quel mondo virtuale. Il tipo che conobbi, quello che baciai di cui vi ho detto sopra, non fece che farmi aprire gli occhi, così come Marco. La mia storia doveva finire. Finirono anche i rapporti con questo mondo, infondo erano più le inculate che il resto. E poi avevo gli esami di maturità da preparare, quindi non fu difficile creare un distacco.
Da allora, ormai quasi 10 anni, non ho più messo piede in una chat.
Fino a due mesi fa.
Inutile dirvi che il clima che si respira adesso in una chat fa schifo. Però se sei fortunato puoi incontrare qualcuno di interessante, che ovviamente non sarà mai bello.

A me è successo dopo qualche giorno che ero entrata. Ho conosciuto un ragazzo siciliano, mi sono bastate poche battute, poi abbiamo cominciato a sentirci su skype. La cosa è andata avanti per un mesetto, poi anche lui sparito. E per fortuna direi. Perché lui, oltre ad essere intelligente, era, anzi è, anche bello. O almeno così sembrava. In realtà ha aperto un american bar nel suo paese, quindi suppongo che la sera non lo incontrerò mai su skype. Comunque mi rimangono le nostre belle chiacchierate notturne, oltre che i libri che mi ha suggerito di leggere e che io ho prontamente comprato.
Ho la sua email, oltre che un numero di telefono, magari un giorno ci sentiremo. Chi lo sa.

Dopo di lui non ho più incontrato nessuno. Nessuno che fosse interessante e che riuscisse a rapire la mia attenzione per più di un quarto d'ora.
Ma l'altra sera è successo di nuovo.
Ho incontrato uno con il quale c'è stato subito feeling. Abbiamo parlato di tutto per circa un paio di ore. Poi siccome la compagnia era piacevole, non abbiamo perso tempo. Abbiamo deciso di vederci. Anche perché mi sembrava stupido passare una serata dietro allo schermo quando c'erano solo 30 km a separarci.

Prima che facciate cattivi pensieri, vi dico che ci siamo visti prima in foto. Ovviamente non mi piaceva, ma era un ricercatore che vive a Verona, pur essendo della mia stessa terra. Per mesi abbiamo vissuto frequentando e lavorando nello stesso posto, ma non ci siamo mai visti. Questa cosa ovviamente è stata un punto a suo favore.
Quella sera avevo voglia di parlare di Verona, di qualcosa che fosse affine ai miei interessi.
E poi avevo l'animo in pace. Uno così non mi sarebbe mai piaciuto, quindi non aveva senso negarsi una birra, ancor di più se l'intento era solo chiacchierarci. Il senso di tutto questo? Il senso di incontrare una persona che sai già a priori che non ti piacerà? Non c’è. E non mi sforzo nel trovarlo. A volte, come ho più volte ribadito, bisogna solo prendersi il bello da qualcuno. E il fatto che a me quella persona, in quel momento, faceva stare bene, mi bastava.

Ho proposto io una birra, ma poi i neuroni si sono ripresi e mi sono tirata indietro. Forse era un po' incosciente, oltre che folle, incontrare uno solo dopo neanche due ore passate a parlarci.
Così abbiamo rimandato alla sera successiva.
Non che la cosa fosse diversa, ma in qualche modo avevamo tempo per pensarci.
Ci siamo presi una tisana e abbiamo parlato come due comuni mortali. Gli ho anche presentato alcuni miei amici che abbiamo incontrato per strada.
Siamo stati sinceri e folli allo stesso tempo: io gli ho confessato di essermi tirata indietro perché mi ero fatta prendere dai dubbi e lui mi ha confessato di aver pensato che volessi incontrarlo perché ero una poco di buono pronta a derubarlo. Ovviamente siamo scoppiati a ridere. Non so se ci rincontreremo. Ma non importa. Rimarrà sicuramente il ricordo di una piacevole serata.

La storia si è ripetuta ieri sera, anche se in maniera diversa. Ho conosciuto un altro ragazzo (pare che il 2015 sia il mio anno!), siciliano anche lui, che vive però a Bologna, che probabilmente potrebbe piacermi. Ha di sicuro degli occhi bellissimi e una voce da dio.
Abbiamo passato 4h a parlare di tutto. Non so come abbiamo fatto. L’eccitazione del principiante. La curiosità della novità. O semplicemente due solitudini che avevano voglia di raccontarsi. Abbiamo anche accennato ad un incontro. Che non si sa se avverrà. (C’è un piccolo particolare da non sottovalutare: lui è in crisi con la sua ragazza e non si sa se questa storia finirà o continuerà).
Però stamattina ci siamo svegliati con lo stesso pensiero: se fossimo stati più vicini, ci saremmo sicuramente raccontati davanti ad un caffè.

Conclusioni non ce ne sono. Sono cosciente che sono episodi sporadici avvenuti chissà per quale motivo nella mia vita. Non so se è solitudine o noia. Un misto delle due. O semplicemente la voglia di raccontarsi senza filtri a qualcuno che non mi conosce. Il motivo non c’è. O forse si, ma non è così importante trovarlo. 

domenica 4 gennaio 2015

Rimuovi dagli amici.

Rimuovi dagli amici.
Chissà perché un semplice clic su quella scritta mi mette sempre così tanta ansia.

L'ho fatto. Ho cancellato Lui dagli amici. Non ha senso averlo lì su facebook a interessarsi, eventualmente, della mia vita. Anche se quella che si interessa ancora un po' della sua sono io. 
Ecco, diciamo la verità. L'ho cancellato perché non vorrei avere la tentazione di sbirciare il suo profilo quando sono giù. Ma anche quando non lo sono, per deprimermi quei 5 minuti durante il giorno, come se fossero prescritti dal medico, come se dovessi a tutti i costi assicurarmi la mia dose di tristezza giornaliera.

E' un pezzente di fatto, ma soprattutto di spirito. E se normalmente i miei giudizi sugli uomini non vanno oltre lo stronzo o bastardo, questa volta devo ammettere che il disgusto per quest'uomo supera davvero ogni commento negativo che ho accumulato negli anni e nelle mie esperienze con il genere maschile.

Non ve ne ho parlato e non lo farò neanche ora, ma spero che nessuna di voi incontri un uomo del genere in vita sua. Sono un po' arrabbiata con me, nonostante in questa storia abbia mantenuto sempre una certa distanza e soprattutto i piedi molto per terra, direi sottoterra. Ma la minchiaggine è qualcosa che non mi abbandona e questa volta ho miseramente fallito di nuovo.

L'ultima volta che ci siamo visti mi ha chiesto di anticipargli un pacco di sigarette, ma so che non avrebbe esitato a chiedermi di anticipargli i soldi della spesa, se solo gli avessi permesso di vedermi un'altra volta. 
E invece, per fortuna, sono stata brava a fuggire in tempo. Non ho più risposto ai suoi messaggi, non ci siamo fatti gli auguri e credo che questo distacco, seppure virtuale, fosse naturale e necessario.
Di vermi nel mio giardino ce ne sono già troppi.

Sto bene, perché ho avuto tempo e modo di ritrovare la mia serenità. 
Poi, quando perdi qualcosa che in realtà non è così importante (e interessante), non ci stai molto a pensare e tutto il seguito non è altro che un qualcosa di naturale che accogli senza troppi problemi.

Adesso ho qualche amico 2.0 in meno, ma il mio cuore ha un po' di serenità in più.


venerdì 2 gennaio 2015

Buoni propositi, possibilmente da NON ignorare.

Buon anno a tutti. Spero che il vostro anno sia cominciato meglio del mio. 
Io sono rimasta per metà giornata abbracciata alla tazza del water e per l'altra metà nel letto con un mal di testa allucinante.
Non credo sia stata colpa dell'alcol o forse sì, ho bevuto tanto ma sono ritornata a casa sulle mie gambe e molto lucida. Probabilmente avrò mangiato qualcosa che mi ha fatto male, oppure mi sarò presa semplicemente molto freddo. 
Spero che il 2015 non prosegui come è iniziato e soprattutto che porti con sé una dose minore di mal di testa, visto che è stato il principale problema di cui ho sofferto per tutto il 2014.

Ho anch'io la mia personale lista di buoni propositi, che potete anche non leggere. Li scrivo per me, semplicemente un promemoria da tenere sotto controllo durante l'anno e possibilmente da osservare se non con rigore almeno con una parvenza di costanza e continuità.

Mangiare sano e smettere di bere. Ok, questo è il proposito giornaliero ormai da 5-6 anni a questa parte. Rigorosamente ignorato con molta precisione. 
Quest'anno vorrei cambiare registro. Anche perché tra qualche mese andrò in scena con il gruppo di teatro e non se ne parla di salire su un palco con tutto questo tessuto adiposo addosso. 
E poi comincio ad avere un sacco di problemi fisici (inclusi i mal di testa, che vorrei eliminare), vedi gonfiore, pesantezza, reflussi, vomito. 
Ma non è solo questo. Ormai vivo con il terrore che una malattia fulminante possa colpirmi. Lo so, non sono pensieri bellissimi, ma lavorando in un ospedale questi pensieri sono all'ordine del giorno. 
Ma ancora...voi non avete mai la sensazione che mangiando una fettina di carne o del fritto o delle patatine o che ne so altre schifezze del genere vi state mangiando del veleno? Io sì, e faccio questo pensiero ormai ogni giorno. E siccome sono stanca di vivere con queste fobie, ho deciso di eliminarle.
Non diventerò mai una di quelle vegane o vegetariane fissate, anche perché non ci riuscirei. Voglio semplicemente ridurre il consumo di carne, di dolci e di schifezze in genere. 
Non superare le due birre al mese e le sigarette.

Riprendere a fare sport che sono due mesi che sono ferma e si vede. Mi sento un tronco di legno e poi ho sempre mal di schiena. 

Imparare a viaggiare da sola. Non che tutti i miei viaggi li abbia fatti in compagnia, ma di solito partivo sola per andare a trovare qualcuno o qualcuna. Quest'anno invece voglio fare tutto da sola. Viaggio e pernotto. Non che sia una cosa bellissima, soprattutto se non è una scelta consapevole. Un conto è scegliere di viaggiare soli, un conto è se quella scelta è dettata dal fatto che non hai nessuno che possa accompagnarti. Ecco, per me molto spesso non è una scelta personale, ma semplicemente un ripiego al fatto che nessuno voglia o possa accompagnarmi. Comincerò con un weekend romano per la mostra di Body Worlds ed Escher. Poi ho in mente un viaggio al di fuori del continente, ma di questo se ne parlerà quando vedrò il mio primo stipendio.

Scrivere. Scrivere. Scrivere. Quest'anno ho scritto poco, un po' per mancanza di tempo un po' per pigrizia. Ho comprato una Moleskine fucsia che non ho neanche scritto per metà. Per quest'anno mi impegno a terminarla e comprarne un'altra.

Imparare a fare qualcosa. Vorrei dedicarmi a qualcosa di manuale per rilassarmi la sera. Ho cominciato a creare dei segnalibri personalizzati, ma l'idea sarebbe quella di creare gioielli. Al momento è un'idea, ma se funziona potrei farmi un po' di soldini con i mercatini della domenica.

Leggere. Nel 2014 ho letto pochissimo. Solo 3 libri per intero, gli altri cominciati e mai finiti. Non ho letto per pigrizia, ma anche perché a Verona non ho avuto così tanta pazienza di starmene con un libro in mano prima di andare a letto. 
E' un proposito che si ripete di anno in anno, ma senza grandi successi. Non ho grandi pretese, mi basterebbe solo raggiungere un libro al mese.

Per il resto mi piacerebbe che la mia vita andasse per il verso giusto. Il 2014 è stato un anno bello, ricco di esperienze ed emozioni, ma anche di testate al muro che mi hanno lasciato lividi sulla fronte che non ho potuto nascondere. 
Ecco...forse tra i propositi del 2015, potrebbe essercene un'altro: avere più razionalità nelle scelte che faccio.










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