lunedì 10 settembre 2012

Sergio.

Sergio è un uomo di circa 45 anni, o forse qualcosa in più, alto, con una corporatura normale, bruno e la barba semincolta.
Incontro Sergio ogni mattina mentre vado in biblioteca.
Non so dove lui vada esattamente, so solo che cammina sempre nella direzione opposta alla mia.
Sergio parla da solo, molte volte bestemmia, puzza tanto, è sempre sporco e fa paura perché ha degli scatti violenti incontrollabili.
Urla, gesticola, si dimena dicendo cose senza senso.
Oggi l'ho beccato che spaventava i piccioni ed era arrabbiato, tanto.
Io non ho paura di Sergio, basta solo non incrociare il suo sguardo perché, molto spesso, è uno sguardo pieno di rabbia. Ma molta gente lo schiva, non so se giustamente, ma forse lo fa semplicemente per precauzione. O almeno così mi piace pensare.
Non so se si chiama realmente Sergio, però quando lo vedo mi fa una rabbia che non riesco a gestire. Perché sono sicura che Sergio non era così, ma qualcuno l'avrà fatto impazzire.
E' una sensazione, qualcosa che senti a pelle, una specie di sesto senso. Magari pure sbagliata.
Ma ogni volta che lo incontro mi chiedo come un uomo possa ridursi in quello stato.
Perché dire è nato così è solo una stupida scusa per giustificare l'indifferenza di quelle persone che l'hanno lasciato solo e continuano a farlo.
Non so come si chiama quella sensazione che, ogni mattina per una manciata di minuti, mi fa restringere lo stomaco quando vedo Sergio urlare, parlare da solo e arrabbiarsi.
Sicuramente tristezza, ma insieme a Sergio mi arrabbio anch'io.
Mi arrabbio perché ci sono fiumi e fiumi di storie simili che vengono lasciate nel dimenticatoio dell'indifferenza comune, anche la mia. E nessuno fa niente.
Neanche la pietà è in grado di smuovere il nostro cuore.
Ci viene più naturale disgustarci, cambiare lato del marciapiede, avere paura.
Quando, invece, sono sicura che un sorriso basterebbe.
Io almeno ci provo.





14 commenti:

  1. La paura è quella che fa sempre dire/pensare "tanto succede agli altri".
    Invece, nella vita, a volte è un caso se non ci troviamo in quelle situazioni che poi ti chiedi "ma come fa certa gente".
    Di solito è un atteggiamento tipico di chi non è mai stato messo alla prova dalla vita, altrimenti sai che spesso al bivio, si prende la strada sbagliata.

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  2. La pietà molte volte non è un qualcosa cercato dalle persone che soffrono realmente, anzi !

    Credo che quel che senti per quei "dieci minuti" sia semplicemente il tuo lato umano che si fa sentire e che in parte vorrebbe farsi avanti e in parte non vorrebbe mai farti provare sensazioni simili

    Per quanto riguarda il sorridergli potresti benissimo trovarti ad avere la reazione esattamente contraria a quel che vai cercando ... Ti faccio un esempio per cercare di spiegare al meglio cosa intendo;

    Capita spesso che persone con un handicap si trovino a "rispondere in maniera poco gentile" ad una persona che si propone di aiutarli. Questo molte volte avviene perchè il portatore di handicap recepisce l'aiuto come un atto di pietà da parte dell'altra persona e solitamente questo avviene quando questo non accetta o, perlomeno, non convive con la propria situazione. Nel caso il disabile lo sia dalla nascita molto spesso questo tipo di risposta viene data solo ad estranei e persone non affini a questa mentre per quanto riguarda persone che prima vivevano in "normalità" e per n motivi ora si trovano a vivere una situazione disagiata dipende proprio da quanto riescono a superare il trauma dell'incidente (o quel che ne sia stata la causa) e il trauma di dover affrontare giorno per giorno questa situazione


    Per questo, prima di cercare di "entrare" nel suo mondo, a mio avviso, dovresti cercare di farti notare, di far vedere che non è la prima volta che vi incrociate, fare in modo che prenda confidenza (per così chiamarla) con te e solo poi potrai fare quello che ti sei prefissata

    Questo non è un consiglio ma solo il mio parere (basato su esperienze personali)

    Ricordati che la difficoltà che una persona ha nel confrontarsi con le altre, tante volte non nasce da se stesso, ma da chi si trova di fronte. Spessissimo non è solo chi è "diverso" che non sa come rapportarsi ma, anzi, sono gli altri che non hanno la più pallida idea di cosa dire o fare o semplicemente non fare e non dire

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    1. La pietà, almeno come la intendo io, non è affatto un sentimento negativo, anzi!
      La pietà è un sentimento di amore e di rispetto, è quel sentimento che ti fa mettere allo stesso livello dell'altro, che ti fa provare compassione per la "miseria" altrui. Non a caso è un sentimento molto spesso che si accosta al concetto di misericordia.
      Purtroppo,di solito, assume il significato opposto, diventando un sentimento dispregiativo e di commiserazione per le "sfortune" altrui.
      Ecco perché chi si trova "dall'altra parte" tende a rifiutare un nostro slancio altruistico.
      Ed è su questo che occorrerebbe lavorare...

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    2. Mi spiace contraddirti ma non è per quello che tu dici che, chi si trova dall'altra parte, rifiuta questo "slancio altruistico" ! Lo rifiuta perchè è puramente egoismo tanto per mettersi l'animo in pace ! O almeno lo è la maggior parte delle volte !

      Quanti si fanno avanti ? E di quei "quanti" che lo hanno fatto, quanti sono rimasti ? Quanti hanno usato belle parole per poi sparire nel nulla ? Quanti dopo il primo rifiuto hanno insistito ?

      La pietà non è un sentimento d'amore e di rispetto ! Nè tantomento ti mette allo stesso livello !

      Per essere allo stesso livello bisogna trovare il modo di far sentire quella persona "normale", senza bisogno di fargli pesare la sua diversità !

      E' proprio questa la parte più difficile !! Fare qualcosa non come atto di compassione, pietà o misericordia, come vuoi chiamarci, ma farlo solo perchè è una cosa naturale come il respirare !

      Aprire la porta ad una persona con difficoltà senza che questa lo senta come un piacere ma una cosa che per te è naturale ! Far scendere lo scalino del pulmino allungando il braccio per fare d'appoggio anche qui magari evitando sguardi del genere "prego ti aiuto io" ! Vedere una ragazza acondroplasica che vorrebbe fare una foto mentre tocca il piede della statua di San Pietro a Roma ma non può perchè la statua è troppo alta; quindi alzarla e fare la foto assieme a lei ! E al primo tentativo di alzarla sentire che si trova a disagio per come la stai prendendo e quindi cambi posizione per farla stare a suo agio ! Trovarti ad una festa, in fila per fare lo scontrino per poter prendere un drink, avere poche persone avanti, una ragazza con qualche tipo di difficoltà, che ha appena fatto lo scontrino che chiede permesso e levare le 3 tipe subito dietro di lei che se ne fregano e continuano a spingere, senza incorciare lo sguardo di questa ragazza per non farla sentire appunto diversa, ma "insultare" solo ste tre disgraziate perchè non sanno nemmeno stare al mondo ! Trovarti in un gruppo affiatato, di persone che hanno vissuto esperienze simili e sentire l'odio e la cattiveria di qualcuno di questi "solo" perchè è stato più sfortunato di altri ... Sicuramente ne ha tutto il diritto ma non per questo deve accusare gli altri; quindi riuscire a "zittirlo", farlo smettere di sputare cattiverie e farlo ragionare e proseguire poi con un discoro in cui anche tu abbassi i toni e ci si riesce a spiegare !

      Piccoli esempi che probabilmente non rendono nemmeno ! E' difficile spiegare come fare e cosa fare e non sempre si fa la cosa giusta ! Ma già il modo in cui ti approcci ad una persona magari con un viso gentile ma senza quel sorriso stupido che tanti hanno per aiutarti, come lo avresti per un bambino di qualche mese mentre ci giochi !

      Forse il tuo significato di pietà è diverso dal mio ma quello che conta non è quello che pensi tu (o io) ma quello che pensa la persona che decidi di aiutare ! Se non ti sei mai trovata in situazioni con persone handicappate, non puoi minimamente capire csoa significa affrontarle e non perchè tu non sia abbastanza intelligente, ma perchè te ne rendi conto solo una volta che le provi

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    3. Ho fatto la babysitter ad un bambino autistico, per anni un weekend al mese mi occupavo di un ragazzo autistico, 3 anni fa per alcuni mesi andavo a messa nella cappella dell'ex manicomio e dopo mi fermavo con i malati.
      So benissimo cosa significa stare a contatto con gente "handicappata" come la chiami tu. Ed è per questo che sono ancora più convinta che la pietà sia un sentimento di amore.
      Il mio era amore, era un servizio che ho donato a titolo gratuito.
      Nessun sorriso ebete, nè atteggiamenti di compassione che risultassero innaturali solo perché avevo di fronte gente diversa o per placare il mio egoismo e mettermi l'anima in pace.
      Purtroppo stare accanto a gente con problemi psichici o altro non è semplice, ma questo non significa che non si possa fare.
      Richiede pazienza. Non tutti ne siamo capaci, ecco perché scappiamo o non restiamo di fronte a situazioni difficilI, o peggio ancora diventiamo indifferenti.
      Però sono straconvinta che, nel marasma dell'indifferenza, anche uno sguardo o un sorriso può essere già qualcosa.
      Come diceva Madre Teresa, quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo, l'oceano avrebbe una goccia in meno.

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    4. Perlomeno non parli tanto per parlare ! Per quanto riguarda il fatto che io li chiamo "handicappati", li chiamo con il loro nome poichè inizialmente la parola, derivante dall'inglese, indicava appunto un disagio sociale ! Ora si usa il termine "diversamente abile".. parole diverse ma il fine non cambia ! Non è il termine che si utilizza che fa la differenza ma il tono con cui lo si dice ! A me non piace girare intorno alle cose e vedo di essere spiccio e diretto ma non per questo manco di rispetto anche se, chi non mi conosce, spesso mi giudica arrogante (in realtà è solo perchè non ascolta minimamente quello che dico poichè generalmente peso molto bene le parole)

      Non pensi che il ragazzo autistico che anni fa seguivi ora possa sentire la tua mancanza ? (a meno che tu ogni tanto non passi a salutarlo); stesso discorso per i malati dell'ex manicomio

      E qui si torna al mio discorso: quanti usano belle parole per poi sparire nel nulla ? (non so se sia il tuo caso)

      La mia non è una accusa verso di te (anche perchè se stessi accusando probabilmente dovrei accusare anche me stesso) ma sto solo spiegando che non è così semplice aiutare perchè comunque viviamo in una società che non ci lascia il tempo di respirare e più si cresce e più dobbiamo fare e qualcosa per forza di cose si perde indietro

      Se usassero meno giri di parole, meno cose fantasiose, e fossimo tutti un pochino più sinceri innanzitutto con noi stessi e poi con gli altri, forse non sarebbe così difficile regalare un sorriso ad un'altra persona (e intando far sorridere loro più che noi stessi)

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  3. Sembra il ritratto di un mio zio xD

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  4. Ecco una ragazza che vede gli invisibili, quelli strani che passano tra la gente che li scansa, volta la faccia e tira dritto. Fermarsi ad osservare, dargli un nome è già una forma d'amore. Scambiare due chiacchiere sarebbe di più ma farebbe nascere un'aspettativa di amicizia che poi non sapremmo alimentare. I Sergio delle nostre città sono il risultato di molteplici esposizioni al dolore. Basta un'insistente seguenza di sfighe e ciascuno di noi potrebbe diventare così, dunque provare ad amarli significa amare se stessi, amare quella minuscola probabilità che la tua vita si trasformi in Sergio. Grazie Michi, ottimo post

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  5. Nel mio paese c'era una donna che vedevo spesso passare da casa mia a piedi. Sapevo che andava a mangiare ad una mensa o a farsi delle punture di qualcosa in ospedale.
    Dicono che prima di diventare una sorta di barbona, fosse una ballerina. Veniva da una buona famiglia, conosceva tante lingue.
    Non so cosa sia successo poi. Sicuramente qualcosa di grave.

    L'ho rivista l'altro giorno, dopo anni di assenza. Sinceramente pensavo fosse morta. Mi ha fatto piacere rivederla, anche se ho notato che le sue condizioni sono peggiorate.

    Credo che il Sergio che incontri quando vai in biblioteca o la donna che gira dalle mie parti abbiano avuto nelle loro vite la sfortuna di trovarsi da soli ad affrontare situazioni più grandi di loro.

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    1. esatto, è questo che voglio dire...che molto spesso queste situazioni nascono da condizioni di solitudine mai guarite...

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  6. L'indifferenza della gente é terribile e mi fa paura. Ma in questo genere di situazioni mi chiedo anche dove siano le istituzioni pubbliche...

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    1. Dove sono ? Un portatore di hanidcap con la patente deve prenotare la visita medica per il rinnovo ogni 5 anni, e DEVE recarsi al palazzo della sanità della propria città/regione prenotando la visita ALMENO 6 mesi prima e fino a pochi anni fa (2 o 3 anni) si poteva fare solo personalmente, non da terzi e non tramite fax, telefono o e-mail (adesso si dovrebbe poter prenotare anche per fax/e-mail se non erro) ... oltre al disagio di dover prenotare con mesi e mesi di anticipo per via della burocrazia interna, mettiamo il caso che il disabile non possa nemmeno camminare o non abbia la macchina o non possa usare i mezzi pubblici o tutte queste cose insieme (e sono quelle che mi sonon venute in mente così senza pensarci su) ... come fa ad andarci di persona ? Deve per forza essere accompagnato ! Mettiamo anche il caso che per qualche motivo, il giorno della visita non possa andare, è vero che ti fanno un certificato provvisorio, ma si deve rifare tutta la trafila !

      Stessa cosa per l'acquiesto di dispositivi informatici quali pc, ci sono agevolazioni ma non basta l'incartamento che ti porti via da sempre dove è comprovato la tua perentuale di invalidità, devi anche andare alla tua ulss (asl, non mi ricordo mai come si chiama ora) di persona per farti rilasciare al medico della ulss un certificato che attesta che puoi acquistare questo strumento al fine di bla bla bla ; da notare che il medico non è sempre disponibile ma c'è solo alcuni giorni ad alcune ore e stesso discorso di prima, sono disabile per qualcosa e allora perchè devo avere ulteriori disagni per poter usufruire dei diritti che mi vengono messi a disposizione ?

      Tesserino invalidi: utilizzabile solo se l'intestatario è a bordo (giustissimo) .. ma se io che sono un suo amico vado a prenderlo a casa sua e non ci sono parcheggi disponibili vicino casa e l'unico è quello invalidi, non posso utilizzarlo perchè io non sono portatore di handicap e devo parcheggiare chissà dove e fargli fare quindi un botto di strada a piedi ! Stessa cosa se parcheggi con lui a bordo e lo lasci a casa o altrove, quando torni alla car posteggiasta con tesserino esposto, devi stare attento a non farti "sgamare" da un vigile altrimenti rischi la sanzione e il sequestro del tesserino perchè il portatore di handicap non è a bordo

      Questi sono alcuni esempi, e tutto questo comunque per quale motivo ? Perchè ci sono quelli che se ne approfittano ! E allora si torna allo stesso punto: all'indifferenza delle persone e a quanto nella realtà dei fatti chi è più debole non abbia spazio nella nostra società e sia solo un peso

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  7. Ho letto questo post ieri e mi sono identificato molto in questa tua situazione. Nella mia città di "matti" ce ne sono molti. Ognuno ha il suo soprannome, ognuno il suo rituale di gesti e parole. Interagire con loro significa sempre entrare in un altro mondo. Una realtà fatta di assurdo, dove convivono sentimenti spesso contraddittori. Quando, poi, si guarda alla realtà, quella del quotidiano, spesso la si trova squallida fatta di abbandono e solitudine. E' per questo, forse, che mi piace assecondare il loro modo di stare al mondo, di essere "matti". E sempre per questo quando non li incrocio nei loro luoghi abituali, a maledire Dio ed il mondo intero, un po' solo mi ci sento anch'io.

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E ora dimmi cosa pensi...

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